ARTICOLI E SAGGI 13/01/2005 Vanda Fiorillo - La nazione, quale comunità creativa del soggetto: tensione morale ed energia vitale nel neoumanesimo politico humboldtiano
Nel panorama culturale tedesco, l’interpretazione
filosofica dei concetti di vita e di politica e del loro reciproco interagire
subisce una svolta significativa nel momento in cui, al declinare del
Settecento, il razionalismo di conio kantiano si stempera nel tormentato infinito della filosofia
romantica del sentimento e della natura. Acuto interprete di questa svolta è
senza dubbio Wilhelm von Humboldt[1].
Nel binomio concettuale vita-politica, preso qui in esame,
questo pensatore attribuisce un’assoluta centralità teorica al primo termine,
alla vita, facendo della politica una nozione soltanto marginale e strumentale,
un concetto-quadro entro il quale tessere la trama del suo discorso
etico-sociale in senso proprio. Per la piena intelligenza di questo binomio, è
perciò necessario che si parta dall’analisi della categoria humboldtiana di
vita[2].
Come si tenterà di dimostrare, nel neoumanesimo politico di
quest’autore, sul tronco di una concezione etica
della vita, chiaramente ispirata alla filosofia kantiana del dovere,
s’innesta quel fondamentale elemento pre-romantico e classicista, dato dalla
qualificazione estetica del carattere
del Mensch, quale unità vitale di
sensibilità e di ragione. In altri termini, in Humboldt, la visione etica dell’esistenza finisce per
sublimarsi nell’ideale estetico della
vita come «arte» (eine Kunst)[3].
Più in particolare, ciò che rende la riflessione di
Humboldt sulla vita tipicamente e coerentemente unpolitisch[4]
è il suo concentrarsi sulla figura del Mensch,
dell’individuo che si costruisce coltivando la propria interiorità (Bildung): quest’ultimo rappresenta il
soggetto comune dell’etica e della politica di questo pensatore.
Non a caso, il tempo di Humboldt è percorso da una
«tensione umanistico-individualistica», che si rende evidente nel «timore per
le catene di un determinato Beruf»[5],
non ultimo, dunque, del Beruf zur Politik,
della vocazione esclusiva per la politica. Costante è, infatti, la
preoccupazione di Humboldt per l’unilateralità (Einseitigkeit), che imprimerebbe al carattere dell’individuo gebildet il suo specializzarsi in
cittadino. E’ viceversa auspicabile, nota Humboldt, che il civis coincida quanto più è possibile con il Mensch, con l’uomo ‘formato’, e ciò accadrà a patto che
l’educazione pubblica pretenda dal cittadino, in quanto tale, così poche
qualità particolari, in modo ch’egli possa «conservare la forma naturale di
uomo»[6],
senza dover rinunziare ad alcuna parte di essa. Al contrario, l’educazione
statale cesserà di sortire effetti positivi, «quando l’uomo [sarà] sacrificato
al cittadino»[7].
Com’è chiaro, l’individuo impegnato nella sua incessante
edificazione interiore costituisce il soggetto dell’esistenza morale, così come
il principale interlocutore politico dello Stato: «in lui, nel singolo
individuo» - afferma Humboldt, rivolto
all’amica Charlotte Diede - «risiede lo scopo e l’importanza tutta della vita»[8],
e - si potrebbe precisare - tanto morale, quanto politica.
In breve, intorno al Mensch
ruota l’intera teorizzazione etico-politica di Humboldt, la quale non sarebbe
pienamente comprensibile, se non si tenesse in debito conto il suo intenso
rapporto con la filosofia morale kantiana[9],
da lui esplicitamente elogiata nel suo scritto commemorativo (Vorerinnerung) della figura di Schiller[10].
In tale scritto, Humboldt – osservando come Kant avesse ricondotto «la
filosofia, nel senso più autentico della parola, nelle profondità del cuore
umano»[11]
- indica nella Gesinnung, nella
disposizione interiore, nella “volontà buona”[12],
il più saldo fondamento morale di quella personalità in continua
autoformazione, che esemplifica, per lui, lo scopo principale della vita, così
come la finalità ed il limite dell’attività dello Stato.
Di conseguenza, l’individuo humboldtiano - in quanto
soggetto «dotato di intenzione buona» (der
Gutgesinnte) - concepisce la vita come «un dovere che va adempiuto»[13],
ravvisando, così, il sommo criterio dell’eticità in una legge universale, data
dalla ragion pura pratica.
In tale quadro, il dovere – proprio se kantianamente
riguardato come il motivo oggettivo del volere - si struttura come l’autonomo
fondamento interiore, che spinge l’individuo al movimento, ovvero quale Bewegungsgrund (alla lettera fondamento del moto)[14];
in tale veste, esso ben asseconda l’andamento dinamico della Bildung. Tanto più che il
perfezionamento di quella struttura attiva, che è il carattere umano, si
configura, per Humboldt, come il supremo fra tutti i doveri che incombono
sull’uomo nel corso della vita. Di conseguenza, «lo sviluppo di tutti i
germogli, insiti nell’inclinazione individuale di un essere umano» serve alla
volontà dell’individuo humboldtiano come fondamento oggettivo del suo
autodeterminarsi, costituendo, in tal modo, «l’autentico scopo dell’esistenza
terrena»[15].
Più precisamente, la formazione interiore – se considerata
come dovere – determina nell’uomo la tensione morale ad armonizzare il lato
sensibile con quello razionale del proprio carattere, ad integrazione di
un’unità vitale. In altre parole, l’incessante movimento della Bildung si risolve nell’organizzare in
unità le forze sensibili dell’individuo, alle quali la «ragione dominante» (die leitende Vernunft) conferisce
«direzione» (Richtung) e «misura» (Maass)[16].
Tuttavia, la tensione morale
– che anima, d’altronde, anche l’uomo razionale di Kant nel suo dedicarsi al
dovere di coltivare le «proprie facoltà naturali»[17]
- s’accompagna, nell’individuo humboldtiano, ad una vitalizzante tensione energetica, la quale, nell’itinerario di
formazione, funge da fondamento soggettivo del suo desiderare, da kantiano Triebfeder (letteralmente: spinta impulsiva)[18].
Difatti, il dinamismo energetico della Bildung trae origine da quel principio, indissociabile dall’idea di
carattere, che Humboldt denomina di volta in volta «forza» (Kraft), «energia» (Energie), «impulso fondamentale» (Grundtrieb), il «desiderare di desiderare» (Sehnsucht)[19].
Ormai alle soglie dell’età romantica, questo principio
energetico è “intuito” da Humboldt all’interno di una zona residuale
dell’interiorità umana, non immediatamente occupata da quei dati sensibili o
razionali, che pur parevano esaurire l’intera estensione dell’umano. Questa
«forza primitiva», questo «io primigenio», questa «personalità data ad un tempo
con la vita»[20]
esemplifica, cioè, quegli «impulsi primi (…) che determinano il vero e proprio
essere dell’individuo, e [lo] pongono originariamente in movimento»[21].
Da quanto detto sinora, è chiaro, dunque, come il dinamismo
della Bildung venga azionato da una
spinta di duplice natura, nel contempo morale
ed energetica. Fra queste, la prima,
la spinta morale, si rivolge alla volontà dell’individuo che si autodetermina,
conformandosi ad una legge oggettivamente pratica. In quanto tale, essa
dovrebbe strutturarsi come tensione omologante
tutti gli uomini, in quanto esseri razionali.
Viceversa, la seconda, la spinta energetica, causa il
diverso indirizzo e lo svariato combinarsi delle forze[22],
inducendo, così, l’individuo alla realizzazione dei suoi scopi prettamente
soggettivi. Per questo motivo, essa agisce sempre come impulso individualizzante.
Questa doppia tensione, morale ed energetica, che motiva il
Mensch, è, insomma, interpretabile –
a mio parere – come la traduzione nel pensiero humboldtiano dei due rispettivi
concetti kantiani di Bewegungsgrund (come
spinta morale) e di Triebfeder (quale
impulso energetico)[23].
Quanto detto potrebbe far pensare che l’obbedienza alla
legge universale della ragione, implicita nel dovere di coltivare le proprie
forze, sottragga originalità al carattere umano[24],
portando, così, ad una tipizzazione delle
individualità.
A questo proposito, Humboldt riesce, però, a mitigare in
senso individualistico il rigorismo e l’uniformità dell’imperativo categorico,
operando rispetto a Kant una svolta decisiva dal trascendentale allo
psicologico[25].
Secondo Humboldt, infatti, la legge etica, benché debba
essere applicata a tutti gli uomini, in quanto dotati di natura razionale, non
può, comunque, giungere ad inficiare la diversità del carattere umano, «siccome
(…) a nessuno può venire in mente di forgiare nature [tra loro] differenti in
base ad un unico modello»[26].
Per questo motivo, la realizzazione pratica del comando formale del dovere può
e deve necessariamente mutare da soggetto a soggetto. In breve, la legge della
ragione, «sempre una e medesima, può venire realizzata in molteplici maniere»[27].
In tal modo, Humboldt – dando uno spazio centrale nella sua teorizzazione alla
componente energetica e desiderante dell’individuo – soggettualizza
l’obbedienza al comando del dovere, riempendo di contenuti vitali il meccanismo
soltanto formale di coazione della ragione su se stessa.
Ciò è dimostrato, tra l’altro, dal fatto che nella
valutazione etica di un’azione si debba badare non soltanto alla «diversità del
carattere» - dipendente dal vario «rapporto e movimento delle forze»[28]
- ma anche e soprattutto alla «diversità dello stato d’animo nelle differenti
epoche della vita»[29].
In sostanza, nel giudicare dell’eticità o della non-eticità di una condotta non
va di certo trascurato un attento esame delle «capacità fisiche, intellettuali
e morali», nonché dei «bisogni del soggetto agente»[30];
bisogni, che variano anche in rapporto all’età e alla costituzione psico-fisica
di quest’ultimo. Su tali basi, l’individualità assume, in Humboldt,
un’accezione non soltanto etica, ma anche naturalistico-psicologica[31].
A partire da un tale concetto di Mensch, Humboldt elabora, dunque, una concezione etica della vita, nella quale il dovere
– lungi dal comportare l’irrigidimento dell’individualità in tipo – si
configura, piuttosto, in virtù della sua struttura dinamica, come l’autonomo
fondamento interiore, che sprona l’uomo ad attingere e a concretizzare l’ideale
nella vita.
«Un individuo è un’idea rappresentata nella realtà»[32]:
con ciò Humboldt non intende di certo fissare un parametro astratto, derivante
da un apriorismo razionalistico, al quale l’uomo sia tenuto ad adeguarsi,
distaccandosi dal reale. Al contrario, l’idea si concretizza, per lui, nello
stesso processo vitale, nel farsi medesimo dell’individualità. In altre parole,
l’ideale non coincide con uno schematico dato sovraindividuale, ma piuttosto –
prefigurandosi in ciò una soggettivizzazione di tipo romantico dell’ideale
medesimo – si ritrova «all’interno dello stesso singolo uomo, vale a dire
l’individualità umana in formazione porta in sé l’ideale, rappresentandolo»[33].
Sulla base di questi presupposti, l’uomo - se riconosce nel
dovere il proprio sicuro fondamento morale - individua, tuttavia, il punto
culminante dell’esistenza etica nell’idealità del carattere. «Un carattere
ideale deve (…) ravvisare la serietà della vita soltanto nella serietà delle
idee, che esso evoca»[34].
Fra tutte, idea sommamente ambita è quella di umanità, che
ogni singolo interpreta e realizza nei suoi modi peculiari, percorrendo
l’itinerario di coltivazione interiore, da intendersi come
«autorappresentazione dell’umanità»[35].
Humboldt ritiene, infatti, che l’idea di umanità non possa palesarsi se non
«nella totalità degli individui»[36].
Nella sua riflessione caratteriologica, «il senso dell’individuo consiste (…)
non nella riproduzione della specie, (…) ma nella rappresentazione di una
peculiarità che gli garantisce la sua immortalità come momento irrevocabile
dell’ideale di umanità»[37].
E dato che ciascun individuo reca in sé un nascosto uomo
ideale, che determina il suo io più autentico, allora la continua
approssimazione all’”universalmente umano” coglie il senso più genuinamente
morale della vita.
Più specificamente, un carattere ideale – conio peculiare
dell’”universalmente umano” nel singolo uomo – tende a realizzare, nel corso
dell’esistenza, gli ideali della verità, della bellezza e di quell’inclinazione
all’ineffabile e insondabile, che è il sentimento religioso[38].
Fra tutti questi ideali che danno significato alla vita,
dominante è il principio della bellezza, fondato sul «sentimento estetico» (aesthetisches Gefühl). Quest’ultimo
viene definito come quella «capacità di rilevare determinate universalità nel
vicendevole rapporto delle impressioni sensibili, e precisamente universalità
di armonia e di simmetria»[39].
L’inclinazione estetica, cioè, operando nel campo della sensibilità, trae da
questo rappresentazioni spirituali (letteralmente: rappresentazioni non
sensibili, unsinnliche Vorstellungen)[40],
e fornisce, così, all’individuo «un’immagine di ciò che è al di là di ogni
fenomenicità»[41].
Pertanto, l’inclinazione al bello è quel sentimento
universalmente condiviso, che consente la composizione in unità armonica delle
due nature dell’uomo, fissando il punto di “determinazione reciproca” di
sensibilità ed intelletto[42].
Unicamente in virtù del «gusto» (der
Geschmak)[43] è
possibile, quindi, «considerare il mondo sensibile come segno di quello
spirituale (der unsinnlichen)»[44].
E’ evidente in quest’impostazione di Humboldt una ripresa di alcuni lineamenti
fondamentali del giudizio estetico kantiano, il quale – com’è bene qui
ricordare - rinvenendo la propria causa determinante nel sentimento di piacere
del soggetto, scaturisce da un “libero gioco” di intelletto e fantasia[45],
in virtù del quale la forma dell’oggetto appare conforme alle esigenze dell’intelletto.
Tutto ciò ingenera un senso di armonia nell’essere umano che “riflette” sulla
natura, apprendendola intuitivamente secondo il suo bisogno di finalità
estetica[46].
In tale quadro, secondo Humboldt, l’individualità che –
animata dall’impulso estetico, come impulso al libero gioco delle forze -
riesca a ridurre la dualità di natura e spirito in unità, raggiunge il culmine
non soltanto in senso etico, ma anche in quello estetico: essa è un’opera
d’arte.
Infatti, dato che «la vita appare come una continua
creazione ed il carattere come il suo risultato», allora, «la prima può e deve
(…) ritenersi un’arte (eine Kunst),
il secondo un’opera d’arte (ein Kunstwerk)»[47].
E’ così che il principio della bellezza assurge, in
Humboldt, a criterio morale, segnando il superamento in senso individualistico
dell’etica astratta e razionalistica dei giusnaturalisti e di Kant[48].
Altrimenti detto, la concezione estetica della
vita è, in quanto tale, anche etica,
riconoscendo, come sua massima finalità, la formazione armonica della
schilleriana «anima bella» (schöne Seele)[49],
la quale è buona per il solo fatto di essere bella.
Sulla base di tali presupposti, lo scopo supremo
dell’esistenza viene identificato da Humboldt nel superamento della scissione
dell’uomo mediante il recupero della sua armonia perduta con la natura in sé e
al di fuori di sé: in tale ultimo senso,
mezzo imprescindibile della Bildung
si rivela essere lo «scambio reciproco» (Wechselwirkung) fra ciò che viene fornito all’individuo dal mondo
esterno e ciò ch’egli autonomamente produce.
Tant’è vero che «il compito ultimo dell’esistenza» umana,
ossia la rappresentazione nella nostra persona dell’ideale di umanità, «tanto
durante il tempo della nostra vita, quanto anche al di là di esso, attraverso
le tracce che lasciamo del [nostro] agire vitale»[50],
non è conseguibile senza il collegamento tra l’uomo ed il mondo, concepito come
“non-uomo” (Nicht-Mensch). Soltanto
in tale nesso si concretizza «la più generale, viva e libera azione reciproca (Wechselwirkung)»[51],
la quale, tra l’altro, è possibile proprio perché - nella visione per questo
aspetto metafisica di Humboldt - il soggetto e l’oggetto, su cui il primo si
esercita[52], sebbene
separati nell’esperienza, sono fondamentalmente uno. Significativa è, a questo proposito, l’affermazione, di sapore
goetheiano: «tutto nell’universo è uno e l’uno tutto»[53].
Difatti, soltanto in virtù dell’intimo scambio tra l’io ed
il mondo, la personalità può conseguire il suo pieno sviluppo, superando
quell’“unilateralità” (Einseitigkeit)
o sproporzione fra i lineamenti caratteriali, che comporta inevitabilmente il
frazionamento delle forze e il dissolvimento della totalità nell’uomo. Nella
maniera più immediata, poi, la Wechselwirkung
si attua nel rapporto fra le individualità vitali: «difatti, sono in
sostanza i rapporti con gli uomini che danno valore alla vita, e quanto più
essi sono approfonditi, tanto più si avverte dove risieda alla fin fine
l’autentico piacere: nell’individualità»[54].
Per questo motivo, ogni associazione umana è sempre
«formativa del carattere» (charaketrbildend)[55],
basandosi sull’aspirazione all’arricchimento della personalità individuale per
mezzo dell’incontro con l’altro. Ogni singolo si relaziona, cioè, con il
proprio simile, in quanto motivato da un «un impulso alla formazione di
carattere assimilativo» (ein
assimilirender Bildungstrieb)[56],
che lo induce a «far propria la ricchezza dell’altro»[57].
Più specificamente, lo scambio intersoggettivo all’interno
dello spazio sociale richiede un giusto rapporto di concordanza e di
«diversità» (Verschiedenheit):
quest’ultima non deve essere né troppo grande, perché l’uno riesca a cogliere
l’originalità dell’altro, ma neanche troppo piccola, affinché si conservi
sempre viva «l’ammirazione» per le virtù del proprio simile e il desiderio di
trasfonderle e di trasformarle in se stessi[58].
In breve, il vicendevole arricchimento delle individualità
in formazione esige «somiglianza» (Aehnlichkeit)
e «contrasto» (Kontrast)[59],
presentandosi nella forma di un gioco estetico delle forze: ciò che Humboldt
denota come «l’arte della relazione sociale» (Kunst des Umganges)[60].
A differenza da quello degli altri ordini naturali,
infatti, il bisogno umano di socialità non è naturalmente necessitato, vale a
dire limitato alle esigenze della «difesa» e della «procreazione», bensì
formativo del carattere, ossia di un’individualità che, attraverso l’altra,
«s’innalza alla coscienza del sé»[61].
Ciò perché nell’interazione con il mondo, l’uomo non acquista semplicemente
un’«arida esperienza», ma diviene più consapevole del nucleo vitale della
propria personalità, elevandosi «nella limpidezza e nella pienezza del
sentimento di sé (Selbstgefühl)»[62].
Pertanto, l’individuo è pensabile soltanto
nell’intersoggettività; astratto da essa, egli finisce per rappresentare un
assurdo, allo stesso tempo logico e sentimentale. «L’io senza il tu sono
un’assurdità (ein Unding) dinanzi (…)
all’intelletto e al (…) sentimento [dell’autentica individualità]»[63].
In breve, unicamente nell’incontro con personalità simili,
ma differenti, l’uomo humboldtiano può giungere all’autoriconoscimento, e - appropriandosi dall’esterno «soltanto di
ciò che gli è omogeneo»[64]
- costruire la propria interiorità in
base a leggi ad essa interne. In tal modo, con il trascorrere della vita, viene
definendosi sempre più l’individualizzazione originale di ciascuno, vale a dire
«si è più ciò che si è, e si è più lucidamente consapevoli di come lo si è e lo
si è divenuti»: ciò – conclude Humboldt – costituisce «il fulcro dell’esistenza
attuale e futura dell’uomo»[65].
In tale prospettiva, è senza dubbio la rappresentazione
dell’idea di umanità nel singolo soggetto morale – conseguita mediante
l’appropriazione del mondo esterno - a fissare, per Humboldt, il senso più
altamente etico ed estetico insieme della vita. A questo proposito, in una
lettera alla moglie, egli osserva che soltanto «colui che, al momento della
morte, può dire a se stesso: “io ho colto tanto mondo, quanto ho potuto,
trasformandolo nella mia umanità”, questi ha adempiuto il suo scopo» vitale,
vivendo «nel senso più alto del termine vita»[66].
Sulla base di quanto detto finora, l’esistenza è allora
sinteticamente definibile, con le parole di Humboldt, come «una lotta
parzialmente riuscita del dato spirituale con il corporeo»; lotta, nella quale
«la formazione dell’individualità, governata dall’impulso fondamentale che la
guida, è la vetta suprema della vittoria conseguita»[67].
Ravvisando, insomma, nell’individuo formato il proprio
apice etico ed estetico allo stesso tempo, «tutta la vita nasce e si conserva
per mezzo della costante compensazione fra i principî opposti, ma correlativi,
di materia e forma, ricettività ed attività autonoma, io e tu, realtà ed idea»[68].
Ed è proprio il continuo superamento della scissione fra
opposti principî vitali, attuato nelle forme specifiche della Bildung, ad aprire lo spazio del sociale, ossia quella sfera del pubblico (Öffentlichkeit), che - nella considerazione humboldtiana - va
tenuta ben distinta dallo Stato, esemplificante, invece, l’ambito
politico-istituzionale in senso stretto e, ancor più precisamente, il livello
della forza coercitiva.
La sfera pubblica, infatti, coincide con l’ambito
privilegiato di esplicazione della vita etica degli individui, la quale
richiede come sua «prima ed indispensabile condizione»[69]
la libertà. A quest’ultima Humboldt collega quella «molteplicità delle
situazioni»[70],
specificamente volta ad impedire che condizioni esterne uniformi rallentino lo
slancio costruttivo delle interiorità[71].
In breve, per Humboldt, la sfera pubblica o società civile
si configura come la sede dell’eticità estetica, che la politica – nella veste
di azione coattiva dello Stato – è tenuta a garantire, senza mai indebitamente
ingerire in essa.
E’ risaputo, infatti, come a causa del carattere
neoumanistico del suo liberalismo, Humboldt consideri lo Stato «un mezzo
subordinato» (ein untergeordnetes Mittel),
al quale «il vero scopo» - vale a dire l’uomo, kantianamente inteso come Selbstzweck - «non può venire
sacrificato»[72]. Ciò
comporta che l’individuo gebildet rappresenti,
per così dire, un prius, di natura
logica e morale, rispetto alla
costituzione politica medesima, la quale deve essere plasmata, tenendo
costantemente presenti le esigenze di edificazione interiore del Mensch. Di conseguenza, nell’individuo
in formazione lo Stato trova tanto il suo limite, quanto la sua più generale
legittimazione. A questo proposito, Humboldt afferma: «a mio parere, (…)
dappertutto dovrebbe avere la precedenza la più libera formazione dell’uomo,
rivolta quanto meno possibile alle sole relazioni civili. L’uomo, così formato,
dovrebbe poi entrare nello Stato, e la costituzione [di esso] dovrebbe, per
così dire, sperimentarsi su di lui (an
ihm prüfen)»[73].
In tal modo, Humboldt – superando criticamente il Wohlfahrtsstaat[74]
– costruisce un modello di Stato strumentalmente sottoposto al «libero operare
della nazione»[75], nella
quale si sostanzia, per lui, la sfera del pubblico o società civile. Tant’è
vero che nelle Ideen del 1792, si può
scorgere un’evidente opzione teorica a favore di quelle che Humboldt denomina
le «associazioni nazionali» (Nationalanstalten
o Nationalvereine), da lui
contrapposte alle istituzioni specificamente statuali. «Alle singole parti
della nazione e alla nazione tutta intera deve essere data la libertà di
vincolarsi mediante contratti»[76].
Ciò perché nelle società della nazione – se paragonate con gli enti di
formazione statale - «vi è maggiore libertà di adesione, di scioglimento e di
modificazione»[77] del vincolo
obbligatorio. Conseguentemente, la nazione si offre come l’ambito pubblico,
scevro dei condizionamenti coercitivi dell’azione politica, nel quale i
cittadini – mediante un’indisturbata attività associazionistica e di
contrattazione – perseguono i loro scopi particolari in una dimensione
collettiva.
In tal senso, le Nationalanstalten
di Humboldt possono essere a ragione viste come una rimeditazione, nel clima
morale ed unpolitisch della Germania
illuministica, di quel concetto di nazione, che rinveniva il suo esempio
paradigmatico nella teoria democratica di Sieyès, dove veniva inteso come
l’insieme dei cittadini legati fra loro dalla mera volontà di associarsi, ed
inoltre quale comunità di individui formatasi di necessità prima di qualsiasi
governo[78].
E’ noto, infatti, che nel modello rivoluzionario francese, abbia avuto grande
diffusione un’idea di nazione, concepita come «corpo di associati che vive
sotto una legge comune ed è
rappresentato da uno stesso legislativo»[79].
Accentuandone, rispetto a Sieyès, il tratto costumale e
neoumanistico, Humboldt configura la nazione quale individualità collettiva di
carattere etico, quale unione del singolo con la collettività nella «comunità
creativa»[80] delle
interiorità in formazione: «la nazione è dunque anche un individuo ed il
singolo un individuo di un individuo»[81].
In tale quadro, è proprio il libero associazionismo della
nazione – concepibile solo prescindendo dallo Stato – a consentire il più pieno
svolgimento dell’esistenza etica dei cittadini. Tant’è vero che le associazioni
nazionali devono mirare a comporre i più disparati itinerari di formazione
interiore degli individui, attingendo alle stesse potenzialità morali di essi.
Altrimenti detto, il foro civile, entro il quale si esplica l’eticità estetica,
deve cercare di realizzare un’autoregolamentazione della vita su basi puramente
morali.
Difatti, nella riflessione humboldtiana, il vitale scambio
reciproco fra gli individui, operanti nelle associazioni nazionali, sarebbe
assolutamente impraticabile senza «il più intimo rispetto» (Achtung) per l’alterità, da riconoscersi
nella sua «particolarità (Eigenthümlichkeit)
di essere libero»[82].
Seguendo Kant[83],
dunque, Humboldt ritiene che ogni cittadino debba essere animato da quel
sentimento di rispetto per l’altro, che caratterizza, per il versante
soggettivo, il dovere sociale del neminem
laedere. Non a caso, il giovane Humboldt aveva imparato dal suo maestro di
diritto naturale, Ernst Ferdinand Klein (1744-1810), che «nessuno (…) potrà
pretendere dall’altro a buon diritto, né conseguire da lui con la forza se non
che questi non lo disturbi nell’impiego delle sue energie»[84].
Con ciò Humboldt costruisce la vita etica degli individui
all’interno della nazione su una rete di reciproci doveri morali negativi, che
determinano, cioè, l’autolimitazione razionale del soggetto, tenuto a non
intromettersi nella sfera di libertà dell’altro. In breve, «l’unico sicuro ed
infallibile mezzo», che – nella visione humboldtiana – previene la violazione
della sfera giuridica dei concittadini, consiste nel «rispettare il diritto
altrui»[85].
Diversamente detto, la tutela dell’ordine pubblico si realizza, per Humboldt,
mediante una sorta di autoprevenzione collettiva di carattere moral-razionale:
la prevenzione dell’offesa dei diritti civili va, cioè, situata nel foro
interno di ogni individuo, appunto perché «il sentimento di moralità» (das Gefühl der Moralität) è «il sostegno
più sicuro della sicurezza dei cittadini in uno Stato»[86].
Ed è precisamente l’autoregolazione morale della sfera
pubblica, in base al principio della reciprocità dei doveri sociali omissivi, a
far sì che l’individuo possa svolgere indisturbato la sua esistenza etica nelle
forme proprie della Bildung.
Con questa tesi – che fa coincidere il luogo della vita con
l’ambito di incontro e di scambio fra gli individui in formazione, ovvero con
la società civile – Humboldt rivela con tutta evidenza il proprio debito
intellettuale nei confronti delle Pflichtenlehren,
elaborate dagli illuministi tedeschi dai più disparati orientamenti ideologici
(tanto pre-liberali, quanto giacobini). Per questo aspetto, cioè, Humboldt
prosegue un percorso teorico, che può dirsi inaugurato nel Seicento da
pensatori come Samuel Pufendorf.
Non a caso, anche nel giusnaturalismo di quest’autore, il
concetto di cultus vitae è saldamente
ancorato al principio della socialitas[87],
piuttosto che a quello della statualità in senso stretto.
Ciò perché l’uomo è in natura un «animal sui conservandi
studiosissimum»[88], ma al
contempo caratterizzato da imbecillitas,
ossia dall’originaria incapacità di soddisfare i propri bisogni «sine aliorum
auxilio»[89]. Per questo
motivo, nell’opinione di Pufendorf, la conservazione e la cultura della vita
umana può ottenersi in forma razionale soltanto attraverso la socializzazione:
«caeterum cupido a miseria status istius naturalis quam longissime discedendi societatem inter homines non parum
promovit, instituta communicatione rerum ad
vitae culturam facientium»[90].
Più in particolare, la fase della socialità allude non
tanto alla fondazione dello Stato politico, quanto piuttosto alla nascita della
società urbana, delle grandi città, le quali eccellono sullo status naturae per il loro più intenso
grado di civilizzazione[91]:
«sic ut deliciae illae, quibus iam multarum vita gentium scatet, non tam
civitatibus, quam magnis urbibus originem debeat»[92].
Su tali basi, per Pufendorf, unicamente nelle magnae urbes – immagine ideologica della
società mercantilistica del suo tempo - è realizzabile l’elevazione
dell’esistenza umana, consistente «non nella semplice creazione delle comodità
della vita, ma anche nella formazione spirituale»[93],
ossia nel conseguimento di ciò che egli indica come la «perfectio vitae
humanae»[94]. Se,
insomma, nella teoria pufendorfiana del diritto naturale, la «cultura e la
dignità morale della vita» (cultura aut
decus vitae)[95] identifica
nella socialità la sua imprescindibile condizione, l’esercizio della sovranità
politica si legittima, invece, per la sua esclusiva funzione di garanzia della
«securitas», mediante la quale ogni cittadino è messo in grado di godere
indisturbato del frutto della sua operosità[96].
E’ su questi presupposti che s’instaura una linea di chiara
continuità teorica fra l’uomo coltivato di Pufendorf e l’uomo formato di
Humboldt[97]: anche il
primo, infatti, deve costantemente attendere in un contesto sociale a quello officium hominis adversus seipsum, che
lo obbliga al perfezionamento delle proprie capacità naturali, al fine di
assolvere meglio ai doveri che lo legano ai suoi consimili[98].
Seguitando un cammino già aperto da Pufendorf, Humboldt
contempla, inoltre, una sola attività che trascenda le energie dei cittadini:
quella indirizzata ad applicare la forza ai rapporti sociali allo scopo di
restaurare l’ordine fra le libertà individuali[99].
In tal senso, è unicamente lo Stato che può garantire la «sicurezza» (Sicherheit), come «certezza della
libertà conforme alla legge»[100],
qualora l’autoregolazione morale della società civile si sia rivelata
insufficiente. Di conseguenza, l’intervento coattivo dello Stato nella vita
etica dei cives è ammesso da Humboldt
nel solo caso in cui sia stato trasgredito un dovere sociale del neminem laedere. In tale ipotesi,
l’istituzione politica è tenuta a riparare con mezzi coercitivi alla lesione
dei diritti individuali, tutelando, così, le condizioni fondamentali della Bildung, ovvero la libertà e la
«molteplicità delle situazioni» (Mannigfaltigkeit
der Situationen)[101].
Di contro, nella visione humboldtiana, un’attività statale,
che fosse improntata ad una formula eudemonistica di governo, non farebbe altro
che ostacolare il gioco estetico delle forze individuali, producendo quella
«uniformità» (Einförmigkeit)[102],
che nega radicalmente il valore del soggetto morale. Tant’è vero che la
diversità delle situazioni, senza la quale non è concepibile un’esistenza
pienamente etica, «va senza dubbio persa nella misura in cui lo Stato vi si
intrometta»[103].
Pertanto, al fine di salvaguardare la vita morale dei
cittadini, lo Stato deve limitarsi ad operare come «istituto giuridico» (Rechtsinstitut)[104]
della nazione, ponendo kantianamente le condizioni che permettano la coesistenza
fra gli arbitrî individuali. Più in particolare, l’istituzione sovrana è tenuta
ad applicare il diritto in base al
«sicuro principio di necessità», anziché indulgere all’uso del criterio,
discrezionalmente estensibile, della «utilità» generale[105].
Con la sua ben famosa tesi dello Stato minimo, Humboldt
finisce, in sostanza, per contrapporre al principio della sovranità dello Stato
«l’idea della sovranità dell’individuo»[106],
rivelando implicitamente in che modo la politica possa porsi al servizio della
vita.
L’argomento della mera strumentalità dell’azione statale
rispetto alle finalità morali dei cives,
denota, inoltre, come la concezione humboldtiana della politica sia percorsa
dalla sottile tensione utopica a realizzare una vita sociale integralmente
etica, ovverossìa sorretta – secondo il Kant della Religion – dalle «sole
leggi della virtù»[107].
Infatti, Humboldt condivide con gli illuministi e con Kant
il timore che il rapporto politico cittadino-istituzioni possa fondarsi sulla
mera forza (concetto, questo, che essi intendono disgiunto dall’idea del bene
morale), piuttosto che sulla libertà, insita nell’osservanza del dovere. Questo
diffuso timore è, del resto, giustificato dalla particolare configurazione che
il rapporto dovere-forza ha assunto nel panorama filosofico-politico tedesco
della modernità, almeno a partire dal «diversa sunt cogere et obligare»
pufendorfiano[108]. La
dialettica moderna obbligo-coazione presuppone, infatti, che il dovere si
appelli alla volontà dell’essere razionale, riconoscendolo come persona
autonoma e responsabile, mentre la coercizione si indirizzi contro il volere del trasgressore
dell’ordine, negandone in ultima istanza la qualità di soggetto morale. Ciò
perché «la coazione costringe soltanto, ma non obbliga. Sempre e soltanto un
valore è in grado di obbligare ed in tal caso obbligare moralmente»[109].
In armonia con questa linea di pensiero, Humboldt ritiene
che «la coazione» (Zwang) – al pari
del dirigismo statale (Leitung), che
impone al cittadino scopi a lui estranei – non soltanto non produca «mai
virtù», ma soprattutto fiacchi la forza dell’individuo, ostacolandone un
autentico perfezionamento morale[110].
E’ per questo motivo che Humboldt auspica la progressiva
riduzione delle funzioni burocratiche e di polizia dello Stato a favore del
principio dell’autogoverno delle associazioni nazionali, la cui attività di
libera contrattazione prende le mosse dall’iniziativa dei singoli cittadini.
Pertanto, nel neoumanesimo politico humboldtiano, «il vero e proprio impegno
dello Stato deve, (…), essere rivolto ad indurre gli uomini, per mezzo della
libertà, a stringere più facilmente associazioni pubbliche, la cui attività (…)
possa sostituire quella dello Stato»[111].
In questa prospettiva, Humboldt giunge a prevedere la
graduale delega al libero pattuire dei membri della nazione finanche dell’unico
scopo che possa legittimare l’esistenza dello Stato: la sicurezza. Difatti, «se
si suppongono uomini illuminati, consapevoli del loro vero interesse, e perciò
intimamente collegati da una reciproca benevolenza, allora si concluderanno
facilmente fra loro contratti aventi per scopo la sicurezza, (…). Contratti di
questo tipo sono di gran lunga preferibili alle prescrizioni dello Stato»[112].
In tal modo, Humboldt formula l’idea della tendenziale sostituzione
funzionale dello Stato con una nazione, operante in virtù del “sentimento
morale” dei suoi membri. Con quest’idea egli conferisce una nuova forma teorica
secolarizzata a quel «sogno», millenaristico e velatamente teologico, di una
società che «possa essere pensata anche senza Stato»[113],
(dove per “Stato” bisogna intendere qui l’apparato coercitivo). “Sogno”,
quest’ultimo, che aveva accarezzato il suo maestro Klein, al pari di non pochi
altri pensatori politici della Aufklärung[114].
In conclusione, si può osservare che nel rapporto
vita-politica qui analizzato, il neoumanesimo humboldtiano ambisca a rifondare
su una nuova idea di nazione, intesa quale comunità creativa delle
individualità in formazione, la pensabilità di un piano esistenziale, autonomo ed
autoreferenziale, che – prevenendo moralmente l’insorgere del conflitto fra i
soggetti sociali – segni la superfluità della politica.
[1] Per un profilo biografico di Wilhelm von Humboldt cfr. N. Nette, voce Wilhelm von Humboldt 1767-1835, in Die Grossen Deutschen. Deutsche Biographie, hrsg. von H. Heimpel,
T. Heuss, B. Reifenberg, Berlin, im Propyläen Verlag, 1956, Bd. II, pp.
443-452; K. H. Scheidler, voce Humboldt, Wilhelm von, in Supplemente zur ersten Auflage des
Staatslexikons oder der Encyclopädie der Staatswissenschaften, hrsg. von C.
von Rotteck e C. Welcker, Altona, 1847, Bd. III, pp. 198-233; P. R. Sweet, Wilhelm von Humboldt. A Biography, Ohio State University Press: Columbus, 1978, Bd. I-II; F. Tessitore, voce Humboldt, Wilhelm von (1767-1835), in Dizionario critico della letteratura tedesca, Torino, Utet, 1974, vol. I, pp. 531-535.
[2] Sulla
concezione humboldtiana della vita si rinvia per tutti all’ancor valido
contributo di M. Hübler, Die Bedeutung der Individualität in Wilhelm
von Humboldts Lebensauffassung, Dresden, Buchdruckerei Otto Franke, 1910.
[3] W. von Humboldt, Geschichte des Verfalls und
Unterganges der griechischen Freistaaten (1807-1808),
in Id., Gesammelte Schriften (d’ora in avanti: G.S.), Bd. III, Berlin, Walter de Gruyter, 1968, p. 198.
[4] Non è qui
il caso di affrontare un tema tanto vasto e complesso quale quello dello unpolitisch, più volte ripreso, e con
connotazioni non sempre costanti, nella cultura tedesca. Tuttavia, nel nostro
caso, va soltanto rilevato come la nozione di unpolitisch sintetizzi, meglio di ogni altra, il carattere
‘politico’ dello spirito tedesco. Per cogliere il senso di tale nozione, si
rimanda per tutti alla magistrale trattazione che ne fa Thomas Mann nelle sue Betrachtungen eines unpolitischen,
Berlin, Fischer Verlag, 1918 (trad. it. a cura di M. Marianelli ed M. Ingenmey,
Milano, Adelphi, 1997).
[5] M. Hübler, Die Bedeutung der Individualität in Wilhelm von Humboldts
Lebensauffassung, cit., p. 53 (ora e
di seguito tutti i brani in lingua straniera citati in italiano sono stati
tradotti – salvo diversa indicazione – da chi scrive).
[6] W. von Humboldt, Ideen zu einem Versuch, die Gränzen der Wirksamkeit des Staats zu
bestimmen (1792), in G.S., cit.,
Bd. I, p. 143: «die natürliche Gestalt des Menschen».
[7] Ibidem.
[8] Lettera a Charlotte Diede del 20 agosto 1829, in W. von Humboldt, Briefe an eine Freundin, hrsg. von J. Lindner, Berlin, Verlag der
Nation, 1986, p. 222: «in ihm, in dem einzelnen liegt der Zweck und die ganze
Wichtigkeit des Lebens».
[9]
Specificamente dedicato al rapporto Humboldt-Kant è il contributo ancora
efficace di E. Spranger, W. v. Humboldt und Kant, in
«Kant-Studien», Bd. 13 (1908), pp. 57-129. Più di recente, cfr. J. Quillien, L’anthropologie philosophique de G. de
Humboldt, Presses Universitaires de Lille, 1991, spec. pp. 93-131.
[10] In queste pagine commemorative – poste come prefazione
al suo carteggio con Schiller – Humboldt osserva come Kant avesse intrapreso e
portato a termine «la più grande opera, di cui forse mai la ragione filosofante
(die philosophierende Vernunft) abbia
dovuto essere grata ad un singolo uomo»: W.
von Humboldt, Vorerinnerung über
Schiller und den Gang seiner Geistesentwicklung, in Der Briefwechsel zwischen Friedrich Schiller und Wilhelm von Humboldt,
hrsg.
von S. Seidel, Berlin, Aufbau-Verlag, 1962, Bd. I, p. 21.
[11] Ibidem: «[Kant] führte im wahrsten Sinne des Worts die Philosophie in die
Tiefen des menschlichen Busens zurück».
[12]
Riprendendo con tutta evidenza i lineamenti fondamentali dell’etica kantiana,
Humboldt sostiene, ad esempio, che «l’eticità (Sittlichkeit) o la non-eticità (Unsittlichkeit)»
non è «qualità di un’azione, ma unicamente del soggetto agente»: W. von Humboldt, Über Religion (1789), in G.S.,
cit., Bd. I, p. 62.
[13] Lettera a
Charlotte Diede del 1. gennaio 1832, in Briefe
an eine Freundin, cit., p. 273: «La vita è un dovere (eine Pflicht) che va adempiuto, e per quanto si sia al mondo per
essere felici, l’uomo dotato di intenzione buona ritrova, tuttavia, la sua
suprema felicità nell’assolvimento del dovere».
[14] Cfr. I. Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten (Riga, 1785), trad. it. a
cura di V. Mathieu, Milano, Rusconi, 1994, sez. II, p. 139: «Il fondamento
soggettivo del desiderio è il movente (Triebfeder), quello oggettivo del volere
è il motivo (Bewegungsgrund)». Sui caratteri di dinamismo morale del dovere mi
sia consentito di rinviare a V.
Fiorillo, Autolimitazione
razionale e desiderio. Il dovere nei
progetti di riorganizzazione politica dell’illuminismo tedesco, Torino,
Giappichelli, 2000, spec. pp. 106-111.
[15] Lettera a Charlotte Diede del 28 giugno 1832, in Briefe an eine Freundin, cit., p.
287:«Die Entwicklung aller Keime (…), die in der individuellen Anlage eines
Menschenlebens liegen, halte ich für den wahren Zweck des irdischen Daseins».
[16] Cfr. Über Religion, cit., p. 60.
[17] I. Kant, Die Metaphysik der Sitten (Königsberg, 1797), trad. it. a cura di
G. Vidari, rivista da N. Merker, Roma-Bari, Laterza, 1983, Elementi dell’etica, parte I, libro II, sez. I, par. 19, p. 307:
«La coltura (cultura) delle proprie
facoltà naturali (facoltà della mente, dell’anima e del corpo), come mezzi per
raggiungere ogni sorta di fini possibili, è un dovere dell’uomo verso se
stesso».
[18] Cfr. supra nota 14.
[19] Sulla Sehnsucht, quale principium individuationis dell’uomo humboldtiano, mi permetto di
rimandare al mio Politica ancilla Juris.
Le radici giusnaturalistiche del liberalismo di Wilhelm von Humboldt,
Torino, Giappichelli, 1996, pp. 142-162.
[20] W. von Humboldt, Das achtzehnte Jahrhundert (1796-1797), in G.S., cit., Bd.
II, p. 90: «die primitive Kraft, das ursprüngliche Ich, die mit dem Leben
zugleich gegebne Persönlichkeit».
[21] Ivi, p.
88.
[22] Cfr. ivi,
p. 59.
[23] Cfr.
ancora una volta supra nota 14.
[24] Com’è
noto, nella teoria humboldtiana della Bildung,
centrale è l’aspirazione a formare il carattere originale dell’individuo, quale identità irripetibile. Come
ottimamente rileva Fulvio Tessitore: «l’individualità di Humboldt è affidata
allo sviluppo della singolarità (Eigentümlichkeit)
inconfondibile di ogni soggetto che aspira ad un ideale di universale
perfezione e di pieno equilibrio nella conformazione più gelosa dei tratti
specifici della propria individualità» (F.
Tessitore, I fondamenti della
filosofia politica di Humboldt, Napoli, Morano, 1965, p. 79).
[25] Su questo
aspetto del rapporto Humboldt-Kant concordo sostanzialmente con quanto
sostenuto da M. Hübler, Die Bedeutung der Individualität in Wilhelm
von Humboldts Lebensauffassung, cit., in particolare pp. 41-42. Sulla
stessa linea interpretativa cfr. P.
Giacomoni, Formazione e
Trasformazione. “Forza” e “Bildung” in Wilhelm von Humboldt e la sua epoca,
Milano, Franco Angeli, 1988, spec. pp. 127-128.
[26] W. von Humboldt, Über den Geist der Menschheit (1797), in G.S., cit., Bd. II, p.
325: «Dal momento che [la legge etica] deve essere applicata a tutti, essa deve
essere un dato universale, ma siccome a nessuno può venire in mente di forgiare
nature [tra loro] differenti in base ad un unico modello, essa non deve nuocere
alla diversità degli individui».
[27] Ibidem: «Es [das ethische Gesetz] muss also Etwas seyn, das, immer Eins und
eben dasselbe, auf mannigfaltige Weise ausgeführt werden kann».
[28] Das achtzehnte
Jahrhundert, cit., p. 59.
[29] Über Religion, cit., p. 62: «Sittlichkeit oder Unsittlichkeit (…) kommt einzig auf
die Verschiedenheit des Charakters, und nicht bloss darauf, sondern auch auf
die Verschiedenheit der Stimmung der Seele in den verschiednen Epochen des
Lebens an».
[30] Ibidem: «und man sollte nie eher eine Handlung beurtheilen, ehe man nicht die
physischen, intellektuellen, und moralischen Fähigkeiten und Bedürfnisse des
Handlenden genau geprüft hätte».
[31] Cfr. M. Hübler, Die Bedeutung der Individualität in Wilhelm
von Humboldts Lebensauffassung, cit., p. 63.
[32] Geschichte des
Verfalls und Unterganges der griechischen Freistaaten,
cit., p. 198: «Ein Individuum ist eine in der Wirklichkeit dargestellte Idee».
[33] Y. Tschong, Charakter & Bildung. Zur
Grundlegung von Wilhelm von Humboldts bildungstheoretischem Denken, Würzburg, Königshausen & Neumann, 1991, p. 73.
[34] Geschichte des
Verfalls und Unterganges der griechischen Freistaaten,
cit., p. 210: «Ein idealischer Charakter muss (…) den Ernst des Lebens nur in
dem Ernst der Ideen erblicken, die es erweckt».
[35] C. Menze, Storia e Bildung nella prospettiva di W. von Humboldt e di Hegel,
in W. von Humboldt e il dissolvimento
della filosofia nei «saperi positivi», con presentazione di A. Carrano,
Napoli, Morano, 1993, p. 265.
[36] W. von Humboldt, Plan einer vergleichenden
Anthropologie (1795), in G.S., cit., Bd. I, p. 379. Sul rapporto
individualità-umanità in Humboldt si rinvia per tutti alle acute notazioni di F. Tessitore, I fondamenti della filosofia politica di Humboldt, cit., pp.
129-171.
[37] C. Menze, Storia e Bildung, cit., pp. 247-248.
[38] Cfr., ad esempio, Geschichte
des Verfalls und Unterganges der griechischen Freistaaten, cit., pp.
206-207.
[39] Über Religion, cit., p. 56: «Aesthetisches
Gefühl (…) bezeichnet mehr das Vermögen, in dem Verhältnisse
sinnlicher Eindrükke zu einander gewisse Allgemeinheiten zu bemerken,
Allgemeinheiten nehmlich der Harmonie und Symmetrie».
[40] Cfr. ibidem:
«Durch sie [die ästhetische Richtung] erhalten wir unsinnliche Vorstellungen
durch sinnliche Gegenstände».
[41] Vorerinnerung über
Schiller, cit., p. 13: «ein Bild desjenigen (…), was
außer aller Erscheinung liegt».
[42] Cfr. Über Religion,
cit., p. 56.
[43] Ideen zu einem
Versuch, die Gränzen der Wirksamkeit des Staats zu bestimmen, cit., p. 170.
[44] Über Religion, cit., p. 56:«die Sinnenwelt als ein Zeichen der unsinnlichen
anzusehn».
[45] Cfr. I. Kant, Kritik der Urtheilskraft (Berlino-Libau, 1790), trad. it. a cura di
V. Verra, Roma-Bari, Laterza, 1989, parte I, sez. I, libro I, par. 9, spec. p.
60.
[46] Cfr. ivi,
Introduzione, par. VII, pp. 30-31: «la finalità di un oggetto, in quanto è
rappresentata nella percezione, non è una proprietà dell’oggetto stesso (…).
Sicché la finalità, che precede la conoscenza di un oggetto, e che, (…), è
immediatamente legata con la rappresentazione stessa, è l’elemento soggettivo
di essa, (…). Si dice perciò che l’oggetto è conforme al fine, solo perché la
sua rappresentazione è legata immediatamente col sentimento di piacere; e
questa rappresentazione stessa è una rappresentazione estetica della finalità».
[47] Geschichte des
Verfalls und Unterganges der griechischen Freistaaten,
cit., p. 198: «Insofern daher das Leben als eine fortwährende Schöpfung und der
Charakter als das Resultat derselben erscheint, kann und muss sogar jenes wie
eine Kunst und dieser wie ein Kunstwerk betrachtet werden».
[48] Sulla
stessa linea interpretativa vd. S. Battisti, Freiheit und Bindung. Wilhelm von Humboldts “Ideen zu einem Versuch, die Grenzen der
Wirksamkeit des Staats zu bestimmen” und das Subsidiaritätsprinzip, Berlin,
Duncker & Humblot, 1987, il quale rileva che «ciò che distingue Humboldt da
Kant è il suo incessante tentativo di operare una mediazione fra estetica e
morale, [mediazione], che Kant non accoglierebbe mai, in quanto, se si elevasse
a contenuto della legge etica un valore empirico, ciò contrasterebbe con il
principio della validità universale e della necessità [di questa stessa
legge]»: ivi, p. 105.
[49]
Ripercorrendo il cruciale conflitto tardo-settecentesco e pre-romantico fra
illuminismo e pietismo, ragione e fede, Freigeist
o Starkgeist e schöne Seele, Ladislao Mittner osserva,
con la sua consueta acutezza, a proposito dell’”anima bella”, che essa «non
aveva nessuna componente intellettuale, era semplicemente l’anima concepita
nella sua purezza; ed era quasi sempre un’anima femminile»: L. Mittner, Storia della letteratura tedesca. Dal pietismo al romanticismo
(1700-1820), Torino, Einaudi, 1971, tomo I, p. 60.
[50] W. von Humboldt, Theorie der Bildung des
Menschen (1793), in G.S., cit., Bd. I, p. 283.
[51] Ibidem.
[52] Secondo
Humboldt, infatti, «come (…) la mera forza necessita di un oggetto su cui esercitarsi,
e la semplice forma, il puro pensiero di una materia, nella quale esso possa
durare, imprimendovisi, così anche l’uomo ha bisogno di un mondo al di fuori di
sé»: ibidem.
[53] Geschichte des
Verfalls und Unterganges der griechischen Freistaaten,
cit., p. 191: «Alles im Universum ist Eins und Eins Alles».
[54] Lettera a Charlotte Diede del 21 settembre 1827, in Briefe an eine Freundin, cit., p. 172:
«Denn im Grunde sind es doch die Verbindungen mit Menschen, welche dem Leben
seinen Wert geben, und je tiefer eingehend sie sind, desto mehr fühlt man,
worin doch zuletzt der eigentliche Genuß steckt, die Individualität».
[55] Ideen zu einem
Versuch, die Gränzen der Wirksamkeit des Staats zu bestimmen, cit., p. 107.
[56] Plan einer
vergleichenden Anthropologie, cit., p. 387.
[57] Ideen zu einem
Versuch, die Gränzen der Wirksamkeit des Staats zu bestimmen,
cit., p. 107: «Mediante le relazioni [sociali], dunque, (…) l’uno deve far
propria la ricchezza dell’altro».
[58] Cfr. ibidem:
«eine Verschiedenheit, die, nicht zu gross, damit einer den andren aufzufassen
vermöge, auch nicht zu klein ist, um einige Bewundrung dessen, was der andre
besizt, und den Wunsch rege zu machen, es auch in sich überzutragen».
[59] Plan einer
vergleichenden Anthropologie, cit., p. 387.
[60] Ideen zu einem
Versuch, die Gränzen der Wirksamkeit des Staats zu bestimmen, cit., p. 123.
[61] W. von Humboldt, Betrachtungen über die
Weltgeschichte (1814), in G.S., Bd. III, p. 355.
[62] Lettera a
Charlotte Diede del 4 gennaio 1831, in Briefe
an eine Freundin, cit., pp. 264-265: in tale lettera Humboldt nota come con
il trascorrere del tempo si diventi «sempre più ricchi, ma non esattamente in
piaceri, bensì in qualcosa di più elevato. Con ciò io intendo non la semplice,
arida esperienza, ma un’elevazione nella limpidezza e nella pienezza del
sentimento di sé».
[63] Betrachtungen über die
Weltgeschichte, cit, p. 355: «und ich ohne Du vor (…)
dem Verstand und (…) der Empfindung [der wahren Individualität] ein Unding
sind».
[64] Plan einer
vergleichenden Anthropologie, cit., p. 387.
[65] Lettera a Charlotte Diede del 4 gennaio 1831, cit., in Briefe an eine Freundin, cit., p. 265:
«man ist mehr das, was man ist, und ist sich klarer bewußt, wie man es ist und
wurde. Und das ist doch der Mittelpunkt für des Menschen jetziges und künftiges
Dasein».
[66] Lettera a Caroline von Dacheröden del 9 ottobre 1804, in
Wilhelm und Caroline von Humboldt in
ihren Briefen, hrsg. von A. von Sydow, Osnabrück, Otto Zeller, 1968
(Neudruck der Ausgabe 1907-1918), Bd. II: Von
der Vermählung bis zu Humboldts Scheiden aus Rom 1791-1808, pp. 262-263:
«Wer, wenn er stirbt, sich sagen kann: “Ich habe so viel Welt, als ich konnte,
erfaßt und in meine Menschheit verwandelt”, der hat sein Ziel erfüllt, (…). Er
hat getan, was im höheren Sinne des Worts Leben heißt».
[67] Geschichte des
Verfalls und Unterganges der griechischen Freistaaten,
cit., p. 207: «Wie das Leben überhaupt als ein theilweis gelingender Kampf des
Geistigen mit dem Körperlichen betrachtet werden muss, so ist die Bildung der
Individualität durch die Herrschaft des sie lenkenden Grundtriebs der äusserste
Gipfel des errungenen Sieges».
[68] M. Hübler, Die Bedeutung der
Individualität in Wilhelm von Humboldts Lebensauffassung, cit., p. 102.
[69] Ideen zu einem
Versuch, die Gränzen der Wirksamkeit des Staats zu bestimmen, cit., p. 106.
[70] Ibidem.
[71] Cfr. ibidem: «anche l’uomo più libero ed
indipendente, se posto in situazioni uniformi, si sviluppa di meno».
[72] Ivi, p. 180: «Denn die Staatsvereinigung ist bloss ein
untergeordnetes Mittel, welchem der wahre Zwek, der Mensch, nicht aufgeopfert
werden darf».
[73] Ivi, p. 144.
[74] Difatti, Humboldt «vede la natura fisica, morale ed
estetica dell’uomo minacciata dallo Stato eudemonistico»: G. Evers, Wilhelm von Humboldt Ideen zu Staat und Recht,
rechtswissenschaftliche Dissertation, Köln, 1961, p. 14.
[75] Ideen zu einem
Versuch, die Gränzen der Wirksamkeit des Staats zu bestimmen, cit., p. 236: «das freie Wirken der Nation».
[76] Ivi, p.
131.
[77] Ibidem.
[78] Cfr. E.-J.
Sieyès, Qu-est-ce que le tiers
état? (s.l., 1789), trad. it. a cura di U. Cerroni, Roma, Editori
Riuniti, 1972, V., p. 61: «La nazione è preesistente a tutto, è l’origine di
tutto. (…) Prima e sopra di essa non c’è che il diritto naturale».
[79] Ivi, I., p.
27.
[80] Cfr. O. Vossler, Humboldt und die deutsche Nation, in «Leipziger Universitätsreden»,
Heft 7, Leipzig, Johann Ambrosius Barth Verlag, 1941, pp. 3-30, il quale della
categoria humboldtiana di nazione mette in risalto l’aspetto unitario di
comunità formativa dei soggetti morali nel loro reciproco interrelarsi. Per
questo studioso, la nazione deve intendersi come «individualità collettiva, (…)
come l’unità del singolo uomo con la collettività nella comunità creativa»
(ivi, p. 22). Non mancano, poi, coloro che preferiscono sottolineare altri
aspetti del concetto humboldtiano di nazione. Ad esempio, Hagen Schulze
evidenzia il profilo nazionalistico del concetto, considerando la nazione di
Humboldt una manifestazione pratica del "germanesimo". Cfr. H. Schulze, Humboldt oder das Paradox der Freiheit,
in B. Schlerath (Hrsg.), Wilhelm von Humboldt. Vortragszyklus zum 150. Todestag,
Berlin/New York, Walter de Gruyter, 1986, pp. 144-168: «se vi è un carattere
nazionale tedesco, allora la nazione deve essere più che la somma dei suoi
membri. L’idea di “germanesimo” (Deutschheit)
appare [ad Humboldt] nella realtà come individualità collettiva» (ivi, p. 159).
Tesi completamente opposta è, invece, sostenuta da quegli autori, che
interpretano la nazione humboldtiana in chiave democratica. Si pensi soltanto a
S. Battisti, Freiheit und Bindung, cit., il quale sostiene che «il concetto di
nazione (…) viene adoperato da Humboldt in maniera assiologicamente neutra.
Nelle sue associazioni nazionali non vi è ancora nessuna menzione di un
atteggiamento nazionale o di un sentimento di appartenenza nazionale»: ivi, p.
93; oppure a H. Klenner, Humboldts Staat als Rechtsinstitut des
Menschen, postfazione all’edizione da lui curata di W. von Humboldt, Menschenbildung
und Staatsverfassung. Texte zur Rechtsphilosophie, Freiburg/Berlin, Rudolf
Haufe Verlag, 1994, il quale parla di un’interpretazione «non-nazionalistica
(bensì democratica)» del concetto humboldtiano di nazione, rilevando come a
questo pensatore fossero del tutto estranee incontrollate «espressioni emotive
di carattere nazionalistico»: ivi, p. 332.
[81] Betrachtungen über die
Weltgeschichte, cit., p. 355: «Die Nation ist also
auch ein Individuum, und der Einzelne ein Individuum vom Individuum».
[82] Ideen zu einem
Versuch, die Gränzen der Wirksamkeit des Staats zu bestimmen, cit., p. 123.
[83] E’
risaputo come, per Kant, sia il lato soggettivo dell’azione a determinarne il
valore morale. Soltanto colui che agisce per dovere, ossia per rispetto della
legge etica, soddisfa le condizioni della moralità. In altre parole, il
concetto di dovere richiede nell’azione «oggettivamente, accordo con la legge,
e nella sua massima, soggettivamente, rispetto per la legge, come unico modo di
determinazione della volontà mediante la legge stessa»: I. Kant, Kritik der
praktischen Vernunft (Riga, 1788), trad. it. a cura di V. Mathieu, Milano,
Rusconi, 1993, parte I, libro I, cap. III,
p. 177.
[84] W. von Humboldt, Aus Kleins Vorträgen über
Naturrecht (1785-1786), in G.S., cit., Bd. VII, p. 472: «(…) keiner mehr mit Recht von dem
andern fordern, und mit Gewalt von ihm erzwingen [kann], als dass er ihn in der
Anwendung seiner Kräfte nicht störe». Il passo citato nel testo
in italiano è ripreso dalla mia traduzione degli appunti humboldtiani sulle
lezioni di diritto naturale, impartite da Klein, apparsa in appendice a V. Fiorillo, Politica ancilla Juris, cit., p. 170.
[85] Ideen zu einem
Versuch, die Gränzen der Wirksamkeit des Staats zu bestimmen, cit., p. 212: «Dem fremden Rechte Achtung zu verschaffen, ist das
einzige sichre und unfehlbare Mittel, Verbrechen zu verhüten». A questo
riguardo, Evers rileva sinteticamente che per Humboldt «vi è una lesione del
diritto soltanto quando venga violato un dovere negativo»: G. Evers, Wilhelm von Humboldt Ideen zu Staat und Recht, cit., p. 33.
[86] Ideen zu einem
Versuch, die Gränzen der Wirksamkeit des Staats zu bestimmen, cit., p. 212: «(…) die festeste Stüze der Sicherheit der Bürger in
einem Staate ist (…) das Gefühl der Moralität».
[87] Per
un’interpretazione in senso utilitaristico della nozione pufendorfiana di socialitas mi permetto di rimandare a V. Fiorillo, Tra egoismo e socialità. Il giusnaturalismo di Samuel Pufendorf, Napoli,
Jovene, 1992, spec. pp. 37-59.
[88] S. Pufendorf, De Officio Hominis et Civis secundum legem naturalem, libri duo,
cum adnotationibus Everardi Otti, Trajecti ad Rhenum, 1711, liber I, caput III,
par. VII, p. 80.
[89] Ivi,
liber II, caput I, par. IV, p. 396.
[90] S. Pufendorf, De Statu Hominum Naturali, in Id.,
Dissertationes Academicae
Selectiores, Londini Scanorum, 1675, par. 6, p. 597 (corsivo mio).
[91] Cfr. De Officio, cit., liber II, caput I,
par. 4, pp. 396-397: «status naturalis opponitur vitae per industriam hominum
excultae».
[92] S. Pufendorf, De Jure Naturae et Gentium, libri octo, cum commentariis J. N.
Hertii atque J. Barbeyraccii, Lausannae & Genevae, 1744, liber VII, caput I, par. VI, p. 119.
[93] J. Niedermann, Kultur. Werden und Wandlungen
des Begriffs und seiner Ersatzbegriffe von Cicero bis Herder, Firenze, Bibliopolis, 1941, p. 145.
[94] De Jure Naturae et
Gentium, cit., liber I, caput I, par. III, p. 6.
[95] S. Pufendorf, Specimen controversiarum circa
ius naturale ipsi nuper motarum, in Id., Eris Scandica, qua adversus libros de iure naturali et gentium obiecta
diluuntur, 1743, in appendice al De
Jure Naturae et Gentium, cit., caput II, par. V, p. 174.
[96] Cfr. De Statu
Hominum Naturali, cit., par. 6, p. 597: «dum per [civitates]civibus
praestatur securitas, ut & citra impedimentum operi incumbere, &
industriae suae fructum securius capere queant».
[97] Lo stesso
Humboldt pone la distinzione tra “uomo coltivato” (cultivirter Mensch) e “uomo formato” (gebildeter Mensch). Difatti – dimostrando la sua vicinanza teorica
allo Schiller delle Lettere
sull’educazione estetica e della Poesia
ingenua e poesia sentimentale -
Humboldt distingue tre stadi nello sviluppo dell’umanità: 1) il periodo della
mera natura; 2) il periodo della mera cultura; 3) il periodo della perfetta
formazione interiore. Su questa divisione teorica cfr. W. von Humboldt, Über
Goethes Hermann und Dorothea (1797-1798), in G.S., cit., Bd. II, pp. 304-305.
[98] Più
precisamente, Pufendorf annovera tra gli officia
hominis erga seipsum il dovere di coltivazione e di perfezionamento delle
facoltà individuali. Soltanto adempiendo tale obbligo, l’uomo sarà messo in
grado di uniformarsi compiutamente alla massima legge di natura: quella della socialitas. In breve, esclusivamente
l’uomo impegnato a coltivare se stesso potrà agire come persona pienamente
sociale. «Eoque homo leges socialitatis, (…), implere studens, merito primam
circa se ipsum operam collocare debet, eo felicius officiis adversus alios
satisfacturus, quo curatius circa sui perfectionem laboraverit»: De Jure Naturae et Gentium, cit., liber
II, caput IV, par. I, p. 226.
[99] Difatti,
per Humboldt, l’ordine pubblico o “sicurezza” è «l’unica cosa che il singolo
uomo non riesca ad ottenere con le sue sole forze»: Ideen zu einem Versuch, die Gränzen der Wirksamkeit des Staats zu
bestimmen, cit., p. 134.
[100] Ivi, p. 179: «Gewissheit der gesezmässigen Freiheit».
[101] Cfr. ivi,
pp. 106 ss.
[102] Cfr. ivi,
pp. 113-114.
[103] Ivi, p.
113. Su questo punto teorico si rinvia alle osservazioni di D. Spitta, Humanisierung des Staatslebens durch Achtung der freien Individualität,
in «Die Drei», 55 (November 1985), in particolare p. 839.
[104] W. von Humboldt, Über den Entwurf zu einer
neuen Konstitution für die Juden (1809), in Id., Menschenbildung und Staatsverfassung, cit., p. 229: «kurz, da der
Staat kein Erziehungs-, sondern ein Rechtsinstitut ist». Nell’interpretazione
di Hermann Klenner, Humboldt avrebbe concepito lo Stato come «istituto
giuridico della nazione», intendendo, a sua volta, quest’ultima come
«associazione di individui miranti alla [propria] autorealizzazione»: H. Klenner, Humboldts Staat als Rechtsinstitut des Menschen, cit., p. 332. Dello stesso autore vd. anche l’antologia di
scritti humboldtiani da lui curata ed introdotta: W. von Humboldt, Individuum
und Staatsgewalt. Sozialphilosophische Ideen, Leipzig, Verlag Philipp Reclam jun., 1985.
[105] Ideen zu einem
Versuch, die Gränzen der Wirksamkeit des Staats zu bestimmen, cit., p. 180.
[106] Cfr. D. Spitta, Grundzüge einer mitteleuropäischen
Staatsidee. Die Bedeutung Wilhelm von Humboldts und Rudolf Steiners für ein
neues Staatsdenken, in S. Leber (Hrsg.),
Der Staat. Aufgaben und Grenzen. Beiträge
zur Überwindung struktureller Vormundschaft im Rechtsleben, Stuttgart,
Verlag Freies Geistesleben, 1992, Sozialwissenschaftliches Forum, Bd. 4, p.
334. Per questo critico, nella visione di Humboldt, l’uomo «è il vero
sovrano, e lo Stato deve servire l’individuo e quegli scopi che lo conducono
alla libertà»: ibidem.
[107] I. Kant, Die Religion innerhalb der
Grenzen der bloßen Vernunft (Königsberg, 1793), trad.
it. di A. Poggi, introd. di M.M. Olivetti, Roma-Bari, Laterza, 1994, cap. III, p.
100: «un’associazione degli uomini sotto le sole leggi della virtù, (…), può
chiamarsi una Società etica, e, in
quanto queste leggi sono pubbliche, si può chiamare (in opposizione alla
Società giuridico-civile) una Società
etico-civile o ancora una comunità etica».
[108] Pufendorf
distingue, infatti, fra la coazione, che agisce dall’esterno «solis viribus
naturalibus» (De Jure Naturae et Gentium,
cit., liber I, capiut VI, par. X, p. 95) e l’obbligo – come necessità morale
rigorosamente separata da quella fisica – il quale, viceversa, «praesupponit
tales causas, quae intrinsece hominis conscientiam ita afficiant, ut ex
propriae rationis dictamine iudicet non recte, adeoque non iure sese
resistere»: ibidem. Sulla concezione
pufendorfiana della obligatio mi
permetto di rinviare nuovamente a V.
Fiorillo, Tra egoismo e socialità.
Il giusnaturalismo di Samuel Pufendorf, cit., pp. 169 ss.
[109] H. Welzel, Naturrecht und
Rechtspositivismus, in «Festschrift für H.
Niedermeyer», Göttingen, 1953, pp. 279 ss., rifluito in Id., Abhandlungen zum
Strafrecht und zur Rechtsphilosophie, Berlin-New York, Walter de Gruyter,
1975, p. 286.
[110] Cfr. Ideen zu
einem Versuch, die Gränzen der Wirksamkeit des Staats zu bestimmen, cit.,
p. 175: «Denn abgerechnet, dass Zwang und Leitung nie Tugend hervorbringen; so
schwächen sie auch noch immer die Kraft».
[111] Ivi, p. 188: «Das wahre Bestreben des Staats muss daher
dahin gerichtet sein, die Menschen durch Freiheit dahin zu führen, dass
leichter Gemeinheiten entstehen, deren Wirksamkeit (…) an die Stelle des Staats
treten könne».
[112] Ibidem.
[113] E. F. Klein, Über die Natur der
bürgerlichen Gesellschaft, in Id., Kurze Aufsätze
über verschiedene Gegenstände, Halle, 1797, p. 56: «Da also die
Gesellschaft auch ohne Staat gedacht werden kann; …».
[114] Si pensi
soltanto al sassone Johann Adam Bergk (1769-1834), illuminista di orientamento
radical-democratico, il quale – costruendo lo status naturae nella forma di kantiano concetto razionale, ovvero
come l’idea di una società che realizzi la perfetta umanità dell’individuo – dichiara con accenti millenaristici che
«la ragione segnerà il declino dello Stato, non appena l’uomo sarà moralmente
maggiorenne ed in grado di governarsi da solo»: J. A. Bergk, Untersuchungen
aus dem Natur-, Staats-, und Völkerrechte mit einer Kritik der neuesten
Konstitution der französischen Republik, s.l., 1796, IV. Versuch, p. 35.
Questo saggio è apparso in «Teoria Politica», XVIII, n. 3 (2002), pp. 143-159.
Si ringrazia la rivista «Teoria Politica» per aver autorizzato la pubblicazione.