ARTICOLI E SAGGI 04/04/2006 Giuseppe Limone - La persona come nuovo alfabeto di senso nel villaggio dei diversi
Emerge
prepotentemente, nell’attuale temperie di civiltà, l’esigenza di un nuovo
alfabeto di senso che sappia proporsi come alternativa allo scontro e
all’incomprensione fra le culture. Noi crediamo che un tale alfabeto sia
approssimabile attraverso uno scavo rinnovato di tradizioni da cui far emergere
indicazioni per un bene comune di secondo livello, nella scoperta di un
alfabeto di comunicazione celato nelle pieghe della storia e rivelabile, oggi,
forse, a una nuova scala della percezione del senso.
Si
tratta, per così dire, di conquistare la valenza simbolica di un nuovo
passaporto fra le culture. Un ‘passaporto’, infatti, è, a ben guardare, uno
strumento di conversione. Conversione in termini di spazio, di tempo, di
velocità relazionali, di culture, di appartenenze, di modelli, di idee, di
percorsi intorno all’uomo e all’umanità, di vissuti, di stili di vita, persino
di paure e di risorse, di ‘identità’.
Non
possiamo nasconderci che viviamo, oggi, in un mondo di prossimità coatta.
Nel pensare la civiltà interetnica, infatti, dobbiamo saper sgombrare il
terreno dalle troppo facili immagini di gioia che ne accompagnano l’esaltazione
oleografica nel sottolinearne le forme nuove di comunicazione e di meticciato.
Bisogna saper non commettere l’errore, in questo senso, di pensare noi
stessi secondo un modello angelistico di
disponibilità e di altruismo, perché non ci è lecito dimenticare l’uomo reale e gli uomini reali che siamo. E ciò, nella consapevolezza di quel pensiero forte di Pascal che sempre ci ricorda – contro ogni generoso e sprovveduto ‘angelismo’ (oggi si direbbe ‘buonismo’) – che ‘chi vuol fare l’angelo, fa la bestia’. Ignorare la realtà delle proprie tensioni negative e delle proprie paure profonde è, infatti, il più insano contributo a lasciarle incustodite.
La sfida
che ci sta davanti, oggi, infatti, è alta e di lungo orizzonte – e può essere
vinta solo se siamo coscienti dei pericoli cui andiamo incontro e delle risorse
che possiamo, se vogliamo, mobilitare, in noi stessi e fuori di noi, per essere
adeguati al cimento. Gli uomini dell’Occidente vivono, oggi, a una soglia
critica, che si propone loro quale arduo banco di prova. E’ quella soglia
che riguarda il rapporto fra l’identità e l’alterità – che tocca,
cioè, il proprio livello di diversità sostenibile. Si tratta di un
problema, simmetrico a quello – ben vivo in un’epoca in cui si parla di
‘clonazione’ – che concerne, per altri versi, il proprio livello di somiglianza
sostenibile. Si pensi – per avere solo una prima percezione dei due massimi
valori di soglia entro cui ognuno è chiamato a vivere la propria identità
sostenibile – a due precisi poli di oscillazione che lavorano
nell’uomo, in segreto: alla paura del sosia e alla paura del mostro.
Potrebbe dirsi che l’identità singolare di un uomo – di ogni uomo – è
nell’elaborazione inconscia e complessa di un vissuto che sappia tenersi
lontano dai bordi catastrofici di questo duplice possibile lutto. L’uomo – ogni
uomo – vive, sommerse sotto il tempo diurno della propria coscienza, alcune precise
e permanenti percezioni di soglia – ne sia consapevole o no. Ho paura sia
dell’altro troppo uguale a me, sia dell’altro troppo diverso da me. L’arrivo
improvviso dell’altro mette in vibrazione segreta questa soglia. Se, poi,
questo arrivo è massivo e repentino, ciò mette contemporaneamente alla prova
altre soglie critiche: quella dei mutamenti sostenibili e quella della loro
rapidità. E la risonanza molteplice provocata da simili eventi può diventare,
in me, ingovernabile, mettendo in moto distruttivi meccanismi di autodifesa,
come pregiudizi, proiezioni disconoscitive, immaginazioni persecutorie, delirii
d’innocenza e di colpa – tutto quel ventaglio regressivo di sindromi che
attivano il fenomeno del ‘capro espiatorio’. Posso sentirmi, a un tratto, sradicato
in casa mia. Posso cominciare a vivere quell’inquietudine segreta che oscilla
fra una coatta, omologante appartenenza che mi schiaccia nell’identità
collettiva e una totale disappartenenza che mi strappa dalla radice. E
questa mia inquietudine sommersa può entrare in risonanza con quella di tanti
altri, generando spirali di reazioni e gorghi emozionali di massa che potranno
venire, in momenti topici, allo scoperto improvvisi, determinando
movimenti regressivi di massa. Si pensi a ciò che ha scritto, su questo
punto, in pagine acutissime e dure, Elias Canetti (ci riferiamo, naturalmente,
al suo Massa e potere).
Guardando
oggi alla città della complessità, noi siamo chiamati a una precisa
elaborazione di ricchezza, che nasce dalla necessità di una risposta alta
all’elaborazione di un lutto. Il lutto di non essere più nella nostra casa come
prima. Il lutto di non starci più comodi come prima. Il lutto di dover
abbandonare la nostra consolidata quiete vegetativa. Il lutto di essere stati
proiettati, da fermi, in una inevitabile condizione itinerante, a più
strati – quasi di migranti in casa propria.
In questo
senso, l’idea di un passaporto culturale e ideale come alfabeto essenziale per
la città interetnica prossima ventura ci affaccia, in modo efficacissimo e
straniante, sul nostro inevitabile futuro. Siamo, infatti, chiamati, in questa
prospettiva di guida, a dimostrare, agli altri e a noi stessi, di essere capaci
di idee adeguate, in senso forte, per il nostro futuro – perché siamo
convocati, consapevoli o no, in un mondo poliprospettico, in cui, da
un lato, nessuna prospettiva può aspirare più a essere centrale e in
cui, dall’altro, la nostra stessa prospettiva non tollera di
distanziarsi così tanto da noi stessi da farci sentire disidentificati. Senza
molteplicità non viviamo, senza identità non resistiamo. Siamo invitati, in
questo cimento difficile, a un duplice salto mortale, in cui ne va di noi
stessi. Di noi stessi e delle generazioni future.
Facciamo
parte di un mondo – si dice – che ha perso il centro e che, nel soffrire una
simile perdita, vive, da un lato, l’ennesima ferita narcisistica che
accompagna il cammino umano dalla modernità ai nostri giorni, e che, dall’altro,
spinge all’alternativa secca fra un possibile arricchimento da trauma e
la morte. L’opportunità di convertire la propria identità
personale nella prospettiva dell’altro ci costringe, infatti, a una
ginnastica mentale continua e ci rende prossimi a una molteplicità di
vissuti che ci mettono sul ciglio della vita nella dura e improvvisa necessità
di capire. Siamo sui bordi del nostro vivere precedente – ed è dalla cultura
dei bordi che emergono i valori. E siamo, a un tratto, costretti a
reimparare un’antica lezione – una lezione che già conoscevano i greci, quando
sapevano che la violazione del confine è dolore. Ed è all’individuazione di
questa sapienza dei bordi che noi oggi diamo, sempre più spesso, e con
significati da cogliere a molti livelli, il nome di sostenibilità.
Una città
ha molti muri, interni ed esterni; molti spazi, aperti e chiusi; molti confini,
fisici e simbolici. Essa mette insieme persone e facce diverse, con provenienze
e tradizioni molteplici, nessuna delle quali può dirsi centrale. Essa mette in
comune e toglie centralità. In questa situazione, siamo chiamati a una duplice
operazione di vita: una di conversione, con cui riuscire a vederci dal
punto di vista dell’altro; e un’altra di pluralismo prospettico, che non
necessariamente conduce a un neorelativismo – perché anche il
relativismo, in realtà, è prospettiva che aspira ad essere centrale, per lo
meno in quanto tenda ad assumere come privilegiato un ipotetico osservatore
‘esterno’ in cui identificarsi. Un tale pluralismo, infatti, deve poter
affermare una molteplicità di prospettive a partire da più centri, allo scopo
di preservarne quanto è degno di rispetto e di riflessione. Bisogna, a tali
fini, effettuare un’operazione difficile e rischiosa. Noi, infatti, possiamo
avere vissuti in comune con altri solo nella misura in cui troviamo un
senso comune al nostro viverli in comune.
Nella
città bisogna riuscire a sperimentare non solo rapporti formali, ma anche –
diremmo soprattutto – liberi rapporti informali, momenti veri in cui
conquistare non tanto l’integrazione, ma una rete d’interazioni mobili e
abituali, in cui, per così dire, ‘giocando rapporti spontanei’ (nei luoghi di
ritrovo, negli spazi sportivi, nelle occasioni d’intrattenimento, etc.), si
rinegoziino desideri, talenti, culture, abitudini, paure, risorse, identità. Si
tratta di situazioni, certo, in cui ci si espone, entrando in un rischio
calcolato e sapendo di mettere in crisi alcune precise soglie di percezione, ma
non abbiamo altre strade.
Molti
secoli fa l’uomo, come è noto, si radicava in un luogo per vivervi quasi tutta
la vita. Oggi siamo chiamati, invece, a sradicarci di continuo. Nello spazio,
nel tempo, nelle consuetudini mentali. Ciò accade anche per la nostra
rappresentazione del mondo. Il mondo è, come è noto, anche l’insieme delle
rappresentazioni che ne abbiamo. E anche la vicenda delle nostre
rappresentazioni che si succedono nel tempo e che una volta accompagnavano fisse
almeno una generazione di persone – laddove, oggi, mutano traumaticamente
più volte, anche nello spazio di una sola generazione, sradicando l’uomo
reale da sé stesso e mettendo in crisi la stessa sua capacità neuronale di
convivere con la permanenza di un tale trauma strutturale.
In questo
senso, non va dimenticato che uno dei problemi del nostro tempo è nel fatto che
quasi tutte le discipline specialistiche sono entrate in corto circuito fra
loro, vivendo la messa in questione di consolidati apparati epistemologici che
ne costituivano i precisi recinti di sicurezza. Le prospettive, i lessici, i
metodi in cui le diverse discipline si erano radicate non sono più certi dentro
la propria quieta giurisdizione, ed è il proprio stesso lessico – qualche volta
il proprio stesso metodo – ad essere messo in discussione. Ne nasce un
terremoto simbolico dalle proporzioni dirompenti, da cui è necessario imparare
ad estrarre, se si riesce, un effetto virtuoso. Una volta si riteneva
epistemologicamente eretico che un economista potesse pensare, nel proprio modo
di ragionare e di costruire modelli, anche all’etica – perché il suo specifico
assetto disciplinare non consentiva un siffatto snaturamento di purezza. Così
come era certamente eretico pensare che nella tecnologia potesse entrare la
psicologia, o nell’ingegneria la filosofia, o nell’urbanistica l’etica e
l’epistemologia. Eravamo abituati a ritenere che la scienza si fondasse su un
modello epistemologico proprio e separato e che, attraverso di esso,
‘producesse’ il suo oggetto. Infatti, come si sa, l’oggetto della scienza non è
quello ‘reale’ o ‘materiale’, ma quello ‘formale’, da essa stessa, col proprio
metodo, proiettivamente generato. Ma potremmo qui dire che quell’‘oggetto
reale’, inteso nella sua complessità non formalizzabile a una sola
dimensione, oggi quasi si vendica delle mutilazioni subíte e rivendica pertanto
i diritti della sua ‘residualità’ irriducibile. ‘Residualità’ che non è solo
quella eccedente una singola disciplina, ma anche quella eccedente l’insieme di
tutte le discipline specialistiche, che non riescono a governarla. Ci moviamo
pertanto, oggi, all’interno di un orizzonte cognitivo in cui le diverse
discipline si riconoscono messe in crisi nel proprio stesso, consolidato e
venerabile, confine epistemologico – perché il discorso del metodo che
produce il suo oggetto formale non rende più sul piano cognitivo. Amartya
Sen, il grande economista contemporaneo insignito del Premio Nobel,
argomentativamente riconosce che, nel mondo della complessità, il modello
epistemologico classico dell’economia, fondato su un certo concetto
dell’‘utile’ (quale ‘utile’?) e di un certo attore qualificato, l’‘homo
oeconomicus’ (quale ‘homo oeconomicus’? Pensato come?) – questo modello
epistemologico, pur forte e consolidato, non regge più. E non regge anche alla
luce di una riconsiderazione degli stessi classici fondatori della scienza
economica, come Adam Smith. Non si sottovaluti il problema. L’idea di una certa
‘scienza economica’ non è un puro modello teorico, perché, sulla base
del suo essere, ha un proprio preciso operare che entra direttamente
nella vita pratica degli attori sociali, producendo effetti precisi, anche
attraverso la trasformazione degl’interessi reali degli uomini nell’immagine
che la scienza economica ne dà. Si tratta, come è noto, di modelli teorici
che producono direttamente effetti pratici, allo stesso modo in cui, per certi
versi, la scienza è diventata, oggi, direttamente tecnoscienza[1].
Non a caso, attualmente, un valore apicale emergente è quello della sostenibilità,
che, a ben vedere, non è puro concetto legato alla necessità di preservare
l’ambiente e di consentire la sopravvivenza alla specie, perché rivela, a chi
lo guardi con attenzione, un significato molto più generale e complesso.
Possiamo dire, da questo punto di vista, che può parlarsi di un principio della ‘sostenibilità’ a più livelli: 1. A un primo livello, quello ‘ambientale’, in cui al centro dell’attenzione è il mantenimento delle condizioni naturali e circostanti sulle cui basi rendere possibile la vita umana e le ‘biodiversità’. 2. A un secondo livello, quello epistemologico, in cui al centro dell’attenzione è la rimessa in discussione di tutti i protocolli delle scienze specialistiche, nella misura in cui il proprio oggetto di studio entra in crisi nell’universo della complessità. 3. A un terzo livello, quello culturale, in cui al centro dell’attenzione è la conquista di un terreno interculturale in cui sia fissato il metaalfabeto di base in cui le diverse culture, nella medesima logica della ‘biodiversità’, possano coesistere e interagire. 4. A un quarto livello, quello interpersonale, in cui al centro dell’attenzione è la conquista di un concetto di ‘uomo’ e di ‘umanità’ che non parta più dall’‘uomo in generale’ ma dall’uomo concreto e dalla sua capacità di generare riflessioni degne di mettere in discussione qualsiasi ‘universale’ pensato troppo presto – come, cioè, un ‘universale chiuso’.
Il
paradigma della ‘sostenibilità’, quindi, come il paradigma della ‘complessità’,
non potrà, a questo livello di sguardo, non investire l’assetto epistemologico,
concettuale e lessicale, di tutte le scienze. Anche in questo senso, la figura
di un ‘passaporto’ culturale ideale può diventare simbolo forte di un nodo
essenziale. Siamo chiamati a transitare, oggi, a partire dalle nostre realtà e
dai nostri vissuti, attraverso diversi punti di vista che, pur non
snaturando il nostro luogo di radicamento, lo aprano a una fantasmagoria di
nuovi significati, come nei giochi prismatici di un cristallo che da una sola
luce sprigioni innumerevoli colori. E ciò dobbiamo imparare a farlo, anche se
un tale gioco del guardarsi dal punto di vista dell’altro è stato messo in crisi
dalla cattiva comprensione della risorsa cognitiva che è l’altro.
La città
interetnica, presente e futura, è il parafulmine e il giacimento di questa
possibile ricchezza futura, che non è né facile né a portata di mano. Per
capire le tante cose che riguardano una tale città, infatti, bisognerà
conquistare un’architettura di spazi e di tempi che offrano l’opportunità di
mettere in circolazione, in un rapporto faccia a faccia, i vissuti. Certo, ciò
non potrà certo farsi a partire da una logica interamente pianificata
dall’alto, ma bisognerà saper guidare, secondo una misura di vivibilità degna,
i processi.
E’
importante, a nostro avviso, qui, riferirsi al concetto di ‘persona’, còlto nel
suo significato complesso: in ciò che afferma e in ciò che nega – a partire
dalle sedimentazioni culturali molteplici che vi si sono stratificate, in
termini di ‘genealogia’, di ‘archeologia’ e di ‘riserva di senso’.
L’idea di
‘persona’, infatti, se intesa nel suo senso forte, può individuare, nel tempo
presente, un alfabeto di secondo livello in cui ogni lettera già costituisca
un’unità di senso. Questo alfabeto è diverso dal semplice linguaggio, perché si
dovrà poter, attraverso esso, decostruire tutti i linguaggi – culturali ed
etici – in circolo, allo scopo di costituirli in relazione.
L’idea di
‘persona’ è un’idea che viene da lontano – e siamo convinti che solo oggi
possiamo, forse, capirne veramente la forza.
Secondo
Karl Popper, illustre epistemologo del Novecento, possiamo riconoscere, nelle
modalità del processo conoscitivo, tre livelli specifici: 1. quello che
si lega alla realtà esperienziale della ‘cosa’ – quella che tocco e percepisco
come ‘oggettiva’; 2. il livello che si lega al ‘mentale’ – alla possibilità di
restituire, all’interno del pensiero, ciò che vedo, sento e percepisco. 3. il
livello, infine, – che Popper chiama del mondo tre –, in cui si dànno
modelli mentali complessi attraverso cui noi costruiamo e ricostruiamo il mondo
dell’esperienza. Potremmo dire che questi ‘modelli’, da un punto di vista
antropologico e conoscitivo, fanno parte di noi, del nostro mondo essenziale,
perché noi “siamo”, in qualche misura, i nostri stessi modelli di pensiero – e
ci confrontiamo a partire da essi, comprendendoci o fraintendendoci. Non solo.
Potremmo anche aggiungere che questi stessi modelli del mondo tre hanno
una loro resistenza e durevolezza: sono, a loro modo, ‘cose’ – da
cui non possiamo prescindere. Facendo fruttificare, certo, a modo nostro, una
tale intuizione popperiana, possiamo dire che uno dei modelli mentali,
difficile da capire ma essenziale, con cui dobbiamo fare i conti per
approssimare e comprendere l’uomo – sorta di polpo cangiante a mille facce e
prezioso – è, appunto, l’idea di persona. Si tratta di un modello
mentale la cui esistenza, d’altra parte, non nega ma afferma l’esistenza di
quell’ente empirico, l’uomo, guardato nella sua distinzione da ogni altro e
nella sua relazionalità.
Se
partiamo da questo punto di vista, quando ci confrontiamo con un’idea di città,
con la sua organizzazione di spazi e di vissuti (c’è un vissuto degli spazi,
come c’è un vissuto dei tempi), dobbiamo saper compiere un preciso sforzo di
pensiero per comprendere quanto dell’idea di persona ci sia pervenuta dai
secoli passati, quanto in essa si sia progressivamente affinato e quanto di
essa sia stato invece perduto e debba essere, invece, al più presto recuperato.
Porremmo qui, all’origine di questo discorso, una distinzione istituita da
Jacques Lacan, secondo il quale, quando abbiamo a che fare con un essere umano.
Dobbiamo cogliere la differenza tra il ‘bisogno’ e la ‘domanda’: sapendo
distinguere fra ciò che empiricamente leggiamo nelle espressioni
manifeste di chi a noi si rivolge e quanto, invece, noi possiamo e dobbiamo riconoscere
in ciò che empiricamente leggiamo. Bisogna saper leggere, cioè, nel
bisogno la domanda. Se guardo bene nell’esperienza, infatti, capisco che – sotto
e oltre quel bisogno – c’è un’ulteriore forma di bisogno inespresso
in cui si rivela l’effettiva domanda. La nostra capacità deve consistere,
quindi, nella potenza di capire che cosa, sotto quel bisogno, vive come
bisogno informulato.
In una
città di vissuti diversi e di migranti dobbiamo saper capire i bisogni,
ma soprattutto la domanda. A volte il bambino ritiene di avere ed
esprimere un preciso bisogno, ma, in realtà, a ben guardare, egli ci sta
rivolgendo una diversa domanda. Una nota psicoanalista presentava una
simile situazione con una metafora felice: “…Come faccio a dire alla mamma di
questo ragazzo che, nel momento in cui egli le chiede senza tregua una macchina
molto grande e vistosa, le sta semplicemente esprimendo, in maniera
informulata, una domanda d’amore?”.
Da questo
punto di vista, diremmo che in tutte le civiltà c’è stata sempre un’idea
dell’altro. Noi, in quanto europei, abbiamo a che fare con alcuni archetipi
dell’altro che ci vengono dalla tradizione greca. A tal riguardo,
consiglieremmo un bel libro di Andrea Tagliapietra, La metafora dello
specchio, in cui si affronta, fra l’altro, il problema dell’alterità nel
mondo antico. In quel mondo in cui al nomade barbaro l’uomo greco fieramente si
contrapponeva, ritenendo, nella sua prospettiva, di appartenere a una ‘nazione’
di cui l’altro era privo. E, a ben guardare, una tale alterità del ‘barbaro’
era precisamente, non a caso, legata al linguaggio, perché il ‘barbaro’,
etimologicamente, altro non è che colui che ‘balbetta’ la nostra lingua, in
quanto non la conosce bene – ed è colui che, balbettandola, non sa che balbettare
il nostro universo di valori.
Ci sono
alcune figure dell’altro che sono, per così dire, mitizzate – in quanto
espresse nella forma risolutiva del mito. Una rilevante figura dell’altro è
certamente Artemide, dea che designa l’ordine della città intesa nei suoi riti
di passaggio, in un ordine sancito e pacificato dalle regole cicliche
che governano la realtà. Altra figura dell’altro è certamente la Medusa,
la Gorgone, in cui l’altro appare così orrido e altro da
non poter sostenersene lo sguardo senza trasformarsi in immobile pietra.
Posso solo guardarlo, quest’altro, attraverso lo specchio, e solo in questo
modo mi salvo. Altra figura dell’altro è, ancora, Diòniso, che è l’altro
in quanto può emergere, improvviso e incontenibile, in qualsiasi momento
e da qualsiasi parte, sconvolgendo il nostro mondo con una forza ‘nuova’, non
necessariamente negativa, perché il suo poter mettere in crisi un intero mondo
è anche il suo permanente e profondo poter mantenerlo vitale.
A partire
dall’antica Grecia e da altri tempi e spazi culturali, si può seguire, così,
passo dopo passo, il costituirsi progressivo, come per caso, di un’idea di
‘persona’, che appare, a un certo punto, il crogiolo di molti itinerari.
Ma a un certo punto, alla soglia del moderno, è come se questa sedimentazione
culturale s’interrompesse, in quanto non più sufficientemente impiegata e
valorizzata. Sembra, infatti, accadere che l’idea di ‘persona’ venga
prevalentemente sostituita dall’idea di ‘individuo’, più cònsona all’emergente
modello epistemologico della scienza e dello Stato moderni, aventi per
oggetto di discorso atomi costituenti gli insiemi – ossia, appunto, gl’
individui.
Che cosa
siamo in grado, oggi, di portare noi europei, del nostro corredo ideale, al
dialogo comune col mondo contemporaneo, nel momento in cui preme il bisogno di
una ‘civiltà interetnica’? È noto che l’Europa può essere considerata una sorta
di penisola dell’Asia con funzione di ponte. Direi, in un tale contesto,
che l’Europa può essere vista, insieme con l’area mediterranea che ne
costituisce momento essenziale, come una cerniera di mediazione permanente
all’interno di un grande itinerario e di un grande crogiolo. E’ in questo
itinerario e crogiuolo che è nata la
‘persona’.
L’idea di
‘persona’ nasce infatti, a ben guardare, all’incrocio di modelli – come conio
di molti martelli. Per sintetizzare, vorremmo solo, qui, indicare un percorso,
esprimibile in più momenti e più stadi.
Un primo
momento mostra come il modello culturale greco trànsiti nel modello romano,
universalizzandosi, e, attraverso questo, nel mondo euromediterraneo.
Come si sa, la Grecia fu conquistata politicamente da Roma ma conquistò
culturalmente i suoi conquistatori, anche se, al tempo stesso, fece transitare
nel mondo di allora il criterio culturale di una sapienza civile fondata sul jus,
su un ricercato bilanciamento di differenze e di forze, sulla
ponderazione dell’aequitas.
Un altro
momento mostra un modello ebraico – antitetico a quello greco – che entrerà
fino in fondo a far parte della tradizione europea. L’avvento del cristianesimo
farà, come è noto, emergere un ‘modello cristiano’, che si svilupperà solidale
con un modello ebraico-cristiano.
L’incrocio
storico fra questi modelli costituirà, come è noto, in una gestazione
millenaria, un significativo embrione per la genealogia di quell’idea di
‘persona’ che solo oggi, forse, possiamo veramente capire nella sua ricchezza e
profondità. Preferiremmo qui dire idea di persona più che concetto,
perché il ‘concetto’ sembra aver da fare con una sorta di inferenza logica in
cui si colgano tanti soggetti per ‘dedurne’ e ‘calcolarne’ il concetto.
Preferiremmo, quindi, parlare di idea perché qui, in realtà, la
‘persona’ rappresenta un modo, opzionale ed essenziale, di guardare
l’uomo, ma senza la pretesa di dedurlo da ciò che l’esperienza,
da sé stessa, non dice. Dentro l’idea di ‘persona’ balugina, infatti, la
scintilla di una precisa scelta di prospettiva, di un asse di vita, di
una fede assiologia forte. La sua idea.
A ben
vedere, già dalla matrice greco-romana, dal commento su un possibile incrocio
di étimi che concernono l’uomo, può derivare una precisa suggestione. L’“uomo”,
che in greco è ánthropos, in latino è homo. ‘Homo’ sembra
derivare da ‘humus’ (terra), e ‘anthropos’ da ‘ana-trepo-ops’ (rivolgere gli
occhi verso l’alto, o a partire dall’alto). Due origini diverse sembrano
esprimere, qui, se incrociate, una felice suggestione comune, da cui emerge una
civiltà: essa presenta l’uomo come un ‘essere fatto di terra che guarda in
alto’. L’uomo è fatto di terra e torna alla terra. Eppure, nel suo essere terra,
ha un rapporto costitutivo con l’alto. Potremmo anche dire, in
questo intersecarsi di suggestioni, che l’uomo concreto vive
nell’oscillazione costitutiva e sostenibile fra l’essere di terra e il
guardare in alto.
Guardiamo
al modello greco-romano e al modello ebraicocristiano. Che cosa arrecano questi
modelli nella geneaologia della ‘persona’? Direi, qui, che il primo modello
porta nel suo inconscio due esigenze e prospettive essenziali. Spesso si dice
che persona, nel suo étimo antico, significa ‘maschera’ – ed è così
anche il corrispondente termine greco, ‘prósopon’. Ciò fa pensare,
indubbiamente, ictu oculi mentis, a ‘qualcosa che nasconde qualche altra
cosa’. Ma l’idea della maschera può condurre, contemporaneamente, anche
altrove. Essa è, infatti, ciò che mi consente di essere in una
situazione in cui avere quella maschera – anzi ‘essere quella maschera’ è
l’unico modo possibile, in quel contesto, per dialogare con gli altri.
In questo
senso, quella maschera è la messa in forma della mia relazione con gli altri
– anzi è l’unica maniera attraverso cui posso entrare in relazione con gli
altri. Altrimenti, non sarei riconosciuto, o meglio: non sarei. Senza quella
maschera, in quel contesto, non sarei nessuno. La maschera, da questo punto
di vista, non mi nasconde, ma mi fa essere. Io, in realtà, non sono l’altro
ma in una rete costitutiva con gli altri che mi fa essere l’altro
di essi, così come essi sono l’altro di me. Gli altri, in qualche misura,
nel loro essere altri e in relazione con me, mi fanno essere ciò
che sono.
Un tale
modello può acquistare, a questo punto, un suo forte significato nella misura
in cui, a un certo livello di maturazione, l’inscriviamo nel modello
razionalista tipico dell’illuminismo greco, quando, cioè, il rapporto dell’uomo
col dio muta. L’uomo, in tale stadio, non è più interamente soggetto al
dio, perché, in notevole misura, se ne emancipa, se e in quanto sottopone quel
dio e quel divino al criterio di misura della sua ragione. I sofisti
cominciano, come si sa, a pensare all’uomo come a un vivente che può produrre
un ‘artificiale’ – e questo ‘artificiale’ può essere anche il nomos, la
legge – innescando, così, una catastrofica rivoluzione nel mondo dei miti.
Vorremmo
qui sottolineare che è importantissimo studiare il mondo degli dèi così come
prospettato dalle culture e dalle teologie, perché studiare gli dèi – si sia
credenti o no – significa poter cogliere un livello profondo del mondo
degli uomini, livello che altrimenti perderemmo e la cui esplorazione, invece,
ci consente di capire, attraverso l’immagine del dio in cui l’uomo crede,
l’immagine che egli segretamente coltiva di sé. Diremmo che, piuttosto che
domandarsi “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, dovremmo domandarci piuttosto
“dimmi che dio hai e ti dirò chi sei”. Il dio è, in questo senso, il
grimaldello intelligente con cui possiamo entrare nel mondo dell’uomo e della
sua immagine di sé. E’ il riflesso forte e ineludibile di ciò che noi crediamo
e rappresentiamo di noi, del nostro modo profondo di guardarci come uomini,
indipendentemente dal fatto che questo dio esista – e, forse, indipendentemente
anche dal fatto che a questo dio noi veramente crediamo.
Nell’universo
greco, quindi, la ‘ragione’ genera la nuova terraferma simbolica che l’uomo
costituisce nei confronti del dio. Il modello razionale non è, però, un
modello personale perché in realtà, col dio greco, l’uomo greco non
parla – e non riesce neanche a parlare. Walter Benjamin mette bene in evidenza
questo punto quando sottolinea che l’eroe greco è tragico in quanto non sa
perché gli è accaduto ciò che gli è accaduto – né c’è un dio che gli risponda.
Gli dèi greci, con le loro vicende troppo umane, sono una segreta nomenclatura
dei profili e dei vizi dell’uomo, perché il vero dio greco, quello che può
tutto e nei confronti del quale nulla può dirsi né domandarsi, questo dio
non è Zeus, ma il Fato. Solo il Fato è onnipotente. Zeus stesso non può
fare nulla contro il Fato, nemmeno salvare il figlio Sarpedonte dalla morte cui
è destinato sul campo di battaglia. E, d’altra parte, l’uomo greco non può
parlare col Fato, che afferma per fatti concludenti ciò che accade, senza mai
giustificare (né potrebbe in alcun modo concepirsi come giustificante o come
rivolgente parola) ciò che accade. L’eroe greco si trova in una situazione
morale migliore del suo dio, dice Benjamin, eppure gli soggiace. Un tale
modello razionale, quindi, che guarda muto e atterrito a questo Dio, mi mostra
un dio che mi espone la necessità imperiosa delle cose ma col quale non ho
dialogo e verso il quale io stesso mi scopro come il puro intreccio dei generi
che ciclicamente soggiacciono alla vicenda delle cose. Eppure, come dice
Eric Voegelin, nel mondo greco nasce l’anima. Perché l’anima nasce nel
momento in cui c’è qualcuno – l’uomo – che crede di possederla. E l’anima è il
potere critico della ragione nei confronti degli eventi. E, d’altra parte,
anche nel momento in cui il Fato, nel modello aristotelico, diventa il Dio che
è ‘pensiero di pensiero’, ossia pensiero di tutte le forme – le essenze – che
si dànno nell’universo, nemmeno in questo momento il modello ‘razionale’
diventa modello ‘personale’. Non risponde a un criterio personale il Dio che
pensa il mondo come insieme di essenze. Non risponde a un criterio personale
l’uomo in quanto pensato come essenza. Non risponde a un criterio personale
l’uomo pensato come intreccio di essenze che si ripropongono ciclicamente nella
vicenda delle cose.
Se invece
osserviamo il modello ebraico – in seguito modificato e trasformato dal
cristianesimo –, troviamo un modello costitutivo di relazione interpersonale,
perché rinveniamo al suo interno un Dio che è onnipotente e dialoga. Egli è,
per certi versi, il fato greco fatto persona. Dio risponde ed entra in dialogo
con l’uomo. Egli lo guarda non solo nella sua appartenenza al popolo, ma nella
sua irriducibile singolarità. Penetrando, quindi, nell’inconscio culturale
dell’uomo ebraico, io capisco che questo medesimo uomo che parla con Dio (e
che, come Giobbe, duramente si lamenta con lui della sua singolare
condizione di dolore), questo medesimo uomo si sente persona. E si sente tale
perché vive la sua identità relazionale con Dio in una propria dialogicità essenziale.
Nel
momento in cui avviene, poi, la grande espansione romana e il genio politico di
Roma si diffonde nelle forme del suo impero, questi due modelli – quello
greco-romano e quello ebraicocristiano – entrano in radicale conflitto fra
loro. Si tratta di due modelli antitetici, perché l’uno, quello
ebraico-cristiano, guarda a un Dio potente, che può fare qualsiasi cosa, e
l’altro, quello greco-romano, guarda, invece, a un empireo di forme in cui una
razionalità investigativa si rivolge alla vicenda dell’uomo.
Ma questo
conflitto è la storia di un intero millennio, il Medioevo, che sarà chiamato a
compiere una straordinaria opera di mediazione – e reinvenzione –
culturale, di cui saranno fasi cruciali, come è noto, la Patristica e la
Scolastica – e, lungo il loro travaglio, la storia dei Concilii.
Sant’Agostino
capisce che questi due modelli, da cui pur riceve simultaneamente l’influenza
profonda, sono due cose molto diverse fra loro, ragion per cui, a un certo
punto della sua vita, vivrà una precisa scissione. Egli, studioso finissimo di
lettere greche e latine, comprenderà che nel modello greco-romano vive un’idea
di uomo inconciliabile con la fede. E, per questo, drasticamente si allontanerà
dal modello razionale greco-latino – e dal suo mettere al centro dell’idea di
‘uomo’ meriti, potenza e fecondità – ritenendo che la fede cristiana è ben
altro: è l’idea di un uomo fragile e corrotto che, indigente di tutto, dialoga
con Dio e vi soggiace, perché Dio può tutto e lui non può nulla. L’uomo è, qui,
vocato all’inermità radicale e alla possibile fede. In una situazione di caduta
in cui solo la grazia può salvarlo.
I padri
della chiesa hanno vissuto come conflitto ciò che noi oggi, nella nostra beata
incomprensione, riteniamo pacificamente componibile. Si tratta, qui, di
ri-comprendere la grandiosa operazione culturale che un intero millennio, attraverso
il lavoro imponente di pensatori di prima grandezza, compirà, a partire da due
modelli del tutto contrapposti – ed a questo proposito inviteremmo a leggere le
vicende e i dibattiti conciliari, come luogo specifico in cui questo scontro
fra modelli ha sedimentato la sua forza.
Veniamo a
una prima domanda essenziale. Quella domanda che chiede se il Dio ebraico sia
uno solo o se, al suo interno, si dia, come sembra, un dialogo fra dei. A chi
dare ragione? Alla razionalità del modello greco che dice che “uno non può
essere tre” oppure alla fede cristiana che può, invece, senza timore affermare
che “uno può anche essere tre” perché la fede è oltre la ragione?
La prima
risposta sul problema trinitario escogiterà, come è noto, appunto, l’idea di
‘persona’. Dio è uno in tre persone. Cioè, nella vita dialogica di Dio,
abbiamo, prima di tutto, un dialogo all’interno di Dio, nel cui scorrere
vivono figure pensate in relazione. Ogni figura, a guardar bene, è se
stessa ma, per così dire, costitutivamente difettiva dell’altra se pensata
senza l’altra. La logica del teatro è, per così dire, alla portata della vita
di Dio. Si tratta di figure essenziali, che non possono essere pensate le une
senza le altre, in quanto sono parti costitutive della vita di Dio. Queste
figure sono persone. La persona si presenta ancora sulla scena dei
modelli epistemologici come una parte che, in quanto difettiva, entra in
relazione.
Nel
problema cristologico la persona si presenta, per così dire, in maniera rovesciata.
Lì, nel problema trinitario, infatti, abbiamo un solo Dio per natura (ousìa)
e tre persone (tre ipostasi). Qui, nel problema cristologico,
abbiamo, invece, un uomo che è Dio – o che tale si dichiara. Lo è veramente o
finge di esserlo? Una soluzione potrebbe essere quella ariana, in cui l’uomo di
cui si parla (Cristo) è così grande da poter assomigliare a Dio (soluzione
relazionabile, oggi, in qualche misura, al credo musulmano). Una tale risposta
sarà ritenuta eretica, e condannata. Un’altra soluzione, anch’essa condannata,
sosterrà, invece, che Cristo è un Dio che sembra essere un uomo
(soluzione docetista). Si perviene, così, in un vicolo cieco, in un’aporia.
Ma una tale aporia è pensabile solo a partire da una domanda razionale,
propria del modello greco, cui i dotti Padri del tempo non intendono
rinunciare. Bisognerà ubbidire alla logica del modello epistemologico greco o
all’opzione della fede? Anche qui, la soluzione del problema sarà legata a una
reinvenzione semantica della ‘persona’. Cristo, in una tale soluzione, è
l’unione ipostatica della natura umana e della natura divina. Si tratta di una
soluzione che, nella sua consapevole problematicità, significa che Cristo è una
sola persona e due nature – sperimentandosi non solo l’idea che la persona è razionalità
(come anche nel modello greco), ma, al tempo stesso, che la persona è unicità,
non scomponibile in pezzi.
Un
pensatore personalista, Emmanuel Mounier, in un’opera originale e vivissima
della sua pur giovane maturità – opera da molti non compresa, forse perché ricca
di quella semplicità che spesso risulta oscura a chi non sa percepirla al suo
livello di profondità – Emmanuel Mounier afferma, in Il personalismo,
che i greci, nel loro orizzonte culturale, non potevano pensare la persona.
L’affermazione mounieriana è rigorosa. Perché Mounier la enuncia? Che cosa
intende dire? Come Mounier stesso esplicitamente sottolinea, nel modello greco
si guarda l’uomo, ogni uomo, semplicemente come l’incrocio di tante
componenti partecipanti: più elementi della natura si sono incontrati,
cioè, generando l’uomo. L’uomo è, in tale contesto di pensiero, una sorta di
entità costruita per composizioni di elementi caratteristici. L’idea di
‘persona’ reinventata dai Padri della chiesa, invece, attraverso il discorso
cristologico, non è più pensata attraverso la composizione di parti, ma
attraverso l’idea di un unicum di cui non può pensarsi se non ciò che
esso nel suo concretissimo è: il suo unico atto di essere ciò che è. La persona
ha a che fare, qui, con la massima concretezza e non con la partecipazione
delle sue parti. Pensare che un uomo sia solo un incrocio di componenti
significa pensarlo come una ‘copia’. La persona non è una copia, è un
originale.
Tutto
questo travaglio si svolge, come dicevamo, lungo un millennio. Ma esso ha, per
certi aspetti, un suo ultimo coronamento nel Rinascimento: soprattutto, come è
noto, in Pico della Mirandola e in Marsilio Ficino. Abbiamo, infatti, con
questi pensatori, l’idea forte – propria del messaggio ebraico-cristiano ma
calata e specificata nel lessico di un universo platonico – per cui l’uomo è
libertà ed è questa l’unica sua essenza.
Con la
nascita della scienza moderna, soprattutto nel Seicento, accadrà un fatto
epocale. Con essa infatti nascerà, in Europa, – a partire da Copernico, Keplero,
Galileo, Cartesio – un modello epistemologico preciso. La nuova scienza è
atomistica. Pensa che, per conoscere una cosa, la si debba scomporre, smontare,
decostruire. Più smonto, più conosco. E non mi domando – perché una tale
domanda mi farebbe uscire da un tale modello epistemologico – non mi domando
se, mentre scompongo, sto perdendo qualcosa di essenziale. Non me lo domando
perché penso in realtà al puro fatto che, mantenendo, in questo mio scomporre,
ancor meglio il dominio sull’intero, sto conoscendo di più. La vera
conoscenza, infatti, è una propedeutica alla riproduzione.
Vorremmo
suggerire qui, solo di passata, una delle ragioni per cui non bisogna cadere
nella trappola del credere che la conoscenza sia, almeno interamente, neutra.
Jürgen Habermas ha mostrato, nella sua celebre opera Conoscenza e interesse,
come e quanto l’interesse che mi guida nella conoscenza sia interno al
modello con cui conosco: io, infatti, potrei guardare l’oggetto con tanti altri
possibili sguardi. In un tale contesto, il modello tecnico-strumentale –
proprio del pensiero geometricomeccanico e dell’Illuminismo – non è altro che
quel particolare modello di scienza con cui conosco per scomporre, per
dominare, per manipolare. Ma, nel conoscere in tal modo, dovrei anche saper
criticamente interrogarmi su se e su che cosa conoscitivamente io
perda nel comportarmi conoscitivamente così. Ma ciò non faccio, finché
rimango all’interno di quell’interesse epistemologico che mi guida.
La
scienza moderna è, attraverso questo interesse che la struttura, almeno
tendenzialmente, atomistica. E gli ‘atomi’ del sociale, come dicevamo, sono
null’altro che gl’‘individui’. Pensati a partire dal loro essere indipendenti e
uguali, pur nella relazione esterna che possono stabilire fra loro.
Intendiamoci: è, questo, per altri versi, un passo avanti notevole nella
ricerca, per lo meno in quanto prende sul serio la necessità di guardare
l’oggetto della conoscenza ‘laicamente’, in modo preciso e controllabile, a
prescindere da ipotesi di magie e di un ‘divino’ chiamato incongruamente a
‘spiegare’. E’ un modo, infatti, quello moderno, teso a guadagnare procedure di
semplificazione e di universalità, per valorizzare al massimo grado
l’‘individuale’ e la conoscenza che ne deriva. La scienza moderna, quindi,
viene a costituirsi attorno a precisi parametri epistemologici: la
sperimentalità, la ripetibilità, la misura, la
riproducibilità, la controllabilità, la specializzazione.
Essa ragiona, così, al modo in cui progressivamente ragionerà lo Stato moderno
nel pensarsi a partire dai suoi atomi specifici – gli individui.
Hobbes ha lavorato, come si sa, molto sul significato epistemologico della
scienza moderna e ha saputo costruire, nel suo tempo, uno Stato alla sua
misura. Si tratta di uno Stato, infatti, che si emancipa dal divino e mette
insieme gli atomi sociali che, costruendo il grande Leviatano, trovano in lui
la salvezza fisica – laddove la salvezza metafisica è realizzata dalla
fede – attraverso una coesione fra individui che si compie sulla base di una calcolistica
razionale. Gli individui, enti empirici non più divisibili, sono, in questo
contesto, compattati all’interno di un unico meccanismo che salva.
L’‘individuo’,
come dicevamo, è la traduzione latina dell’‘atomo’. Più scompongo, più conosco.
La macchina è il mio specifico oggetto, in quanto, nel mio conoscere, scompongo
e in quanto, nel mio volere che sa del mio conoscere, posso riprodurla.
Allo stesso modo, per conoscere uno Stato, lo scompongo in tanti individui e in
tanti diritti. Per riprodurlo a misura di calcolo razionale.
Un tale
modello epistemologico, che lascia sullo sfondo la persona, configurerà, così,
l’individuo come avente un rapporto diretto con lo Stato, senza
mediazioni di gruppi. Con la rivoluzione francese una tale metafora individualistica
e meccanica apparirà, per così dire, in piena luce: nella sua concezione,
infatti, non ci sono né ci debbono essere gruppi intermedi fra l’individuo e lo
Stato.
Non
vorremmo, a questo punto, indurre a una cattiva interpretazione del discorso.
La scoperta dell’‘individuo’ è stata, a nostro avviso, un guadagno teorico
essenziale. Essa ha costretto la teoria a prendere sul serio l’esperienza nel
suo essere intessuta di fatti individuali e di individuali viventi.
Anzi, diremmo di più: la scoperta dell’individuo ha riscoperto
ciò che della persona era ed è un connotato essenziale, e che pur poteva
restare nascosto nella cultura della relazione: è il connotato costituente
della concretezza dell’uomo – la sua singolarità.
Ma, a ben
vedere, al fondo della crisi del mondo contemporaneo appare anche, alla fine,
il suo connotato radicale: quello che si esprime nella crisi della sua capacità
di incontrare l’altro. Infatti, una logica centrata solo
sull’‘individuo’ e sulle sue caratteristiche, e che consideri la ‘relazione’
solo una possibile ‘aggiunta’ al suo ‘essere’ ciò che è – una tale logica può
avere reali rapporti d’incontro con l’altro solo se e in quanto veda l’altro
come essere a lui omologato. Un bianco vedrà l’altro solo in quanto bianco.
Un occidentale vedrà l’occidentale solo in quanto somigli a un occidentale –
secondo caratteristiche ‘scientificamente’ assunte dalla sua scienza sub
specie aeternitatis.
La
complessità del rapporto con l’altro sta, invece, a ben vedere, all’opposto,
nella capacità di mettere in discussione i propri inveterati modelli di
riferimento. Solo a queste condizioni essenziali – quasi varco spalancato
all’interno del proprio modo di pensare – è possibile, a nostro avviso, darsi
una possibilità d’incontrare l’altro. Altrimenti, incontreremo solo quel
nostro puntuale cono d’ombra, quel nostro mimetico calco, che è la
nostra riproduzione dislocata – e che continuiamo a credere, intanto,
essere l’altro.
Non va
dimenticato, in proposito, che il modello ‘geometricomeccanico’, proprio della
modernità, già alla fine dell’Ottocento entra in crisi; e che il Novecento è
stato il grande teatro in cui il modello della scienza moderna è andato in
pezzi.
Questo
modello era legato, in realtà, a tre miti fondamentali, che assieme profondamente
convergevano nel mito del progresso. Il primo mito era la realizzazione
integrale di un modello deterministico: la scienza moderna va a costituire un
mondo pensato, pressoché esaustivamente, secondo il criterio della causa
e dell’effetto. Il secondo mito era la realizzazione integrale di
un modello di coerenza rigorosa: il poter e dover costruire un sistema,
logicamente coerente, di proposizioni senza contraddizioni, in assenza delle
quali il sistema sarebbe stato fallace. Il terzo mito era quello della
realizzazione di una totalità ben compresa, per raggiungere la quale sarebbe
stata solo questione di tempo: si trattava del pensiero per il quale sarebbe
arrivato un giorno in cui gli uomini avrebbero potuto conoscitivamente
duplicare il mondo, dal punto di vista mentale, in un modo così preciso ed
esteso, da poter convertire il tempo in spazio. La scienza, a un tale grado di
maturità, avrebbe determinato, perciò, al suo stadio culminante, una situazione
in cui, in base a un sistema dato, non ci sarebbe stato più bisogno di
discutere, ma solo di calcolare. Sarà il mito, da un lato, di Laplace e,
dall’altro, di Leibniz.
Si tratta
di tre grandi miti che ruotano intorno al principio del progresso, e che
Laplace aveva sintetizzato affermando che, se noi conoscessimo un giorno tutti
gli stati di forza operanti a un certo momento nel mondo, tutto il futuro,
prossimo e lontano, diventerebbe prevedibile e il tempo non sarebbe che spazio
davanti ai nostri occhi.
Una
concezione uniforme – in cui la scienza si pone di fatto come una
secolarizzazione dello sguardo di Dio – a un certo punto va in pezzi. Essa
conoscerà le sue prime crisi già nell’Ottocento, con gli studi sulla
termodinamica e i movimenti delle molecole al contatto col calore (Boltzmann).
In seguito, come si sa, nella stessa scienza fisica verrà messo in discussione,
attraverso il principio di indeterminazione (Heisenberg), il modello della
scienza classica (cui lo stesso Einstein era legato): principio connesso sia
all’interferenza dell’osservatore con l’osservato, sia agli eventi stessi che
si indagano. D’altra parte, come è noto, nella stessa logica matematica, Kurt
Gödel enuncerà il principio dell’incompletezza (con i suoi due teoremi) secondo
il quale, dato un sistema, esso non potrà mai essere completo, perché ci
saranno sempre almeno due proposizioni al suo interno di cui non potrà
dimostrarsi la coerenza. Sicché sarà necessario ricorrere a un sistema più
potente, cioè più generale, allo scopo di sanare l’incompletezza trovata. Ma
anche per il nuovo sistema si porrà, dal punto di vista teorico, l’identico
problema dell’incompletezza. Se ne conclude che non esiste, quindi, la
possibilità di pensare il metasistema di tutti i sistemi possibili – e ogni
sistema è, per così dire, condannato, dalla sua stessa natura
logico-matematica, ad essere incompleto. È il crollo del mito della totalità.
Noi non possiamo pensare, cioè, a un sistema completo, non per ragioni di
tempo, ma perché non ci riusciremo mai. E’ la condizione stessa del discorso
logico ad avere, al suo interno, questa carenza strutturale.
In
realtà, attraverso questa sua autointerrogazione epistemologica, la scienza
apre la cosiddetta ‘crisi dei fondamenti’. Essa si guarda allo specchio e,
vedendo com’è cambiato il proprio modo di autointerpretarsi, incrocia i suoi
limiti strutturali. Mutano, a questo punto, anche alcune metodiche di fondo,
perché a un atteggiamento mentale che considerava fallace un sistema appena se
ne scoprisse una contraddizione interna, si sostituisce un diverso atteggiamento
che sceglie la diversa strada metodologica di convivere col sistema in
crisi finché non se ne trovi uno ‘migliore’. Su questi aspetti della scienza
contemporanea inviteremmo a confrontarsi con i ragionamenti e l’itinerario di
un illustre epistemologo contemporaneo, Edgar Morin.
A ben
guardare, i totalitarismi del Novecento sono stati l’espressione politica
di questo mito della totalità: l’idea di una scienza che, pianificando tutto a
partire dal vertice uno del suo sapere totale, potesse a giusta ragione assorbire
e sussumere la società civile – e i suoi movimenti – nella
società politica e nello Stato. Con una tale idea di totalità e di
totalitarismo va in rotta di collisione l’idea di ‘persona’.
Va
sottolineato, perciò, qui, che la scienza moderna, nel suo riflettere su se
stessa come potenza cognitiva, entra in crisi in alcuni precisi suoi ‘miti’.
Possiamo, certo, dire che la scienza greca apparteneva, per certi versi, allo
stesso modello di calcolo razionale e previsionale. La differenza
fondamentale con la scienza moderna, come è stato sottolineato, sta nel fatto
che i greci non si preoccuparono eccessivamente della sperimentalità
ingegneristica, riproduttrice, pur essendone del tutto capaci. La scienza
moderna, invece, come è noto, traspone su un piano sperimentale ciò che la
scienza greca aveva già predisposto: l’alleanza tra fisica e matematica. Si
tratterà, cioè, di quel modello ‘geometrico-meccanico’ che, nel corso della
storia della scienza moderna, si trasferirà, poi, anche sul piano delle scienze
biologiche, psicologiche, sociali. E non è un caso, a nostro avviso, che,
mentre entra in crisi, sul piano delle scienze, un tale modello epistemologico,
entrerà in crisi anche, sul piano della statualità, il modello totalitario. Il
quale, a pensarci a fondo, non è stato una mera sciagura del Novecento perché
ha cercato, in realtà, di realizzare la trasposizione, a livello statuale, del
modello di ‘totalità’ che la scienza da tempo coltivava all’interno del suo
mito: l’idea, cioè, di una ragione ‘totale’ che potesse prevedere tutto e che,
quindi, potesse tutto l’imprevedibile ‘asciugare’ in nome di una calcolata
‘totalità’. In un tale contesto teorico, la ‘società civile’, come luogo dello
spontaneo e dell’imprevedibile, non avrebbe potuto più avere legittimo spazio
né scampo, dal momento che, a contrastarla, si sarebbe legittimamente posta una
ragione che ne avrebbe realizzato la doverosa fine, sussumendola nello Stato.
In una tale scienza totale, assunta in proprio dalla totalità dello Stato, non
ci sarebbe stato più posto per lo ‘spontaneismo’ perché non ci sarebbe stato
più posto per l’ingiustizia, cui non sarebbe stato più possibile, né lecito,
sottrarsi al ‘grifos’ – alla rete – della ragione. La ragione, infatti, è la
giustizia. Ma di quale ragione e di quale giustizia si tratta? Di una
giustizia, diremmo, che nulla sa della ‘persona’.
Il
Novecento è stato, in questo senso, un secolo d’incubazione di germi, ma anche
di liberazione. Che cosa deriva, oggi, dalle rovine che ci ha lasciato? Forse,
la nascita di un nuovo paradigma, che non si è ancora concordi nel denominare,
ma che alcuni epistemologi, come Edgar Morin, hanno preferito chiamare
‘complessità’. Si potrebbe dire, in un tale contesto di pensiero in
transizione, che una volta eravamo ‘moderni’, mentre oggi non lo siamo più. E
che solo oggi, forse, possiamo bene capire che cos’è stata la ‘modernità’.
Perché noi capiamo le cose nel momento in cui ne usciamo.
In
realtà, la scienza, da ‘moderna’, transita verso la condizione di ‘postmoderna’
o ‘complessa’, e, pur non rinunciando pregiudizialmente all’idea di un’unità
tendenziale, rinuncia preliminarmente all’idea che questa prospettiva unitaria
possa essere sistemicamente sostantivata in un universo teorico predefinito
come totale. Una tale scienza complessa ‘sa’ che esiste una quota irriducibile
di ‘indeterminismi’ e di ‘luoghi parziali’ – e quindi libera allo sguardo
scientifico zone di incertezza cruciale e di consapevole e responsabile
‘libertà’.
Oggi, a
nostro avviso, è forse il tempo maturo in cui possiamo cominciare a capire, a
partire da noi stessi, il significato della ‘persona’. Perché l’idea di persona
può essere finalmente riscoperta come una geniale invenzione della storia
europea, che ha precorso gli stessi tempi in cui poteva essere capita.
La
‘persona’, in un tale contesto di pensiero, non è soltanto la singolarità
concreta, né è soltanto la sua originalità, il suo essere un
inassorbibile ‘novum’, perché essa è relazione. Non va dimenticato, in
proposito, che la persona concreta è pensabile solo secondo il criterio della
differenza, non dell’uguaglianza. Dico ‘persona’, ma non posso non
intendere ‘persone’. La dicitura di ‘persona’ al singolare è tragicamente
equivoca. Dico ‘persona’ in quanto la intendo distinta e differente da ogni
altra e, al tempo stesso, intendo la sua relazione con gli altri non in
quanto la persona ha relazioni ma in quanto è relazioni.
Non
sembri strano, quindi, che ogni persona vada guardata sempre (anche)
all’interno della sua rete di relazioni essenziali: i rapporti affettivi, la
famiglia, la cultura, l’etnìa, l’appartenenza linguistica e simbolica, la
storia. Ogni persona rappresenta, in questo senso, anche il suo mondo, che è
parte della sua dignità.
Ma c’è
un’altra, essenziale, coordinata della ‘persona’. E’ la ‘profondità’. Questa
‘profondità’ non è l’idea di un luogo mistico che riguarderebbe la persona come
tale, ma è l’idea che ogni persona non si esaurisce mai nell’insieme delle sue
manifestazioni, perché è sempre oltre di esse, più di esse. Ciò
impone un rispetto delle distanze e di una soglia. Si tratta di una soglia che
un mondo culturale ‘osceno’ come il nostro – un mondo ruotante intorno all’idea
che tutto ciò che esiste è ciò che sta sulla scena – questo mondo ‘osceno’
troppo spesso non ha le strutture per capire. Una tale ‘profondità’ può aver,
certo, una sua antica matrice teologica, ma può capirsi benissimo anche senza
di essa.
In una
‘persona’, perciò, noi possiamo veder coincidere la sua singolarità concreta e
la sua pretesa all’universalità. La ‘persona’ è, in questo senso, in quanto
tale, bene comune. Siamo, infatti, con la ‘persona’, davanti a un’invenzione
teorica paradossale, in cui ogni suo bisogno e ogni sua qualità possono essere
elevati, se degni, al grado di una rilevanza universale che metta in
discussione ogni ‘universale’ già costituito. E ciò, pur
essendo la persona, in quanto
tale, ‘parzialità’: perché essa è il suo mancare, il suo esser difettiva.
E la persona, infatti, è difettiva proprio nel momento in cui è ciò che è –
quando è in relazione. Essa, infatti, si caratterizza come mancanza: una
mancanza che è costitutiva. Qui S.Agostino può essere di ausilio
essenziale. Ed è proprio perché la persona difetta che attrae ed è attratta.
L’incontro diventa, in un tale contesto, una necessità. Ma diventa necessità,
al tempo stesso, anche una salutare distanza. Si tratta, infatti, di quel
‘distare’ che fa meglio vivere, spesso, la ricchezza del proprio
essere-in-relazione. Se la persona fosse completa, come l’atomo-individuo, non
avrebbe bisogno di rapporti, che sarebbero sempre e solo ‘esterni’, solo
corrispondenti a eventuali
‘opzioni’.
Noi viviamo, oggi, in un tempo in cui siamo, paradossalmente, più capaci di comprendere, scavando nella sua storia, quest’invenzione semantica che appartiene alla matrice europea. Ma, d’altra parte, diciamo pure che questa ‘persona’ è stata un’invenzione troppo importante perché possiamo lasciarla, oggi, confinata nella tradizione europea e nel cristianesimo – anche perché una ‘persona’ mai è pensabile spazzando via gli spazi intermedi che la legano alla famiglia, ai gruppi, alle patrie, alle culture di appartenenza. Una persona, infatti, non può essere pensata se non nella sua rete di relazioni, a partire dalla sua unicità e profondità.
Il problema d’oggi sta, a ben vedere, nel fatto che, nel pensiero contemporaneo, siamo, ormai, soggetti ad una sorta di intimazione iugulatoria. Che ci pone davanti a un’alternativa che è un ricatto: o ridurci, per pensarci liberi, a singoli individui, abbattendo quindi, in questo sforzo, tutte le strutture intermedie – le famiglie e le culture cui apparteniamo – spogliandoci di tutto e consegnandoci inermi all’universo della comunicazione aggiunta – oppure, all’inverso, considerarci assorbiti nei tanti gruppi e nelle tante comunità cui apparteniamo, che non ci consentono margini di spontanea ricerca d’identità. E’ l’alternativa davanti a cui ci mettono, notoriamente, soprattutto in America, le teorie ‘liberali’ e quelle ‘comunitarie’.
L’idea di ‘persona’ è, in questo contesto dilemmatico, la strada che rompe la struttura concettuale di una tale alternativa, dissolvendo i termini dell’intimazione. Perché questa ‘persona’ è pensata come quella singolarità concreta che, mentre sta in tutti i gruppi in cui è radicata, al tempo stesso è se stessa – unica e differente da ogni altra – nella sua relazionalità con tutti gli altri. Ciò che caratterizza questa ‘persona’, quindi, è non l’uguaglianza, ma la differenza. Ed è dal luogo di questa differenza che essa reclama la sua dignità – ossia il suo diritto a una considerazione universale che sia corrosiva di ogni idea di ‘universale’ formulata troppo presto.
Una persona è, se intesa come tale, un novum. Un novum situato. Ossia un vivente che, pur in relazione (in gruppi, culture, appartenenze), non accetta di essere inscatolato in tipi già fissati, perché, nel suo essere persona, può trovare e far trovare in sé stessa le ragioni forti per mettere in discussione qualsiasi tipificazione consolidata.
Questo essere ‘novum’ della persona indica, in realtà, la prospettiva strategica per cui essa non ha il ruolo di chi deve semplicemente adattarsi a al sistema in cui vive, entrando nel suo letto di Procuste, perché può e deve, invece, poter elevare istanze stringenti a cui l’intero sistema – giuridico e culturale – deve aprirsi per dare risposte sensate.
L’ ‘universale’, in un tale contesto di pensiero, non è mai già dato e l’unità non è mai alle spalle del formulato. Un tale ‘universale’ è molto più vicino a un orizzonte di molteplici che a una unità. E un tale ‘universale’ è specificamente raggiungibile per una via che Emanuele Kant aveva intuito per l’arte, ma che non aveva esplorato abbastanza per le necessità più generali della ragione. Parliamo, qui, del percorso del ‘giudizio riflettente’ – che, a differenza del ‘giudizio determinante’, non muove dall’universale per arrivare al singolare, ma, all’inverso, muove dal singolare per enuclearne un possibile ‘modello’ degno di universale.
Tutto ciò significa ripensare, a questo punto, con progressive approssimazioni, a un’unità di senso essenziale: la dignità. Lavoriamo un attimo su questa stratificazione complessa.
A una prima approssimazione, possiamo dire che l’idea della dignità è il sacro còlto nei limiti della ragione.
A una seconda approssimazione, la dignità è la rappresentazione del bene come fine in sé. Pensando al bene platonico, possiamo dire che la dignità è il bene. Ma, per Platone, il bene è l’Uno, è l’Unità. Nella logica delle persone, invece, la dignità è dell’uomo concreto: e, in un tale contesto, la dignità è il bene di ogni persona – e questo bene è plurale. ‘Plurale’ al punto che questi beni possono anche collocarsi in contraddizione fra di loro, confliggendo fra loro.
A una
terza approssimazione, la dignità è la razionalità e la libertà. L’uomo è degno
perché è razionale e libero. Ma ci basta dire questo? Nemmeno questa
dimensione, a ben vedere, ci basta. Perché c’è l’uomo con scarsa razionalità o
con scarsa o nessuna libertà. Egli non ha dignità?
A una
quarta approssimazione, la dignità è il fine in sé. Nel senso che non posso
trattare l’altro se non come fine. Perché non posso ridurre l’altro a semplice
strumento, economicamente o affettivamente che sia. Considerando infatti un
uomo come un semplice mezzo, arreco offesa alla sua dignità. Ma un passo
ulteriore va, a questo punto, compiuto: perché questa ‘dignità’ non è
semplicemente un dato intellettuale, ma è una forza reale, una ‘maiestas’. Una
‘sovranità’, direbbe Bataille. Una forza potente, vera erede del sacro. Come,
in Vico, il ‘pudore’ è l’erede della ‘pietà’.
A una
quinta approssimazione, la dignità è il bene alla scala del singolo. Bene non
riducibile alla discutibile privativa di Istituzioni che lo dichiarino, ma
nascente dalla prospettiva della persona stessa, pur in un contesto culturale
dialogato. In questo senso, la dignità si pone come un limite alla stessa
libertà, propria e altrui.
A una
sesta approssimazione, questo bene – la ‘dignità’ – appare bene plurale.
E la pluralità, in questo senso, non ne è una deminutio, ma una
ricchezza speciale, per quanto conflittuale.
A una
settima approssimazione, questa dignità è il nome stesso dell’uomo concreto,
della sua irriducibile singolarità. Chi parla, infatti, di ‘dignità’
dimenticando la singolarità concreta in cui essa in modo diversificato
s’incarna, gioca concettualmente con carte truccate.
La
dignità, quindi, non può essere esaurita dalla libertà, dalla razionalità, dai
connotati logici, da puri riferimenti di specie (ladignità dell’uomo ‘come
tale’). Noi ci troviamo in realtà, oggi, davanti a una nuova sfida che coglie
la dignità della persona in una sua precisa trinità semantica: originalità,
relazione, profondità. Un uomo non può essere pensato, in un tale contesto, mai
come una copia, perché egli è sempre, in quanto persona, un originale.
Che
cos’è, dunque, la dignità? Essa è ciò che oggi per noi residua irriducibilmente
del sacro. E’ l’erede del sacro. E’, per così dire, il sacro còlto nei limiti
della ragione. All’altezza del singolo. In questo senso, la dignità è il
diritto al rispetto. Ma non soltanto. E’ il diritto ad avere rispetto e a
meritare speranza. A ben guardare, il sacro genera terrore e speranza. E la
dignità dell’uomo concreto – di ogni uomo concreto, della persona – è, appunto,
il suo diritto al novum che è (nel suo essere unicità, difettività,
relazione, profondità): il suo diritto ad avere rispetto e a meritare speranza.
A
qualsiasi coordinata culturale ci collochiamo, la dignità è quella traccia
specifica che un uomo non può perdere di sé, perché perderla sarebbe perdere
sé. Perché oscuramente egli sente che, se la perde, ne va di sé. In questo
senso, la dignità può rivelarsi, anche in termini giuridici e istituzionali, un
possibile alfabeto del nostro tempo. Perché si mostra la radice del diritto ai
diritti – la radice dei diritti fondamentali. In questo senso, ogni Carta dei
Diritti del nostro tempo è una precisa declinazione – da prospettive culturali
diversificate – del proprio modo di intendere la ‘dignità’. E mettere in dialogo
queste diverse carte fra loro significa cercare di accedere a una
‘meta-ragione’ come dialogo fra ragioni.
Il
simbolo incarnato della civiltà interculturale sarà la città interetnica del
prossimo futuro. La città contemporanea infatti, oggi, deve poter essere
interrogata a partire da una domanda essenziale: per chi è pensata? Quale sarà
la finestra culturale dalla quale bisognerà vederla e misurarla? Una città va testata
in tutti i suoi possibili vissuti, sia nel caso in cui si sia costituita
spontaneamente, sia nel caso in cui si sia costituita a partire da una
pianificazione. In ogni caso, per intervenire o consentire interventi su di
essa, bisognerà capire qual è la domanda di coloro che la abitano, da
cui si parte e si deve partire.
La città
del prossimo futuro dovrà essere pensata e criticata, quindi, secondo nodi
strategici che mettano in circolo la possibilità dei suoi vissuti essenziali.
Gli spazi non sono mai solo fisici: sono simbolici. Bisognerà saper studiare,
anche in dettaglio, in una città, la simbolica degli spazi, delle distanze,
delle altezze, delle geometrie, dei monumenti, del verde, delle vegetazioni.
Bisognerà saper studiare i significati di una prossèmica (scienza
simbolica delle distanze fra le persone), di una ‘tachièmica’ (scienza simbolica
delle percezioni di velocità e della loro sostenibilità), di una ‘culturèmica’
(scienza simbolica delle distanze fra le culture e della loro sostenibilità),
di una teoria che approfondisca i rapporti di conversione e di fraintendimento
fra lessici e stili diversi. Occorrerà, in questo senso, approntare studi
specifici che riguardino quelle che alcuni sociologi chiamerebbero le
‘equazioni personali’, ossia le prospettive culturali da cui si guardano gli
altri e da cui si guarda il loro guardarci.
In una città interculturale bisognerà poter ‘inventare’, o far emergere, in centri adeguati, spazi vivi che partano dal multietnico (tante culture ed etnìe separate) per arrivare all’interetnico e all’interculturale, fino a quell’interpersonale in cui ognuno è persona. Questa può essere la nostra sfida, che deve poter essere condotta a tutti i livelli, fino a un ‘generale’ mai conchiuso.
Occorrerà,
in questa logica, saper pensare alla città e ai suoi importanti e silenziosi punti
di resistenza, a partire dai quali bisognerà saper rimisurare
l’intero aggregato cittadino: i bambini, le donne, gli anziani, i ‘diversi’, i
deboli, i malati, i migranti – il mondo di tutti coloro che devono poter
costituire circuiti informali: nel tempo libero, nell’istruzione, nello sport,
e in quel mondo della vita in cui si possano liberamente comunicare i vissuti.
La città
del prossimo futuro dovrà generare luoghi in cui questi vissuti possano
veramente vivere emergendo alla luce, anche attraverso eventuali proteste e
rivendicazioni. Non si tratterà di offrire agli altri solo servizi,
perché un aggregato urbano vero dovrà poter rispondere a una domanda che generi
circuiti informali vissuti – quei circuiti in cui ci si possa
confrontare tra differenti, nella scommessa personalistica che la diversità
culturale può essere una ricchezza: perché l’altro non è solo spaesamento, ma è
anche interrogazione e risorsa.
E’ una
lunga strada, questa, lungo la quale potrà incrociarsi la domanda essenziale
che vive nascosta nel bisogno manifesto – la domanda che sempre dal ‘basso’
ritorna verso un ‘alto’, osando sempre rimettere in discussione un ‘universale’
chiuso troppo presto. Lungo questa strada, pensiamo che l’idea originale che
l’Europa potrà recare – come suo contributo storico e civile – all’‘universale
aperto’ del pianeta, esiste ed è forte: perché è l’idea di persona.
[1] Ci
permettiamo qui richiamare un nostro saggio: Giuseppe LIMONE, Il diritto
come diagonale di tensioni fra etiche ed economie. Profili di una
contraddizione intelligente, in AA.VV., Il diritto alla salute alle
soglie del nuovo millennio, a cura di Lorenzo Chieffi, Giappichelli,
Torino, 2003. E, ancora, ID., Il sacro come la contraddizione rubata.
Prolegomeni a un pensiero metapolitico dei diritti fondamentali, Jovene, Napoli,
2001; ID., Dal giusnaturalismo al giuspersonalismo. Alla frontiera
geoculturale della persona, Graf, Napoli 2004.
Il testo è stato pubblicato nel volumeDiversità e rapporto fra culture. Per un approccio interdisciplinare, Atti del Convegno
internazionale della Seconda Università degli Studi di Napoli, Dipartimento di Scienze
Giuridiche e Scuola di Ateneo per l' Alta Formazione Europea e Mediterranea 'Jean
Monnet', San Leucio (Ce), 8-10 marzo 2003, a cura di Sergio Sorrentino, Aracne, Roma,
2005.
Si ringrazia la casa editrice Aracne per aver autorizzato la pubblicazione
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