ARTICOLI E SAGGI 23/02/2005 Massimo Borghesi - Democrazia e modernità in Augusto Del Noce (negli scritti dal 1930 al 1946)
La pubblicazione di una
larga messe di inediti di Augusto Del Noce, appartenenti al periodo 1930-1945,
pubblicati nella raccolta Scritti
politici 1930- 1950 (Rubbettino 2000), consente oggi di rileggere, in forma
nuova ed approfondita, l’itinerario umano e speculativo di colui che è
considerato come uno dei maggiori filosofi cattolici italiani del XX secolo.
Consente in primo luogo di comprovare quanto l’autore stesso aveva , a più
riprese, affermato circa la sua formazione intellettuale ed etico-politica. La
sua opposizione morale al fascismo segnata dall’amicizia con Aldo Capitini ,fermo testimone della “non
violenza”. La sua scoperta, attraverso Jacques Maritain, della possibilità di
un antifascismo “cattolico” e della
positività della democrazia e della libertà dei moderni. Su quest’ultimo punto,
in particolare, gli inediti, ma anche gli articoli apparsi su “Il Popolo Nuovo”
di Torino nel 1945-’46, documentano quanta importanza avesse la nozione di
democrazia nella riflessione di Del Noce, smentendo, con ciò, quanti tra i
critici, nel corso degli ultimi anni, hanno lamentato l’assenza di tale tema
nel suo pensiero. Una democrazia “personalista”, liberale e antitotalitaria,
attenta agli equilibri sociali e ad attutire le differenze, a cui il cristianesimo
dava il suo apporto rivendicando la trascendenza dell’individuo – nel suo
rapporto con Dio – rispetto a qualsiasi ordine sociale e politico. Una
concezione non molto dissimile da quella praticata da Alcide De Gasperi.
Il saggio che qui viene presentato costituisce il testo della
relazione tenuta presso il Convegno su “Le radici storico-filosofiche della
democrazia” (Savigliano, 30 settembre – Torino ,01/02 ottobre 2004), promosso a
cura del “Centro Culturale Pier Giorgio Frassati”, della “Fondazione Centro
Studi Augusto Del Noce”, del Dipartimento di Filosofia dell’Università di
Torino.
1) Del Noce 1936.
L’opposizione morale al fascismo.
Nei ricordi e nelle
ricostruzioni che Del Noce ha offerto del proprio iter biografico-speculativo il 1936, l’anno della guerra d’Etiopia
causa prossima della successiva
alleanza italo-tedesca, appare come una data decisiva. “Riprendo ora in mano –
scrive nel 1986 – Humanisme intégral
nell’edizione originaria che posseggo sin dal lontano tempo in cui apparve, il
1936. Si tratta dunque di un libro coevo a quell’impresa di Etiopia che fu la
prima delle ‘guerre del Duce’, e che segnò, a mio giudizio, il prologo della
seconda guerra mondiale.Perché muovo da
questa coincidenza temporale? Perchè per me tale impresa segnò il momento della
conversione all’antifascismo”[1].
Una conversione inusuale, l’autore ne è consapevole, nell’atmosfera di allora.
“So bene di essere, in questo, isolato, dato che parecchie grandi figure
dell’antifascismo (per esempio Croce e Gaetano De Sanctis) l’approvarono; e
dato che fu anche il momento di maggior consenso al fascismo di gran parte dei
cattolici (per esempio Gemelli e gli allievi dell’Università Cattolica) che vi
vedevano l’unione di romanità fascista e di cattolicesimo, contro nazioni
europee che dalla civiltà cristiana si erano allontanate. Non voglio affatto
disconoscere l’onestà di questi consensi; ma io vi scorgevo invece un fatto
filosofico, l’affermazione del principio della Forza come legge della storia
contro l’ideale di Giustizia della cui difesa le nazioni avverse si trovarono
investite, anche se nel loro passato lo avevano spesso disatteso”[2].
Il disgusto di Del Noce
verso l’impresa etiopica, quale esempio di violenza senza giustizia, era in lui
acuito dall’incontro, avvenuto l’anno precedente, con Aldo Capitini. Nell’anno
scolastico 1934-35 Del Noce aveva insegnato filosofia e storia presso
l’Istituto magistrale “Ruggero Bonghi” di Assisi. Qui aveva incontrato Alberto
Apponi e Capitini,espulso nel 1932 dalla Scuola Normale di Pisa, di cui era
segretario, per le sue idee antifasciste. Capitini non aveva ancora pubblicato
i suoi Elementi di un’esperienza
religiosa, che usciranno pressoLaterza ai primi del ’37, che Del Noce
giudicherà come “il punto più alto dell’antifascismo italiano”[3].
Tuttavia era già instancabile nel diffondere tra i giovani il suo ideale di non
violenza e di avversione al regime. Significativamente anch’egli, al pari di
Del Noce, pone il momento critico del fascismo in relazione alla guerra
d’Etiopia. “Le guerre d’Etiopia e di Spagna mostrarono, a chi non l’avesse ben
percepito, il vero volto del fascismo e di Mussolini. Fu un periodo decisivo
per molti giovani, che preparò il bisogno di una ricostruzione dalle
fondamenta, anzitutto morale. Quello che pareva un successo, e trionfale, fu
invece il crollo del fascismo nell’animo di molti dei giovani migliori”[4].
Tra essi v’era Augusto Del Noce. In un appunto personale del 21 settembre 1943
scriveva: “Principio della non violenza: Capitini, l’uomo che mi ha convertito
all’antifascismo”[5]. Giudizio
ribadito in un’intervista dell’ 84 nella quale ricordava essere il suo
antifascismo “profondamente influenzato dall’amicizia con il pacifista Aldo
Capitini”[6].
Capitini e la guerra d’Etiopia: da qui inizia la
travagliata riflessione etico-politica delnociana. Nel suo accedere ad un
antifascismo assoluto, di tipo “morale”, i cui “primi germi devono venir
ricercati negli inizi della politica bellicistica ed espansionistica del
fascismo”[7],
il disincanto matura a partire dalla fine dell’illusione che questi potesse
costituire “una via attraverso cui si sarebbe realizzato qualcosa
d’altro”,qualcosa di ulteriore e di diverso rispetto al regime. “Che cosa
doveva avvenire quando le illusioni si dissiparono e il fascismo cessò di apparire
una ‘via per’ ? Sembrava restare la pura volontà di potenza di un uomo che non
guidava verso nessuna finalità ideale, ma si serviva di ogni valore, religione
e patria, morale e tradizione, come strumenti di un’affermazione personale;
[…]. Dittatura, tirannide? Questi termini tradizionali servivano male ad
esprimere la realtà. Neppure si poteva parlare di ferocia fisica, che anzi
sotto questo riguardo la dittatura era piuttosto bonaria; né di particolare
persecuzione della libertà di pensiero, perché, di fatto, sia pure con qualche
cautela, ognuno poteva professare in campo religioso, filosofico,
letterario,artistico, le idee che voleva. Si trattava di qualcosa di peggio, di
una ‘violazione delle anime’, perché il Duce pretendeva di esprimere l’anima del
popolo e della nazione e di coinvolgere ognuno nel dinamismo della sua azione;
e a tutti erano imposti, nelle guerre, dolori senza scopo, e nel sacrificio non
giustificato da nulla, se non da questo spirito di dominio e di oppressione, di
uomini di altre nazioni e di altra razza, delitti senza giustificazione o
attenuante”[8]. Nella
dissociazione tra interno ed esterno, tra il pensiero e l’azione, la libertà
interiore era “tollerata” purchè ci si adeguasse, nella realtà esterna, al
regno della forza. In tal modo “ognuno era libero di professare le idee che più
gli gradivano, purchè le riducesse di fatto a retorica, a modi di mistificare
se stesso; era tollerata soltanto, insomma, la ‘coscienza mistificata’. Ciò in
conseguenza della degradazione delle idee a forze; quel che il fascismo
affermava era un regno universale della forza, l’elevazione della violenza pura
a valore “[9].
Di fronte ad essa maturava, in quei giovani in cui cresceva la riprovazione, un
senso di impotenza che tendeva a convertirsi, con facilità, in un pessimismo
storico. “E’ il pessimismo – scrive Del Noce nel ’73 – che accomuna oggi coloro
per cui la scelta per l’antifascismo aveva coinciso con l’affermazione del
primato della coscienza morale. Coloro che si formarono negli anni tra il ’30 e
il ’40, quando ogni considerazione utilitaria sembrava doverli portare ad
optare per l’altra parte. Coloro che crebbero nei primi anni del secondo
dopoguerra, ma che proponevano anch’essi la speranza morale di un ordine giusto
a una ricerca di carriera e di potere. Li accomuna quali che fossero o siano i
loro ideali ultimi, che potevano essere diversi o anche opposti, ma
concordavano in un punto: la priorità della giustizia rispetto alla forza “[10].
Tra essi Norberto Bobbio, studente ,al pari di Del Noce, del Liceo “Massimo
d’Azeglio” di Torino. Nello scambio epistolare avuto con lui nell’89,
pubblicato da “Micromega” con il titolo Dialogo
sul male assoluto, Del Noce ricorderà come “ una comune avversione
l’abbiamo avuta fin dalla prima giovinezza, quella per il dominio della forza;
anche per una forza che si presenti strumentale per un maggior bene, e in
realtà non riesce mai ad essere tale”[11].
Bobbio, come Del Noce, ebbe come docenti al Liceo Umberto Cosmo e Zino Zini. E’
interessante notare come ambedue, vicini al socialismo umanitario, fondassero
la loro opposizione al fascismo a partire da una critica della violenza. Scrive
Del Noce nel 1978:”Con Cosmo ebbi un rapporto molto assiduo e affettuoso
durante gli anni ’30. Lui era sfuggito da tutti per il suo antifascismo.
Facevamo quasi tutte le sere una lunga passeggiata.
La posizione politica e
culturale di Cosmo era molto particolare, una sorta di socialismo umanitario,
o, per meglio dire, un cristianesimo risolto in umanitarismo. Fu una figura che
esercitò molto fascino su Gramsci ma anche su Tasca e su Sraffa. Lo potremmo
definire l’antecedente di una linea che va sino al Capitini di Esperienze di vita religiosa “[12].
Oltre Cosmo v’era Zini caratterizzato, nel ricordo di Bobbio, da “una
concezione pessimistica dell’uomo e della storia, corretta da un cristiano
senso di pietà per le sventure degli uomini”[13].
L’episodio, narrato nella sua opera Il
congresso dei morti del 1921, del soldato di Lambessa che getta le armi
perché cristiano, aveva fortemente colpito l’immaginazione dei giovani[14].
Come per Bobbio così anche per Del Noce le personalità di Cosmo e Zini
concorrono alla formazione etico-politica . I docenti, compresi quelli che lo
avranno all’università, sono estranei alla cultura idealistica; la retorica del
regime non entra nelle aule universitarie. Il clima protettivo, proprio
dell’ambito degli studi, viene meno allorchè nel 1934, pochi mesi prima che Del
Noce rientrasse a Torino da Assisi, viene arrestato l'amico Leone Ginzburg. Nel
maggio del '35 è la volta di Bobbio (ammonito), di Piero Martinetti (poi
rilasciato), di Augusto Monti, Franco Antonicelli, Giulio Einaudi, Cesare
Pavese, Vittorio Foa, Massimo Mila. Questi fatti, unitamente all’avventura
guerriera del fascismo, dovevano indurre in Del Noce il pessimismo, di cui si è
parlato, destinato a durare a lungo. Un pessimismo che, grazie anche alla
vicinanza con la figura di Martinetti, tendeva ad assumere venature
gnostico-manichee. Un percorso peculiare questo nella misura in cui “nel
ventennio tra le due guerre, si ebbe un ritrovamento della gnosi antica, in
nome della non-violenza”[15].
Del Noce ricorderà più volte, come espressione di tale tendenza, l’opera di
Julien Benda Trahison des clercs,
commentata da Umberto Segre nel dicembre 1928, di fronte a lui giovane
universitario[16]. Rispetto
al “tradimento dei chierici”, che dalla condanna del male erano passati alla
sua giustificazione, non restava che la separazione dal mondo, la solitudine di
un’elite che non prende parte, non si
fa complice del mondo presente, perverso e corrotto. “La mentalità manichea è
stata, negli ultimi anni del fascismo – scrive Del Noce nel 1944 – una
tentazione assai forte ( e ha trovato, anche filosoficamente, nelle ultime
opere del Martinetti e del Rensi, i suoi interpreti). Il procedere del fascismo
non poteva apparire come quello di una pura forza ( non di un valore, ma contro
i valori) che soltanto dall’urto con una forza più potente poteva essere
arrestato ? […]. Ma nel ’38 in Italia la mentalità manichea era stato d’animo disperato
contro il muro della maggioranza di nobili filosofi e di loro discepoli – anche mia in parte “[17].
Nel dattiloscritto del ’44
Del Noce colloca se stesso dentro una temperie dualistica fortemente
pessimistica. Come ricorderà nel ’79:”Quest’opposizione tra l’etica e la
violenza fu vissuta da me in maniera lacerante negli anni tra il ’30 e il ’40.
La prospettiva in cui mi muovevo era eurocentrica, come quella normale degli
intellettuali di allora, sia vecchi sia giovani. Abitudini intellettuali radicatissime
e, quel che più importa, fondate, portavano a vedere nell’Europa il punto
d’arrivo, nel processo secolare della civiltà; e ora proprio questo continente
era squassato da una violenza senza precedenti. Soffrii questa contraddizione
in maniera esasperata in quegli anni, drammaticamente perché le varie filosofie
che avevano allora successo, mi apparivano tentativi di vivere in buoni termini
con essa; l’unica certezza era la certezza morale do dover testimoniare per
l’etica contro la violenza ( di qui la mia amicizia con Aldo Capitini). Né
nascondo il fascino che esercitavano allora su di me le forme religiose
improntate al dualismo gnostico”[18].
Tra esse un posto di primaria importanza spetta alla peculiare filosofia
religiosa professata dall’antifascista Piero Martinetti. La riflessione e la
testimonianza di Martinetti, che non aveva mai insegnato a Torino, gli
procurarono estimatori e discepoli anche in quella città. Come scrive
Bobbio:”Pur non essendo stati suoi allievi, per almeno tre di noi che freguentavamo
la facoltà di filosofia intorno al ’30, ebbe la sua parte nella nostra
educazione intellettuale e morale. Mi riferisco a Ludovico Geymonat, ad Augusto
Del Noce e a me stesso”[19].
Del Noce - lo ricorderà nel suo saggio su Martinetti
nella cultura europea, italiana e piemontese – freguentò Martinetti dalla
metà del 1936 alla primavera del ’41. Gli era stato presentato da Geymonat e
Ennio Carando, fucilato, quest’ultimo, durante la Resistenza, dalle brigate
nere il 5 febbraio 1945. “Che cosa portava a cercare l’amicizia di Martinetti e
a sentire la minima espressione della sua simpatia e della sua stima come più
preziosa di qualsiasi docenza? Ragioni, in primo luogo, di ordine
etico-politico, in quel momento storico, dalla guerra di Etiopia alla guerra mondiale,
in cui si era passati dalla distinzione di morale e politica alla loro completa
opposizione, e la situazione era tale da suggerire che la rottura tra ciò che è
vitale e ciò che è morale manifestasse un fondamento ontologico”[20].
Non si tratta di una testimonianza isolata. Rievocando la figura di un altro
“pessimista”, Giuseppe Rensi, cui dedicherà uno splendido saggio, Del Noce
chiarirà di non averlo conosciuto di persona, bensì di averlo incontrato
idealmente “negli anni tra il ’38 e il ’41, a motivo della situazione di
allora, che sembrava manifestare la sopraffazione del vitale sullo spirituale,
e suggerire, a rifugio contro la dissociazione di forza e di giustizia, il
richiamo a un tipo dualistico di religiosità”[21].
Per lui, cattolico, questo richiamo avveva le suggestioni di una “tentazione”[22].
L’attrattiva esercitata dal dualismo metafisico-religioso, di quello
martinettiano in particolare, “fortissimo nel quinquennio ‘36-’41, ed
esprimentesi in tentativi, rimasti per fortuna inedti e segreti di conciliarlo
col cattolicesimo”[23],
dovevano acuire il pessimismo sino all’angoscia. Del Noce doveva uscire da
questa crisi, la più grave ma non l’unica della sua vita[24],
grazie ad alcuni incontri, ideali ed affettivi,con l’opera di Leone Chestov,
del Maritain politico, con la figura di Franco Rodano. Il precipitare degli
avvenimenti storici contribuiva, d’altra parte, a rompere il senso d’impotenza.
L’opposizione morale al fascismo poteva ora assumere forma politica e il
cattolicesimo, abbandonato il dualismo e l’”anistoricità” cartesiana, poteva
farsi lievito della libertà e della democrazia. La mentalità manichea –
dichiara Del Noce nel ’44 – “non è più la mia”[25].
Partito dalla non violenza e dal disgusto verso la volontà di potenza del
regime Del Noce, in un iter biografico
che spiega la grande stima verso la figura di Simone Weil, veniva scoprendo, in
concomitanza con tanti giovani della sua generazione, la positività dell’impegno storico e il valore del metodo democratico
nel limitare gli effetti nefasti della forza e del potere di assoggettamento.
2) La “duplicità”
delnociana: la tesi di Dell’Era.
Questo quadro,
corrispondente alla ricostruzione che Del Noce, a più riprese, ha offerto della
sua adesione all’antifascismo e alla democrazia, è stato in anni recenti posto
in discussione dallo studio di Tommaso Dell’Era Augusto Del Noce. Filosofo
della politica edito nel 2000. In esso l’autore offre una sua personale
rilettura dello sviluppo etico-politico delnociano contraddicente, su più
punti, quello del filosofo. La data decisiva diviene qui il 1943, l’anno in cui
si avrebbe, da parte di Del Noce, il superamento della dissociazione tra
filosofia e storia e l’abbandono di persistenti simpatie per il regime
mussoliniano. Com’egli scrive: “Con la svolta del 1943, preparata negli anni
immediatamente precedenti, si ha il superamento dell’illusione profascista e
della dissociazione”[26].
Dell’Era è quindi persuaso che Del Noce sino al 1943 sia rimasto,
sostanzialmente, su posizioni filofasciste, pur manifestando, interiormente,
elementi di riserva morale verso la politica spregiuducata del Duce. “Con tale
interpretazione si viene però a creare una contraddizione tra i testi e la
successiva ricostruzione delnociana: infatti bisogna ritenere che l’impressione
della guerra d’Etiopia sul filosofo non fu poi così negativa”[27].
Perno di tale rivisitazione della memoria delnociana sono due inediti,
pubblicati dall’autore nel volume da lui curato di Scritti politici 1930-1950 di Del Noce e datati al 1937-’38; il
primo dedicato ai Patti Lateranensi e il secondo alla concezione del
totalitarismo secondo la dottrina fascista. Da essi, secondo Dell’Era, si può
dedurre una convinta adesione del giovane filosofo alla politica del regime,finanche nel suo aspetto di Stato etico e
totalitario[28]. Si tratta
di una conclusione sorprendente che rimette in discussione la stessa tesi di
fondo di Dell’Era: quella per cui Del Noce fino al ’43 sarebbe costantemente
diviso tra pensieri privati e atteggiamento pubblico. Tesi correlativa a quella
secondo cui il fascismo sarebbe considerato dal filosofo “un male,
appunto un male minore per ottenere un bene necessario (il profascismo
cattolico come necessario atteggiamento in vista della costruzione di una
società cristiana)”[29].
Se il fascismo appare al giovane Del Noce come un male, sia pure un “male
minore”, non si vede come possa essergli attribuita la celebrazione, totalmente
positiva, dello Stato etico e totalitario affermata nel secondo inedito del
’38. L’opposizione morale di Del Noce al fascismo implicava, infatti, la presa
di distanza proprio dagli aspetti per cui esso poteva apparire come sostituto
della Chiesa, soggetto assoluto della vita collettiva. D’altra parte è quanto
meno strano che Del Noce pervenga ad una visione elogiativa del fascismo nel momento
stesso in cui conosce Aldo Capitini, la cui personalità, come riconosce
Dell’Era, “lo affascina più dal punto di vista politico e antifascista”[30];
in cui diviene assiduo freguentatore di Piero Martinetti. L’autore tenta di
ovviare al paradosso scrivendo che “nonostante tale perdita di convinzione
profascista (sulla quale certo influì quella conversione all’antifascismo
dovuta all’influenza di Capitini e di Maritain), nei testi del ’37 Del Noce
recupera le argomentazioni a sostegno della posizione profascista, nonostante
possa non condividere alcuni aspetti del regime”[31].
Un Del Noce interiormente antifascista si abbandonerebbe all’apologia del
fascismo, pur continuando a freguentare persone di chiaro orientamento
antifascista. L’interpretazione di Dell’Era non tiene. Non solo essa deve
dubitare dell’attendibilità della memoria delnociana, ma, ciò che più conta,
non fa debito conto di un’analisi critica e filologica che, in questo caso, è
più che mai doverosa. Alla luce di questa l’utilità del secondo testo, quello
che Dell’Era titola Lo Stato totalitario,
databile presumibilmente tra il 1937 e il 1939, è, per ricostruire la posizione
delnociana, nulla. Il testo infatti, che descrive con chiarezza la concezione
etico-totalitaria dello Stato fascista, si interrompe, è privo di conclusione.
Ciò significa che noi non possediamo il pensiero di Del Noce sull’argomento in
questione. Come riconosce Dell’Era:”si tratta di un testo incompiuto e comunque
più aderente alla dottrina fascista, nel quale la prospettiva cattolica
praticamente non compare. Questa sarebbe la parte in cui Del Noce aderisce con
meno convinzione al fascismo”[32].
Questa parte non c’è. Il testo è mutilo. La sua affidabilità per ricostruire
l’effettiva posizione delnociana è pari a zero.
Diversa è la situazione
per quanto riguarda il primo inedito,la “Conferenza di Mondovì”, probabilmente
del febbraio 1937,dedicata a I Patti
Lateranensi. E’ qui che Del Noce ci offre la sua nozione del totalitarismo palesemente diversa da quella che si
enuclea dal secondo inedito qualora esso fosse completo. Dopo aver affermato
come “la soluzione sancita dagli accordi lateranensi sia l’unica che possa
assicurare la reale consistenza delle due sovranità dello Stato e della Chiesa”[33],
l’autore indica le tre vie che, storicamente, sono state tentate nel rapporto
tra le due realtà. “La prima consiste in un’identificazione dei due poteri –
identità che può essere realizzata in due modi – o mediante una riduzione della
religione alla politica o una soluzione della politica nella religione. Modi
entrambi insoddisfacenti. Il primo suona infatti bestemmia: è fare a Dio
l’offesa peggiore, peggio ancora che il negarlo, considerarlo come un semplice
instrumentum regni. E anche errata è la seconda forma,[…]; abbiamo in essa una
confusione di naturale e soprannaturale, un trasporto di elementi storici in
una realtà che per sua essenza è assolutamente trascendente”[34].
V’è poi la seconda via, radicalmente opposta alla prima e anch’essa
inaccettabile,”quella dell’assoluta distinzione”[35].
E’ la via praticata in Italia dal 1870 al fascismo secondo la formula di Cavour
“Libera Chiesa in libero Stato” o di Giolitti su religione e politica come due
parallele che non si incontrano mai. La terza via, “d’una distinzione che è
insieme unità”[36], è quella
affermata dal fascismo e anche dal “nostro risorgimento come sua intenzione
iniziale”[37].
Soffermandosi su questa Del Noce viene chiarendo il senso del totalitarismo fascista in una forma che ne svuota chiaramente il
contenuto. Il fascismo è totalitario perché è “una soluzione che rivendica
a sé tutto l’uomo; che non riconosce più cioè una dualità tra l’uomo esteriore
, soggetto alla politica, e l’uomo interiore, soggetto alla religione. E come
infatti potrebbe riconoscerla? La religione non può assolutamente venire intesa
come una forma dello spirito che stia accanto ad altre forme; essa è piuttosto
il centro unificatore, da cui tutte le nostre attività prendono il loro senso”[38].
Nel mentre dichiara totalitario il fascismo Del Noce viene attribuendo alla religione
un primato – “centro unificatore” – che dissolve la stessa concezione
totalitaria che presuppone l’elevazione della politica stessa a religione. Per
Del Noce “Posto questo riconoscimento della religiosità venivano immediatamente
escluse due altre vie a cui altri regimi hanno ricorso e ricorrono per
realizzare la stessa esigenza totalitaria: quella anzitutto della negazione
religiosa assoluta, poi quella di d’una religione di nazione o di Stato”[39].
Non è difficile cogliere dietro tali posizioni il comunismo e il nazismo.Il
fascismo rifiuta sia l’ateismo sia la riduzione mitica della religione. “Non
rimaneva quindi che la posizione d’ossequio: come soluzione storica e umana il
fascismo sa di non potere dare una determinazione precisa e teorica”[40].
Di fronte alla religione, che è “il centro profondo in relazione al quale tutte
le nostre attività hanno un senso “,la mancanza di determinazione del fascismo
“non deriva da agnosticismo, ma da ossequio profondo; se mai – se di
agnosticismo vuol parlarsi – di quell’agnosticismo profondo che deriva dal
riconoscimento dell’impossibilità umana di determinare il trascendente”[41].
E’ questa indeterminazione che consente, secondo Del Noce, di fondare il
principio della libertà religiosa. “Riguardo a questo punto la legislazione sui
culti ammessi ha un significato decisivo. Perciò accanto all’affermazione della
Religione cattolica come religione di Stato noi troviamo nel testo del
concordato la libera ammissione degli altri culti, che cessano così d’ssere
semplicemente tollerati, come veniva stabilito dallo Statuto. E la libertà
religiosa trova la sua piena sanzione nell’art.5 della legge sull’esercizio dei
culti ammessi:’La discussione in materia religiosa è pienamente libera’.
Sarebbe errato vedere in questa affermazione della libertà religiosa un atto di
indifferenza da parte del fascismo:laddove
bisogna vederci piuttosto il chiaro riconoscimento dell’essenza trascendente
della religione, su cui esso come soluzione storica e umana, è incompetente a
decidere. Nel fascismo insomma l’esigenza totalitaria porta
all’affermazione dell’autonomia, anzi dell’assolutezza dello Stato: in ciò
continua l’opera già intrapresa dal liberalismo del risorgimento. D’altra parte
il riconoscimento dell’impossibilità da parte d’una forza umana di determinare
il contenuto trascendente porta alla necessità di garantire l’autonomia più
assoluta delle forme religiose e particolarmente del cattolicesimo”[42].
L’elogio che Del Noce
tiene qui del totalitarismo fascista è davvero singolare, tanto da rendere
manifesta la sua evidente strumentalità. Il fascismo, come totalitarismo che
accorda piena autonomia e sovranità alla sfera religiosa sanzionandone la compiuta libertà di
espressione,non è, a rigore, un totalitarismo. La presentazione delnociana
tende a delineare un volto “liberale”del fascismo, strumentale alla posizione
cattolica, antitetico a quelle posizioni che spingevano ideologicamente il
regime a farsi davvero Stato etico e totalitario.
Da questo punto di vista
l’affermazione contenuta nel secondo inedito pubblicato da Dell’Era, quella per
cui il partito fascista è “milizia cioè insieme organo e chiesa”[43],
risuona come oltremodo distante rispetto al primo testo.In realtà il
manoscritto su Lo Stato totalitario,
nella sua celebrazione dell’assolutezza della Stato fascista senza che che vi
sia cenno della Chiesa e della dimensione religiosa, apparirebbe come un unicum nella riflessione delnociana, il
solo in cui compare la celebrazione del primato del politico, tale da
sconfessare anche la sua affermazione di aver “sempre avversato il fascismo in
quanto coscienza morale”[44].
Utlizzando le due fonti come se fossero equivalenti Dell’Era non si avvede come
esse, in realtà, si elidano a vicenda. Non può essere lo stesso autore colui
che celebra i limiti dello Stato totalitario e, al contempo, ne magnifica
l’assolutezza senza limiti. Non solo. Dell’Era nella sua interpretazione così
come nell’edizione del volume degli Scritti
politici delnociani ,che assembla i testi per temi e non cronologicamente,
evita un confronto con i due testi inediti,ivi pubblicati, che ,risalenti al
1930-’31, precedono quelli presi in considerazione.Nel secondo, un testo manoscritto dedicato ai
problemi della Federazione Universitaria dei Cattolici Italiani, dopo aver
osservato come “la ragion d’essere della F.U.C.I. sia essenzialmente e
unicamente culturale”, si paventa “il pericolo di considerare questa
associazione come il Fine,[per] cui gli individui sono umili mezzi e si
perderebbe quel senso della dignità della persona umana, della dignità
individuale che dev’essere, qui almeno, in un’associazione cattolica,
essenziale caposaldo”[45].
Laddove è da notare quel “qui almeno”, chiaramente polemico verso l’universo
politico circostante ove la persona è
semplice mezzo e mai fine. Dell’Era fa notare come la posizione di Del Noce
sembri qui “più vicina alle tendenze di Montini che a quelle […] della destra
conciliatrice all’interno della FUCI.[…]. Del resto Del Noce appare abbastanza
lontano dalla posizione di padre Gemelli”[46].
Questa distanza del Del
Noce fucino è posta in risalto nell’altro inedito, desunto da appunti tratti
dal diario del 1930-31. Qui tra le righe di un progetto di “alteriorizzazione”
( o dell’Amore), distinto dalla legge (o della paura), troviamo annotazioni che
palesano chiaramente l’assoluta distanza che separa Del Noce dall’ideologia
fascista . Si parla, nel diario, di “Lotta contro tutte le esaltazioni
dell’Uomo in quanto uomo, e quindi dello Sport, come fine e non come mezzo”[47].
Contro “la favola degli Eroi”(Carlyle) Del Noce si professa “Non
antipatriotico, antimonarchico: ma contrario alla Patria e alla Monarchia come
fini in sé: la Patria, la Monarchia ecc. non sono per sé Enti morali: possono divenire Morali o immorali”[48].
Da ciò viene desunta la perfetta congruenza delle tesi tomiste “colla mia tesi
del Mitologismo della Famiglia e della Patria, quando questi fini (beninteso)
vengano assunti come fine per sé epperciò muniti di ‘Dignità Assoluta’. Onde la
mia posizione anti-nazionalista”[49].
Antinazionalista, “antidealista”[50],
non però anti-borghese. “Vi sono due sensi di Borghesia – scrive il giovane Del
Noce - : l’uno significa l’affermazione umanistica (ed è il senso in cui è
borghese Croce). L’altro significa l’affermazione in teoretica di ‘senso
comune’ contro ‘Paradosso’, di ‘Moralità’ contro i ‘Novatori’: in questo senso
la borghesia può essere sostenuta. Errore di molti cattolici Moderni (Bloy,[…],
Chesterton, Giuliotti, Manacorda ecc.) il confondere queste due forme di
borghesia e l’affermarsi perciò antiborghesi. Ma questo affronterò in un mio
saggio sull’Antiborghesismo dei pensatori cattolici”[51].
Rifiutando la polemica
antiborghese, proclamandosi antinazionalista e antiidealista, osteggiando il
mito dello Sport, Del Noce mostra la distanza che lo separa dall’ideologia e
dalla retorica del regime. Se la sua “personalità ha da essere Personalità
Religiosa” nei confronti del mondo esterno vale il principio dell’ “ottemperare
agli obblighi sanzionati dalla Legge, indipendentemente dalla loro valutazione, perché la vita non
sia distratta da preoccupazioni estrinseche “[52].
Un Del Noce “pascaliano”, nel senso del Pascal politico, che accetta il volto
“legale” del potere, spogliato per il resto di ogni aureola, e questo per
garantirsi cartesianamente una libertà interiore, è quanto emerge dai diari del
1930. Un Del Noce, comunque, non solo moralmente ma anche ideologicamente non
fascista e che non si accorda minimamente con il profascismo attribuitogli da
Dell’Era per la seconda metà degli anni ’30. Se così fosse si avrebbe il
curioso iter di un autore idealmente
antifascista nel periodo 1930-31, che poi si converte al fascismo nel 1936-’38,
per poi riconvertirsi di nuovo all’antifascismo a partire dagli inizi degli
anni ’40. Il 1936 invece di segnare l’inizio di un consapevole antifascismo –
dopo l’incontro con Capitini e la guerra d’Etiopia – segnerebbe, al contrario,
la sua conversione all’ideologia totalitaria. L’annotazione privata, non destinata al pubblico, dei
diari del settembre ’43:”Capitini, l’uomo che mi ha convertito
all’antifascismo”[53],
non avrebbe quindi alcun fondamento. Se invece, come noi crediamo, lo ha allora
è la ricostruzione di Dell’Era che non tiene. Basata su due testi, di cui l’uno
significa il contrario di quello che si presume esservi – non l’apologia del
totalitarismo ma del momento liberale che lo limita -, mentre il secondo è
inutilizzabile, la sua interpretazione non è in grado di dar conto dell’unitarietà di uno sviluppo, con le sue
“crisi” e i suoi ripensamenti[54].
E questo, crediamo, per una pregiudiziale che si palesa nel corso delle ultime
pagine: quella per cui “la libertà non è componibile con un’autorità religiosa
di carattere dogmatico”[55].
Se così è, il tentativo Del Noce pensatore “cattolico” di dare una compiuta
giustificazione ai termini di libertà e di democrazia sarà comunque destinato
allo scacco. Di qui il tentativo, da parte di Dell’Era, di rinvenire un peccato
d’origine, una caduta, che come una tara permarrebbe poi a segnare il cammino
dell’autore sino alla fine.
3) La critica al Sacrum
imperium medievale. Del Noce e Maritain.
In realtà l’iter delnociano, come quello di molti
giovani della sua generazione, è caratterizzato da una serie di passaggi che lo
studio di Dell’Era, fermo alla pregiudiziale, non analizza adeguatamente. La distinzione
tra interiorità ed esteriorità del 1930-‘31, destinata a farsi dualismo
metafisico-religioso nel 1936-’41, diviene, a partire dal 1943, opposizione
politica al fascismo nella forma catto-comunista, per approdare, dal 1944, alla
compiuta accettazione del metodo democratico-liberale. Nell’arco di questo
sviluppo un ruolo essenziale, negli anni cruciali 1943-1944, è svolto
dall’influenza esercitata da Jacques Maritain. Assiduo lettore di Maritain
durante tutti gli anni ’30, Del Noce è tra i “primissimi lettori italiani”, nel
1936, dell’edizione francese di Umanesimo
integrale[56]. La lettura
di quel libro significò per lui “cattolico ,il ‘diritto di essere antifascista,
restando cattolico’. Perché, qualsiasi cosa si dica oggi, per i pochi giovani
intellettuali che andavano formandosi negli anni ’30 e che fossero
antifascisti, la solidarietà tra il rifiuto (più o meno rigido) del
cattolicesimo e l’antifascismo era un dato che sembrava incontrovertibile; […].
‘Livre de chevet’ per i giovani antifascisti era la Storia d’Europa nel secolo decimonono di Benedetto Croce, apparsa
ai primi del ’32. Humanisme intégral
mi liberava dal fascino di quel libro, e altresì da quello della personalità di
Aldo Capitini, nobilissima anima religiosa ma fermamente anticattolica, con cui
ero stato in stretti rapporti nel 1935, e per il quale l’emozione della guerra
di Etiopia era stata l’occasione per la stesura del migliore dei suoi libri,
gli Elementi di un’esperienza religiosa”[57].
Il giudizio, del 1986, è confermato in una lettera a Bobbio dell’89, dove,
riferendosi all’impostazione propria della Storia
d’Europa del Croce, afferma:”Mi sentivo a disagio in questo schema perché
non riuscivo a combinare il mio sentimento antifascista con l’immanentismo
filosofico; pur trovandomi isolato perché di antifascismo cattolico in Italia
non si poteva parlare, e soffrendo di trovare in me stesso una scissione tra
etica e politica (il primo libro cattolico antifascista che mi riuscì di
leggere fu Humanisme intégral , nel
1936 […])”[58].
Maritain non converte Del
Noce all’antifascismo – lo era già – ma al diritto
di eessere antifascista in quanto cattolico. Lo libera dal “complesso” di
Croce: solo i laici possono essere autenticamente antifascisti,essendo i
cattolici, per la loro impostazione antimoderna, portati ad allearsi con le
forze della reazione e dell’illibertà. Leggendo Maritain supera la “solitudine”
prodotta dalla sua posizione[59],
e perviene altresì ad una critica del modello teologico-politico medievale,
diffuso tra la cultura cattolica degli anni ’30, che in lui non esercita alcuna
attrattiva. Solo nella precisazione dei limiti di quel modello si poteva
sgomberare il terreno per un incontro tra cristianesimo e modernità e per
l’accettazione delle libertà moderne. L’equivoco su cui il “medievalismo”
cattolico fondava le sue simpatie per il fascismo, erroneamente assimilato ad
una forza antimoderna, pareva legittimare l’immanentistica religione della
libertà di Croce. Ma di equivoco si trattava e all’uopo la lettura di Maritain
assolveva una funzione purificatrice. Per poter valorizzare il metodo
democratico, in senso pieno e non solo strumentale, occorreva prendere congedo
dal Sacrum imperium nella sua
formulazione medievale. Allo scopo la distinzione maritainiana tra religione e
cultura diventa decisiva. Negli appunti di diario del 6 dicembre 1943 Del Noce,
dopo essersi prefissato di “riunire tutti gli appunti di Maritain”, elenca i
motivi che rendono interessante Religion
et Culture, l’opera del 1930. “Il Maritain accentua molto la trascendenza
della religione soprannaturale a ogni civiltà:[…]. Proprio in questa
distinzione di naturale e di soprannaturale, di ragione e fede la chiesa
cattolica mostrerebbe la sua trascendenza a ogni cultura determinata, a ogni
clima storico. Se il cattolicesimo vuol vivere adesso non deve trasformarsi, ma
mostrare che esso non si riduce a essere l’anima della civiltà medioevale”[60].
Si tratta, insomma, di evitare l’errore del clericalismo,
come se il cattolicesimo “fosse esso medesimo una città terrestre o una civiltà
terrestre”[61]. Errore che
suscita, per contraccolpo, il dualismo moderno, di tipo cartesiano, tra
religione e politica come lo concepisce il liberalismo. “Platonismo e
cartesianismo, platonismo e liberalismo “[62]:
modalità della scissione. Occorre, oltre il medievalismo e il liberalismo
laicista, ritrovare il giusto accordo tra religione e storia. “Posizione mia
attuale – scrive Del Noce -: il cattolicesimo, quello di Maritain, contro il
cristianesimo barthiano come unica possibilità di salvezza del mondo moderno”[63].Ciò
implica, sul piano teorico, un’adeguata riflessione sul rapporto tra unità e distinzione. “L’unità di oggi, della città non può essere l’unità
della fede. L’unità della città moderna non sarà quindi data da un presupposto, l’unità della fede: ma da
uno scopo: stabilire condizioni di
vita tali che la verità possa dal singolo soggetto venir vissuta in quanto
verità.[…] Lo stato Medioevale aveva un’unità massimale, un’unità nei principi che reggono la città. Lo stato
moderno deve tener conto di quella che è la grande scoperta della spiritualità
moderna, la scoperta della forma:
l’unità non deve essere cercata nei principi ma nella garanzia della forma in
cui questi principi sono accolti, nella garanzia quindi della libertà. Ma
questa forma non è astratta, ma ha un contenuto, il valore della persona”[64].
Sulla scia di Maritain,
Del Noce perviene quindi, alla fine del ’43, ad una concezione personalistica della democrazia
liberale. Una concezione che deve ulteriormente precisarsi ma sulla cui affermazione
non possono esservi dubbi. La tolleranza, che sta al centro dello Stato
moderno, non è “in alcun modo da considerarsi come un’espediente, vista la
condizione presente della divisione della coscienza in campo religioso. Essa continuerebbe a sussistere quando anche
questa divisione venisse meno”[65].
La vicinanza letterale con la posizione maritainiana, segnatamente con talune
pagine di Umanesimo integrale, è
evidente[66]. Così come
è evidente la dipendenza da Maritain
nella riformulazione dell’ideale
storico medievale del Sacrum imperium[67].
“Non si tratta di rinunciare all’idea di Sacrum Imperium. Si tratta piuttosto
di una sua interiorizzazione. Di un trionfo della verità non esteriore nelle
leggi e nella coazione, ma nelle coscienze. Attualmente è proprio il
cristianesimo – questo è curioso – a dover difendere il senso positivo
dell’idea liberale”[68].
Il destino del liberalismo, travolto dai totalitarismi appare, al Del Noce del
’43, come intimamente legato al cristianesimo. L’antifascismo viene assumendo
la forma di un liberalismo attento ai valori della persona. Del Noce torna a
più riprese sull’argomento. In un dattiloscritto della fine del ‘44-inizi ’45
scrive che :”Il problema nei suoi nudi termini filosofici è certo tutt’altro
che facile. Respingendo, come cattolico, la soluzione crociana e pur volendo
salvare il liberalismo in cui vedo un’affermazione massima della civiltà
cristiana, ritengo che non si possa dare una soluzione esauriente al problema
se non attraverso una nuova indagine sul concetto delle verità eterne, mettendo
in luce virtualità implicite […] per modo che verità eterne non voglia già dire
verità date una volta per sempre come indubitabili, ma ‘verità eternamente
riconquistabili’”[69].
L’accordo tra cristianesimo e libertà politico-civili implica la
relativizzazione del modello medievale il quale si fonda sulla “non problematizzazione della fede stessa in
quanto meritata. Presuppone cioè l’atto di adesione alla verità come già
compiuto”[70].
Diversamente “il problema della spiritualità moderna si pone in questi termini:
in che senso io posso aderire alla verità in
quanto verità. Al problema della verità si sostituisce quello della forma
di adesione alla verità; al problema dell’idea vera quello della persona vera.
I cattolici spesso denunciano il carattere di crisi dell’età moderna iniziata
con la scoperta dell’uomo nell’umanesimo e con la rottura dell’unità cristiana
nella riforma. E indubbiamente l’età moderna ha, da un punto di vista
cattolico, carattere di crisi, in quanto i suoi valori dovettero affermarsi in
gran parte contro il cattolicesimo; ma fino a che ci limitiamo ai suoi
caratteri che ho detto sopra, cioè alla sua problematica, non c’è traccia di
crisi, si tratta di un approfondimento e aguzzamento in sé pregevoli dell’idea
di verità. L’era moderna cioè non ha carattere anticattolico in quanto si
limita a porre il problema del soggetto; ha questo carattere soltanto quando al
soggetto come problema sostituisce il soggetto come soluzione; quando cioè
afferma una metafisica soggettivistica e immanentistica, o stoicistica o
storicistica contro la metafisica dell’oggetto; quando cioè si contrappone alla
teologia cattolica in quanto teologia”[71].
Il Del Noce del ’43
perviene in tal modo, seguendo Maritain, ad enucleare un senso positivo del
moderno, fondato sul riconoscimento della libertà come forma della verità, alla
cui luce il suo antifascismo morale può divenire politico e, al contempo,
conciliarsi con la sua posizione religiosa. La “svolta del 1943”, di cui tratta
Dell’Era, non consiste allora nel “superamento dell’illusione profascista”[72]
ma nell’enucleazione, in positivo, di un liberalismo passibile di
accordo,diversamente da quello crociano, con il cattolicesimo.
4)
Contro il manicheismo. La democrazia come “persuasione” e “non-violenza”.
Con ciò, tuttvia, non si è
ancora detto tutto,né l’iter
delnociano verso la comprensione della democrazia può dirsi concluso. Questa
assume un significato peculiare nella misura in cui viene collegata alle
categorie di non-violenza e di persuasione, categorie proprie della
riflessione di Capitini da cui certamente vengono riprese[73].
A partire dal 1944-’45 una democrazia autentica, liberale e non totalitaria, si
fonda, per Del Noce, sulla non-violenza e sulla persuasione. Nell’abbandono
dell’attrattiva esercitata su di lui dalla posizione comunista,incontrata
filosoficamente attraverso il libro di Auguste Cornu, agli inizi del ’42[74],e
umanamente con l’incontro con Franco Rodano[75],
il quadro si precisa. Finchè tale attrattiva perdura, dal 1942 al 1943, vale il
giudizio, suggerito dalla lettura di Umanesimo
integrale, per cui “Marx ha visto perfettamente l’impossibilità della
religione nella società borghese.
Questo, non altro, il punto d’accordo tra un cattolico e un marxista”[76].
Sufficiente, tuttavia, per preferire l’intesa con i comunisti rispetto a quella
con i liberali, il cui errore risiede “nel ritenere la preesistenza
dell’individuo alla comunità. Mentre l’individuo concreto non esiste che in una
comunità e deve essere libero nella comunità”[77].
Per Del Noce “Se noi ora crediamo che l’essere cristiani in questo momento della storia voglia dire sostenere una politica
cristiana vicina al comunismo non vogliamo dire affatto che il comunismo sia astrattamente migliore di nessun [sic!]
altro sistema comparso ma semplicemente vogliamo dire che esso è la soluzione
migliore nel momento storico attuale”[78].
Così alla fine del ’43. Nel testo inedito di una conferenza tenuta a Mondovì
nel marzo del ’44, Cattolici e comunisti,
la prospettiva appare però profondamente diversa. Contro la tesi dei cattolici
comunisti, per cui il comunismo doveva servire per una rinascita del vero
cristianesimo eroico, distruggendo quel cristianesimo di compromesso, borghese,
che ne è la degenerazione e la caricatura” Del Noce insiste ora sull’essenziale
ateismo del marxismo, sull’antitesi
della sua antropologia con quella cristiana[79].
In termini politici questa antitesi prende la forma del contrasto tra manicheismo e riformismo. L’uno, dipingendo il mondo in un contrasto netto tra
forze del bene e forze del male, è necessariamente violento. “Se il mondo
borghese è il mondo del peccato, l’uomo borghese sarà pure il peccatore
assoluto, in linguaggio teologico il dannato. La violenza contro di lui, il
rendergli la vita un inferno immanente, sarà quindi perfettamente legittimo”[80].
Al contrario il cristianesimo sa che “nella storia umana l’ingiustizia rinasce
continuamente”[81]. In tal
senso “Si può dire che sul piano sociale il cristianesimo non è rivoluzionario
ma riformista. Riformista non però nel senso deteriore che oggi il termine ha preso di
rivoluzionario attenuato e pavido che vorrebbe il fine e non i mezzi. Il suo
riformismo è invece fondato sulla critica all’utopia.[…]. Nei riguardi della
critica all’utopia la critica cristiana può concordare con quella che dal punto
di vista del liberalismo viene condotta dal Croce”[82].
Nel marzo del ’44, quindi,
il giudizio sul rapporto dei cattolici con i comunisti e i liberali appare
rovesciato rispetto a quello del ‘42-’43. L’incontro con il liberalismo antiperfettistico
di Croce è preferito a quello con l’utopismo marxista dato il “carattere
necessariamente irreligioso di ogni utopia”[83].Questo
perché “il concetto di rivoluzione suppone a fondamento ideologico quello di
utopia, ossia di una radicale liberazione del mondo dal male; è in
contraddizione con il concetto cristiano di peccato”[84].
Ciò porta Del Noce, per la prima volta,
a distinguere tra due tradizioni in seno al liberalismo: una di tipo
settecentesco, deistico-ottimistica, persuasa del necessario armonizzarsi di
ogni contrasto nella storia; un’altra, più moderna, maggiormente pessimista. Il
primo indirizzo “ è certo assai diverso dal liberalismo che può professare il
cristiano, come del resto dal senso del liberalismo più moderno. Questo liberalismo
appunto perché la libertà può volgersi al bene e al male,è il rifiuto più
completo di ogni forma utopistica. Esso riconosce che nella storia ci saranno
sempre crisi e rivoluzioni, sorride dell’utopista che promette sì una futura
umanità paradisiaca, ma per intanto chiede di poterla trasformare in un
inferno, che dirà sì, provvisorio, ma che però è l’unico suo risultato
sensibile. E che promette all’uomo una più perfetta libertà che sarà soltanto
libertà del bene, ma per intanto gli chiede di rinunciare a quella che già ha”[85].
Per Del Noce “Questo relativo pessimismo liberale cristiano ( è in sostanza il
senso cristiano del peccato) perché relativo non si riduce in alcun modo ad un
pessimismo d’inerzia. La libertà è eternamente minacciata e deve eternamente
essere difesa.
Non vi può essere pace per
il cristiano, e Cristo agonizza fino alla fine dei tempi. Quale in ultima
analisi la differenza del cristiano dal liberale e del liberale da ogni altra
posizione? Queste altre sono in fondo manichee: il male è nella struttura del
reale, in un senso oggetto. E allora o si pensa che esso in quanto intimo alla
struttura dell’essere sia ineliminabile e allora si va al pessimismo d’inerzia,
che in politica si traduce nel conservatorismo a qualsiasi costo; o per la sua natura
di oggetto esso potrà una volta essere definitivamente vinto e allora si va
nell’utopismo e nel rivoluzionarismo”[86].
Diversamente da tali esiti “Per il cristiano e per il liberale il male ha la
sua radice invece nella volontà malvagia dell’uomo e perciò continuerà sino
alla fine del mondo, ma continuerà anche sino allora la lotta contro di esso”[87].
Il cristiano e il liberale: Del Noce associa ora le
due posizioni a partire da una comune percezione antropologica contraddistinta
da un relativo pessimismo. La loro intesa deve limitare il manicheismo
dilagante i cui effetti sono violenza e illibertà. E’ interessante notare come
,approfondendo tale prospettiva ,Del Noce pervenga ad un ritrovamento di
Agostino, come premessa ideale di un ordine non violento e quindi
tendenzialmente liberale.”Ci troviamo oggi – scrive nel ’44 – nelle condizioni
migliori per intendere la mentalità manichea nella sua intenzionalità e nella
sua essenza eterna. Credo che chi compisse questo studio giungerebbe a una
conclusione filosofica inattesa: che il manicheismo è sempre correlativo a un
difetto di criticità della coscienza morale, a un insufficiente pessimismo
umano, cioè al considerare come bene assoluto forme umane e sempre relative di
bene. E per questa via si potrà liberare Sant’Agostino dall’accusa che tanti
storici gli muovono di essere tornato negli ultimi anni con la teoria degli splendida vitia a una posizione vicina
al manicheismo. Laddove forse la critica di Mani ha le sue radici in quello
stesso pessimismo che più tardi l’ha portato a critcare Pelagio”[88].
Superando la fase manichea
degli anni 1936-’41, fase che continua in forma nuova nel contrasto tra
cristianesimo e mondo borghese (1942-’43), Del Noce approda ad un ritrovamento
di Agostino la cui prospettiva consente il superamento dei dualismi
etico-politico-religiosi. Il nuovo manicheismo, quello incarnato dai comunisti
nel ‘43-’44, assume nella lotta contro il fascismo un carattere violento ed è
qui che Del Noce prende le distanze dalla posizione catto-comunista costretta,
suo malgrado, a legittimare tale violenza. Nell ’84 dichiarerà:” Ero favorevole
all’idea di una resistenza soltanto difensiva. Vede, il mio antifascismo era
stato profondamente influenzato dall’amicizia con il pacifista Aldo
Capitini.[…]. Io avevo talmente legato l’idea di ‘antifascismo’ a quella di
‘non violenza’ che mi sembrava che la Resistenza, come era impostata dai
comunisti, deformasse lo spirito più vero dell’antifascismo. Fu come il
tradimento di un innamoramento”[89].
Da questa delusione sorge l’incremento teorico del concetto di libertà che ora
viene necessariamente ad implicare le categorie “capitiniane” di non violenza e
di persuasione. Nel dattiloscritto del ‘44-’45, Principi di politica cristiana, dopo aver chiarito come l’idea di
libertà abbia per contenuto la persona,
intesa come valore e non come semplice individuo fisico, osserva come “l’idea
di persona esclude due libertà. La libertà di farsi schiavo e la libertà di
fare altri schiavi. […]. L’esclusione di queste due libertà porta al concetto
di forza ( o di autorità come difesa della libertà): mentre l’ideale della
libertà esclude totalmente l’idea di violenza (persecuzione per le idee)”[90].
Contro le tendenze inquisitoriali ,presenti in talune componenti della
Resistenza, Del Noce afferma che “l’idea di libertà come tale non può contare
su alcuna difesa e alcun sistema protettivo; essa si raccomanda soltanto alla
‘persuasione’ ”[91]. La
possibilità della “persuasione” è l’essenza di ogni libertà che si oppone alla
violenza[92].
Quest’ultima trova il suo acme nel fenomeno nuovo individuato in Politicità del cristianesimo oggi, un
saggio del 1946, nel totalitarismo.
“L’uomo dei totalitarismi capovolge l’uomo platonico-agostiniano”[93].
Non ‘ il principio ideale in noi che reagisce al mondo ma è il mondo che
determina in noi il principio ideale. “Se le idee sono idee di un uomo in una
determinata situazione sociale non si potrà cangiare
l’uomo se non cangiando la società; il cangiamento dell’uomo sarà conseguenza del cangiamento della
società e non l’inverso; il processo di azione dell’uomo dovrà andare, per così
dire, dall’esterno all’interno. Quindi al rapporto di persuasione succede necessariamente il rapporto di violenza”[94].
Ciò porta Del Noce ad affermare che “E’ in relazione a questa opposizione che
noi potremo intendere quale debba essere il senso odierno di ‘democrazia’.
Questa non può essere sufficientemente caratterizzata come ‘governo dal basso’ contro ‘governo dall’alto’, o governo
della maggioranza e simili. Non solo si deve insistere sull’essenzialità del
rispetto delle minoranze, ma fondare il concetto sull'esigenza fondamentale del rispetto del singolo. Ossia democrazia dovrà essere intesa come quel
regime in cui viene reso possibile a ognuno l’agire sugli altri se non in
termini di persuasione, o, definizioni equivalenti che fanno meglio vedere
la virtualità della prima forma, regime
in cui ogni soggetto viene considerato
come soggetto di persuasione cioè come persona o regime in cui ogni singolo
deve potersi considerare anche come fine e nessuno come unico fine dell’intero
processo sociale”[95].
Le definizioni riprendono
alla lettera quelle date da Del Noce nell’articolo Problemi della democrazia, apparso su “Il Popolo Nuovo” del 20-21
settembre 1945. In esso la dichiarazione che l’essenza della democrazia si
fonda sul “rispetto del singolo”[96],
porta alle seguenti conseguenze:”a) il
valore ultimo a cui il regime democratico è ordinato non è il vantaggio
materiale di nazione o di classe, ma l’idea di non violenza ( o di
persuasione); b) la politica democratica subordina la considerazione dei fini a
quella dei metodi con cui essi possono venire realizzati: cioè il valore di ogni singola proposta è
subordinato al valore del suo mezzo di realizzazione (è perciò che l’elite si
propone e non si impone al consenso). La persona di cui si parla non è però
l’idea astratta di persona, ma ogni
singola persona. Per cui può dirsi caratteristica ideale della democrazia
una concezione pluricentrica: cioè in un regime democratico ogni singolo deve
potersi considerare anche come fine e nessuno come unico fine dell’intera vita
sociale”[97]. Si tratta
di una concezione “personalistica” della democrazia affermata dal partito della
Democrazia Cristiana nel quale Del Noce, a partire dal 1944, si riconosce e
collabora[98]. Ciò che la
distingue dalle altre forze politiche è una concezione dell’uomo definito non
soltanto dal rapporto con la storia e la società ma anche dal legame con Dio.
“E’ questa relazione con Dio che forma, insieme con la sua trascendenza alla
storia, la sua libertà”[99].
A partire da qui Del Noce ne deduce l’ “attualità
politica del cristianesimo oggi nel suo rivendicare nell’uomo un principio
spirituale indipendente dalla società. E’ qui, e non altrove, la ragione di
un partito cristiano; come sola via
per cui si potranno evitare i totalitarismi. La funzione liberale oggi spetta al cristianesimo: e penso che anche
il partito liberale non possa affermare i suoi ideali se non ravvisando il suo
nucleo cristiano; di ciò può anche essere segno l’insistenza sulla
dissociazione del principio di libertà, come valore della persona, dal
liberismo economico”[100].
Tesi,questa, ribadita nel citato Politicità
del cristianesimo oggi, dove in relazione all’opposizione tra totalitarismo
e idea cristiana dell’uomo si afferma che:”Il tema fondamentale della
problematica filosofica oggi è quello della libertà dell’uomo”[101].
In termini politici “la sua forma implica che non si possa essere oggi
politicamente cristiani semplicemente rivendicando il diritto di essere tali o
richiedendo la libertà di una confessione positiva o il permanere di certi
istituti morali e giuridici; ma invece affermando la libertà spirituale di ogni individuo. Ciò importa pure in un
partito cristiano la rigorosa non
confessionalità: come difesa dei valori morali ed umani del cristianesimo
(la realtà della persona), indipendentemente dall’inquadramento filosofico e
teologico in cui si cerchi di essi la consapevolezza ultima. C’è un movimento
di convergenza oggi di cristianesimo e di liberalismo. Si è visto come la funzione liberale spetti oggi al
cristianesimo ([…]). Ma i cristiani devono abbandonare il presupposto che
l’affermazione dell’uomo cristiano coincida con quella del ritorno all’uomo medievale: e ai liberali si richiede
consapevolezza del nucleo cristiano delle loro idee”[102].
Questa richiesta ai
liberali si manifesta in un confronto critico con la posizione di Croce, che
attraversa alcuni articoli del 1945-’56. In essi Del Noce, costretto dalla Storia d’Europa del Croce a sentirsi
“isolato”, in quanto antifascista cattolico, può ora, a partire dalla
Democrazia Cristiana, controbattere all’equazione insostenibile tra
immanentismo e libertà. “E’ il cattolicesimo, non dispiaccia a Croce, che porta
il cattolico oggi a porsi sul piano politico come , in primo luogo, difensore
non soltanto della sua libertà, ma della libertà
spirituale di ogni individuo, a vedere ogni problema politico e sociale in
funzione della libertà”[103].
E’ questo, secondo Del Noce, “il pensiero delle correnti cattoliche oggi
culturalmente più vive; e una piena giustificazione del principio di libertà,
in senso ideale e non di opportunità, si può trovare negli scritti dell’attuale
ambasciatore di Francia alla Danta Sede, Maritain, così ingiustamente
disprezzato da Croce come uomo di pensiero, soprattutto nella migliore delle
sue opere, Humanisme Intégral del
1936”[104]. Questa
“giustificazione” si richiama, idealmente, al principio agostiniano delle due civitates e, quindi, alla critica
dell’ideale medievale del Sacrum imperium.
Dio infatti agisce sull’uomo non in modo coattivo ma sollecitando e provocando
la sua libertà. Si ha, per Del Noce, una “giustificazione, e vorrei dire
esaltazione del principio di libertà che sembra implicito nella teologia
cattolica della grazia. Si consideri come per essa la libertà dell’uomo sia un
valore così sacro che Dio stesso la rispetta sollecitandola senza forzarla […]. La stessa teologia cattolica
della grazia sembra quindi mostrare una convenienza tra cattolicesimo e
liberalismo”[105]. Una
convenienza che, al contrario, il Croce non può dimostrare tra il liberalismo
politico e il suo immanentismo filosofico.”Se la libertà è la legge della
storia nessuno potrà ribellarsi ad essa; anche il peggior tiranno sarà a modo
suo un servitore della libertà. La libertà di cui parla il liberalismo politico
non può che essere una libertà minacciata,
altrimenti da che può venire il bisogno di rivendicarla e di difenderla ?
Viceversa da che cosa può venire la minaccia per la libertà riferita allo
spirito assoluto? Viene il sospetto che nella crociana ‘religione della
libertà’ noi dobbiamo vedere non già la consapevolezza filosofica del
liberalismo politico, ma l’ulteriore teologizzazione di un movimento politico
che ha origini diverse”[106].
All’accusa crociana per
cui il singolo cattolico può essere liberale “malgrado” il suo cattolicesimo,
Del Noce risponde così affermando che Croce è liberale “malgrado” il suo
immanentismo. Liberali e cattolici devono superare, di fronte alla concreta
libertà “minacciata”, le pregiudiziali del passato. “Considerando la politica
italiana passata: si è mai pensato a misurare quanto il contrasto di cattolici
e di liberali abbia favorito l’avvento del fascismo?”[107].
Si tratta di dare una rappresentanza politico-democratica alla classe della
mediazione, al ceto medio. “Ciò che caratterizza il ceto medio è una maggior esigenza rispetto ai metodi;
non l’odio alle innovazioni ma le richieste che esse rispettino nel loro
realizzarsi i metodi della giustizia e della libertà; il ceto medio è contro la
violenza”[108].
Del Noce muove da qui per
un invito al dialogo e alla collaborazione anche con i socialisti, con
l’auspicio a riscoprire il meglio della tradizione turatiana. “La linea di
agganciamento del ceto medio al proletariato fu perfettamente intesa nel
moderatismo di Filippo Turati. Questa linea del vecchio socialismo italiano fu
allora sconfitta, mi si potrà rispondere. Verissimo, ma si è pensato a
quanto a questo insuccesso abbia allora contribuito il mancato accordo tra
cattolici e socialisti. Che non fu possibile non per il contenuto politico
economico, ma perché non ci si seppe liberare dall’abitudine di trasportare la
demarcazione sul piano ideologico: socialismo continuò a dire
‘anticattolicesimo’ e i cattolici continuarono a combattere il socialismo come
legato al ‘materialismo’. Con la conseguenza dei cattolici ricacciati a destra
e non sto a dire quanto questo abbia giovato all’avvento del fascismo”[109].
La collaborazione tra
forze diverse e l’opposizione ad uno schema bipolare appaiono al Del Noce del
’46 come una condizione essenziale per il mantenimento del quadro democratico.
“Non c’è democrazia senza la collaborazione di tutti i partiti per il bene
comune. Certo alla democrazia è essenziale l’idea di opposizione, ma si tratta
sempre di un’opposizione che è collaborazione
(es. conservatori e laburisti in Inghilterra)”[110].
Secondo il filosofo “l’ipotesi che non ci siano che due vie,dell’unità delle
forze comuniste, o dell’anticomunismo, è priva di serio fondamento. Non c’è
bestialità più grossa di quella pur così ripetuta, della necessaria scelta oggi
in Europa, tra due possibilità, destra o sinistra. Non è in fondo ripresentare
l’alternativa o comunismo o fascismo? E’ vero precisamente l’opposto: che non
può esserci oggi libertà senza una forza politica di mediazione”[111].
Tra queste forze due realtà politiche, quella liberale e quella socialista, si
mostrano inadeguate al compito. “Il partito liberale ha tentato di prospettarsi
come partito di centro, ma si è realizzato come partito conservatore”[112].
I socialisti di Saragat, d’altra parte, sono scissi tra fusionisti e
antifusionisti. Rimane la Democrazia Cristiana che “ha per la funzione
mediatrice due condizioni eccezionalmente favorevoli: l’essere un partito non
classista e il poter stabilire la continuità tra il nuovo e la tradizione del
popolo italiano”[113].
Questa realtà, ed è un interessante rilievo di Del Noce nel febbraio 1946, può
contribuire a favorire l’evoluzione democratica del partito comunista:”essa
potrà essere resa possibile solo dall’indipendenza della forza mediatrice. Non
bisogna dimenticare che, se l’idea comunista non può evolversi in senso
democratico, un partito è però formato dalle coscienze e le coscienze sono più
delle idee. Ora, nulla di più falso di rappresentare il P.C.I. come una specie
di blocco granitico: c’è in esso una corrente, si potrebbe chiamarla
neocomunista, sinceramente democratica […]. In una soluzione di tensione
rivoluzionaria, di rottura tra destra e sinistra […] l’azione di questa
corrente sarà pressoché nulla; impedita dalla sua interna contraddizione e
dalla struttura leninista del partito. Ma qualora la forza mediatrice riesca ad
allentare la tensione, questa corrente si troverà portata al primo piano. La
prassi, non c’è bisogno di insegnarlo ai marxisti, influisce sulla teoria.
Portato, e come costretto, sul piano di una pratica democratica, il partito
comunista potrà finire col dimenticare praticamente i principi, per lentamente
trasformarsi in un partito democratico”[114].
Una speranza, questa,
destinata a perdersi negli anni della “guerra fredda”, interessante, tuttavia,
come documento della concezione delnociana della pratica democratica. La
democrazia, come esercizio politico di una libertà fondata sulla non violenza e
sulla persuasione, richiede non l’esasperazione dei conflitti ma la rimozione delle loro cause. La mediazione è
essenziale all’agone democratico per liberarlo dal rischio manicheo nel quale la diversità ideale tende a trasformarsi in
dualismo etico-religioso. “Il compito di questa forza mediatrice è di stabilire
le condizioni per cui la necessità politica del nostro tempo, il passaggio
dalla democrazia formale alla democrazia reale con quell’effettiva uguaglianza
di potenza ( e non semplicemente la generica e astratta uguaglianza di possibilità) che essa
comporta, avvenga nel rispetto del valore essenziale dell’individuo, senza
sacrificare la realtà dell’uomo presente e senza giustificare ogni attuale
violenza nella sofistica considerazione della sua irrilevanza rispetto
all’ordine mirabile di là da venire” [115].
Di questa politica la Democrazia Cristiana doveva essere il fattore centrale.
Partito della mediazione, non confessionale al fine di evitare la “tragica
vicenda di clericalismo e anticlericalismo”[116],
esso corrisponde, negli intenti, a quello disegnato da De Gasperi nel suo
confronto con la Chiesa, le forze laiche e quelle socialiste[117].
Sancendo la sua superiorità, ideale e politica, Del Noce poteva giustificare
appieno il suo antifascismo giovanile, il suo rifiuto dell’antimoderno
cattolico,l’appartenenza reciproca di cristianesimo e libertà che, grazie anche
a Maritain, gli appariva ora come l’ideale storico concreto del tempo presente.
Questo , che trovava nella democrazia “personalista” un modello di riferimento
essenziale, rimarrà un punto fermo confermando l’importanza del
periodo1936-1946 per intendere compiutamente il complesso svolgimento del
pensiero delnociano[118]. Un modello mai posto in discussione nemmeno
quando, a partire dagli anni ’60, Del Noce porrà il problema “della difesa
dell’ideale della libertà nella democrazia, ammessa come fatto storico
irreversibile”[119].
Anche allora, infatti,pur distinguendo tra libertà e democrazia, poiché la seconda può anche prescindere dalla
prima,dichiarerà, senza possibili ambiguità,che”di certo,l’esigenza della libertà
importa anche quella della democrazia, come valore conseguente e subordinato:
non può esservi piena attuazione dell’ideale morale della libertà se non in un
regime, e in una comunità internazionale, in cui ogni singolo possa considerare
se stesso anche come fine dell’intero processo sociale”[120].
La continuità con la definizione di democrazia del 1945-’46 è evidente. Del
Noce ha ripensato, ma non ha dimenticato la fondamentale lezione che gli
proveniva da Capitini e da Maritain[121].Grazie
ad essi - i suoi “maestri di
antifascismo” - la sua opposizione morale alla violenza e alla menzogna è potuta farsi pensiero, riflessione sul metodo
della libertà nell’era dei totalitarismi.
[1] A. DEL
NOCE,L’umanesimo frainteso, “30
Giorni”, 4, aprile 1986, p.70. “[…] la guerra di Etiopia[…] fu proprio
l’emozione per quella guerra a determinarmi per l’antifascismo” (A. DEL NOCE, Il
ripensamento della storia italiana in Giacomo Noventa, Introduzione a :G.
NOVENTA, Tre parole sulla Resistenza,
Vallecchi, Firenze 1973, p. LXX).
[2] A. DEL NOCE, L’umanesimo frainteso, cit., p.70.
[3] Storia di un pensatore solitario,
intervista ad A. Del Noce a cura di M. Borghesi e L. Brunelli, “30 Giorni”,4,
aprile 1984 (ora in: AA.VV., Filosofia e
democrazia in Augusto Del Noce, a cura di G.Ceci e L.Cedroni, Edizioni
Cinque Lune, Roma 1993, p. 229).
[4] A.
CAPITINI, Antifascismo tra i giovani,
Celebes, Trapani 1966, p.64. Cfr. anche
Elementi di un’esperienza
religiosa, in: A. CAPITINI, Scritti
filosofici e religiosi, a cura di M. Martini, Protagon, Perugia 1994,
pp.3-4.
[5] A. DEL
NOCE,Considerazioni sulle cose d’Italia
dal 25 luglio al 25 settembre 1943.
Appunti dal diario, testo manoscritto inedito del 1943, ora in: A.DEL NOCE,
Scritti politici 1930-1950, a cura di
T. Dell’Era, Rubbettino, Soveria Mannelli (CT) 2001, p.43. Citeremo il testo
con la sigla SP.
[6] Storia di un pensatore solitario, cit.,
p.228.
[7] A. DEL
NOCE, La prima sinistra cattolica
italiana postfascista, in: AA.VV., Modernismo,
fascismo, comunismo.Aspetti e figure
della cultura e della poltica dei cattolici nel ‘900, a cura di G. Rossini,
Il Mulino, Bologna 1972,p.462.
[8] Op.
cit.,p. 463.
[9] Ivi
[10] A. DEL
NOCE, Pessimismo,1973, “L’Europa”,
VII,1, 15 gennaio 1973, (ora in: A.DEL NOCE, Rivoluzione Risorgimento Tradizione, a cura di F. Mercadante, A.
Tarantino, B. Casadei, Giuffrè, Milano 1993, p.445).
[11]A. DEL
NOCE/ N. BOBBIO, Dialogo sul male
assoluto, “Micromega”, 1(1990), p.232.
[12] A. DEL
NOCE, Gramsci e Gentile, intervista a
cura di G. Mughini, “Mondoperaio”, 6(1978), p.112.
[13] N.
BOBBIO, Italia civile, Passigli,
Firenze 1986, p.122.
[14] Op. cit.,
p.124.
[15] A. DEL
NOCE, Violenza e secolarizzazione della
gnosi, in: AA.VV, Violenza. Una
ricerca per comprendere, Morcelliana, Brescia 1980, p. 205.
[16] Sulla
lettura delnociana di Benda cfr. La
“Trahison des clercs” nella letteratura della crisi, Gentile- La Rassegna
d’Italia, Milano 1946, pp. 169-179 (ora in: A. DEL NOCE, Filosofi dell’esistenza e della libertà, a cura di F. Mercadante e B. Casadei, Giuffrè,
Milano 1992, pp. 233-240); Il dualismo di
Benda, “Rivista di Filosofia”, 3-4, luglio-dicembre 1946, pp.153-174 (ora
in:Filosofi dell’esistenza e della
libertà, cit.,pp.241-265). Umberto Segre è l’amico che presentò Del Noce a
Capitini (cfr. A. DEL NOCE,Ricordo di
Apponi, dattiloscritto inedito presso la Fondazione Augusto Del Noce,cit.
in: T. DELL’ERA, Augusto Del Noce.
Filosofo della politica, Rubbettino, Soveria Mannelli (CT) 2000, p. 77).
[17] A. DEL
NOCE, La volontà morale nella situazione
politica presente, testo dattiloscritto, probabilmente del 1944 (ora in:
SP,cit.,pp.214 e 215).
[18] A. DEL
NOCE, Violenza e secolarizzazione della
gnosi, cit. p. 206.
[19] N.
BOBBIO, “Martinettismo torinese”,
“Rivista di filosofia”, LXXXIV, 3, dicembre 1993, p.331.
[20] A. DEL
NOCE, Martinetti nella cultura europea,
italiana e piemontese, in: AA.VV, Giornata
martinettiana, Edizioni di “Filosofia”, Torino 1964 (ora in: Filosofi dell’esistenza e della libertà,
cit., p.402).
[21] A. DEL
NOCE, Giuseppe Rensi tra Leopardi e
Pascal ovvero l’autocritica dell’ateismo negativo in Giuseppe Rensi, in:
AA.VV., Giuseppe Rensi, Marzorati,
Milano 1967 (ora in: Filosofi
dell’esistenza e della libertà, cit., p.469).
[22] A. DEL
NOCE,Martinetti nella cultura europea,
italiana e piemontese, cit., p.402.
[23] Op. cit.
,p.446.
[24] Cfr.la
lettera del 12/11/1939 di Sofia Vanni Rovighi a Del Noce, conservata presso la
Fondazione Augusto Del Noce, nel quale “la studiosa si rallegra del fatto che
Del Noce abbia superato la sua difficoltà tornando alla piena adesione al
cattolicesimo” (T. DELL’ERA, Augusto Del
Noce. Filosofo della politica, cit., p.76).
[25] A. DEL
NOCE, La volontà morale nella situazione
politica presente, cit, p.215.
[26] T.
DELL’ERA,Augusto Del Noce.Filosofo della
politica, cit., p.181.
[27] Op. cit.,
p. 178. Cionondimeno Dell’Era riconosce come “Non c’è ragione di dubitare della
sincerità delle affermazioni delnociane riguardo alla propria conversione
all'’tifascismo; bisogna anzi prenderle quasi alla lettera, sottolineando che
si trattò di un processo estremamente lungo; che tale processo lo liberò
gradualmente, in ragione di molteplici influenze, dell'’llusione cattolica
profascista; che si può parlare di una reazione morale al regime nel quadro di
un avvertimento di una dissociazione tra il pensiero e l'azione, e di un
antifascismo
[28] Cfr. op.
cit., pp.128 sgg., sino alla conclusione, sconcertante, per cui la posizione
delnociana sarebbe idealmente collegata all’ “antisemitismo fascista”
(op.cit.,p.132), conclusione che non
trova alcun riferimento testuale. Tesi, questa, attutita dall’affermazione
per cui:”Naturalmente la posizione della Chiesa cattolica nel 1938 di fronte
alle leggi razziali non può essere inquadrata nella categoria dell’adesione
integrale alle disposizioni fasciste; infatti proprio in quell’anno si assiste
ad una ulteriore svolta rivoluzionaria del regime in senso più fortemente totalitario
con la polemica antiborghese di Mussolini, che produce una crisi dei rapporti
tra Vaticano e fascismo”(op.cit., p.133). Se così è, l’affermazione per cui
proprio nel 1938 il cattolico Del Noce tesserebbe l’apologia, senza riserve,
della concezione totalitaria è quanto meno singolare.
[29] Op. cit.,p.179.
[30]
Op.cit.,p.139.
[31]
Op.cit.,p.180.
[32] Ivi
[33] A. DEL
NOCE, I Patti Lateranensi,
manoscritto inedito del 1937-1938 (ora in: SP, cit.,p.31).
[34] Op.
cit.,pp.31-32.
[35] Op. cit.,
p.32.
[36] Ivi.
[37] Ivi.
[38] Op. cit.,p.35.
[39] Op.
cit.,p.36. Per quanto riguarda la religione statale è interessante
l’annotazione, cassata,sul “programma mazziniano” che “implicava il concetto
dello Stato nazionale che si erige esso stesso a Chiesa, che incarna in sé il
nuovo principio religioso rivelantesi immediatamente al popolo senza alcuna
mediazione ecclesiastica: concetto utopistico quant’altri mai,perché oltre
tutto disconosceva l’enorme forza morale e la profonda utilità di
quell’istituzione secolare che era la Chiesa Cattolica, di fronte al quale
quindi il nuovo stato-Chiesa non avrebbe potuto assumere che un atteggiamento
di guerra aperta”(op.cit.,p.33, nota 6).
[40] Op. cit.,
p.36.
[41] Ivi.
[42] Op.
cit.,pp.36-37.
[43] A. DEL NOCE, Lo Stato totalitario, testo manoscritto inedito del 1937-1938 (ora
in: SP,cit.,p.42).
[44] A. DEL
NOCE, La volontà morale nella situazione
politica presente, cit., p.215.
[45] A. DEL
NOCE, Cultura e adesione nella F.U.C.I,
testo manoscritto inedito dell’ottobre 1931 (ora in:SP,cit.,p.173).
[46] T.
DELL’ERA, Augusto Del Noce. Filosofo
della politica, cit.,p.49, nota 60.
[47] A. DEL
NOCE, L’unità della condotta e il
principio di alteriorazione, raccolta di appunti inediti dei diari
delnociani del giugno 1930-gennaio 1931 (ora in: SP,cit., p.164).
[48] Ivi.
[49] Ivi.
[50] Op. cit.,
p.169.
[51] Ivi
[52] Op.
cit.,pp.170-171.
[53] A. DEL
NOCE, Considerazioni sulle cose d’Italia
dal 25 luglio al 25 settembre 1943. Appunti dal diario, cit., p.43. Si cfr.
la lettera di Del Noce ad Aldo Capitini, del 3 febbraio 1966:”Vedo in te la più
bella figura dell’antifascismo ‘30-’40 cioè di quelli che per me furono i veri
anni dell’antifascismo”(Lettere inedite
di Augusto Del Noce ad Aldo Capitini, 1943-1967, Perugia, Archivio
Capitini,carteggio,n.790).
[54]
“Unitarietà” segnata da un intento socratico-cristiano di non perdere la
propria anima. Come scrive in un appunto del 31 agosto 1983:”Ho cercato in
tutta la mia vita (74 anni e ormai venti giorni) di rifiutare ogni complicità
con il male, pur evitando, per ragioni religiose e per nessuna di ogni altra
natura, la via del suicidio. […]. Perciò negli anni Venti sono stato
l’antifascista assolutamente risoluto, e perciò condannato all’autodistruzione,
che non aveva aderito a nessuno dei movimenti che allora esistevano (GL,
comunisti, gruppo di Ginzburg o anche quello di Capitini); e l’autodistruzione
aumentò quando mi separai dall’antifascismo”(A. DEL NOCE, Spunti dal diario, in: A.DEL NOCE, Cristianità e laicità, a cura di F. Mercadante e P. Armellini,
Giuffrè, Milano 1998, p.305). Si cfr. la lettera a capitini del 7 ottobre
1963:” Vorrei solo che tu continuassi ad avere una certa stima morale per me.
Pensa in che condizioni sono, in un mondo in cui è tanto facile riuscire! Ho
mai adulato nessuno? E per me l’adulazione è il peccato maggiore. Ho mai
scritto qualcosa che non pensassi? E il mio silenzio di tanti anni non dipende
dal fatto che non volevo pronunziarmi, su problemi che non avevo risolto,
mentre era tanto facile scegliere e sostenere un partito”(Lettere inedite di Augusto Del Noce ad Aldo Capitini, 1943-1967, cit.,).
[55] T.
DELL’ERA, Augusto Del Noce. Filosofo
della politica, cit., p.405.
[56] “Maritain
era allora, almeno fra i cattolici, un autore alla moda. Io cominciai col
leggere il suo Riflessioni
sull’intelligenza pubblicato nei primi anni Venti. Poi seguì tutta la sua
opera dai Tre riformatori all’Antimoderno.
Ma il libro del filosofo francese che più mi colpì, tanto che lo studiai quasi
a memoria fu Umanesimo integrale; lo
lessi nel 1936, appena pubblicato in Francia … credo di essere stato uno dei
suoi primissimi lettori italiani”(A. DEL NOCE, Storia di un pensatore solitario, cit., p.226). Su Del Noce lettore
di Maritain cfr: T.DELL’ERA, Augusto Del
Noce e Jacques Maritain: libertà e liberalismo, in: AA.VV.,Augusto Del Noce e la libertà. Incontri
filosofici, a cura di C. Vasale e G.Dessì, SEI, Torino 1996, pp.61-87.
[57] A. DEL
NOCE, L’umanesimo frainteso,
cit.,pp.70-71.
[58] A.DEL
NOCE / N.BOBBIO, Dialogo sul male
assoluto, cit.,p.232.
[59]
Nell’intervista dell’84 Del Noce ricorderà il suo antifascismo cattolico come “isolato”.
“Vede, l’antifascismo giovanile era allora un fenomeno molto esiguo e questa
minoranza esigua a Torino era mossa generalmente da una filosofia politica
liberalsocialista che si ispirava alle idee di Piero Gobetti e all’azione del
gruppo di
[60] A. DEL
NOCE, 6 dicembre 1943, testo
manoscritto inedito tratto dal diario di Del Noce del dicembre 1943 (ora in:SP,
cit.,pp.181 e 183).
[61] Op.cit,
p.183.
[62] Op.
cit.,p.182.
[63] Ivi. Il
riferimento a Barth, inusuale in Del Noce, si spiega con il fatto che l’autore
presumibilmente tiene presente non solo la prima versione di Religion et Culture, quella del 1930, ma
anche la sua rielaborazione, quel Religion
et Culture II,apparso nel volume Du
régime temporel et de la liberté (Desclée de Brouwer, Paris 1933). In esso si trovava la critica
alla “posizione essenzialmente antiumanistica” propria “dell’ultra-calvinismo
della teologia di un Karl Barth”(J.MARITAIN, Strutture politiche e libertà, tr. it., Morcelliana, Brescia 1969,
p.65. Critica ripresa anche in Humanisme intégral, Aubier, paris 1936,
(tr. it.,Umanesimo integrale , Borla,
Bologna 1962, pp.117-118). Riprova ne è il fatto che Del Noce accenna qui al
“manicheismo” (6 dicembre 1943,
cit.,p.183), categoria che ritorna in brani del diario immediatamente seguenti.
Ebbene è proprio in Religion et Culture II che Maritain
utilizza la nozione per criticare Barth prima – “Ma questa condanna assoluta
dell’umano è manichea, non cristiana, incompatibile con il dogma centrale del
cristianesimo, il dogma dell’Incarnazione”(Strutture
politiche e libertà,cit.,p.65) -, e, in secondo luogo, il razionalismo e
l’illuminismo nella misura in cui rinvenendo nella storia bene e male assoluti,
riattualizzano la “vecchia storia di Ormuz contro Arimane”(op.cit.,p.68. In Umanesimo integrale , tr. cit.,p.134, anche l’umanesimo di Marx appare di tipo manicheo). Nei diari del dicembre 1943 Del Noce utilizza il
concetto per criticare tanto la fuga religiosa dal mondo, quanto l’attaccamento
religioso a momenti del passato, contrapposti,manicheisticamente, al presente
come accade nell’ideologia medievalista (cfr. A.DEL NOCE,Posizioni del cattolico, testo
manoscritto inedito del diario delnociano del dicembre !943. Ora in:SP,
cit.,p.184).
[64] A. DEL
NOCE, Posizioni del cattolico,
cit.,p.186.
[65] Ivi.
Corsivi nostri.
[66] Per
Maritain l’ideale di una nuova cristianità implica una unità temporale che “non
sarebbe, come l’unità sacrale della cristianità del medioevo, una unità massimale: sarebbe al contrario una
unità minimale […]. Ed è causa di ciò che questa unità
temporale o culturale non richiede da sé
l’unità di fede e di religione, e che può essere cristiana pur raggruppando nel
suo seno dei non-cristiani. Supponendo dunque che la divisione religiosa venga
un giorno a cessare, questa più perfetta differenziazione del temporale
rimarrebbe come quadagno acquisito – la distinzione della tolleranza dogmatica, che ritiene la libertà dell’errore come un
bene in sé, e della tolleranza civile,
che impone allo Stato il rispetto delle coscienze, rimarrebbe inscritta nella
struttura della città”(Umanesimo
integrale, cit,pp. 204-205).
[67] Cfr. J.
MARITAIN, Religion et Culture,
Desclée et Brouwer, Paris 1930, tr.it., Religione
e cultura, Morcelliana, Brescia 1982,p.32; Strutture politiche e libertà, cit.,p.82; Umanesimo integrale, cit.,pp.180-181.
[68] A. DEL
NOCE, Posizioni del cattolico, cit.,
p.186. “E’ assai notevole che il cristianesimo appaia in parecchi punti vitli della
civiltà occidentle come solo capce di difendere la libertà della persona e
anche, nella misura in cui può irradiare nell’ordine temporale,le libertà
positive, che corrispondono nel piano sociale e politico a questa libertà
spirituale”(J. MARITAIN, Umanesimo
integrale, cit.,p.193).
[69] A. DEL
NOCE, Principi di politica cristiana,
testo dattiloscritto inedito del 1944-1945 (ora in: SP, cit.,p.226).
[70] Ivi
[71] Op.cit.,
p.227.
[72] T.
DELL’ERA, Augusto Del Noce. Filosofo
della politica, cit.,p.181.
[73] Come
rileva Bobbio:”Il tema della
[74] “Ricordo
infatti perfettamente la mia prima informazione sul pensiero filosofico di
Marx, attraverso il libro di Auguste Cornu, nella primavera del ’42, e
l’impressione che ne provai, proprio come se il marxismo filosofico permettesse
a me cattolico di dare una definizione precisa alla mia reazione morale contro
il fascismo. I giovani antifscisti con cui ero in rapporto congiungevano la
loro posizione politica con una cultura storicistica o idealistica, o anche
neopositivista (come Geymonat), né di un vero antifscismo giovanile cattolico
si poteva allora parlare. Ora, il marxismo esercitav su di me una funzione
liberatrice nei riguardi della cultura idealistica, senza incrinare le
convinzioni religiose; perché Marx mi appariva come il pensatore che aveva
portato più a fondo la critica del mondo borghese, così nella sua consacrazione
idealistica come nella deformazione che necesariamente infliggeva alla
religione. Non aveva criticato la religione, ma la religione borghese – […]-,
anche se non aveva operato la distinzione che a me pareva necessaria”(A. DEL
NOCE,Il cattolico comunista. Rusconi,
Milano 1981, pp.50-51).
[75] Sul
rapporto Del Noce-Rodano si cfr. M-MUSTÉ, Franco
Rodano, Il Mulino, Bologna 1993, pp.131-143.
[76] A. DEL
NOCE, Pensieri per un saggio sulla
categoria di schiavitù, testo manoscritto inedito tratto da un diario
risalente (forse) ai primi del 1943 (ora in:SP,cit.,p.178).
[77] A. DEL
NOCE, Libertà e lavoro, testo
manoscritto inedito (senza titolo) tratto dal diario del dicembre 1943 (ora in:
SP, cit.,p.189).
[78] Op. cit.,
p.190.
[79] E’ qui che Del Noce si differenzia da
Maritain. Nella sua fase cattolico-comunista partiva “dall’idea che il comunismo fosse contrario non alla
religione ma al cristianesimo borghese: Questo giudizio nasceva più che da una
riflessione approfondità da un clima umano comune a molti giovani intellettuali
della mia generazione. Un clima alla cui diffusione contribuiva indubbiamente
lo stesso Maritain. Nel senso che in Umanesimo
integrale convivono due posizioni diverse: per un verso c’è la percezione,
giusta, che l’ateismo sia un elemento costitutivo essenziale del marxismo, che
condiziona tutte le sue operazioni; la percezione insomma che l’ateismo non sia
una mera
[80] A. DEL
NOCE, Cattolici e comunisti, testo
dattiloscritto inedito di una conferenza tenuta a Mondovì nel marzo del 1944
(ora in: SP, cit.,p.199).
[81]
Op.cit.,p.200.
[82] Op.cit.,
p.201.
[83] Ivi.
[84] A. DEL
NOCE, Principi di una politica cristiana,
cit.,p.219.
[85] Op. cit.
,p.232.
[86] Ivi.
[87] Op.
cit.,p.233.
[88] A. DEL
NOCE, La volontà morale nella situazione
politica presente, cit.,pp.214-215.
[89] A. DEL
NOCE, Storia di un pensatore solitario,
cit., pp.228-229.
[90] A. DEL
NOCE, Principi di una politica cristiana,
cit.,p.228.
[91] Ivi. Sui
rischi connessi all’idea di una “inquisizione democratica” cfr. A. DEL NOCE, Fronte della cultura, “Il Popolo Nuovo”,
58, ¾ luglio 1945 (ora in: SP, cit.,pp.78-80).
[92] “Il radicale
opposto del concetto di libertà è quello di violenza” laddove per “violenza si deve intendere la riduzione
di un individuo a
[93] A. DEL
NOCE, Politicità del cristianesimo oggi,
“Costume”, II, 1,gennaio-febbraio 1946 (ora in: SP, cit.,p.257).
[94] Ivi. Cfr.
anche A. DEL NOCE, Problemi della
democrazia, “Il Popolo Nuovo”, I,9/10 dicembre 1945 (ora in:SP, cit.,p.102)
[95] A. DEL
NOCE, Politicità del cristianesimo oggi,
cit.,pp.257-258.
[96] “Credo
per definizione di democrazia di poter addurre la seguente: regime in cui viene reso impossibile ad
ognuno l’agire su altri se non in termini di persuasione; ossia,
definizione equivalente,regime in cui
ogni soggetto viene considerato come soggetto di persuasione, cioè come persona.
I vantaggi di queste definizioni su quelle correnti mi sembrano stare non
soltanto nell’accettazione implicita del principio dell’élite ( che la democrazia non esclude limitandosi a chidere che
siano élites consentite), ma
nell’eliminazione del pericolo del dispotismo
democratico, come prepotere della massa sull’individuo, o priorità
accordata alla quantità sulla qualità. Ciò che caratterizza la democrazia non è
il governo della maggioranza ( si
potrebbe anzi mostrare come un almeno implicito consenso della maggioranza ko
abbiano anche i regimi totalitari) ma il rispetto
del singolo. E’ anzi proprio questa esigenza
fondamentale del rispetto del singolo che fonda la necessità della
democrazia”(A. DEL NOCE, Problemi della
democrazia, cit.,p.95).
[97] Op.
cit.,pp.95-96. Sull’essenzialità del metodo
per distinguere le formule e le pratiche politiche si cfr. la “importantissima”
osservazione “che il senso delle abusate
parole di sinistra e di centro non deve oggi essere riferito a particolari
programmi economici, ma alla metodologia politica. Ciò che caratterizza il
centro non è la preoccupazione economica di conservare, ma la cura del metodo
di libertà e l’avversione contro ogni dittatura sia reazionaria che
rivoluzionaria”( A. DEL NOCE, Due
metodi, articolo dattiloscritto inedito del giugno 1945, ora in:SP,
cit.,p.76). La medesima definizione è in: A.DEL NOCE, Analisi del linguaggio politico, articolo dattiloscritto inedito
del 1945 (ora in: SP, cit.,p.83).
[98] “Al
contrario della concezione liberale che poneva come fine l’individuo come
semplice organo fisico,l’
[99] A. DEL
NOCE, Cattolici e comunisti,
cit.,p.200.
[100] A. DEL NOCE, Problemi della democrazia, cit.,p. 103.
[101] A. DEL NOCE, Politicità del cristianesimo oggi, cit.,p.259.
[102] Op. cit.,pp.259-260.
Il medievalismo cattolico assume la
forma del clericalismo presente “come
abitudine mentale in parecchi cattolici di oggi. Che nella libertà non vedono
un valore, ma un semplice metodo di
cui nelle presenti condizioni storiche non si può fare a meno, l’esperienza
totalitaria è una prova che non richiede replica. Per loro insomma la libertà
da difendere è la libertà della Chiesa,
anche se ciò oggi implichi la tolleranza ( ma non più!) delle altre fedi. Ma
non si è liberali se non quando si ama, non si tollera soltanto, la libertà
degli altri ! Ragionano, essi, in sostanza così: se la verita è data, come verità rivelata,
il potere supremo dovrebbe di diritto
spettare alla Chiesa come depositaria di essa e il potere temporale essere
strumento del potere spirituale, la forza
al servizio di Dio. L’autonomia del temporale dovrebbe perciò configurarsi
soltanto come autonomia del campo in cui esplica le sue funzioni: ossia
l’attività politica non ha valori proprii da difendere, ma difende valori che
le vengono imposti dall’attività gerarchicamente superiore. Solo l’opportunità
pratica costringe oggi ad adattarsi
alla civiltà liberale. Il principio della libertà è accolto solo in linea difensiva ,anche se questa
linea difensiva sembra essenziale alla civiltà moderna (l’adattamento è
stabile)”(A. DEL NOCE, Civiltà liberale e
cattolicesimo, testo dattiloscritto inedito di articolo,probabilmente degli
inizi del 1946,ora in:SP,cit.,p457).
[103]
Op.cit.,p.458. Nell’articolo, a riprova di questa tesi, viene citato il
“vigoroso” saggio di Giuseppe Capograssi ,Liberali
e cattolici “Meridiano”,1 novembre, nel quale, secondo Del Noce, è
affermato con chiarezza che “nel principio che non è soltanto cristiano-laico,
ma anche (e,forse, soltanto, nella
giustificazione ultima) cristiano cattolico, del valore assoluto dell’individuo
<è la profonda radice, è la vera
radice del principio di libertà>”(op. cit.,p.456).
[104]
Op.cit.,p.457. “Direi che il momento attuale – ne è prova uno dei libri più
notevoli degli ultimi anni, Humanisme
Intégral del Maritain – sia la presa di consapevoleza da parte dei
cattolici dell’implicanza liberale del
loro pensiero”(A.DEL NOCE, Cattolici e
liberali, testo dattiloscritto inedito degli inizi del 1946,ora in:SP,
cit.,p.463).Di Maritain vengono citati,oltre Humanisme intégral, anche Religion
et Culture e Christianisme et
démocratie (New York 1943).
[105] A. DEL
NOCE, Civiltà liberale e cattolicesimo,
cit. ,p.457 e Cattolici e liberali,
cit.,p.461.
[106] A.DEL
NOCE, Civiltà liberale e cattolicesimo,
cit.,pp.456-457.
[107] Op.
cit.,p.456.
[108] A.DEL
NOCE, Psicologia del ceto medio, “Il
Popolo Nuovo”, II, 4/5 gennaio 1946 (ota in::SP, cit.,p.112).
[109] Op.
cit.,pp.113-114.
[110] A.DEL
NOCE, L’evoluzione democratica del
comunismo, “Il Popolo Nuovo”,II, 8/9 febbraio 1946 (ora in: SP,
cit.,p.118).
[111] Op.
cit.,p.119.
[112] Op.
cit.,pp.119-120.
[113]
Op.cit.,p.120.
[114] Op.
cit.,pp.120-121.
[115] Op.
cit.,p.119.
[116] A. DEL
NOCE, Il dramma dei democristiani,
“Corriere Lombardo”, I, 28novembre 1946 (ora in :SP, cit.,p.143).
[117] Di “Del
Noce filosofo di De Gasperi”, in senso ideale, tratta R. BUTTIGLIONE, Del Noce e la politica del centro in Italia,
in: AA.VV.,Augusto Del Noce. Essenze
filosofiche e attualità storiche, 2 voll., a cura di F.Mercadante e V.
Lattanzi, Edizioni Spes- Fondazione Del Noce, Roma 2000, vol.I,p.50.
[118] Il non
aver preso in considerazione la riflessione di tale periodo spiega il giudizio
di Enrico Berti per cui “sarebbe difficile individuare in Del Noce un pensiero
specificamente politico, e più ancora una particolare concezione della
democrazia”(E. BERTI, Metafisica,
politica e democrazia in Augusto Del Noce, in: AA.VV.,Augusto Del Noce. Essenze filosofiche e attualità storica,
cit.,vol.II,p.554). Nella lettura “tipicamente agostiniana” di Del Noce, per
cui “l’intervento del cristiano nella società e nella politica avviene
soprattutto ratione peccati, non ratione boni perficiendi[…], per la
democrazia non c’è nessuno spazio, nessuna giustificazione”(op.cit.,p.559).
Scrivendo ciò l’autore si riferisce “anche ad una democrazia come quella
teorizzata da Maritain, verso la quale Del Noce espresse un netto
rifiuto”(ivi). Una conclusione, questa, così come quella sulla lacuna del
concetto di democrazia in Del Noce, che dopo l’edizione degli Scritti politici 1930-1950, di cui solo una parte era nota allorché
Berti scriveva il suo saggio, non può più essere sostenuta. Sul tema della
democrazia in Del Noce si cfr.AA.VV., Filosofia
e Democrazia in Augusto Del Noce,cit. con saggi di A.Paris,
G.Dessì,P.Serra, L.Cedroni,M.Borghesi; F.MERCADANTE, Democrazia e critica della democrazia nel pensiero di Augusto Del Noce,
in:AA.VV.,Augusto Del Noce. Il problema
della modernità, Edizioni Studium, Roma 1995, pp.253-268;AA.VV,Augusto Del Noce e la libertà. Incontri
filosofici,cit.,con saggi di C.Vasale,A.Rizza,A.Paris,T.Dell’Era,P.Galosi,P.Armellini,G.Dessì,P.Serra,L.Cedroni;
P.SERRA, Una democrazia
post-fascista:A.Del Noce su “Il popolo nuovo”, in: AA.VV.,Augusto Del Noce.Essenze filosofiche e
attualità storica, cit.,vol:II,pp.534-553; C. VASALE, La democrazia in Augusto Del Noce (alle origini del suo pensiero
politico:1945-1948), in:AA.VV., Augusto
Del Noce filosofo-politico,Supplemento al n.11 di “Poietica”, Roma
2000,pp.21-99.
[119] A.DEL
NOCE, Il problema dell’ateismo,
cit.,p.540.
[120] Ivi.
[121]
Significativa, in tal senso, è la confessione, contenuta ne Il problema dell’ateismo, sul debito
contratto con Maritain. Dopo aver rilevato taluni limiti dell’autore francese
,Del Noce scrive che:”il suo intento era non già di combattere il pensiero di colui in cui ha visto, sin
dalla prima giovinezza, una delle sue guide più sicure, ma di continuarne
l’aspetto, a suo giudizio, autentico”(A. DEL NOCE, Il problema dell’ateismo, cit.,p.547.Corsivi nostri).
Questo saggio è stato pubblicato nella rivista «30 Giorni», Anno XXII, n. 10, Ottobre (2004), pp. I-XXIV.
Si ringrazia la rivista «30 Giorni» per aver autorizzato la pubblicazione.