ARTICOLI E SAGGI 05/01/2005 Debora Spini - Diritti umani, democrazia e futuro della politica
Non è raro provare una sensazione
quasi di insofferenza al solo sentir nominare l’espressione “diritti umani”.
Forse perché nessuno, almeno nel contesto culturale occidentale, dice
apertamente di essere “contro” di essi – anche se le ultime raccapriccianti
discussioni sulla opportunità di reintrodurre la tortura nei casi di inchieste
sul terrorismo vanno in direzione del tutto contraria. Ma al di là delle
considerazioni epidermiche, l’idea stessa di diritti umani appare spesso
segnata da una forte ambiguità.. Molto spesso, infatti, nel linguaggio corrente
sia della letteratura scientifica che delle istituzioni politiche
sovrannazionali si fa del richiamo ai diritti umani una sorta panacea di tutti
i mali: Kofi Annan, per non fare che un esempio, li ha definiti “the creed of humanity that surely sums up all
our creeds directing human behaviour“ [1].
Il riferimento ai diritti umani potrebbe quindi sembrare un modo di evitare
l’ostacolo apparentemente insuperabile posto dalla necessità di ripensare una
politica per la globalizzazione. Questo contributo intende invece seguire una
linea interpretativa che li vede non come un punto di arrivo, ma come un punto
di partenza. Per tornare all’esempio appena citato, nel discorso del Segretario
dell’ONU i diritti umani sembrano una sorta di formula magica che sancisce un
raggiunto consenso, permettendo in buona misura di neutralizzare possibili
conflitti sui valori. In una prospettiva che mette in primo piano la necessità
di ripensare la politica in tempo di globalizzazione[d1][2], i diritti umani non servono a
costruire una cosmopoli senza conflitto, ma rappresentano i presupposti perché
i cittadini e le cittadine delle molte cosmopoli esistenti possano avere un
minimo di chances di partecipare ai
processi decisionali di cui subiranno le conseguenze.
1. Il legame fra diritti
umani-giustizia
Tradizionalmente, nel linguaggio
politico occidentale, si pensa ai diritti umani soprattutto in termini di
libertà negative. Questa prospettiva non è più semplicemente riproponibile in
questi termini; se si guarda con attenzione alla stessa Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’Uomo dell’Onu, si potrà notare come essa vada ben
oltre rispetto ad un semplice elenco di garanzie. Il dibattito sul reale ambito
dei diritti umani è ben lontano dall’aver raggiunto l’accordo di cui parlava
Kofi Annan, grazie all’apporto di molte voci critiche, dalla filosofia
femminista al multiculturalismo. La letteratura scientifica su questo argomento
ha assunto ormai proporzioni ingestibili: in questo saggio verranno in esame
molto brevemente alcune delle formulazioni più paradigmatiche recentemente
espresse, ovvero la proposta di una società dei popoli decenti elaborata da
John Rawls, l’idea di diritti come capabilities
di Martha Nussbaum e infine le rivendicazioni di giustizia globale di Peter
Singer e Thomas Pogge.
La concezione abbozzata da Rawls
nel suo The Law of the Peoples non
abbandona del tutto il concetto tradizionale di diritti umani come libertà
negative. Prima di tutto è importante ricordare che Rawls accetta il quadro
delle relazioni internazionali sostanzialmente così come si presenta; sebbene
si preoccupi di prendere le distanze dal concetto vestfaliano di sovranità,
Rawls comunque continua ad assumere solo i popoli (peoples) come soggetti politici, e la società dei popoli di cui
auspica la creazione come possibile strumento di difesa per la pace si forma in
forza di contratti che presuppongono la preesistenza di corpi politici già
stabiliti. Il ruolo che Rawls affida ai diritti umani è quello di stabilire
degli standard che siano al tempo necessari e non sufficienti: necessari perché
un popolo possa essere definito decente e non ”canaglia”, eppure non
sufficienti perché possa essere definito liberale. In questo senso, la
violazione dei diritti umani - intesi come standard necessari – secondo Rawls
costituisce sia la giustificazione per interventi che violino la sovranità di
un dato popolo, sia un limite per ”le ragioni che giustificano la guerra e
specificano i limiti dell’autonomia interna di un regime”[3].
Questo doppio ruolo svolto dai diritti umani risulta più comprensibile se si
considera che secondo Rawls i “diritti umani” si distinguono per la loro
“particolare urgenza”: si tratta quindi in sostanza della libertà dal genocidio
e dalla schiavitù, e della possibilità di una libertà “non uguale” di
coscienza; Rawls infatti è molto chiaro nello stabilire che non si tratta degli
stessi diritti di cui godono i cittadini delle democrazie liberali. Secondo
alcuni (mi riferisco per esempio ad un filosofo intelligente e originale come
Alessandro Ferrara) l’approccio rawlsiano ha il merito di sganciare i diritti umani dalle forme della democrazia
liberale, limitando, ma non rifiutando del tutto l’idea di un pluralismo di
forme politiche fra i popoli. La prospettiva di The Law of the Peoples permetterebbe quindi di separare la
richiesta di rispettare un livello minimo di diritti umani dall’imposizione
“imperialista” delle forme politiche delle liberaldemocrazie occidentali. A mio
giudizio invece è proprio questo l’aspetto che più presta il fianco ad una
riflessione critica, come cercherò di dimostrare in seguito.
Martha Nussbaum ha portato un
contributo molto importante al dibattito sui diritti umani con il suo capabilities approach, risultato anche
della sua lunga collaborazione con Amartya Sen. La prospettiva di Sen e
Nussbaum è politicamente più esigente, e filosoficamente molto più densa di
quella rawlsiana. La proposta di Nussbaum – ne ricordo solo le linee principali
– connette i diritti umani ad un numero minimo di “capabilities” ovvero di circostanze che mettono gli esseri umani in
grado di “funzionare” pienamente. Tali capabilities
possono essere interne, cioè degli stadi di sviluppo della persona stessa, o
combinate, ovvero risultare dall’interazione di capacità interne con
circostanze esterne adatte perché si possa esercitare una data funzione). In
alcune aree – fra le quali specificamente la politica – i diritti possono
essere considerati come “capacità combinate”, mentre sotto altri aspetti
possono essere considerati come “giustificate esigenze”. Non è quindi del tutto
chiaro se i diritti possano essere considerati una conseguenza o una
precondizione delle capacità; cionondimeno, l’aspetto a mio giudizio di
maggiore interesse nella riflessione di Sen e Nussbaum sta nel suo partire dal
soggetto, dalla persona che deve esprimere una certa rivendicazione e non
dall’oggetto della rivendicazione stessa (una determinata libertà, un
determinato servizio), cioè dal “diritto a” specificatamente inteso. In altri
termini, il capabilities approach non
afferma che “la persona y ha diritto a
x”, ma piuttosto stabilisce una connessione di questo tipo: “per essere una
persona, e per funzionare pienamente come tale, y ha bisogno di x”
.
Indubitabilmente, si deve riconoscere a Nussbaum di aver
dato prova di un grande coraggio filosofico per aver proposto una vera e
propria “lista” di capacità. Dietro alla “lista” di capacitazioni della
Nussbaum si trova comunque un sostrato che si fonda su assunzioni forti
rispetto a ciò che è la natura umana (forse derivato dal suo peraltro
rispettabilissimo retroterra di aristotelismo). Ma il punto che è più
significativo per l’analisi qui svolta dell’approccio di Sen e Nussbaum è lo
stretto legame che stabilisce fra diritti e giustizia. Sen e Nussbaum infatti
propongono un’idea dei diritti che non si concentra semplicemente né sulla
necessità di stabilire garanzie né sulla necessità di rimuovere di ostacoli;
piuttosto, la prospettiva da loro elaborata si preoccupa di sviluppare nelle persone
quelle capacità che le metteranno in grado di vivere ciò che Sen e Nussbaum
definiscono una vita di essere vissuta. Se dunque ogni essere umano ha
“diritto” a poter acquisire un numero minimo di capacità, si pone in modo non più eludibile il problema
della redistribuzione delle risorse, ovvero di una giustizia a livello
planetario.
La possibilità di
elaborare una “teoria della giustizia” su scala planetaria è al centro del
lavoro di Thomas Pogge, Global Justice
and Human Rights, che intende sviluppare una teoria della giustizia che
possa valere su scala globale. La prospettiva rawlsiana rientra quindi in
gioco, sebbene in un senso ben diverso rispetto a The Law of the Peoples, dove Rawls afferma più o meno
esplicitamente di non avere intenzione
di elaborare una teoria della giustizia mondiale[4].
Pogge parte da una considerazione molto rilevante per quanto riguarda il tema
del destino e dei compiti della politica in età di globalizzazione. I cittadini
del primo mondo, osserva, sono pronti ad accettare come un dato di fatto
assolutamente pacifico e indisputabile che si abbia fra diverse parti del mondo
un livello di disuguaglianza che riterrebbero invece del tutto scandaloso e
inaccettabile all’interno di uno stesso stato territoriale. La situazione di global interconnectedness in cui si
trova attualmente il pianeta non permette più di considerare questi squilibri
come “un problema di qualcun altro”; al contrario, esiste una precisa
responsabilità politica e morale per questa situazione di ingiustizia. Pogge
parte da un presupposto universalista, ovvero che ogni essere umano abbia il
diritto a realizzare il proprio “flourishing”
ed abbia pertanto il diritto di rivendicare una “minimally adequate share of
basic goods”[5];
ed è esattamente l’accesso a questi
beni primari che deve essere considerato (per quanto in maniera “ragionevole e
probabilistica”) l’oggetto dei diritti umani. L’appartenere a un gruppo quale
la “nazione” non costituisce una ragione valida né per considerarsi gli unici
intitolati a fruire dei diritti (entitlement) né tantomeno per escludere
altri[6]. Molto simile è anche la prospettiva di Peter
Singer nel suo One world, dove
afferma con decisione il dovere morale alla condivisione e la necessità urgente
di pensare a come realizzare una maggiore giustizia su scala globale E’
importante non dimenticare che Singer e Pogge non si accontentano di un
generico richiamo alla capacità o al senso morale degli esseri umani: al
contrario, le loro rivendicazioni di giustizia globale si fondano sulla convinzione
che esista una precisa responsabilità non solo etica, ma anche politica[7].
Questi sforzi di elaborare teorie
della giustizia che possano valere anche a livello globale cercano di rispondere ad una delle sfide più terribili
alle quali deve far fronte la politica in tempo di globalizzazione. L’Occidente
moderno ha pensato la dimensione stessa del politico intorno alla distinzione
fra “dentro” e “fuori”. In epoca di globalizzazione, i piani sui quali gli
spazi politici hanno preso forma vengono messi radicalmente in discussione; e
il problema della riduzione delle ingiustizie più atroci è uno degli ambiti
principali per questo processo di ripensamento. E’ difficile pensare ad un
compito più drammaticamente “politico” che non la necessità di arrivare ad
una meno iniqua distribuzione delle
risorse – sempre più scarse – del pianeta, e di eliminare o almeno attenuare le
sofferenze causate da processi economici più o meno globalizzati. Se dunque la
questione dei diritti umani non può prescindere dalla questione della giustizia
globale, di conseguenza non può fare a meno di intrecciarsi con il più ampio
interrogativo delle trasformazioni e della crisi della politica in epoca di
globalizzazione. A fare da sfondo generale a questa linea di ricerca sta poi un
interrogativo che emerge sempre più spesso, ovvero se il pensiero critico
occidentale abbia pienamente recepito e compreso la situazione di assoluta
emergenza in cui si trova ad operare, se abbia veramente elaborato il fatto di
trovarsi di fronte ad un massacro silenzioso. Come Hans Jonas si era posto il
problema di dire Dio dopo Auschwitz, così noi oggi dovremmo chiederci come si
possa pensare criticamente e politicamente avendo davanti a noi questo eccidio
che si compie quotidianamente, in
silenzio.
2) Il legame diritti
umani-politica-legittimazione
La dimensione spaziale –
territoriale è dunque una caratteristica fondamentale della politica moderna,
come è particolarmente evidente nell linea genealogica che va da Hobbes a
Schmitt. Ma il nesso che lega obbedienza, protezione, e sicurezza non è l’unico
ambito in cui spazialità e politica si intrecciano, come dimostra la genealogia
dello stesso concetto di legittimità democratica. Habermas ricorda come anche i
diritti di cittadinanza si siano articolati seguendo la polarità
inclusione-esclusione. Infatti, nella storia del discorso politico occidentale
i diritti sono stati sì proclamati come droits
de l’homme, ma nella pratica storica sono stati immediatamente declinati e
concretizzati come droits du citoyen,
ovvero di chi apparteneva a una comunità politica ben identificata. Il discorso
dei diritti umani si intreccia dunque alla crisi della dimensione territoriale
della politica. Più specificamente, la ridefinizione del significato e dello status dei diritti umani dipende in forte misura dalla crisi
della sovranità secondo il modello vestfaliano, e soprattutto dalla crisi e
dalla trasformazione di quella particolare articolazione della sovranità
moderna che vede nella ”sovranità popolare” il principio della legittimità
democratica. Anche la sovranità popolare, infatti, si è teoricamente fondata
sui “diritti naturali” propri di tutta l’umanità, ma si è poi storicamente
articolata in sinergia con l’idea di comunità nazionale e con una dimensione
territoriale della politica.
Che cosa cambia con la
globalizzazione? Da parte di molti si è osservato che ormai stiamo già vivendo
in una sorta di cosmopolis di fatto,
a proposito della quale si può parlare di Human
Rights regime[8]. In
questa prospettiva, una fitta rete di accordi e convenzioni in difesa dei
diritti umani limiterebbe sostanzialmente l’effettiva sovranità degli stati: ma
basta uno sguardo alla situazione effettiva della politica internazionale per
capire quanto si sia lontani da questo scenario. Ben più realistico è
affermare, con Bertrand Badie, che i diritti umani si trovano ancora sospesi entre ruse et raison, in una sorta di
limbo fra una razionalità strumentale miope e una vera ragione pubblica, in fra
sovranità di tipo vestfaliano e una situazione del tutto nuova[9].
Il punto da chiarire quindi è come i diritti umani possano abbandonare questa
zona grigia, dato che molti dei soggetti ai quali spetterebbe di sottoscrivere
quel “patto per l’uscita dallo stato di natura” di cui parla Habermas, ovvero i
singoli stati, sono ancora ben lontani
dall’applicare al proprio interno quelle norme di cui si vorrebbe che si
facessero difensori all’esterno; Badie ricorda che gli attori statuali, anche
se in buona fede, non sempre hanno la credibilità necessaria per tutelare i
diritti umani per mezzo di azioni di ingerenza[10].
Eppure, il fatto stesso che sulla questione dei diritti umani gli attori/stato
– specialmente occidentali - mettano in gioco la propria credibilità, dimostra
l’esistenza di quella “culture of Human Rights”
di cui parla Rorty. La stessa
“occidentalità” dei diritti umani potrebbe rivelarsi un punto di forza invece
che un lato debole, rappresentando una sorta di argomento-leva con il quale
obbligare almeno gli attori statuali occidentali – che spesso, per non dire
sempre, hanno il coltello dalla parte del manico in termini di rapporti di
forza – ad agire in modo coerente ai princìpi sui quali basano la propria
autocomprensione. Naturalmente, questo ruolo potrebbe competere solo ad una
opinione pubblica vivace e sensibile; una opinione pubblica che non più legata
esclusivamente alla dimensione nazionale, ma capace di rappresentare almeno in
nuce una società civile post-nazionale[11].
Se dunque la cosmopolis di fatto ancora non esiste, e se gli stati non sono
attori affidabili, resta aperto l’interrogativo su quale sia il soggetto
legittimato a difendere e a rendere validi i diritti umani. Le posizioni del
cosiddetto global constitutionalism –
si pensi a nomi quali Richard Falck e Luigi Ferrajoli – vorrebbero
definitivamente riportare i diritti umani nella zona della raison, e sottrarli per sempre alla ruse occasionale. In questa prospettiva, i diritti vengono
sganciati dalla dimensione della cittadinanza intesa come appartenenza (membership) a un corpo politico. I
diritti rappresentano quindi l’elemento determinante che legittima l’azione
delle grande istituzioni transnazionali anche in opposizione alla sovranità
nazionale. Alle posizioni in vario grado cosmopolite sono state rivolte molte
critiche, in particolare da parte della scuola “realista”; ma più stimolante
delle osservazioni classicamente realiste è la critica di Zolo, secondo il
quale l’ideologia dei diritti umani si radica in una forzata omogeneità della
società civile globale[12],
e rimanda alla lunga genealogia dell’idea di civitas maxima, ovvero di una grande unità politica[13].
Questa è una obiezione di grande rilevanza, ma non è l’unica che si possa
rivolgere alle posizioni del cosmopolitismo giuridico. Infatti, anche chi si
trovasse a condividere almeno in parte le motivazioni fondamentali del
costituzionalismo globale, dovrebbe riflettere sulla prospettiva di un mondo
“preso nella rete” dello Human Rights
regime, nel quale un ruolo sempre più importante verrebbe svolto da un
potere giudiziario internazionale, peraltro ancora in fieri. Questo sembra condurre ad un processo da un lato di
crescente giuridificazione e dall’altro di sempre più marcata
spoliticizzazione. La costituzione di una sfera pubblica post - nazionale
dunque sarebbe affidata soprattutto alle corti, e in misura solo molto minore a
delle sedi di vera e propria discussione politica, seguendo l’esempio di quanto
già sta accadendo ad alcuni contesti nazionali: si pensi, per non fare che un
esempio, agli Stati Uniti. Per questo dunque i diritti umani non possono essere
considerati come il punto d’arrivo della politica post-nazionale (il punto
massimo di consenso) quanto piuttosto, come nella prospettiva
habermasiana, dei “presupposti
comunicativi”.
Secondo Habermas, infatti, i
diritti umani si si presentano come ambigui perché tale è il contesto politico
nel quale essi s trovano: quindi “basta trasformare il Naturzustand vigente fra gli stati in situazione giuridica di
legalità”[14]. Una volta
ricondotti alla loro naturale dimensione di giuridicità, i diritti umani
sarebbero effettivamente in grado di svolgere nei confronti della società
civile e della sfera pubblica una funzione essenziale, ovvero di
istituzionalizzare i presupposti comunicativi indispensabili per una formazione
ragionevole della volontà politica e per l’esercizio di quella che Habermas
definisce “sovranità popolare comunicativamente fluidificata”. Ma a chi
appartiene in ultima istanza questa sovranità popolare “fluida”? I diritti
umani non possono più essere declinati, come lo sono stati nella grande
narrazione del moderno, in termini di diritti del cittadino, né la sovranità
popolare come principio di legittimazione può essere declinata in termini di
“comunità naturale”.
Non è detto che la cattiva idealità
civitas maxima di cui parla Zolo, con le sue armate cristiane
ben istruite e asperse, se non dall’incenso del clero quanto meno
dall’inchiostro degli scholars, o la
giuridificazione cosmopolita siano l’unica risposta. Se lo fossero, tale
risposta lascerebbe un realismo politico rozzo a danzare sulle rovine di una
cosmopoli mai esistita. La crisi della politica su base territoriale –
nazionale non ha come unica via d’uscita il cosmopolitismo, e l’opzione
rappresentata da aggregati regionali o sub regionali rappresenta una alternativa
molto più credibile. Ovviamente, questo sottintende la necessità di abbandonare
ogni domestic analogy: il caso Europa
insegna come ogni soggetto politico post-nazionale non possa essere che un We the people completamente artificiale.
Ciononostante, questo we the people
artificiale è capace di offrire un modello di cittadinanza che, per quanto non
globale, è sicuramente post-nazionale. Un livello regionale offre infatti più chances effettive di arrivare alla
formazione effettiva di una volontà pubblica, e rappresenta un contesto nel
quale la formazione di una società civile post-nazionale, terreno di cultura
indispensabile per qualsiasi democrazia che possa funzionare, non sembra più
solo un monumento alle buone intenzioni. In questo senso si può intravedere un
futuro per la politica in epoca di globalizzazione, dove i diritti umani non
siano solo la bandiera di una crescente giuridificazione ma dove, al contrario,
i diritti umani siano effettivamente presupposti per la partecipazione al
grande “discorso della politica” inteso come processo fluido e non statico. I
compiti che stanno di fronte a questo grande gioco della politica sono immensi,
come già si è ricordato: si tratterebbe di confrontarsi con le questioni di
giustizia poste da Pogge e da Singer, di costruire delle reti discorsive tali
da render possibile una costante rielaborazione e riflessione sulle “capabilities” degli esseri umani, come
si è visto con Nussbaum. Per questo la prospettiva rawlsiana di Law of the peoples sembra decisamente
insoddisfacente, in quanto accetta, nonostante gli inevitabili distinguo, una
divisione fra politica estera e politica interna difficilmente difendibile alla
luce delle grandi sfide e dei grandi rischi che si incontrano in epoca di
globalizzazione.
3. La parola umani
Una politica post-nazionale, dunque, non può
lasciarsi andare alla nostalgia per comunità “naturali” di alcun tipo.
Tuttavia, non si può trascurare il fatto che i diritti umani siano stati originariamente fondati e radicati proprio
in una dimensione di “naturalità. La necessità di dare una fondazione non
ingenuamente giusnaturalistica ai diritti dell’uomo così presente nel dibattito
filosofico contemporaneo[15],
non è certo senza passato. Già Hannah Arendt in On Revolution reagiva al linguaggio giusnaturalistico che faceva i
diritti dell’uomo propri dell’essere umano nella sua “nuda umanità”. A questo,
Arendt contrapponeva il modello di un cittadino detentore di diritti perché
integrato in una comunità politica. L’insofferenza arendtiana verso il discorso
dei diritti umani, che trovava troppo somiglianti alla società degli amici del
cane e del gatto, trae origine dagli strati più profondi della sua riflessione
filosofica. In particolare, si lega al suo rifiuto dell’idea di una umanità
nuda, e al disagio che permea tutta la filosofia arendtiana nei confronti di
ciò che con Starobinski si potrebbe definire “il momento del corpo”, cioè alla
contrapposizione fra bios e zoe.
Ma dalla critica arendtiana si
potrebbe invece ripartire proprio guardando alla dimensione del bios, della vita che ancora non ha
parola per raccontarsi. Il bios umano
è oggi sotto attacco, e l’idea di natura umana diventa sempre più evanescente:
il confine tra ciò che nasce e ciò che è fatto si fa sempre più permeabile
(questo è un tema che si eredita dalla riflessione già di Anders, e che
ritroviamo poi in una grande varietà di autori, da Habermas fino al
cyberfemminismo)[16]. L’idea di
natura umana offre un terreno sempre più scivoloso alla riflessione filosofica:
molto più fertile allora, riprendendo un altro spunto arendtiano, l’idea di
condizione umana. L’idea di condizione umana suggerisce immediatamente una
nozione di storicità, temporalità e narratività che permette di “render conto”
anche delle trasformazioni più stravolgenti che il bios umano sta subendo. Eppure, proprio da questa dimensione di bios, sempre più trasformata, manipolata
e mercificata si potrebbe ricavare un appiglio per poter pensare i diritti
umani. La dimensione di “nuda vita” contro la quale Arendt aveva rivolto le
armi della sua critica è la dimensione della sofferenza senza difese e senza
parole. Secondo Arendt, solo la gioia era una passione propriamente politica,
poiché era talkative: la gioia fa
parlare e per questo è politica. Il dolore, come ricorda Jean Luc Nancy è , al
contrario sempre silenzioso. Nel dolore non c’è che asimmetria e ingiustizia, e
di fronte ad esso l’unica opzione è il rifiuto totale e caparbio. Parlare di
diritti umani significa prima di tutto condurre nella dimensione della
conversazione politica il rifiuto caparbio e totale del silenzio della
sofferenza. I diritti umani sono quelli che garantiscono che gli esseri umani
non vengano de-umanizzati, ridotti proprio a quei meri corpi che tanto
irritavano Arendt, corpi che non siano altro che macchine per soffrire. I
diritti umani sono quelle “grucce”, quei punti d’appoggio che garantiscono ad
ogni essere umano di pensarsi e di progettarsi, di diventare ciò che è.
L’essere degli esseri umani inoltre è in moto, in movimento nel tempo e nello spazio,
non sta fermo, subisce l’incontro con l’altro e si trasforma. L’idea di una
rete di norme di protezione dei diritti umani consentirebbe quindi di affermare
la necessità di proteggere questa fragilità e questa vulnerabilità, il diritto,
appunto, degli esseri umani di non essere ridotti sono a macchine per soffrire
da fame, torture, oppressione.
Forse è proprio la coscienza della
profonda nudità e fragilità che può rappresentare il terreno di sviluppo di
un’idea di comunità umana. L’antropologia filosofica che può fare da fondazione
ad un discorso di diritti umani in questo ultimo scampolo di modernità non è
certo l’antropologia illuministica. Gli esseri umani non sono detentori di
diritti in quanto nati liberi e uguali o in quanto naturalmente dotati di ragione.
L’ambito antropologico al quale conviene volgersi non è l’antropologia dell’homo oeconomicus o dell’uomo modulare di
Gellner, quanto piuttosto l’antropologia dell’uomo obsoleto di Gunther Anders[17].
L’umanità non è in possesso di
magnifiche sorti e progressive, al contrario, la dimensione dell’essere al
mondo degli umani è segnata dal rischio, dall’obsolescenza e dalla caducità.
Molte voci, nel dibattito filosofico almeno italiano, hanno riportato al centro
dell’attenzione la suggestione elaborata da Hans Jonas, della paura come
possibile motore emotivo per una rinnovata azione politica. E’ indubbio che si
abbia bisogno di maturare una sana “paura globale”, come Elena Pulcini non si
stanca di ricordarci: ma forse si può sperare di intravedere anche qualche cosa
di più. Jean Luc Nancy ha parlato di una “fratellanza senza padre”[18],
e Giacomo Marramao della democrazia come comunità di sradicati[19].
Mi sembra che sia questa una prospettiva più adatta della fratellanza
“naturale” del giusnaturalismo. Se gli esseri umani dunque non partecipano di
una natura, quanto piuttosto di una “condizione”, mutevole e soggetta al tempo,
è necessario che articolino parole comuni che consentano loro di uscire dalla
dimensione del bios offeso e fragile,
delle parole che possano articolare delle narrazioni che restituiscano senso.
Ma queste parole risuonano solo la dove cessa la sofferenza cieca e bestiale:
per questo l’idea di diritti umani ha ancor senso, in quanto capace di
esprimere l’impegno a proteggere la nudità di cui tutti partecipiamo.
[1] Citato in
M. Ignatieff, Human Rights as Politics
and Idolatry, Princeton and Oxford, Princeton University Press, 2001, p.
53.
[2] Per una
critica lucida e stimolante della koiné
del cosmopolitismo politico e dei diritti umani, si v. D. Zolo, Cosmopolis, Milano, Feltrinelli, 2002
(2nda ed.). La sua critica ad una certa ingenuità che spesso la letteratura cosmopolitan manifesta su temi quali i
diritti umani, la democrazia postnazionale, l’esistenza di una società civile
globale è indubitabilmente salutare, anche se non sempre la sua severità è
meritata. Sotto molti aspetti, questo intervento si allontanerà dalle posizioni
di Zolo, pur condividendo una visione conflittuale della globalizzazione.
[3] J Rawls, Il diritto dei popoli, Torino,
Comunità, 2001, p. 104 (The Law of Peoples with “The idea of public
Reason revisited”, Harvard University Press, 1999.
[4] Rawls, op. cit., p. 108-109
[5] T. Pogge,
World Poverty and Human Rights,
Cambridge, polity Press, 2002. I beni primari di cui parla Pogge sono physical integrity, substinence supplies, freedom
of movement and action, basic
education, economic participation (p. 49).
[6] Questa è
la posizione che Pogge definisce explanatory
nationalism.
[7] A questo proposito, la prospettiva di Rawls rivela
ulteriori aspetti di debolezza. In particolare, Rawls accetta sostanzialmente una
spazializzazione tradizionale della politica. Nella sua società mondiale i
popoli accettano sì di porre dei limiti alla
propria sovranità, ma lo fanno in base a un contratto, sottoscritto
perché i popoli – come i cittadini di ATheory
of Justice - condividono un basic
sense of justice.
[8] A questo
proposito, Krasner interpreta la grande proliferazione di trattati sui diritti
umani tipica del secolo appena trascorso come una sorta di autocoscienza della
politica moderna: signing human rights
declaration is part of the script of modernity; cfr. S.D. Krasner, Sovereignty, organised hypocrisy,
Princeton, Princeton University Press, 1999, p. 122
[9] Cfr. B
Badie, Un monde sans souveraineté. Les
Etats entre ruse et raison, Paris, Fayard, 1999
[10] Badie, cit., p. 285.
[11] Si
aprirebbe a questo punto un dibattito enorme sulle reali chances aperte alla nascente società civile internazionale di
esercitare influenza e di acquisire potere, che non può essere qui esaminato in
ogni aspetto. Mi limiterò quindi ad affermare che se da un lato alcune diagnosi
affrettatamente ottimistiche sono più di ostacolo che di aiuto (penso, con
tutta la considerazione per un grande interprete, ad alcune affermazioni di
Ulrich Beck), dall’altro ritengo che un embrione di opinione pubblica
internazionale sia ormai un dato di fatto nel nostro panorama politico odierno.
[12]Per questo
processo di forzata omogeneizzazione,
Zolo usa l’espressione di “creolizzazione” : D. Zolo, Cosmopolis
cit., p. 161.
[13] Zolo
inoltre pone una domanda ancor più radicale: ogni progetto cosmopolitico non
può che essere un progetto egemonico e violento. Cosmopolis, p. 35.
[14] J.
Habermas, L’inclusione dell’altro, Milano,
Feltrinelli 1998, pp. 206-207 (Die
Einbeziehung des Anderen, Frankfurt a. M., Suhrkamp Verlag, 1997.
[15] Cfr. il
saggio di F. Cerutti, Le sfide globali e
l’esito della modernità, in D.
D’Andrea eE. Pulcini, a c.d., Filosofie della Globalizzazione, Pisa.
Ets, 2002
[16] J.
Habermas, The future of Human Nature,
Cambridge, Polity Press, 2003: D. Haraway, Simians,
Cyborgs, and Women. The Reinvention of Nature, New York, 1991, tr. it Manifesto Cyborg. Donne, tecnologie e
biopolitiche del corpo, Milano, Feltrinelli, 1995
[17] G.
Anders, L’uomo è antiquato, 2 voll,
Torino, Bollati Boringhieri, 2003 (Die
Antiquitiertheit des Menschen,
Verlag C.H. Beck’sche, München, 1956
[18] J.L.
Nancy, Il senso del mondo, Milano,
Lanfranchi, 1997 (Le sense du Monde,
Paris Galilée, 1993)
[19] G.
Marramao, Passaggio a Occidente,
Filosofia e globalizzazione, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, pp. 191-192
Quarta conferenza nazionale brasiliana di “Sociologia e conhecimento: alem das fronteiras”, Università Statale di Campinas, Stato di San Paolo, Brasile, 1-6 settembre 2003.
Si ringrazia l'Istituto di Filosofia e Scienze Umane dell'Università Statale di Campinas per aver autorizzato la pubblicazione.
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