ARTICOLI E SAGGI 21/01/2005 Elena Pulcini - L’Io globale: crisi del legame sociale e nuove forme di solidarietà.
La tesi di fondo di
questo saggio è che l’età globale, quale fase radicale dello sviluppo della
modernità, condivide con quest’ultima una strutturale ambivalenza. In particolare, sul piano del legame sociale, essa appare
caratterizzata da una doppia ambivalenza.
In primo
luogo, infatti, il processo di globalizzazione genera da un lato la crisi, e
dall’altro il ricostituirsi del legame sociale in forme regressive e
distruttive. Si assiste cioè ad una sorta di nuova polarizzazione che vede da
un lato l’emergere di un individualismo narcisistico (omologazione,
indifferenza, perdita di comunità), dall’altro il configurarsi di un comunitarismo
tribale (ritorno della comunità in forme distruttive ed esclusive).
In secondo
luogo, l’età globale presenta tuttavia potenzialità emancipative iscritte in
prima istanza nella struttura antropologica degli individui. Essa
contiene in altri termini un’inedita chance di legame sociale planetario
tra individui accomunati, pur nelle loro irriducibili differenze, da una
universale debolezza e da un uguale destino. A dispetto delle sue
patologie, l’Io globale sembra essere guidato, in virtù della propria
debolezza, da un bisogno di comunità che si deposita simbolicamente in
nuove forme di reciprocità (il dono), a partire dalle quali è possibile
ripensare la rinascita della solidarietà tra individui appartenenti ad uno
stesso genere umano.
1. Uno degli aspetti ancora poco
illuminati nel ricco e crescente dibattito sulla globalizzazione è quello
relativo agli effetti che essa produce sulla costituzione dell’identità
individuale e sulle forme del legame sociale, sulle trasformazioni dell’Io e
sui vincoli di solidarietà[1].
Si stenta cioè a
trasferire in una prospettiva globale una problematica che di per sé occupa
invece, da tempo, parte dell’attenzione della riflessione contemporanea sulla
modernità e sulle sue “conseguenze”, più o meno radicali. Da quando, alcuni decenni
fa, Richard Sennett e Christopher Lasch denunciavano il “declino dell’uomo
pubblico” e il trionfo dell’homo psychologicus sull’homo politicus
della prima modernità (Sennett 1982, Lasch 1981), prospettive interpretative
anche molto diverse tra loro hanno trovato di fatto un punto di convergenza
nella critica della società postmoderna, caratterizzata appunto da una deriva
soggettivistica responsabile della crisi del legame sociale e della
disaffezione alla vita pubblica. Dai communitarians americani agli eredi
del Collège de sociologie, da esponenti del “republicanism” come Robert
Bellah ai teorici del dono, da Charles Taylor alle preoccupazioni comunicative
di Habermas e Apel, uno dei temi di fondo è indubbiamente la denuncia di un deficit
di solidarietà e di una perdita di comunità che impone un ripensamento
dell’intero progetto della modernità e l’individuazione di adeguate strategie
normative tese a correggerne gli effetti patologici.
L’Io postmoderno,
insistono sia pure con linguaggi diversi, alcuni autori, è caratterizzato da
una vocazione autoaffermativa illimitata nella quale sembra affievolirsi quella
tensione etica e societaria che ancora guidava l’agire dell’individuo della
prima modernità, prometeicamente responsabile del futuro e razionalmente
disponibile al patto e all’intesa. Mosso da impulsi ambivalenti, nei quali il
sentimento della propria onnipotenza si coniuga con la percezione del proprio
vuoto e della propria debolezza, esso si ritrae in una sorta di solitudine
atomistica che lo separa dall’altro pur senza isolarlo dal mondo, che egli
tende al contrario ad usare come pura arena di una narcisistica
autorealizzazione. Indifferente verso tutto ciò che non rientri immediatamente
nella dimensione autoreferenziale dell’Io, l’individuo postmoderno appare in
prima istanza “estraneo” più che ostile all’altro (Lipovetski,1995); vale a dire non più
impegnato in una hobbesiana dinamica conflittuale che prelude ad una finale,
reciproca negoziazione, ma chiuso in un circuito “immunitario”[2]
che lo preserva da ogni attivo coinvolgimento nella sfera sociale e politica.
La crisi dell’autorità
e delle strutture che tradizionalmente la incarnavano (famiglia ecc.) e la
perdita di fiducia nelle istituzioni sempre meno capaci di garantire sicurezza,
l’esplodere di una logica consumistica che sostituisce l’etica “weberiana” del
lavoro e della produzione ed arriva ad invadere zone prima totalmente estranee,
come il corpo e la politica; e ancora, lo sviluppo vertiginoso della tecnologia
che offre possibilità fin qui inimmaginabili, dilatando lo spazio reale e
virtuale dei desideri: sono solo alcune delle cause che concorrono a tracciare una
cesura tra la società primomoderna, capace di autolimitazione e di una ordinata
socialità, e la “seconda” (o “tarda” o “post”) modernità[3],
illimitata e caoticamente abitata da monadi irrelate, unicamente preoccupate
della propria autorealizzazione.
Ciò vuol dire, vorrei
aggiungere, che i due grandi modelli liberali che, sia pure in una prospettiva
puramente strumentale, avevano configurato uno scenario sostenibile di socialità
e di convivenza politica, non sembrano essere più in grado di “tenere” di
fronte all’atomismo dell’Io postmoderno: né il modello politico
contrattualista, fondato sulla presunta razionalità degli attori sociali da cui
scaturisce l’ordine politico-statuale, né il modello economico della Political
Economy smithiana, fiducioso nell’empirico equilibrarsi dell’interesse
pubblico e privato di individui capaci, in ogni caso, del riconoscimento
dell’altro e di una dinamica interattiva.
L’Io edonista e
narcisista, l’Io caratterizzato, come è stato detto, dal “processo di
personalizzazione”(Lipovetski 1995), che rompe ogni forma di autolimitazione
precedentemente efficace (disciplinare,autorepressiva,autoritaria), appare
incapace persino di quelle forme strumentali di legame e di relazionalità che
avevano contrassegnato la prima fase della modernità, tesa a garantire
progresso, sicurezza, convivenza pacifica, affidandone la gestione allo Stato o
al mercato. Avido di una libertà insofferente di ogni vincolo e privo delle
certezze conferite da istituzioni solide e credibili, esso presenta quella
paradossale coesistenza tra onnipotenza e vuoto da cui trae origine e alimento
la sua struttura ansiosa e desiderante, carente e inappagabile.
Illimitatezza e insicurezza: in questi
due aspetti, apparentemente contrapposti, ma in realtà intrinsecamente
speculari, si possono dunque efficacemente riassumere le patologie dell’Io
postmoderno, che si dibatte tra “minimale” autoconservazione[4]
e sconfinata autorealizzazione, tra ripiegamento autodifensivo e grandiosa
affermazione di sé, nell’inquietante oblìo della vita e del bene comuni.
Sarebbe tuttavia
fuorviante, come fanno alcuni, vedere in tutto questo un congedo o un’uscita
dalla modernità: se è vero infatti che lo scenario post-moderno mette in crisi
il progetto della modernità (razionalità, ordine, progresso,
conciliazione tra bene pubblico e privato), esso tuttavia non ne annulla e non
ne smentisce i presupposti originari (libertà e sovranità
dell’individuo, autoaffermazione, legittimità dei desideri e delle pretese
soggettive); dei quali l’idea di illimitatezza e di insicurezza fanno
intrinsecamente parte, come scopriamo ad esempio da una lettura anche superficiale
dell’antropologia hobbesiana[5].
Possiamo forse addirittura affermare che solo nella seconda modernità quelle
premesse, risolte fino ad un certo punto dentro un sistema normativo efficace
(sia esso politico à la Hobbes o economico à la Smith), si
disvelano pienamente e giungono ad una completa attualizzazione, dando origine
a nuove patologie e a sfide inedite.
Ha allora senso
parlare, per dirla con Giddens, più che di un congedo dalla modernità, del
manifestarsi delle sue “conseguenze radicali”, poiché ciò consente di
riconoscere le cesure e le trasformazioni senza negare la continuità; di vedere
appunto il fallimento del progetto senza misconoscere l’attualità ancora
rovente delle premesse, sia pure trasformate e riconfigurate dalla
complessità di uno sviluppo sempre meno prevedibile.
Questa discrasia tra
progetto e presupposti mi pare particolarmente pertinente per definire
quell’insieme di fenomeni che va sotto il nome di “globalizzazione”: fase
ultima della modernità nella quale l’ambivalente coesistenza di illimitatezza e
insicurezza sembra aver raggiunto proporzioni tali da sfuggire non solo ai
modelli tradizionalmente moderni di progettualità, ma alla possibilità stessa
del progetto, della direzione e del controllo.
La globalizzazione, vorrei in primo luogo sostenere, radicalizza
le patologie del’Io e acuisce la crisi del legame sociale, in quanto moltiplica
sia le ragioni dell’illimitatezza sia i fattori di insicurezza.
I toni apocalittici
usati da Lasch ancora venti anni fa per descrivere lo scenario di una società
ossessionata da “segni premonitori di catastrofe” e dal “senso della fine”,
dalla percezione di disastri incombenti e dalla perdita del futuro, e spinta
per questo ad una sorta di entropia e di strategia della sopravvivenza (Lasch
1981), suonano oggi più che mai attuali e profetici. L’insicurezza è diventata
la nostra condizione permanente; e non soltanto perché siamo tutti immersi in
quella che Ulrich Beck ha definito la “società (mondiale) del rischio” (Beck
2000). Il rischio infatti (ambientale, nucleare, energetico ecc.) è
indubbiamente la caratteristica più macroscopica ed estrema della generale
insicurezza tardomoderna, ma è anche, come cercherò di far vedere più avanti,
l’aspetto che paradossalmente può contenere in sé un potenziale emancipativo e
normativo inedito. Prima ancora che nelle minacce e nei rischi globali,
l’insicurezza trae allora origine dallo sgretolarsi di un assetto
politico-economico fin qui relativamente solido e rassicurante cui non sembra
sostituirsi alcun ordine stabile alternativo. Essa prolifera, come ben
sottolinea Zigmut Bauman, nelle sue molteplici forme di scomparsa della
sicurezza esistenziale, di perdita dei parametri di valutazione e di scelta, di
minaccia della propria sicurezza personale[6].
Basti solo pensare ai
due grandi mutamenti strutturali prodotti dalla globalizzazione, sui quali, nel
controverso dibattito sul tema, sembra esserci non a caso un maggiore consenso:
la deregulation di un mercato che detta comunque su tutto e su tutti le
sue leggi, e la crisi di quel pilastro fondamentale della modernità che è la
sovranità dello Stato-nazione. Si assiste, osserva Bauman cogliendo la
complementarità fra i due aspetti, ad una divaricazione tra il potere (che è
economico e globale) e la politica (che è statuale e locale) (Bauman 2000,
pp.27sgg.). Alla sconfinata libertà di movimento del capitale, che è mobile ed
extraterritoriale e che è ormai in grado di svincolarsi da ogni limite, grazie
alla “compressione spazio-temporale” (Harvey 1993) prodotta dalla tecnologia
(comunicativa, informatica ecc.), corrisponde una perdita di potere della
politica; che non vuol dire, come alcuni vorrebbero, la “fine della politica”,
ma certo il suo indebolimento, la perdita delle funzioni tradizionali dello
Stato di salvaguardia della vita degli individui e di garanzia di un ordine,
scaturito da un consenso, attraverso la capacità di limitare, controllare,
decidere[7].
Favorito da quella “uccisione della distanza” (Beck 1999) che è forse il tratto
nevralgico della globalizzazione, il potere economico fluisce nella dimensione
incorporea del cyberspazio, dal quale detta l’agenda delle priorità e delle
decisioni, indifferente alle sorti degli individui concreti e “territoriali”
che ne subiscono le leggi, - o meglio l’anomia – senza poter contare sulla
protezione dello Stato. Incapace di porre freni alla mobilità accelerata di un
potere insofferente di ogni confine, disarmato di fronte alla “economia
politica dell’incertezza” (Bauman 2000,pp.174sgg.) e ai nuovi imperativi della
flessibilità del lavoro e della liberalizzazione del mercato, lo Stato rivela
la propria impotenza di fronte ad una situazione che sfugge ad ogni controllo,
creando negli individui ansia, ritrazione, autodifesa.
Acuito ulteriormente
da un lato dalla crisi delle altre istituzioni cardine della società
industriale moderna (famiglia,classe, professione), dall’altro
dall’autonomizzarsi di zone di “sub-politica” (come il settore
tecnico-scientifico) che sfuggono al controllo del potere politico facendosi a
loro volta portatori di rischi globali (Beck 2000), il senso di insicurezza
deriva essenzialmente dalla percezione di una perdita di controllo sugli
eventi che genera sfiducia e apatia, ansia ed entropia, ritrazione e isolamento.
Quanto più inoltre cresce la percezione di una interdipendenza degli
eventi e la consapevolezza del fatto che qualunque cosa accada in qualunque
parte del mondo, può riguardare e coinvolgere l’intero globo[8],
rendendo vana quella pretesa soggettiva di “immunità” che nella prima modernità
trovava ancora una risposta nello Stato, tanto più l’incertezza cresce;
acutizzando la ritrazione narcisistica dell’Io, il bisogno di strategie
autoconservative, la tendenza a quella “mentalità della sopravvivenza” già
individuata da Lasch come caratteristica della post-modernità (Lasch 1981).
L’Io globale tuttavia
non è solo un Io confuso, smarrito, insicuro. Al contrario esso è anche, in
virtù di quegli stessi fattori che generano incertezza, onnipotente e illimitato.
La mobilità e la perdita di confini, la contrazione dello spazio e
l’accelerazione del tempo, le smisurate possibilità offerte da una tecnologia
(informatica, massmediale, biologica) scissa da ogni altro fine che non sia
quello della propria riproduzione autolegittimante[9],
e le inedite chances di un mercato privo di regole ma carico di
promesse, conferiscono di fatto nuovo spessore e consistenza all’illimitatezza
dell’Io e alle sue pretese di onnipotenza.
La globalizzazione in
altri termini non fa che radicalizzare e orientare in altre direzioni quella
spinta all’oltrepassamento del limite che, come Blumenberg aveva ben intuito, è
una caratteristica della modernità fin dalle sue origini (Blumenberg 1992).
In questo senso, è
allora difficile consentire con Martin Albrow quando sostiene che l’Età Globale
segna la fine della modernità (Albrow 1996). La modernità finisce, secondo
Albrow, quando si scontra con limiti esterni che ne annullano i presupposti,
quando cioè vengono a mancare le due condizioni sulle quali essa si è a lungo
autoriprodotta: l’illimitatezza delle risorse e l’esistenza di spazi sempre
nuovi da conquistare e da annettere al proprio progetto. La scomparsa di questi
due aspetti coincide appunto con l’inizio della Global Age, la quale
decreta il definitivo tramonto dell’età moderna e pone con urgenza la necessità
di riconoscere l’emergere di un’epoca nuova, da affrontare in prima istanza con
nuovi strumenti interpretativi.
A questa
argomentazione, che coglie indubbiamente la radicalità dei mutamenti indotti
dalla globalizzazione, vorrei tuttavia opporre due obiezioni di fondo: in primo
luogo, il fatto che l’illimitatezza è un aspetto soggettivo prima ancora
che oggettivo, e che dunque essa potrebbe perpetuarsi artificialmente anche in
assenza delle condizioni reali e materiali che la generano; in secondo luogo,
il fatto che comunque nell’età globale persistono anche le condizioni oggettive
della spinta all’ulteriorità, la quale si è semplicemente spostata, trasferita
su nuove mète. Tra queste, quelle appunto prodotte dalla tecnologia, come la
manipolazione del corpo e l’apertura di scenari finora impensabili, la
creazione di realtà virtuali e la velocizzazione del tempo (Virilio 2000), la costruzione massmediale
di dimensioni artificiali capaci di mobilitare emozioni e desideri; o ancora
l’infinita “fantasmagoria della merce” di una società che ha eretto il consumo
a parametro universale, capace di colonizzare non solo la sfera materiale
dell’esistenza, ma anche la dimensione dell’immaginario e della politica,
dell’intimità e dei sentimenti.
La globalizzazione
porta a compimento il passaggio postmoderno da una società di produttori (nella
quale l’illimitatezza trovava ancora un limite in un’etica e in uno scopo
comuni) ad una società di consumatori[10]:
di individui animati da desideri senza oggetto, mobili e intercambiabili,
alimentati dalle pratiche di seduzione e di spettacolarizzazione di un mercato
planetario che trasforma il mondo in un’arena di abbaglianti promesse
persuadendo tutti della assoluta legittimità delle loro aspettative.
L’ampliamento, sia pure illusorio e virtuale, della sfera del possibile e la
vorticosa velocità della soddisfazione di ogni esigenza fanno sì che
l’illimitatezza del desiderio trovi nell’età globale una sua peculiare
consacrazione. “Turista” in un mondo che non lo riguarda se non come fabbrica
di attrazioni passeggere e di effimeri godimenti (Bauman 1999), l’Io globale è
allo stesso tempo onnipotente e parassitario, unicamente occupato ad assorbire
dal mondo tutto ciò che promette di soddisfare le sue pretese. Il parassitismo
dell’Io viene inoltre alimentato da quella coazione alla mimesi che, in
un mondo sempre più omologato, sempre più uniformato attraverso processi di
“macdonaldizzazione” (Ritzer 1997), diventa il meccanismo pervasivo di
formazione di identità simili e indifferenziate; di individui in serie, uguali
e animati da una vocazione conformistica che tuttavia, ben lungi dall’unirli,
li confina ad un monadico isolamento[11].
Radicalizzando la
pulsione all’illimitatezza e moltiplicando le ragioni dell’insicurezza, l’età
globale produce dunque un’ulteriore e più inquietante configurazione dell’individualismo
narcisistico e delle sue patologie; dando origine ad un Io onnipotente ed
entropico, autoreferenziale e conformista, simile e slegato, la cui tipologia
attraversa i confini statuali e nazionali e le distanze geografiche, etniche o
religiose, riproducendo modelli, stili di vita, desideri seriali, con la forza
livellante dell’indifferenziazione e della mimesi, che tutto uniforma senza
nulla accomunare.
2. La globalizzazione, tuttavia, è
ben lungi dal produrre una assoluta unicità e uniformità di effetti. Una delle
più convincenti, sebbene tuttora minoritarie, prospettive di lettura è infatti
proprio quella che ne sottolinea l’intrinseca ambivalenza: in virtù
della quale a processi di unificazione, omogeneizzazione, omologazione, fanno
da pendant processi di frammentazione, eterogeneizzazione,
differenziazione. L’idea, difesa soprattutto dai “cultural studies”, di una
inscindibile coesistenza di “globale” e “locale” –sintetizzata da Robertson nel
termine “glocalizzazione”- ben riflette questa costitutiva ambivalenza,
suggerendo la necessità di rinunciare a prospettive dicotomiche, pur
riconoscendo l’oggettiva complessità e pluralità del mondo contemporaneo
(Roberston 1999; Featherstone 1996).
In altri termini, la
rivitalizzazione della dimensione “locale” è il prodotto, sia pure paradossale,
della globalizzazione, almeno in un duplice senso: in primo luogo perché il capitalismo globale, mobile e
“senza frontiere”, ha comunque bisogno di radicarsi nei singoli spazi
territoriali filtrando simboli e messaggi attraverso le culture locali
(Robertson 1999, Beck 1999,pp.69sgg.). La stessa proliferazione di “Stati
deboli” (Bauman 1999, pp.76sgg.), per lo più ridotti alla funzione sussidiaria
di rendere attraente il loro territorio per gli investitori internazionali, è
un effetto della globalizzazione e una realtà ad essa congeniale.
L’alimentazione della frammentazione politica, la valorizzazione della
particolarità culturale o della “differenza” nazionale e perfino etnica, sono
in questo caso di fatto funzionali alla logica del mercato mondiale e alla
creazione di una mentalità consumistica omologante.
In secondo luogo, e
veniamo all’accezione più forte del termine, “locale” allude ai processi di
differenziazione culturale legati alla ridefinizione dell’identità in quello
che Clifford Geertz ha definito un “mondo in frammenti” (Geertz 1999); un mondo
cioè paradossalmente sempre più percorso da fratture, differenze, divisioni pur
dentro la sua inarrestabile dinamica unificante e omogeneizzante (Appadurai
1998). O forse, si potrebbe suggerire, proprio a causa di quest’ultima.
In altri termini, il localismo, inteso come rivendicazione forte delle
differenze e dunque come origine dei conflitti etnici e religiosi che
attraversano il mondo mettendo in seria crisi l’ordine politico-statuale
esistente, nasce anche come risposta all’assimilazione livellante della
globalizzazione. Esso esprime il bisogno identitario di individui
decisi, più o meno consapevolmente, a sottrarsi alla forbice di omologazione ed
atomismo dentro la quale, come abbiamo visto, sembra destinato a dibattersi l’Io
globale. Bisogno, dunque, in prima istanza legittimo, in quanto scaturisce
dalla necessità di arginare la perdita del limite e lo sradicamento,
l’indifferenziazione e quella che è stata definita la “distruzione del legame
sociale” (Baudrillard 1976, Latouche 1995), reintroducendo linee di confine e
forme, individuali e collettive, di autoidentificazione. Perciò, ribadisce
Geertz, il conflitto etnico e il conflitto religioso non sono da considerarsi
fenomeni puramente irrazionali e distruttivi, in quanto esprimono il desiderio
di ricostruire il tessuto delle appartenenze, magari riattivando “lealtà
primordiali” (Geertz 1999, pp.85sgg.), capaci di restituire il senso di
un’identità coesa e di un’esistenza condivisa. All’”agorafobia” (Bauman
1999,pp.52sgg.) prodotta da un mondo senza confini e senza legami, che sembra
esigere l’oblìo delle radici e l’asettica cancellazione delle differenze, l’Io
reagisce cercando la propria identità negli immediati dintorni di appartenenze
tradizionali e familiari: nel tessuto circoscritto di quella che potremmo
definire una comunità di affini, di una Gemeinschaft rassicurante
nella sua datità, prossimità e concretezza.
Questo spiega appunto
il “ritorno della comunità”, cui si assiste in anni recenti, alimentato anche
dalla crisi dello Stato e delle sue funzioni coesive e unificanti. “La comunità
ci manca”, afferma efficacemente Bauman (Bauman 2001). Il bisogno identitario
infatti si manifesta oggi, per lo più, come bisogno comunitario; come se
alle spinte astrattive, fredde e livellanti della Gesellschaft globale,
solo superficialmente unificante, si potesse rispondere soprattutto con
l’affermazione perentoria di identità forti e compatte, arroccate nel circuito
chiuso di una Gemeinschaft esclusiva, garante di un reciproco e
assiomatico riconoscimento. Le “lealtà primordiali” diventano così veicolo di
pulsioni arcaiche, che si coagulano nella difesa delle appartenenze etniche,
nazionali, religiose.
Non è peraltro
possibile liquidare questo fenomeno come manifestazione regressiva di
neo-tribalismi e fondamentalismi che emergono fuori dall’Occidente, in
zone del mondo non ancora pervase dalla luce del diritto e della dignità umana.
Il ritorno della comunità in forme violente ed esclusive, l’emergere cioè di
quello che vorrei definire il comunitarismo tribale, è, appunto, un
fenomeno globale che investe sì il fuori, ma anche il dentro
dell’Occidente; dove il “noi” tende a configurarsi, come ben sottolinea
Sennett, come un “pronome pericoloso” (Sennett 1999,pp.137sgg.); ad assumere
forme autodifensive e protezionistiche di aggregazione, spesso sostenute e
rafforzate dall’esclusione dell’”altro” (lo straniero, l’estraneo, colui che
minaccia non solo gli interessi, ma l’identità dell’Io). Le “comunità della
paura”, di cui parla Bauman sottolineandone il carattere
“segregazionista”(Bauman 2000,pp.23), o le “comunità di pericolo” cui allude
Beck (Beck 2000,p.62), fondate sulla pura condivisione dell’ansia, sono solo
una delle evidenti conferme di questo fenomeno.
Siamo dunque di fronte
alla desolante alternativa tra una perdita d’identità e un suo revival
regressivo, tra un’assenza di legame e una sua rinascita in forme violente e
distruttive. Resta tuttavia da chiedersi se la forbice tra un individualismo
narcisistico e di un comunitarismo tribale sia l’unico scenario
possibile dell’età globale.
3. La mia ipotesi è in primo luogo
che il processo di globalizzazione contenga, malgrado le patologie da esso
prodotte, un potenziale emancipativo; il quale consiste nella chance
-del tutto inedita e sconosciuta a fasi precedenti della modernità- di creare
una forma planetaria (o cosmopolitica) di legame sociale; in secondo
luogo, che questa possibilità sia in parte intrinseca agli stessi
fattori dai quali ha origine la crisi del legame sociale (in primis,
l’insicurezza e la paura).
Tra i fattori di
insicurezza, come accennavo sopra, il più radicale è oggi senza dubbio
costituito dai “rischi globali” (global warming e distruzione
dell’ambiente, minaccia nucleare, epidemie virali ecc.): fenomeno tristemente
inedito, che apre una vera e propria voragine nel progetto della
modernità minando alla radice la fiducia nella sua presunta razionalità[12].
I rischi globali non sono il prodotto della natura, come nell’età pre-moderna,
e non sono neppure i “pericoli” prodotti da un hobbesiano conflitto emotivo cui
si può sempre porre razionalmente rimedio. Essi sono il risultato di un agire
che, scientificamente e tecnologicamente alimentato, appare sempre più libero
di “scatenarsi”, direbbe Hans Jonas, nella propria illimitatezza prometeica
(Jonas 1990,p.XXVI); un agire che causa una sorta di liberazione dei mezzi dai
fini autorizzando gli individui a fare qualcosa solo perché “può” essere fatta[13];
che ha dunque perso ogni weberiano ancoraggio al senso e allo scopo, causando
inevitabilmente conseguenze ed effetti non previsti e non voluti (Beck 2000,
pp.25 sgg.). Indesiderati, spesso avvolti in un alone di invisibilità, e
soprattutto irreversibili, i rischi globali sono la più inquietante
testimonianza simbolica di quella perdita di controllo, di cui, per un ennesimo
paradosso, gli uomini sono evidentemente i soli artefici ed attori, ma che,
allo stesso tempo, li confina al ruolo passivo ed impotente di spettatori.
Il paradigma dello
“spettatore” che, come ha suggestivamente mostrato Hans Blumenberg, aveva
metaforicamente sancito l’età premoderna venendo poi definitivamente superato
dal moderno scenario di individui “embarqués”, coinvolti in prima persona nelle
cose del mondo (Blumenberg 1985), torna curiosamente d’attualità nell’età
globale; dove tuttavia non ha più niente a che fare con l’immagine stoica e
lucreziana del “saggio” che osserva distaccato il pericolo da un porto sicuro.
Inquieto e disarmato osservatore di un “naufragio” che egli stesso ha
provocato, e soprattutto, di cui egli stesso può diventare in ogni momento
vittima in un mondo reticolare e interdipendente, l’Io globale non trova più
alcun luogo separato e sicuro in cui rifugiarsi. Egli finisce per subire
passivamente le conseguenze di un agire che, svincolato da ogni fine e teso
essenzialmente a soddisfare la sua pulsione all’illimitatezza, produce un
effetto-boomerang da cui non c’è riparo. Incidenti nucleari, disastri
ambientali, virus contagiosi avanzano come silenziosi invasori varcando ogni
rassicurante linea di confine.
Attore, spettatore
e vittima allo stesso tempo, di eventi che ha involontariamente provocato senza essere in grado di
gestirli e controllarli, l’Io globale non gode più di alcuna immunità:
né di quella premoderna del saggio-spettatore, né di quella moderna, garantita
hobbesianamente dallo Stato. Egli si trova al contrario sempre potenzialmente
esposto al “contagio” di avvenimenti (siano essi guerre, malattie o
inquinamento) che non sono più spazialmente circoscritti né temporalmente
limitati.
Tuttavia, potremmo
dire attingendo al lessico di Georges Bataille, questo stesso “contagio” è
anche ciò che lo accomuna ai propri simili[14];
questa stessa “esposizione” ad eventi che attraversano il globo, lega gli
individui in una dimensione di virtuale communitas planetaria che
scaturisce, almeno in prima istanza, dalla condivisione democratica dei
rischi; condivisione oggettiva e reale, la quale va di fatto al di là delle
“nuove disuguaglianze”, che indubbiamente la globalizzazione produce tra élites
“globali” e poveri “locali” (Bauman 1999; Beck 2000, pp.30,54sgg.) e che non
vanno certamente sottovalutate[15].
Sebbene in forme ed entità diverse, che penalizzano le zone periferiche del
mondo e colpiscono i settori svantaggiati della popolazione aggiungendosi a
vecchie e più tradizionali disuguaglianze (di classe, status ecc.), la
diffusione dei rischi globali è il fenomeno che più di ogni altro consente la
configurazione di un legame sociale planetario. Essi uniscono di fatto
tutti gli uomini, indipendentemente da ricchezza e povertà, come pure da
appartenenze di razza, etnia, o nazione, in un “comune destino”(Beck 2000);
rovesciando così un evento distruttivo in una chance inedita di
condivisione e di nuova autoidentificazione.
Nella loro radicalità,
i rischi globali rendono in altri termini potenzialmente evidente la
possibilità, mai sperimentata prima e paradossalmente intrinseca alle stesse
patologie della società globale, di una nuova forma di legame che coinvolge non
più quell’individuo o gruppo o nazione, ma l’intero genere umano; prima
e al di qua di ogni differenza, e malgrado ogni pur innegabile disuguaglianza.
Si può allora essere d’accordo con Beck quando afferma: “…diviene forse per la
prima volta esperibile la comunanza di un destino che – in modo abbastanza
paradossale – risveglia, con l’assenza di confini della minaccia prodotta, una
coscienza quotidiana cosmopolitica che supera perfino i confini tra
uomo, animale e pianta…” (Beck 1999,p.58).
Tuttavia, ed è questo
un aspetto su cui non si riflette abbastanza pur essendo platealmente evidente,
l’esistenza del rischio non produce di per sé effetti emancipativi; non
si traduce automaticamente, come sembrano invece sostenere Beck e i teorici
della “modernizzazione riflessiva” (Beck,Giddens,Lash 1996), in una presa di
coscienza soggettiva. Al contrario, l’emergere di rischi così inquietanti per
l’umanità da prefigurare addirittura “l’impensabile”, provoca piuttosto, da
parte degli individui, reazioni di rimozione, o meglio di “diniego”, della
realtà. Il diniego (Verleugnung) infatti, come Freud ci insegna,
è una sorta di sottile autodifesa dell’Io, il quale pur riconoscendo razionalmente
una realtà penosa e difficile, impedisce che essa venga emotivamente
sentita e partecipata[16].
In altre parole, l’Io globale è in grado di vedere e riconoscere i rischi che
lo circondano senza esserne però affettivamente coinvolto.
Ciò spiega in parte
quell’assenza di paura in cui già Günter Anders riconosceva il sintomo
paralizzante del “dislivello prometeico” di cui soffre l’uomo contemporaneo: il
sintomo cioè di quella scissione tra il “fare” e il “sentire” che inibisce,
appunto, l’insorgere della paura e la successiva mobilitazione che la paura è
capace di produrre (Anders 1963). L’enormità dei rischi spinge, in altre
parole, l’Io ad una sorta di “ritrazione narcisistica”[17]
che lo immunizza dal pathos, bloccando a priori persino la paura. Questa
operazione anestetica è inoltre favorita dalla natura stessa del
rischio: che a differenza del “pericolo”, non è più, come nello scenario
hobbesiano, tangibile e determinato, spazialmente vicino e prodotto da un
“nemico” identificabile; ma è, al contrario, indeterminato e invisibile,
astratto e aleatorio, privo di un soggetto definito cui imputare la
responsabilità dei suoi effetti[18].
Di fronte a questa
indeterminatezza l’Io trova automaticamente nel “diniego” un escamotage
autodifensivo; o tutt’al più, egli risponde con una reazione emotiva anch’essa
indeterminata, che non è più definibile come “paura”, ma piuttosto come
“angoscia”, intesa come generico stato di ansia di fronte a minacce indefinite
e non circoscrivibili[19].
Tratto peculiare della soggettività narcisistica (Lasch 1981), sintomo di una
radicale perdita di “fiducia” (Giddens 1994), l’angoscia produce due reazioni
opposte e complementari: da un lato genera la ritrazione dell’Io nel circuito
paralizzante di una autoconservazione entropica e difensiva che va ad
alimentare il “fenomeno dello spettatore” (Wangh
1985); dall’altro può tradursi in forme persecutorie e nella ricerca di “capri espiatori” su cui proiettare le proprie
paure, dando origine ad aggregazioni endogamiche ed esclusive, tenute insieme
unicamente dal desiderio di identificare un nemico che le esoneri da
un’autentica presa di coscienza[20].
Diventa allora
inevitabile chiedersi se sia possibile sottrarsi alla avvilente alternativa tra
l’assenza di paura e il suo spostamento persecutorio; se sia possibile uscire,
per richiamare i termini che ho prima proposto, dalla forbice tra un individualismo
narcisista che annienta ogni legame e un comunitarismo tribale, che
lo ricostruisce in forme distruttive. Il problema è infatti quello di
riattivare la paura senza cadere nella rete paralizzante e indifferente
dell’angoscia, e senza cedere alle sue spinte regressive ed arcaiche. Solo in
questo caso si può davvero parlare di “coscienza” dei rischi: questa esige
infatti, allo stesso tempo, il risveglio emotivo, che solo rende
interiormente reale l’evento, e la capacità di porre una distanza razionale
dall’evento che consenta di identificare i veri responsabili e di formare
alleanze costruttive.
E’ vero che in virtù
del suo carattere strutturalmente “riflessivo”, vale a dire della sua intrinseca
e inintenzionale capacità autocritica (Beck 2000, Giddens 1994,
Beck-Giddens-Lash 1996), la modernità contiene di fatto, al suo interno, questa
chance. “Insegnare a se stessa ad avere paura”, proiettandosi nel futuro
è uno degli antidoti impliciti nella “società mondiale del rischio” (Beck 1999,
p.124), purché però la paura non diventi l’esclusivo alimento della coesione
sociale. In tal caso infatti, essa dà origine solo a forme regressive e chiuse
di coesione: le “comunità di pericolo” di Beck e le “comunità della paura” di
Bauman, o le “comunità distruttive” di Sennett (Sennett 1982), che si limitano
a rispondere in modo autodifensivo allo slegamento globale.
La paura conserva una
funzione emancipativa solo quando agisce – come ancora avveniva, nonostante
l’artificialismo della soluzione, nello scenario hobbesiano - come passione
rammemorante dei rischi prodotti dalla propria illimitatezza, che prelude a
nuove forme di consapevolezza capaci di produrre un’inversione di tendenza
nell’agire. Se liberata dalle patologie dell’angoscia, la paura dei rischi
globali contiene la chance di rivelare una situazione inedita e
paradossale: il fatto cioè che nell’età globale gli uomini, tutti gli uomini,
indipendentemente da appartenenze di razza, classe o Stato, sono accomunati
dalla condivisione della vulnerabilità e della debolezza di fronte alle
minacce da essi stessi prodotte. La globalizzazione, infatti, rende
definitivamente evidente un aspetto che era stato costitutivo dell’individuo
fin dal suo nascere, ma che la modernità aveva oscurato dietro gli imperativi
dell’autonomia, del controllo, della razionalità progettuale. Nel momento in
cui tornano a “sentire” la paura -senza negarla né proiettarla su falsi
oggetti-, gli individui diventano in particolare consapevoli di quel rischio
supremo e definitivo che è l’autodistruzione, e dunque potenzialmente capaci di
dare un nuovo orientamento al ”fare”; in quanto, come osserva giustamente
Jonas, essi si pensano per la prima volta come appartenenti al “genere umano”[21].
Oggetto da proteggere e da difendere, in
primo luogo da se stesso, vale a dire dalla sua illimitatezza prometeica e
dalla sua indifferenza narcisistica, il “genere umano” è anche il nuovo soggetto
che emerge nell’età globale[22].
Un soggetto che, privo di ogni connotazione metafisica e antropologicamente
fondato nella diffusa esperienza della debolezza, assume allo stesso tempo lo
spessore di una nuova forma di comunità: non più esclusiva ed endogamica
come le “comunità della paura”, ma, al contrario, inclusiva ed esogamica,
in quanto scaturisce dalla condivisione fattuale di un comune destino e dalla
coscienza riflessiva, emotivamente sostenuta, della comune “esposizione” di individui
soggetti a minacce totali.
4. Si tratta però, abbiamo detto,
solo di una chance, che non arriva necessariamente ad attualizzarsi. La chance
infatti, nel senso bataillano di “apertura al possibile” (Bataille 1980)
richiede la messa in gioco di sé, la frattura dell’Io narcisistico ed
endogamico, la capacità individuale di rivitalizzare risorse diverse da quelle
esistenti nello scenario attuale.
Abbiamo visto che la
globalizzazione contiene in sé, oggettivamente, antidoti alle sue
patologie, apre possibilità inedite all’agire sociale; può attivare forme di
reciprocità e di responsabilità impensabili nella prima modernità. Appare
persino legittimo costruire su di essa, come fa Jean Luc Nancy, una nuova
ontologia della politica, non più intesa come coattiva ricerca del senso (sia
esso posto nell’interiorità piena del soggetto o nell’esteriorità vuota della
comunità), ma come “annodatura infinita” che ha senso in se stessa e
nell’apertura del suo farsi, come “politica del legame” in quanto tale, che non
rinvia ad altro che a se stesso e alla sua pura esistenza (Nancy 1997).
Resta tuttavia aperto
l’interrogativo sulla capacità soggettiva dell’Io globale di cogliere
questa chance; di interrompere il circuito perverso che lo imprigiona
nella molteplice identità di attore-vittima-spettatore, per farsi attivo
protagonista di una nuova forma dell’essere-in-comune.
A questo
interrogativo, che investe in prima istanza il piano antropologico, non si può
che rispondere con una scommessa –in senso pascaliano- sul potenziale
emancipativo della paura e della debolezza: una scommessa dunque che accetti
inevitabilmente e realisticamente la logica del rischio e dell’incertezza, ma
che, allo stesso tempo, sia incoraggiata dall’effettiva presenza di eventi
simbolici rivelatori di tendenze altre rispetto all’atomismo
narcisistico e al comunitarismo regressivo.
Questi eventi
simbolici –ed è la mia tesi conclusiva- sono riconoscibili in quel variegato e
informale universo dell’agire sociale che, raccogliendo l’invito dei teorici di
ispirazione “maussiana”[23],
possiamo riassumere nel concetto di “dono”: concreta rivelazione di una coscienza
della debolezza che tuttavia non resta imprigionata nella paura, ma riesce
a liberare inedite energie coesive, creando i presupposti di una nuova
antropologia globale.
Zona interstiziale e
parzialmente sommersa, irriducibile sia allo spazio economico del mercato
sia alla sfera politica dello Stato, il dono, nelle sue molteplici e
concrete manifestazioni (dalle organizzazioni non-profit del cosiddetto
Terzo Settore alle semplici pratiche soggettive di donazione: di tempo, di
vita, di corpo ecc.), sembra poter incarnare quel “terzo paradigma” destinato a
reinstaurare il legame sociale[24],
eroso dall’individualismo e distorto dal comunitarismo. “Definiamo dono –dicono
infatti Caillé e Godbout- ogni prestazione di beni o servizi effettuata, senza
garanzia di restituzione, al fine di creare, alimentare o ricreare il legame
sociale” (Godbout, 1993, P.30).
Due aspetti
soprattutto questi autori sottolineano con forza: in primo luogo, il dono varca
oggi i confini della sfera intima e privata, cui viene tradizionalmente
ascritto, per estendersi alla sfera pubblica e sociale. Anzi, il fenomeno
attualmente più rappresentativo è proprio il “dono agli sconosciuti” (dono di
organi, di sangue, di tempo, di lavoro), in cui non a caso Godbout riconosce
l’emblema stesso del dono contemporaneo; e che appare dunque, possiamo
aggiungere, come un evento intrinsecamente “globale”. In secondo luogo, esso
non è riducibile alla dimensione “caritatevole” dell’altruismo e della pura
gratuità, in quanto esprime sempre e comunque un “interesse” dell’Io: che è
tuttavia, soprattutto quando supera i confini territoriali e ideologici per
investire l’altro sconosciuto e remoto, interesse alla creazione del legame
in quanto tale dettato dalla fiducia nella risposta dell’altro. Laddove
l’”altro”, appunto, non coincide affatto necessariamente con il nostro
particolare donatario, ma con un qualunque altro, con chiunque risponda,
con altrettanta fiducia, al nostro desiderio di appartenenza e di socialità.
In virtù di questa sua
asimmetrica reciprocità che reinstaura la fiducia e la partecipazione emotiva
al centro del legame sociale[25],
il dono appare atto alla rottura dell’atomismo e dell’indifferenza che connota
le relazioni globali.
Irriducibile alla pura
caritas, di cui Hannah Arendt ha denunciato l’inefficacia sociale e
relazionale e dunque il carattere non politico (Arendt 1964, pp.39sgg.,179), il
dono è desiderio di appartenenza che ha origine dal sentimento della
propria insufficienza e vulnerabilità; e che si mobilita al fine di
instaurare il legame sociale con l’altro, indipendentemente dalla sua identità
personale, religiosa, etnica o nazionale. In quanto struttura della reciprocità
capace di investire la sfera pubblica, ricostruendo un mondo comune attraverso
quel tessuto reticolare di obbligo e libertà, di gratuità e reciproche
aspettative che lo caratterizza (Mauss 1965), il dono è dunque eminentemente politico;
o meglio cosmo-politico: espressione di un individuo che sa trasformare
la coscienza della debolezza nella creazione di un legame il quale si dà nella distanza
fisica e geografica e nel totale anonimato dei soggetti dell’agire.
Il dono rompe
l’atomismo narcisistico favorito dall’egemonia del mercato globale, senza
cadere nella logica regressiva del comunitarismo alimentato dalla crisi dello
Stato. Da un lato, esso interrompe la passività e l’indifferenza dello “spettatore”
con un impegno che è emotivamente fondato ed è capace di calarsi nella
concretezza del corpo e della vita; dall’altro, esso risponde ad un bisogno
di comunità, reso più potente dallo slegamento globale, che tuttavia non si
realizza più nella costituzione di spazi chiusi e autarchicamente identitari,
garanti di uno speculare e rassicurante riconoscimento, ma nell’apertura senza
confini all’estraneo, allo sconosciuto; nell’”ospitalità”, direbbe Derrida,
verso qualcuno che, pur senza volto né nome, ci appare tuttavia come il
donatore di senso della nostra esistenza (Derrida 1995, pp.50-52).
Nel momento in cui si
fa soggetto di dono, l’Io globale instaura una nuova forma di uguaglianza
che non è né la somiglianza claustrofobica dell’omologazione e del conformismo
narcisistico, né l’assimilazione inglobante e agorafobica delle comunità
della paura; ma che, in quanto hobbesiana uguaglianza nella debolezza
divenuta per la prima volta universalmente vera, è invece condivisione
planetaria, “partage”[26]
di un comune destino.
L’atto del donare
implica una sorta di empatica identificazione con un altro da sé che, pur nella
sua lontananza spaziale e nella sua irriducibile differenza,
condivide i possibili effetti di uno stesso evento, la comune appartenenza
al genere umano. Allo stesso tempo, esso testimonia di una scelta, attiva e
consapevole, che rompe l’apatica immobilità e l’illusoria immunità dello
spettatore, trasformandolo, potremmo dire con Luc Boltanski, in uno spettatore
“commosso” ed agente (Boltanski 2000); vale a dire emotivamente coinvolto dallo
spettacolo di un naufragio (sia esso rappresentato dal dolore di esseri umani
colpiti dagli effetti dei rischi globali o dallo spettacolo della natura
morente) da cui non può mai, egli stesso, sentirsi davvero al riparo.
Il dono appare dunque
come la testimonianza fattuale di un riattivarsi della responsabilità
che perde però ogni aspetto di astrattezza etico-ontologica e di puro dover
essere[27]
in quanto scaturisce dalla consapevolezza della propria insufficienza e
dipendenza e dai pericoli intrinseci alla propria illimitatezza; e di
conseguenza dalla coscienza del fatto che la responsabilità verso l’altro è
indissolubilmente connessa alla responsabilità verso se stessi (verso la
propria sopravvivenza e la qualità della propria vita), in quanto entrambi
potenziali vittime di un agire narcisisticamente illimitato i cui effetti
tentacolari si estendono ormai all’intero globo.
Prodotto da un
risveglio emotivo che restituisce all’Io globale il senso del limite e il
desiderio di legame, il dono instaura un’uguaglianza solidale che
accomuna gli individui senza però esigere il sacrificio della loro
dissomiglianza: creando simbolicamente le basi per il configurarsi di un legame
rispettoso delle pluralità, di una cosmopoli delle differenze. Ma
soprattutto il dono può essere assunto ad espressione simbolica di un legame
che reinstaura la concretezza, l’attenzione minuziosa e personale, l’azione
territoriale pur conservando un respiro globale; divenendo il vettore, per
dirla con Revelli, di una “socialità d’arcipelago” (Revelli 2001,p.285),
disseminata e orizzontale, concreta e planetaria ad un tempo.
In quanto affidata
alla decisione del gesto individuale e alla capacità dell’Io di rinnovare la
propria capacità di asimmetrica ospitalità, questa forma di socialità appare
inevitabilmente più incerta e rischiosa di ogni universalismo del “pari
rispetto” che riponga habermasianamente la propria fiducia in una razionale
negoziazione (Habermas 1998); ma allo stesso tempo, essa trova il proprio
alimento nella forza coesiva delle “passioni comunitarie” (Pulcini 2001), e
nella consapevolezza costante, da parte dgli individui, della necessità della
cura capillare e della mobilitazione soggettiva: o, come direbbe Jean Luc
Nancy, nella consapevolezza che il legame è sempre e costantemente “da
annodare” (Nancy 1997, pp.138 sgg.).
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[1] Per una
trattazione più ampia dei temi affrontati in questo paragrafo, rimando al mio L’individuo
senza passioni (Pulcini 2001).
[2] Cfr.Esposito 1998, che tuttavia coglie
proprio in Hobbes, e nelle origini stesse della modernità, l’inizio della immunitas.
[3] Di
“seconda” modernità parla Beck 2000; di “tarda” modernità parla Giddens 1994.
[4]
L’allusione è evidentemente a Lasch 1985.
[5]
Sull“illimitatezza” in Hobbes, cfr.D’Andrea 1997. Sulla coesistenza moderna di
sradicamento e perdita di ordine, incertezza e oltrepassamento del limite, cfr.
Blumenberg 1992.
[6]
Cfr.Bauman 2000, pp.23sgg. Sulle nuove forme di insicurezza, cfr. anche
Giddens, 1994, cap.IV.
[7] Sulla crisi della sovranità, tema centrale
nell’attuale dibattito sulla globalizzazione, mi limito a rimandare a Ohmae
1996, Badie 1996, Sassen 1998, Habermas 1999; cfr. inoltre, in questo
volume, i saggi di D’andrea, Bottici, Spini.
[8] Dice Beck
1999, p.25: “Globalità indica il fatto che d’ora in poi nulla di quel che si
svolge sul nostro pianeta è un avvenimento limitato localmente, ma che ogni
invenzione, conquista e catastrofe riguardano il mondo intero e noi dobbiamo
riorientare e riorganizzare la nostra vita e il nostro agire, le nostre
organizzazioni e istituzioni, lungo l’asse ‘locale-globale’”.
[9]
Sull’autolegittimazione della tecnologia, cfr. Ellul 1969; proprio citando
Ellul, sottolinea questo aspetto Bauman 1996, pp.190 sgg.
[10] Su questo
passaggio, Riesman 1999, Lasch 1981, Lipovetski 1995; cfr. inoltre Featherstone
1994.
[11] Sugli
effetti atomistici del “conformismo” è ancora fortemente attuale la riflessione
di Alexis de Tocqueville (Tocqueville 1968), in parte ripresa da Hannah Arendt
in Vita activa (Arendt 1964).
[12] Su questo
tema cfr., in questo volume, il saggio di Furio Cerutti che sostiene, tra
l’altro, la necessità di una differenziazione interna al concetto di “sfide
globali” (global warming, minaccia nucleare ecc.). In particolare, sulla
minaccia nucleare e sulla cesura che essa produce nell’evoluzione del genere
umano, configurando scenari globali, cfr. Cerutti 1991.
[13] “ Oggi in
forma di moderna tecnica, la techne si è invece trasformata in un illimitato
impulso progressivo della specie, nella sua impresa più significativa, il cui
incessante superarsi e avanzare verso mete sempre più elevate si è tentati di
ravvisare come vocazione dell’uomo e il cui traguardo di dominio sulle cose e
sull’uomo stesso appare come l’adempimento della sua destinazione”, Jonas 1990,
p.13. Su questi temi, cfr., come ho già accennato, la riflessione di J.Ellul,
tra cui Ellul 1969.
[14] Ho
trattato questo tema nella mia Introduzione a G.Bataille, Il
dispendio (Bataille 1997). Sulla coppia immunitas/communitas, di
evidente ispirazione bataillana, cfr. Esposito 1998.
[15] Su questo
tema, cfr. in questo volume, il contributo di Daniela Belliti.
[16] Ho
trattato questo aspetto, con particolare riferimento alla minaccia nucleare,
nel mio Distruttività e autoconservazione in età nucleare (Pulcini
1991).
[17] Parla,
oltre che di “diniego”, di “ritiro narcisistico” di fronte al pericolo nucleare
Martin Wangh (Wangh 1986).
[18]
Sottolineano la distinzione tra “rischio” e “pericolo” sia Beck (Beck 2000) che
Giddens (Giddens 1994).
[19] Sulla
distinzione tra “paura” e “angoscia”, cfr. S.Freud, Inibizione, sintomo e
angoscia (Freud 1925), e l’ormai classico J.Delumeau, La peur et
l’Occident (Delumeau 1978).
[20] Sulle
metamorfosi persecutorie della paura, cfr. Escobar 1997.
Bauman
nota a questo proposito come la politica, incapace di far fronte allo stato di
insicurezza globale, alimenti di fatto la dinamica persecutoria, convogliando
la paura dei cittadini su problemi di sicurezza personale (Bauman 2000,
pp.55sgg.).
[21] Definendo
quella che egli chiama “euristica della paura”, Hans Jonas afferma: “Soltanto
il previsto stravolgimento dell’uomo ci aiuta a cogliere il concetto di umanità
che va preservato da quel pericolo. Sappiamo ciò che è in gioco soltanto
se sappiamo che esso è in gioco” (Jonas 1990, p.XXVII).
[22] La
soravvivenza del genere umano di fronte alle sfide globali viene definita
efficacemente da Furio Cerutti un “metaimperativo”, vale a dire “una conditio
sine qua non di ogni altro imperativo o metaimperativo” (Cerutti 1995,85).
L’importanza del concetto di “genere umano” per una teoria della
globalizzazione sembra in qualche caso intuita (Beck 1999; Robertson
1999,p.247) ma non ancora pienamente tematizzata.Sul concetto di “genere umano”
come inclusivo delle generazioni future –che è peraltro il tema-chiave di
Jonas- cfr. Pontara 1995.
[23] Cfr., oltre a Mauss 1965, Caillé 1998, Godbout 1993.
[24] Sulla
pratica del dono come “terzo paradigma” rispetto al politico e all’economico,
cfr., oltre a Caillé e Godbout, anche Salsano 1994; e Id. 1998. Sul Terzo
settore come terza forma di “regolazione sociale” fondata su un’economia “solidale”,
distinto sia dalla sfera politica dello Stato sia da quella economica del
mercato, e produttore di socialità, cfr. Revelli 1997, Parte IV.
[25] Su dono e
fiducia, uno dei nessi più interessanti che non è possibile sviluppare qui,
cfr. Godbout 1998.
[26]
Nancy,1992. Per quest’accezione di “comunità”, la cui fonte riconosciuta è
Georges Bataille, cfr. anche Blanchot 1984, Esposito 1998; Cacciari, 1997.
[27] Mi limito
qui soltanto a suggerire che una fondazione emotiva e antropologica della
responsabilità potrebbe fare, per così dire, da trait-d’union tra la
visione ontologica e aprioristica di Bauman (Bauman 1996) e la teoria
deontologica di Jonas (Jonas 1990).
Tratto da D. D'Andrea, E. Pulcini ( a cura di), Filosofie della globalizzazione, ETS, Pisa 2001 (ristampa 2003).
Si ringrazia ETS Edizioni per aver autorizzato la pubblicazione.