ARTICOLI E SAGGI 01/10/2007 Maria Chiara Pievatolo - La via verso l´alto: autonomia dell´anima e politica nella Repubblica di Platone
1. Platone e
la politica
A partire
dagli anni '30 [1]
del secolo scorso e nell'epoca della guerra fredda, il pensiero di Platone -
accusato di fondare teoricamente il totalitarismo – fu oggetto di una
discussione accesa. Uno degli esiti di questo dibattito è una certa riluttanza
a confrontarsi con Platone come filosofo politico, preferendone, piuttosto, una
lettura storico-antropologica.
Nel 1949,
a margine di questa disputa, E. Unger [2]
ricordava che la tesi centrale della Repubblica è la subordinazione
della politica alla filosofia. Platone tenta di produrre una legittimazione del
potere fondata sull'autorità della conoscenza, e sulla base di questa
legittimazione presenta il suo progetto politico. Per contestarlo possiamo
seguire la via difficile di confutare la sua filosofia, riconoscendo l'autorità
del sapere come fonte di legittimazione politica, oppure la via facile di
attaccarlo esclusivamente sul piano politico, come hanno fatto molti pensatori
della guerra fredda. Ma se la filosofia e la politica sono ambiti radicalmente
differenti e se la prima non ha giurisdizione sulla seconda, allora le
istituzioni politiche devono essere pensate come espressione di poteri e di
opinioni non formalizzabili e non legittimabili teoreticamente. Questi poteri e
queste opinioni possono anche essere – o essere state – “umanitarie” e
democratiche, ma, se sono indipendenti dalla teoria, sono o sono state tali
solo per un felice accidente della storia. [3]
Una
filosofia politica che segua le tracce dell'anti-intellettualismo novecentesco,
disconoscendo la possibilità dell'autorità della conoscenza come proprio
orizzonte ideale, si espone al pericolo di ridursi a propaganda e
intrattenimento retorico. Una lettura meramente storico-antropologica, d'altra
parte, rischia di ricadere in una oziosità antiquaria che si sottrae al
confronto con il pensiero di Platone.
Nel 1937 R.H.S Crossman, autore
molto citato nel primo volume di La società aperta e i suoi nemici di Popper,
aveva ancora la lucidità di affermare:
Plato was not simply a Greek who lived in the fourth
century B.C. He was also (for good or ill) the inspiration of much modern
political thought and action. The Republic has become a part of Western
European tradition: it has moulded our ways of thinking, and more than once a
new interpretation of it has contributed to a great revolution which closed one
epoch and inaugurated a new one. [...] Whether we call ourselves historians or
philosophers or practical men, we must treat his philosophy not merely as an
historical document, but as a challenge to us, an assertion of value which we
must either accept or reject. [4]
Crossman
è stato oscurato dal più fortunato pamphlet popperiano [5].
Ma il suo testo, pur essendo stato scritto da un uomo politicamente impegnato e
in un'epoca non facile, è molto lontano dalle contrapposizioni ideologiche
della guerra fredda:
I am a democrat and a Socialist who sees Fascism
rejected and democracy defended on quite inadequate grounds, and it is because
I realize that our greatest danger to-day is not the easy acceptation but the
easy rejection of Totalitarian philosophy, that I have tried to restate the
Republic in modern terms. [6]
Crossman
riusciva ancora a farsi provocare da Platone al punto da immaginarlo
nell'affermazione che la democrazia britannica è una commistione fortunata di
oligarchia e di aristocrazia stabilizzata dalla nobile menzogna della libertà
individuale e dall'autogoverno - quando al potere si alternano due o tre partiti,
sulla base di programmi che, in virtù del sistema elettorale, sono approvati
solo da una minoranza di elettori. [7]
O che i limiti del comunismo sovietico non stavano nel voler sottoporre la
società a una presunta pianificazione razionale, ma nell'avere la stesso scopo
del capitalismo - l'aumento della ricchezza materiale in luogo del primato
della ragione. [8]
E
tuttavia Platone teorizza l'eugenetica, la nobile menzogna, il controllo
politico dell'eros privato. L'interpretazione antropologica, che
permette di prendere le distanze da queste tesi tramite la loro
contestualizzazione storica, può essere davvero l'unica lettura platonica che -
pur teoreticamente depotenziata - si sottragga all'accusa di totalitarismo. A
meno in Platone non si trovi una strada per distinguere la sua filosofia - un
possesso per sempre - dalla sua antropologia, storicamente condizionata
2. La via
verso l'alto: una proposta interpretativa
La Repubblica
comincia con una discesa di Socrate al Pireo su cui è stata fatta molta
letteratura. [9] Il «discesi
[kateben] al Pireo» (327a) è sembrato significativo a Eric Voegelin,
perché richiama il kateben (Odissea, XXIII, 252-53) con il
quale Odisseo racconta la sua discesa all'Ade. Secondo Voegelin, la discesa di
Socrate al Pireo è una katabasis - un viaggio verso il basso - in un
Ade sociale e culturale. [10]
Mario
Vegetti ricorda che il verbo greco katabaino (scendo) ha anche un
significato quotidiano e banale. Tuttavia, secondo lo stesso Vegetti, l'impegno
stilistico di Platone nella composizione della sua opera e la presenza, nel
dialogo, di altri temi "catabatici" - nel mito di Gige,
nell'allegoria della caverna e nel racconto di Er - fa
pensare che questo incipit non sia frutto di una scelta casuale. Alla
discesa iniziale corrisponde una risalita finale: nelle ultime righe del
libro X, Socrate riprende la parola, dopo aver concluso il racconto di Er,
per esortare a «seguire sempre la via verso l'alto» [tes ano odou, 621c].
[11]
Platone
ha scelto di parlare di politica facendo scendere Socrate al Pireo, per
metterlo a confronto con gli homines oeconomici Cefalo e Polemarco e
con il sofista Trasimaco, per il quale la politica è un gioco a somma zero che
si vince solo prevaricando sugli altri. Sembrerebbe, quindi, che la filosofia
politica di Platone non prenda le mosse dalla sua metafisica, bensì dalla sua
antropologia – giocoforza storicamente condizionata. La filosofia, nella Repubblica,
subentra solo in seconda battuta, e quasi forzatamente, quando si tratta di
costruire una classe dirigente immune da conflitti di interessi e capace di
imbrigliare la cittadinanza in un disegno educativo e propagandistico.
Charles
H. Kahn, in un articolo del 1993, [12] nota che il senso filosofico della Repubblica come
progetto complessivo è in realtà presente fin dal primo libro. Platone usa la
composizione prolettica, per la quale il senso di una immagine ricorrente si rivela
e si arricchisce via via tramite successive ripetizioni. Per esempio la
definizione della giustizia di Polemarco, dare a ciascuno ciò che gli è dovuto,
anticipa oscuramente la definizione socratica secondo cui si ha giustizia
quando ciascuno fa ciò che gli è proprio.
José Trindade Santos,
[13] con una felice intuizione, applica al Menone un
criterio di lettura solo apparentemente opposto: il Menone si può capire se si
prende sul serio il concetto di anamnesis o reminiscenza e se ne tenta
una ermeneutica retroattiva, che faccia cioè retroagire quanto si trova alla
fine su quanto lo precede. Il testo contiene degli argomenti il cui senso
diviene comprensibile solo a una seconda lettura, se si ricorda ciò che è
posteriore nella sequenza.
Platone,
nel Fedro, ci mostra il rotolo di un discorso di Lisia, che viene ripreso in mano e riletto.
[14]
L'uso della scrittura permette a Socrate e a Fedro di rivedere questa
composizione, di cui conoscono già la conclusione, per discuterla e capirne
meglio la struttura e le connessioni interne. Il testo scritto, per quanto
produca – come la rappresentazione di una tragedia – una sequenza di argomenti,
offre al suo fruitore la possibilità di ritornare sui suoi passi e di
rimeditare quanto ha già letto.
All'epoca
di Platone i libri erano
rotoli e non codici; questa forma faceva sì che lo scrolling, cioè
lo scorrere un testo avanti e indietro, fosse una operazione tanto
"naturale" quanto quella di far scorrere una pagina web sullo schermo
del proprio computer con il mouse. Se ci liberiamo dal pregiudizio codicistico,
possiamo apprezzare la struttura interconnessa dei dialoghi platonici – il loro
nessi bidirezionali di prolepsis e anamnesis - semplicemente
trasformandoli in ipertesti che ne mettano in luce i collegamenti interni. [15]
Perché
non sottoporre anche la Repubblica al vaglio della lettura
retroattiva? [16]
All'inizio
del primo libro, Socrate racconta di aver seguito una via in discesa per
recarsi al Pireo. Alla fine del decimo libro, egli invita a seguire la via
verso l'alto (Resp. 620d
ss.), attraverso la quale anche noi potremmo rammentare quanto Er ha avuto il
privilegio di ricordare. Se prendiamo questa indicazione alla lettera, la via
in discesa della Repubblica consisterebbe nell'affrontare il testo
alla maniera del pubblico di una tragedia, come se fosse una sequenza
unidirezionale, cioè partire dal tema iniziale, quello antropologico e
politico, per cercare di legittimare la filosofia come arte del governo. La via
in salita, più difficile, dovrebbe viceversa condurre a incontrare la politica
– che già è nella nostra esperienza - cominciando dall'autonomia dell'anima e
dal suo amore per la conoscenza.
3. Il
principio: l'anima come philosophia
Chi segue
la strada in discesa si trova di fronte al compito di mostrare a uomini
(antropologicamente?) [17] interessati al denaro e al potere che la giustizia è
preferibile all'ingiustizia, e che la filosofia ha una utilità politica, in
quanto solo i filosofi - con alcuni accorgimenti istituzionali quali
l'abolizione della famiglia e della proprietà privata - possono essere i
governanti immuni da conflitto di interessi di cui la città ha bisogno. La via
in salita, di contro, comincia con l'identificazione dell'anima con l'amore per
la conoscenza. Il mito
di Er suggerisce che Platone non prende sul serio il dato antropologico:
quello che è importante è la libertà dell'anima razionale, dalla quale discende
anche la sua scelta di un paradigma di vita davanti alle Moirai.
Parole
della vergine Lachesi, figlia di Ananke: anime, che vivete solo un giorno (ephémeroi)
comincia per voi un altro periodo di generazione mortale, portatrice di morte (thanotephòron).
Non vi otterrà in sorte un dàimon, ma sarete voi a scegliere il dàimon.
E chi viene sorteggiato per primo scelga per primo una vita, cui sarà
necessariamente congiunto. La virtù (areté) è senza padrone (adéspoton)
e ciascuno ne avrà di più o di meno a seconda che la onori o la spregi. La
responsabilità è di chi sceglie; il dio (theos) non è responsabile (617d).
Nella
mitologia greca, il dàimon è la creatura divina che presiede alla
sorte di ciascuno. Ma in questo racconto, quello che siamo – dichiara l’araldo
che parla a nome di una delle Moirai – dipende dalle scelte che
facciamo. Platone sorride di quanto oggi si dice drammaticamente
"identità": essere uomo, donna, aquila, guerriero o artigiano è una
situazione temporanea e contingente, rispetto all'orizzonte di ciò che è sempre
su cui si misura l'amore per il sapere.
Questo,
infatti, è l'essenziale dell'anima. Ce lo suggerisce, molto chiaramente, l'immagine
del Glauco marino. [18]
...Non
bisogna vedere quale [l'anima] sia in verità come la vediamo ora, guastata
dalla comunione col corpo e da altri mali, ma si deve esaminare adeguatamente
col ragionamento qual è una volta divenuta pura; il ragionamento la troverà
molto più bella e ne distinguerà più chiaramente i tipi di giustizia e di
ingiustizia e tutto ciò di cui abbiamo ora discorso. Ora, però, abbiamo detto
il vero su come appare al presente: l'abbiamo vista nello stato paragonabile a
quello di chi guarda il Glauco marino senza più scorgerne tanto facilmente la
natura antica, perché le vecchie parti del suo corpo sono state le une
spezzate, le altre corrose e completamente rovinate dai flutti, e con ulteriori
escrescenze di conchiglie, alghe e sassi, così da somigliare più a una bestia
che a quel che era per natura. In questo stato vediamo anche l'anima, a causa
di miriadi di mali. Ma è lì, Glaucone, che si deve fissare lo sguardo. -
- Dove? -
chiese
- Al suo
amore di sapere (philosophia), e occorre comprendere a che cosa si dà
e quali compagnie desidera, essendo congenere del divino, dell'immortale e di
ciò che è per sempre, e come potrebbe diventare se lo perseguisse tutta... (611b-e)
Tutto il
resto – i nostri caratteri biologici, storici, culturali – è incrostazione. Per
questo motivo, Platone si permette di paragonare il singolo a una polis:
ciò che l'anima ha di proprio e di autonomo è la parte razionale, mentre le
altre due parti sono frutto dell'interazione con la natura e con la cultura. Da
questo punto di vista, il rapporto della razionalità con gli appetiti e le
ambizioni è sempre un problema politico.
La
caratterizzazione dell'anima in quanto soggetto libero dell'attività teoretica
è irrinunciabile. Se non si presupponesse almeno come possibile l'orizzonte
dell'amore disinteressato per la verità, la conoscenza si ridurrebbe a tecnica
e a retorica. Ma come è possibile costruire, da queste premesse filosofiche,
una filosofia che sia anche politica, che sappia confrontarsi cioè non soltanto
con l'anima puro amore di conoscenza, ma con quella incrostata, di interessi e
fini contingenti?
4. Il
senso teoretico della confutazione di Trasimaco
Si
potrebbe sostenere, nella tradizione dell'anti-intellettualismo novecentesco,
che il dominio della politica o in generale l'ambito della prassi è
indipendente dall'interesse teoretico. Nel primo libro della Repubblica,
il sofista Trasimaco fa propria una tesi di questo tipo, quando afferma che la
giustizia è l'utile del più forte, in combinato disposto con l'idea che la vita
dell'ingiusto è sempre preferibile a quella del giusto. Per Trasimaco la pleonexia,
ovvero l'interesse personale a prevaricare sugli altri, deve essere assunta
come un dato politico immutabile e indiscutibile. Qualcosa, dunque, che non può
essere scelto o rifiutato dall'anima razionale.
Chi legge
per la prima volta, senza anamnesis, la confutazione di Trasimaco ha
l'impressione che Socrate ricorra a un argumentum ad hominem. Fra le
varie tesi del sofista, Socrate conviene con lui sulla caratterizzazione della
giustizia come «bene altrui» (343c),
con la sola differenza che il primo sostiene questa qualificazione dal punto di
vista dei governati, il secondo dal punto di vista dei governanti (347d).
Un governante giusto, per Socrate, non fa il suo interesse, ma quello dei suoi
sudditi. Un cittadino giusto, per Trasimaco, non fa il suo interesse, ma quello
di chi lo governa. Perché, allora, essere giusti?
Per
Trasimaco, l'ingiustizia è areté e la giustizia una nobile ingenuità.
Gli ingiusti sono prudenti e agathòi, se riescono a realizzare
l'ingiustizia perfetta, sottomettendo città e popoli. Questa ingiustizia è
eccellenza e sapienza (348b
ss).
Socrate
pone il problema delle relazioni della persona giusta e della persona ingiusta
con gli altri, fermo restando che, come afferma il suo interlocutore, sono gli
ingiusti ad essere intelligenti e virtuosi. I giusti vogliono pleonektéin
o prevalere solo sugli ingiusti; gli ingiusti, di contro, vogliono soverchiare
tutti.
In ambito
scientifico, lo scienziato non vuole prevalere su chi è altrettanto esperto: in
questo caso, infatti, sarà obbligato a convenire con lui. Un medico non
prescrive una terapia differente da quella prescritta da un collega di cui
riconosce la perizia solo perché vuole prevalere. Questa volontà di prevalere
si libera solo nel caso abbia a che fare con un incompetente. Di contro, una
persona ignorante non sarà in grado di distinguere l'esperto dall'inesperto e
cercherà di primeggiare su tutti - esattamente come fa l'ingiusto (350a
ss). Il giusto, come l'esperto in una qualche arte o scienza, ha dei criteri,
diversi dall'ansia di primeggiare, per governare le proprie relazioni con gli
altri; l'ingiusto, di contro, è guidato solo dal suo spirito agonistico.
L'ingiustizia, dunque, è ignoranza (amathìa). Trasimaco, indotto ad
ammettere questo, arrossisce: un sofista non può professionalmente permettersi
di esaltare l'ignoranza.
C'è
qualcosa di più, oltre a questo elemento ad hominem? La confutazione
socratica si regge sulla distinzione fra l'interesse personale e le ragioni
della conoscenza, intesa anche nel senso settoriale proprio della techne.
Socrate suggerisce che, anche qualora il medico eserciti la sua arte per fare
soldi, le ragioni interne alla medicina non si identificano con i fini di chi
la esercita: anche Trasimaco, con il suo rossore, lo riconosce. Egli non è un
sofista, un esperto, perché ha interesse a prevalere sugli altri, ma perché
professa una sophia le cui ragioni non possono identificarsi col
desiderio di prevalere, senza perdere il loro carattere conoscitivo. Ciò non
nega l'esistenza e la forza del desiderio di prevalere, ma mette in luce una
distinzione che, in forma elementare, può essere illustrata con un esempio di
questo genere: se critico la dimostrazione di un teorema geometrico prodotta da
un mio avversario accademico, adducendo la circostanza, probabilmente vera, che
essa è finalizzata alla vittoria in un concorso a cattedre, la mia critica è
irrilevante, dal punto di vista della geometria. Posso produrre una
confutazione rilevante solo se provo che il teorema è dimostrato in modo
inconsistente e scorretto, alla luce delle ragioni e delle procedure interne
alla geometria.
Se si
riduce la conoscenza a interesse privato, si distrugge interamente la
conoscenza come tale. Perfino per affermare scientificamente che la giustizia è
l'utile del più forte occorre condividere l'interesse teoretico, cioè
partecipare all'anima come amore di conoscenza. La politica come tema
intersoggettivo può nascere solo dalla filosofia e non da dati antropologici
assunti come indiscutibili.
5. La
felicità filosofica
Una tesi
analoga si ritrova nell'ottavo libro della Repubblica, applicata
all'etica – alla questione, a prima vista ispirata ad una morale eudemonistica,
se davvero l'anima che si dia una organizzazione interna aristocratica,
facendosi governare dalla ragione, sia la più felice. Secondo la dottrina della
tripartizione psichica, con una parte dell'anima l'uomo impara, con una seconda
si sdegna, e con la terza subisce numerosi e multiformi appetiti (580d-e).
L'anima appetitiva è interessata al denaro, il medium universale per
appagare qualsiasi desiderio; l'anima irascibile è interessata alla vittoria e
all'onore (timé); l'anima razionale è interessata alla verità ed è
amante della sapienza e dell'apprendimento (581a-b).
A questi
tre diversi interessi corrispondono tre differenti tipi di piaceri. L'uomo
d'affari dirà che il piacere maggiore è quello del guadagno; l'ambizioso dirà
che il denaro è volgare rispetto alla soddisfazione di ricevere onore dagli
altri, mentre il filosofo dirà che l'unica cosa che rende felici è il piacere
di conoscere e di imparare (581d-e).
Come facciamo a stabilire chi dei tre ha ragione?
Per
rispondere a questa domanda, abbiamo bisogno dell'esperienza, della phronesis
(saggezza) [19] e del logos. Il filosofo è esposto fin dall'infanzia sia al
piacere del lucro, sia al piacere degli onori; la sua esperienza sarà unita
alla phronesis, ed egli disporrà del logos, per giudicare
queste sue esperienze con uno spirito riflessivo. Per questo, il giudizio del
filosofo sarà il più attendibile. Le esperienze dell'avido e dell'ambizioso
sono limitate, perché non includono la sperimentazione del sapere. Il piacere
di imparare e di conoscere è precluso ad entrambi, ma proprio questa gioia,
tipica dell'anima razionale, mette in mano al filosofo gli strumenti con i
quali si possono confrontare le diverse forme di vita. Mentre gli altri due
piaceri sono esclusivi e incomunicabili, il filosofo sa discutere e riesce ad provare
con consapevolezza, per giudicarli, i piaceri degli altri (582b
ss).
L'ambizioso
e l'avido di denaro, per poter argomentare in modo convincente quale sia il
piacere migliore, dovrebbero imparare, conoscere e ragionare: dovrebbero, in
una parola, diventare filosofi. La filosofia, come si vede, non comporta un
atteggiamento autoritario: la vita del filosofo è la migliore perché questi - a
differenza degli avidi e dei carrieristi - condivide le esperienze di tutti e
sa discutere con tutti. Il Socrate della Repubblica, in altre parole,
non si appella a un ideale di felicità "correttamente inteso" e
antropologicamente fondato, ma attribuisce alla filosofia un primato
esclusivamente dialettico. La filosofia, cioè, è superiore non perché è
naturalmente più piacevole, ma perché è l'unico strumento con il quale sia
possibile porre intersoggettivamente il problema della felicità. In generale, possiamo
giustificare la nostra prassi solo se riusciamo a discuterne con gli strumenti
della ragion pratica.
6. La
provvisorietà della politica
Nel corso
dell'esperienza terrena, qual è l'ambiente in cui l'amore di conoscenza può
mantenere la sua autonomia? Per rispondere a questa domanda, bisogna fare i
conti con le incrostazioni
del Glauco marino, cioè con i nostri aspetti storici, culturali ed
economici. L'anamnesis del racconto di Er insegna che non possiamo
constatarli semplicemente come dati di fatto ineluttabili senza perdere la
nostra autonomia. In questo caso, infatti, l'unica soluzione praticabile
sarebbe il contrattualismo
proposto da Glaucone nel II libro: le persone che non hanno la forza di
prevalere sugli altri e temono che gli altri possano a loro volta sopraffarle,
trovano vantaggioso mettersi d’accordo per non farsi ingiustizia a vicenda.
Così hanno cominciato a porre leggi e a far patti fra loro, e hanno chiamato nòmimos
(legittimo e conforme alle consuetudini) e dìkaios (giusto) ciò che è
stabilito dal nomos (358e-359a
ss.). Ma questa soluzione può funzionare solo col presupposto di una società
della sorveglianza, perché nessuno - come mostra il mito dell'anello di Gige -
ha interesse ad essere custode di se stesso quando è lontano dagli occhi altrui
(366e-367a).
Rimane,
tuttavia, il fatto che, storicamente, la nostra cultura si forma nell'oscurità
delle tradizioni e dei luoghi comuni delle società - nella condizione
rappresentata dall'allegoria della caverna
all'inizio del settimo libro.
Nel mondo
storico, una collettività può evitare di adagiarsi sulla tradizione e può
sviluppare il pensiero razionale solo con un esplicito progetto educativo,
affinché in ciascuno si formi un reggitore divino e saggio. Questo reggitore
divino e saggio è, in interiore homine, l'anima razionale; ma può
essere anche esterno, quando la ragione è debole, come avviene per esempio nel
caso dei bambini, in attesa che siano in grado di governare se stessi (590d-e).
L'ordine
dell'anima è costruito da Platone in analogia all'ordine della città, nella
quale i filosofi, i guerrieri e gli artigiani fanno rispettivamente la parte
della ragione, del thymos e degli
appetiti. L'argomento di 590d
ss. sembra addirittura suggerire che il governo esteriore possa essere pensato
come provvisorio, e che altrettanto provvisoria sia la polis
progettata da Socrate. Non a caso Glaucone, all'inizio dell'ottavo libro,
ricorda che Socrate aveva affermato di considerare buona la polis e
l'uomo che le somigliasse, «pur essendo, a quanto pare, in grado di parlare di
una città e di un uomo ancora più belli» (543c-d).
Glaucone,
alla fine del nono libro, obietta a Socrate che la città da lui progettata
esiste soltanto nei discorsi, ottenendo una risposta apparentemente
rinunciataria.
Ma in
cielo forse ne esiste un esemplare [paradeigma] per chi voglia
vederla, e vedutala fondare se stesso. Non fa nulla del resto se ci sia o ci
sarà da qualche parte, perché solo di questa [l'uomo giusto] si curerebbe, e di
nessun'altra (592b).
Questa
replica, letta secondo l'ermeneutica della via discendente, suona come un
abbandono della politica per rifugiarsi nell'etica. Ma se la riprendiamo in
mano nella prospettiva della via ascendente ci accorgiamo che Socrate sta
enunciando i presupposti psichici del suo progetto politico: la condizione di
possibilità di una città costruita secondo ragione non è l'esperienza, bensì
l'autonomia dell'anima razionale.
7. I
vincoli della politica: la questione della schiavitù
Questo
ideale, per il quale la gerarchia sociale sarebbe di per sé provvisoria, e
sarebbe possibile pensare una città ancora migliore della politeia si
deve però confrontare con almeno tre vincoli, di natura storico-sociale:
1.
il vincolo della comunicazione: siamo in una condizione di
imperfetta distribuzione del sapere, ed esposti alla manipolazione poetica, che
agisce sulle nostre emozioni;
2.
il vincolo dell'eros privato, che tende a trattare
la riproduzione delle creature umane come una questione lontana dall'amore per
la scienza;
3.
il vincolo dell'economia: occorre che qualcuno si dedichi
alla soddisfazione dei bisogni vitali corporei.
Platone
fa i conti con i primi due vincoli ricorrendo al controllo della poesia e dell'eros
privato, in quanto connesso alla riproduzione. Ma in che modo dobbiamo
considerare queste soluzioni? Come indice dei fondamenti antropologici del
pensiero platonico, oppure come legate alla situazione storica contingente
della città e della famiglia antica?
Per
rispondere a questa domanda, analizzeremo, in primo luogo, il vincolo
dell'economia, in relazione a un aspetto particolare – la schiavitù – che è una
differenza decisiva fra l'ordine della produzione moderno e quello antico.
Platone,
pur mettendo in discussione istituzioni radicate come la famiglia e il ruolo
della donna, non critica mai la schiavitù. E' dunque corretto pensare che la
dia per scontata, [20]
come un elemento tipico dell'ordine dell'oikos, che, nella Repubblica,
rimane proprio del ceto degli artigiani.
Tuttavia,
nel IX libro, trattando della felicità del tiranno, Socrate affronta
l'argomento della schiavitù in
via incidentale. Un padrone di schiavi esercita un potere simile a quello di un
tiranno, su un gruppo di persone che, per forza e per numero, potrebbe
sopraffarlo. Ciò nonostante, il padrone non teme i suoi schiavi, perché sa che
l’intera polis riconosce il sistema della schiavitù; ma ne avrebbe
paura se fosse solo con loro in un’isola deserta, o se i suoi vicini non
tollerassero che qualcuno comandasse sugli altri (578d
ss.). Questa è anche la situazione del tiranno, a capo di un regime considerato
illegittimo dai vicini e costretto continuamente a guardarsi dai concittadini
che ha ridotto in schiavitù. [21]
Fra il tiranno – il
governante più illegittimo che si possa immaginare – e il padrone di schiavi
non c'è nessuno differenza interna. L'unica differenza è esteriore: i vicini
del padrone di schiavi riconoscono la legittimità della schiavitù, i vicini del
tiranno no. Platone condanna la tirannide, in quanto la rappresenta come
illegittima. Qual è, invece, la legittimità della schiavitù?
L'ermeneutica
della via discendente suggerisce una risposta facile: l'antropologia di Platone
dà talmente per scontata la disuguaglianza fra gli uomini da non ritenere
bisognosa di giustificazione l'opinione comune favorevole professata dai vicini
del padrone di schiavi.
Aristotele,
nel primo libro della Politica (1252a),
scrive che l'oikos e la polis differiscono non per le loro
dimensioni, secondo il grado, ma secondo la specie, anche se l'oikos
sta in rapporto alla polis come la parte all'intero. Platone, di
contro, non ragiona così: è infatti possibile teorizzare l'abolizione politica
della famiglia privata solo col presupposto che l'economia - nel senso
originario di amministrazione della casa - sia sottoponibile a una radicale
critica filosofico-politica. Questa critica è tanto più legittima in quanto Platone
- come mostrano anche le sue tesi rivoluzionarie sull'uguaglianza femminile -
crede che la nostra "natura" sia semplicemente un prodotto della
storia.
Stando
così le cose, se la differenza fra la schiavitù e la tirannide è solo quella,
esteriore, connessa all'opinione dei vicini, dobbiamo concludere che l'oikos,
sottoposto a una critica politica, dovrebbe essere smascherato come una piccola
tirannide. Platone non trae questa conclusione, ma ce ne offre tutte le
premesse. La sua politeia fa i conti col vincolo dell'economia solo
quel tanto che serve per eliminare il conflitto di interessi nelle classi
dirigenti.
Si può
ipotizzare, quindi, che la disuguaglianza nella Repubblica non dipende
da un dato antropologico, la cui assunzione sarebbe contraddittoria con la tesi
della storicità della cultura umane, bensì dall'aver accolto come strutturale
una sfera dell'economia che rimane internamente tirannica. Per questo la città
progettata da Platone resta divisa in classi [22]
- anche se, per bocca di Glaucone, si è riconosciuto che ci potrebbe essere una
polis ancora
migliore.
8. I
vincoli della politica: l'eros privato
Anche se
Platone non sviluppa interamente le premesse della sua critica politica
all'economia, l'economia rimane per lui un problema politico - e lo rimane
tanto più in quanto la struttura economica schiavista resta intatta. Sia
l'amore per la conoscenza, sia l'amministrazione della cosa pubblica diventano
possibili solo se riusciamo ad elevarci al di sopra dei nostri interessi
particolari.
...
plasmiamo [la polis] felice non prendendo da parte pochi [singoli] in
essa e facendoli tali [lett. “ponendoli come tali”], ma tutta intera (holen)
(Resp. 420c).
Nel IV
libro della Repubblica Socrate afferma che il primato dell'interesse
collettivo è essenziale per il felice funzionamento della città nel suo
complesso, intesa come un intero. Se ci si preoccupasse solo del benessere di alcune
persone, nessuno farebbe più il suo lavoro e la polis verrebbe
distrutta. Questo vale soprattutto per quanto concerne i governanti, perché è
da loro che dipende la buona amministrazione e la felicità della città (421a-c).
Socrate, in altre parole, non contrappone alla collettività l'individuo come un
atomo, ma i singoli particolari, con tutti i loro interessi plurali e svariati.[23]
Questi
interessi sono utili per l'economia della città - non a caso nella Repubblica
si conserva una classe di artigiani - ma diventano pericolosissimi non appena
pretendono di essere politici. Gli interessi particolari dei singoli, proprio
in quanto particolari, non sono in grado di farsi interessi di tutti, se non
sottoponendo la città all'arbitrio e alla prevaricazione. Occorre, pertanto,
accettarli e controllarli, nella misura in cui servono alla sopravvivenza della
città, ma devono essere tenuti il più possibile lontano dalla politica.
L'oikos
privato, che Platone tratta come essenziale per l'economia, deve dunque essere
eliminato dalla politica. In una sorta di comunismo dei funzionari dello stato,
[24]
le classi governanti non dovranno avere né famiglia né proprietà
privata: matrimonio e procreazione dovranno diventare comuni come cose di amici
(424a)
Una volta eliminata la famiglia, non ci sarà più motivo di discriminare uomini
e donne nell'educazione e nell'accesso alle funzioni politiche e militari.
Ma
persone che vivono insieme e hanno esperienze comuni saranno indotte all'unione
per necessità
(anankais) non geometriche ma erotikais, cioè "amorose" (458d).
Se la famiglia viene collettivizzata, la vita sessuale, in quanto ha a che
vedere con la riproduzione dei cittadini, diventa una questione politica. L'eros
riproduttivo è dunque sottoposto a un rigido controllo, con un programma di
accoppiamenti eugenetici, per legittimare il quale le autorità politiche
possono anche ricorrere alla menzogna e all'inganno (459c-d),
per l'utilità dei governati.
Nel
secondo libro della Politica (1261b),
Aristotele critica Platone. La famiglia, da privata, può diventare di
"tutti", in due sensi molto diversi. Può essere di tutti in senso
distributivo - e in questo caso ciascuno sente ciascuna donna e ciascun ragazzo
particolare come propri - oppure in senso collettivo - e in questo caso, che è
quello di Platone, donne e figli appartengono a tutti, tutti insieme. Che
ciascuno abbia un interesse particolare per ciascun altro, è bello ma impossibile;
se invece tutti hanno qualcosa insieme si produce una conflittualità diffusa,
oppure un generale disinteresse per la res publica, perché nessuno la
sente come propria. Un genuino e solido interesse pubblico si costituisce solo
con la mediazione delle particolarità: a ciascuno sarà più facile sentire come
propria una città che aggrega la sua famiglia, piuttosto che una polis
che la abolisce e che lo pretende fedele a una collettività lontana e astratta.
[25]
9. Due
specie di amore
A
differenza di Aristotele, Platone non solo rinuncia a mediare l'eros
privato, ma lo sottopone addirittura a un controllo politico diretto. Allo
stesso tempo, però, l'eros in generale sembra avere un ruolo molto
importante nelle sua caratterizzazione dei governanti, in quanto filosofi. I
filosofi - si dice nel VI
libro - si distinguono dagli amanti degli spettacoli perché desiderano
imparare ciò che mostra loro l’ousìa o essenza, la quale è sempre e
non erra secondo la vicenda del nascere e del perire (485b):
e, amando la sapienza, tendono verso la verità e odiano la menzogna. Il loro eros,
dunque, è tutto indirizzato all’apprendere; per questo praticano la sophrosyne
o temperanza senza sforzo, perché il loro desiderio è rivolto altrove. Al
filosofo, semplicemente, interessano poco le ricchezze, le meschinità e la vita
stessa. Per questo sarà anche coraggioso, e dotato di armonia interiore (485c
ss.).
Nel V
libro, l’eros era stato considerato un fattore privatizzante così
potente, e refrattario all’argomentazione, da giustificare il suo controllo
tramite ciò che i filosofi odiano, la menzogna. Ora, di contro, si dice che
anche i filosofi sono ispirati da una forma di eros, quello per la
verità. Come si spiega questa apparente contraddizione?
Nel Fedro
l'eros viene esplicitamente distinto, secondo la specie, in malattia umana e in mania
donata dalla divinità. Ma anche la Repubblica offre gli strumenti
teorici per dimostrare che l’eros privatizzante e l’eros
filosofico siano due cose diverse.
L’eros
si definisce, come termine, in base a una relazione con un oggetto. Nel IV
libro, Socrate dice che quando si definiscono termini in base ad una relazione
con un oggetto, la definizione può colpire un bersaglio determinato solo se
questo oggetto è una e una sola cosa, determinata rigorosamente, e sono messe
fra parentesi le caratteristiche accessorie o accidentali delle cose concrete
con le quali, di volta in volta, la relazione è messa in atto. Per esempio, la
sete è un desiderio che si definisce in relazione al bere. Se considerassimo
elementi come la qualità o la quantità delle bevande (buone o cattive, calde o
fredde), la nostra definizione diventerebbe confusa, perché ridondante rispetto
a quanto richiesto. In altre parole, una definizione di un oggetto in base alla
sua relazione con un altro, deve essere “economica”, se vuol essere funzionale
(437b
ss). Ma se l’eros privato e quello filosofico hanno oggetti diversi,
allora vanno trattati come distinti l’uno dall’altro, in quanto desideri che si
definiscono sulla base della relazione con oggetti.
L'eros
sessuale non può diventare mediatore dell'interesse pubblico: è un desiderio
meramente fisico, che va controllato come gli altri appetiti, per la salute del
corpo, ma che non è suscettibile di sublimazione. Esso differisce secondo la
specie dall'eros filosofico, legato alla contemplazione della bellezza
e del bene, [26]
e proprio dell'anima razionale.
Platone
non condivide il pregiudizio novecentesco per il quale la sessualità è un
elemento fondamentale della realizzazione umana: il controllo della sessualità
- che nella Repubblica è in realtà limitato alla sola funzione
riproduttiva - non intacca in nulla l'autonomia dell'anima razionale e la sua
diversa specie di amore. Soltanto in virtù di questa autonomia - del resto - è
possibile mettere in discussione le strutture storico antropologiche della
famiglia e della gerarchia sessuale, e trasformarle in problemi politici. Di
contro, quando l'eros appetitivo, nella sua qualità radicalmente
privata, pretende di farsi politico, l'esito ultimo è necessariamente la tirannide, cioè
l'asservimento della collettività al desiderio di un unico individuo. Per avere
una mediazione, occorre il logos pubblico dell'anima razionale - che
riesce ad essere intersoggettivo solo in quanto si libera dall'asservimento
agli appetiti.
10. I
vincoli della politica: cultura e propaganda
Il
vincolo più gravoso, per un progetto politico che si dice fondato sull'autorità
della conoscenza, è quello dell'asimmetria di sapere fra educatori ed educandi,
fra governanti e governati, fra filosofi e non-filosofi. Questa asimmetria
rende parzialmente inefficace la legittimazione fondata sul sapere: chi non sa,
non ha gli strumenti per distinguere fra un ordine legittimo e un ordine
illegittimo, e subisce comunque il potere come qualcosa di opaco e di
esoterico. Ma se si cerca di por rimedio a questo problema con la menzogna
propagandistica, si produce una contraddizione gravissima fra politica e
filosofia. [27]
Il
ricorso alle bugie per giustificare il programma di accoppiamenti eugenetici (459c-d)
nella famiglia collettiva tocca qualcosa che per Platone è secondario e non
intacca l'anima razionale. Non si può dire lo stesso, però, del racconto fenicio, la
"nobile menzogna" volta a far accettare ai cittadini una gerarchia
politica che dovrebbe essere fondata secondo ragione.
Ci si
deve anche chiedere come il racconto fenicio possa consigliarsi con la paideia
illustrata nell'allegoria
della caverna, la quale riconosce il discente come essere razionale
autonomo. L’insegnamento, in questo caso, non ha nulla a che vedere con la
propaganda, ma è una tecnica di conversione, nel senso letterale del termine:
non si tratta di dare alle persone informazioni o capacità che non possiedono,
ma di indurle a voltarsi dalla parte giusta, in modo da permetter loro di far
uso di una facoltà che già hanno. La capacità di conoscere, che non può essere
infusa dall’esterno, è dunque una espressione genuina dell’autonomia delle
persone. Ma se i custodi della Repubblica non disdegnano il ricorso
alla manipolazione propagandistica, come sarà possibile la paideia?
Ci si
deve, tuttavia, fare anche la domanda opposta: se Platone mette per iscritto il
carattere ingannevole della sua propaganda, lasciandolo dunque circolare per
le mani di tutti, come può sperare di farla passare per vera?
- Non sai
che ciò che è, per così dire, veramente una menzogna, lo odiano gli dei e gli
uomini? -
- Che
cosa vuoi dire? -
- Questo:
nessuno è volontariamente disposto ad essere ingannato in ciò che è capitale di
se stesso, e sulle questioni capitali (kyriotàta), anzi è proprio lì
che quanto mai si teme. -
- Non
capisco nemmeno ora. -
- Perché
pensi che io stia proferendo chissà quale vaticinio (semnòn); ma dico
solo che di venir ingannati nell’anima su ciò che è, di essere ingannati ed
essere ignoranti, ed di avere dentro di sé e possedere il falso, nessuno lo
accetterebbe e tutti lo detestano soprattutto in questo. -
- Certo.
-
- Ma
allora si può appunto chiamare, come dicevo, veramente una menzogna l’ignoranza
che è nell’anima di chi è ingannato: perché quella che è nei discorsi è solo
una imitazione (mimema) dell’affezione che è nell’anima, una parvenza
(eidolon) venuta ad essere successivamente, e non menzogna schietta. -
(382a-b)
Nel II
libro, Socrate usa queste parole per spiegare ad Adimanto come mai la divinità,
nei miti usati a scopo educativo, non dovrebbe essere rappresentata come
mentitrice. Il suo discorso ha un senso tutt’altro che esoterico: nessuno
desidera essere ingannato; nessuno vuole avere l’anima occupata da una
illusione di conoscenza, che è veramente una falsità. Nessuno accetta
volontariamente e consapevolmente di essere indottrinato.
Platone
sceglie di dichiarare la menzogna propagandistica come tale. La pubblicazione
in forma scritta è per lui una scelta
consapevole e non banale, che comporta l' esposizione del suo testo al
punto di vista esterno ed essoterico di un qualsiasi lettore. Ma una simile
scelta, per ciò stesso, espone il suo progetto politico al fallimento, se
dovesse essere intrapreso a partire dall'antropologia della via discendente.
Non si può, però, dire lo stesso a proposito del progetto filosofico: chi segue
la via ascendente può fondare
la città nella sua anima, come suggerito da Resp. 592b,
in piena sincerità. L'unica politica filosofica che rimane, coerentemente,
praticabile è quella che prende le mosse dall'autonomia dell'anima razionale.
11.
Politica e filosofia
Nell'ermeneutica
della via ascendente, la filosofia ha il diritto e il dovere di sottoporre a
critica il dato storico ed economico. La politica, che ha il compito di essere
efficace, deve invece fare i conti con questo dato come con un vincolo. Stando
così le cose, le linee di condotta della politica, proprio perché fanno
riferimento a realtà storiche contingenti, sono - consapevolmente - la parte
più accidentale del pensiero di Platone. Se un platonico moderno volesse
riproporre il progetto di una repubblica fondata sulla comunità della
conoscenza e sull'autonomia dell'anima razionale, si troverebbe ancora di
fronte ai tre vincoli dell'economia, dell'eros privato e della
retorica, ma i loro caratteri - storici - sarebbero profondamente diversi.
Platone
non era un pensatore astratto e matematizzante, come lo ha rappresentato la
tradizione novecentesca. [28]
Si proponeva, piuttosto, di fare una politica della filosofia, per costruire
una società della conoscenza fondata sull'autonomia della ragione. Questo lo condusse
a dare per scontati - in una prospettiva pratica - alcuni limiti della politica
del suo tempo: la sua critica all'economia, che avrebbe potuto essere tanto
radicale quanto il suo rifiuto della discriminazione sessuale, rimane
incompiuta, alla mercé del lettore, la critica alla famiglia è costruita sull'oikosantico,
schiavista e patriarcale; la teoria della comunicazione politica è costruita
sul mito. Così, nel suo pensiero, politica e filosofia si confrontano in una
lotta mortale, che alla fine ha una soluzione coerente solo nella filosofia, e
non nell'antropologia politica.
Chi legge
la Repubblica seguendo la via in discesa rischia di disconoscere il
Platone filosofo a favore del Platone politico. La via ascendente, di contro,
permette di cogliere il suo pensiero nel suo merito filosofico più durevole: la
scoperta dell'autonomia della ragione e il tentativo di darle un ruolo
direttivo non solo nella comunità scientifica, ma anche in quella politica. Il
Pireo in cui Socrate discende è oggi un luogo molto diverso, e con diverse
servitù: ma il problema di costruire una comunità scientifica e politica
compatibile con l'autonomia della ragione ritorna continuamente dal mondo dei
morti - a meno che non vogliamo ridurre la filosofia politica a intrattenimento
retorico, nell'orizzonte angusto dell'attualità cronistica.
[1] Si veda C. Bechelli, «Il dibattito sul rapporto tra
filosofia platonica e totalitarismo negli anni ’30 e ’40 del XX secolo: breve
bibliografia ragionata», Bollettino telematico di filosofia politica,
2005.
[2] E. Unger, «Contemporary Anti-Platonism»,
ora in R. Bambrough (ed.), Plato, Popper and Politics, Cambridge,
Heffer, 1967, pp. 91-107.
[3] Questa è la critica che Socrate fa, in Menone
99a-c, ai politici ateniesi: ne riconosce l'eccellenza, ma la ritiene dovuta a
una theia moira e
non alla loro scienza.
[4] R.H.S.
Crossman, Plato To-day, London, Allen & Unwin, 1937-1959, pp.
92-93.
[5] Si veda M.C. Pievatolo, N. De Federicis, «La società aperta e i suoi nemici», Bollettino
telematico di filosofia politica, 2005.
[6] Ibidem.
p. 201.
[7] Ibidem,
pp. 96-107.
[8] Ibidem,
pp. 146-152.
[9] V. per
esempio E.L. Harrison, «Plato's Manipulation of Thrasymachus», Phoenix Vol. 21, No. 1. (1967), pp. 27-39.
[10] E. Voegelin, Order
and History, III, Baton Rouge, Lousiana State University Press, 1966, p.
53; v. anche J.E. Seery, «Politics as Ironic Community: On the
Themes of Descent and Return in Plato's Republic», Political Theory, Vol. 16, No. 2. (1988),
pp. 229-256.
[11] M. Vegetti, Katabasis, in Platone, La
Repubblica, Napoli, Bibliopolis, 1998, vol. I, pp. 93-104.
[12] C.H. Kahn, «Proleptic Composition in the
Republic, or Why Book 1 Was Never a Separate Dialogue», The Classical Quarterly, Vol. 43, No. 1. (1993),
pp. 131-142.
[13] J. Trindade Santos, La struttura
dialogica del Menone: una lettura retroattiva in G. Casertano (a cura di
di), La struttura del dialogo platonico, Napoli, Loffredo, 2000, pp.
35-50.
[14] Si veda M.C. Pievatolo, Il Fedro di Platone (Bollettino
telematico di filosofia politica, 2004-2005).
[15] Questa operazione è stata fatta nel mio
ipertesto Il Menone di Platone,
Bollettino telematico di filosofia politica, 2005-2007.
[16] Si veda su questo il mio ipertesto La Repubblica di Platone, Bollettino
telematico di filosofia politica, 2007.
[17] All'inizio
del I libro (328a),
quando l'imprenditore Polemarco invita Socrate a trattenersi al Pireo, usa
l'espressione «synesòmetha [...] kai dialexòmetha» - staremo insieme e
discuteremo - che può sia avere un significato ordinario, sia alludere alla
comunità di conoscenza e di discussione propria dell'Accademia.
[18] La
tradizione mitica narrava di un pescatore di nome Glauco, il quale mangiò il
fiore di una pianta miracolosa che conferiva l'immortalità, saltò in mare e
divenne un dio marino. Platone usa questa immagine per suggerire che l'anima è
immortale non nelle accidentalità storiche e individuali che la rivestono e la
occultano, bensì in quanto philosophia: è l'amore per il sapere che ci
deve indurre a considerare l'eternità come orizzonte del pensiero, perché la
verità scientifica, se è tale, non può essere pensata come relativa e
contingente. Si veda T.A. Szlezàk, («Unsterblichkeit und Trichotomie der Seele
im zehnten Buch der Politeia», Phronesis, XXI, 1976, pp. 31-58,
secondo cui la prova dell’immortalità dell’anima del X libro della Repubblica
concerne solo la parte razionale.
[19] Platone,
come si vede, connette la phronesis alla filosofia in generale. In
questo si differenzia da Aristotele che, nei suoi scritti etici, distingue fra
teoria e prassi e lega la phronesis alla saggezza pratica (si veda per
esempio C. Pickstock, «Justice
and Prudence: Principles of Order in the Platonic City», pp. 276-277, in The
Heythrop Journal, Vol. 42, No. 3. (2001), pp. 269-282).
[20] G. Vlastos, «Does Slavery Exist in Plato's
Republic?», Classical Philology,
Vol. 63, No. 4. (1968), pp. 291-295.
[21] La
tesi che Platone avesse elaborato gli strumenti teorici per una critica alla
schiavitù ma non li avesse applicati si ritrova anche nell'analisi delle Leggi
compiuta da G.R. Morrow, «Plato
and Greek Slavery», Mind, 48, 190. 1939, pp. 186-201.
[22] Secondo
B. Williams (The Analogy of the City and Soul in Plato's Republic, in
R. Kraut, Plato's Republic, Oxford, Rowman & Littlefield, 1997,
pp. 49.59), Platone sostiene sia che città è giusta se lo sono i suoi
cittadini, sia che in essa occorre una parte di uomini appetitivi (dunque non
perfettamente giusti) per occuparsi dell'economia. Nella nostra interpretazione
si fa derivare l'imperfetto giustizia degli artigiani dal carattere tirannico
del regime dell'economia.
[23] Per
una argomentazione più particolareggiata di questa interpretazione, si veda il
mio ipertesto La Repubblica di Platone, "Bollettino telematico di
filosofia politica", 2006-2007, in particolare qui.
[24] Si veda C. Quarta, L'utopia platonica,
Milano, Angeli, 1985, pp. 150-189.
[25] Si veda
A.Saxonhouse, «Family, Polity & Unity:
Aristotle on Socrates' Community of Wives», Polity, Vol. 15, No. 2. (1982), pp. 202-219.
[26] Sul tema v.
K.L. Gaca, The Making of Fornication. Eros, Ethics, and Political Reform in
Greek Philosophy and Early Christianity, Berkeley, Berkeley and Los
Angeles, University of California Press, 2003, pp. 36 ss.
[27] L'asimmetria
dell'educazione prefilosofica teorizzata nel II libro, ove degli adulti
hanno di fronte dei bambini, può dirsi tanto provvisoria
quanto inevitabile. Ma così non è per la propaganda politica nei confronti di
cittadini adulti.
[28] Perfino E. Havelock («Plato's
Politics and the American Constitution», Harvard Studies in Classical
Philology, Vol. 93 (1990), pp. 1-24), verso la fine della sua vita,
scriveva che il pensiero di Platone è politicamente inapplicabile e pericoloso
per il suo stile matematizzante, che gli fa dimenticare il carattere
contingente dell'uomo, a favore di un progetto astratto di ingegneria sociale.