ARTICOLI E SAGGI 04/01/2005 Giuseppe Duso - Il potere e la nascita dei concetti politici moderni
In un saggio dedicato alla riflessione teoretica
sulle modalità del lavoro storico-concettuale praticato nelle ricerche svolte
da me e in parte dal gruppo che
coordino, ho avuto modo di indicare quali siano gli elementi che hanno fatto sì
che fosse privilegiato il riferimento alla corrente storiografica di Otto
Brunner, Werner Conze e Reinhard Koselleck, degli storici cioè che hanno
promosso l’iniziativa dei Geschichtliche
Grundbegriffe (d’ora in poi GG o
Lexikon)[1], e nello
stesso tempo quale sia la specificità
del nostro contributo e quali le linee di un approccio, che, per quanto
riguarda la mia personale ricerca, si esprime nella proposta dello stretto
legame, se non addirittura della identificazione, tra la storia dei concetti e
un movimento di pensiero che intendo come filosofico:
appunto, storia concettuale come
filosofia politica[2]. Possono
qui essere ricordati, in funzione introduttiva, alcune acquisizioni che
considero rilevanti della corrente storiografica tedesca e l’elemento centrale
che caratterizza il nostro modo di
intendere la storia concettuale, elemento non tanto metodologico – con il carattere aprioristico che connota il termine
- quanto piuttosto legato ad una specifica pratica di ricerca e ad una serie di
risultati della ricerca stessa.
La Begriffsgeschichte
(d’ora in poi BG) tedesca, termine che nel nostro ragionamento si riferisce
alla corrente storiografica qui indicata,
ci è sembrata dare indicazioni che fuoriescono sia da una impostazione
storicistica, sia dalla possibilità di un lavoro teorico sulla politica che non
riesce ad avere coscienza critica del significato specifico – storico - dei
concetti che usa. A questo proposito è rilevante non tanto la ricerca del
contesto storico in cui il concetto si pone – se si riduce all’aspetto del contesto storico la specificità dei
concetti si rischia di fraintendere del tutto il lavoro della BG -, quanto
piuttosto il contesto di pensiero, la relazione con gli altri concetti, i
presupposti, la logica complessiva che esso implica. Al di là di una semplice
contestualizzazione storica di un pensatore, l’attenzione alla determinatezza del materiale concettuale che
usa permette di comprendere i momenti di frattura e i tempi lunghi di
continuità dei concetti.
Per iniziare una riflessione di confronto con la
corrente storiografica tedesca, mi sembra necessario chiarire un punto che mi
sembra essenziale. Molto spesso i riferimenti alla BG che appaiono nelle
introduzioni di lavori, anche italiani,
dedicati alla storia dei concetti, vorrebbero trovare in essa un
sostegno ad un lavoro di ricerca che è teso a mostrare le modificazioni che un
concetto ha avuto nella storia: libertà,
stato, democrazia, ad es., sono seguiti nelle trasformazioni che hanno
avuto dall’antichità fino al nostro presente. Un tale atteggiamento, lungi dal
trovare una conferma nell’assetto del lavoro di ricerca della BG tedesca, è da
questo decisamente ed espressamente criticato e indicato come causa di
fraintendimento del passato. Esso infatti, nel momento in cui cerca di
percorrere lo sviluppo di un concetto segnando le tappe delle sue
modificazioni, compie surrettiziamente un’operazione mistificante di cui non ha
consapevolezza, quella cioè di implicare e presupporre l’unità del concetto del quale si percorrono
le modificazioni e dunque la permanenza nelle trasformazioni di un nucleo
unitario, senza del quale ci sarebbero significati diversi e non trasformazioni
dello stesso concetto. Questa operazione è proprio quella che la BG critica, e
che può essere catalogata sotto il termine di storia delle idee, che costituisce esplicitamente l’obiettivo
polemico della storia concettuale.
Per
comprendere questo punto, che è centrale nel dibattito che si attua nel
presente volume a proposito della BG tedesca, bisogna riflettere sul
significato che ha l’affermazione koselleckiana che “i concetti non hanno
storia”[3],
e ciò proprio in relazione all’aspetto definitorio che i concetti hanno[4].
La storicità del concetto viene piuttosto a indicare il fatto che esso non
è universale ed eterno, come spesso
pretende, ma determinato e condizionato, e ciò non tanto, storicisticamente ,
dal contesto storico, ma piuttosto dai presupposti che condizionano il modo di
pensare e di concepire la realtà e l’uomo stesso. Perciò Koselleck può anche
dire che, propriamente, non c’è storia dei concetti, nel senso
che questa espressione può fare intendere: essa è causa di fraintendimento e
solo una pigrizia intellettuale rimane acquietata in questo termine, che è
ormai entrato nell’uso, ma ha bisogno sempre di nuovo di esser chiarito[5].
Mi sembra che di queste affermazioni di Koselleck non si riesca a dare conto in
molti lavori che tentano di riprendere una linea di ricerca storico-concettuale
quale è stata iniziata dalla BG. Contro la riduzione di una ricerca di tipo
storico-concettuale a ciò che l’espressione di “storia dei concetti” può fare
intendere, il vero nucleo di essa per la BG appare piuttosto consistere nella ricostruzione della genesi, della logica - e
io aggiungo delle aporie - dei concetti politici moderni, che costituiscono
il nostro necessario punto di partenza, l’orizzonte in cui ci troviamo.
Una prima verifica di ciò consiste nel fatto che uno
dei vantaggi della BG è ravvisato da Koselleck, come si è detto, proprio nella critica alla storia delle
idee, che gli appare caratterizzata da una parte da un atteggiamento di
astrazione nei confronti della concreta vita delle società, e dall’altra dalla
produzione di una storia continuistica, dal momento che le idee sono intese
come grandezze costanti, e proprio perciò si possono articolare in forme
storicamente diverse. Come si vedrà, tale continuità è possibile grazie al
fatto che surrettiziamente in tali trattazioni si ipostatizzano concetti
moderni. Un’ulteriore acquisizione, molto utile per fare chiarezza all’interno
del dibattito su cosa si intende per storia dei concetti, consiste nel rifiuto
di identificare quest’ultima con la storia delle parole[6],
identificazione in cui cadono molti dei lavori che intendono seguire un concetto nel suo sviluppo storico.
Quando - avverte Koselleck nella Einleitung
dei GG – all’interno della
trattazione dei diversi concetti si seguono le vicende che le parole hanno
avuto nel mondo antico e medievale, ciò non è fatto nella logica della
ricostruzione di una presunta lunga storia del concetto, che attraversando epoche diverse si caratterizzerebbe in modo
diverso, ma piuttosto nell'intento di seguire
nel mondo pre-moderno[7]
la stessa parola che veicola il concetto moderno, e ciò per mostrare che essa
si riferisce ad un altro contesto di pensiero e di realtà[8].
A volte parole diverse indicano uno stesso contenuto, mentre le stesse parole
indicano realtà diverse, non inseribili
in un comune orizzonte concettuale. Koselleck esclude la possibilità
(che qualcuno in realtà attribuisce alla storia concettuale nel momento in cui
tenta di riprenderla o di imitarla), che la Begriffsgeschichte
sia storia del linguaggio: essa non lo è, nemmeno come parte di una storia sociale complessiva[9]: piuttosto essa si occupa "della
terminologia politico-sociale, rilevante per l'esperienza che sta alla base
della storia sociale"[10].
Resta allora assodato che i lavori che si risolvono in storia delle parole non
sono storia concettuale, almeno secondo il modo di intendere la Begriffsgeschichte dei suoi stessi
fondatori.
Se la storia concettuale ricostruisce la genesi e la
logica dei concetti moderni, significa che è essenziale al lavoro
“storiografico” la consapevolezza critica della modernità di quei concetti che spesso vengono usati per la comprensione del passato e che si sono
sedimentati nelle parole che usiamo. Che sia necessario partire dal nostro
presente è affermato da Koselleck e – a me sembra con maggiore forza teoretica
- anche da Brunner, che pure, proprio su questo punto, è criticato da
Koselleck. Ma tale affermazione non ha un carattere generico e il problema è
proprio l’opposto di quanto si potrebbe credere: non si tratta cioè di
investire della luce del presente e dei suoi problemi il passato, per il fatto
che noi viviamo nel presente e dunque da esso non possiamo astrarre; forse
Koselleck in parte ricade in questa concezione. Piuttosto – è ciò è chiaro
nella riflessione di Brunner – si
tratta del fatto che non si può correttamente intendere il passato se non si ha
la consapevolezza critica della determinatezza, della parzialità e della genesi
epocale (e dunque anche della non applicabilità al passato) dei concetti che
sono inevitabilmente sedimentati nelle parole che usiamo. Da ciò deriva una conclusione
che può apparire paradossale: non si può comprendere il passato se non si ha
coscienza critica del presente e della sua genesi, se cioè non si sono
attraversati criticamente i concetti moderni.
La rilevanza di quest’ultima affermazione e della coscienza
critica da Brunner suggerita diventa evidente qualora si fermi l’attenzione sul
fatto che usualmente e a volte quasi inevitabilmente per la comprensione e per la traduzione delle fonti antiche si
adoperano parole che immediatamente veicolano concetti moderni, quali Stato, potere, sovranità, popolo
ecc. Il problema che qui si pone è quello che emerge dalla polemica di
Koselleck con Brunner, e che appare al centro anche di altre proposte
contemporanee, come quella di Foucault, e in ogni caso coinvolge il lavoro
dello storico: come cioè sia possibile, se ci muoviamo all’interno dei concetti
moderni, che condizionano il nostro
linguaggio, intendere un diverso modo di pensare che è presente nelle fonti del
passato. Vorrei ritornare su questo tema alla fine del percorso che qui si sta
seguendo.
Il nostro lavoro di ricerca ha avuto come punto di
partenza, fondamentale per gli sviluppi successivi, quel laboratorio teorico in
cui si determina la Trennung nei
confronti del mondo antico di cui
parlano gli storici tedeschi [11],
nella quale hanno la loro genesi i concetti moderni. Ma proprio in questo punto
centrale si ha una differenziazione in relazione al lavoro della BG, che pone
il momento del passaggio e della nascita del mondo moderno da un punto di vista
concettuale a cavallo tra XVIII e XIX secolo.
Tale collocazione della cosiddetta Sattelzeit
appare giustificata nel momento in cui si rivolga l’attenzione al linguaggio
socialmente diffuso: è infatti in questo periodo che nel linguaggio sociale e
politico antiche parole appaiono veicolare nuovi concetti e compaiono anche
nuove parole; ed è attorno alla Rivoluzione francese che i nuovi concetti
risultano strumenti atti ad organizzare costituzionalmente
la vita degli uomini. Tuttavia è anche vero che la svolta radicale nel pensare
l’uomo, la società e lo stesso sapere,
all’interno della quale nascono i principali concetti politici, ha il suo
inizio già a partire dalla metà del Seicento, nell’ambito del cosiddetto “giusnaturalismo”,
in particolare delle dottrine del contratto sociale. Questi concetti non sono
isolabili tra loro, ma nascono insieme e si determinano vicendevolmente in
quello che si presenta come un vero e proprio dispositivo logico, che serve a
pensare - e poi servirà ad organizzare - lo spazio politico. Per il legame che
essi hanno tra loro in uno stesso contesto, appare impossibile riuscire
comprenderli separatamente e farne la storia isolandoli e trattandoli singolarmente[12].
Questo spostamento della Sattelzeit comporta anche uno spostamento dell’ottica dell’analisi
e una centralità della cosiddetta filosofia o scienza politica del secolo e
mezzo che precede la Rivoluzione francese, perché è essa, che si presenta nella
veste della nuova scienza del Diritto naturale, ad esprimere quel dispositivo
teorico, in cui i concetti nascono e funzionano. Proprio nel momento in cui si
nega la supremazia del diritto nei confronti del governo politico e si riduce
il diritto all’unica fonte costituita dalla sovranità, si intende il politico
mediante la razionalità formale che
caratterizza appunto quella moderna forma
politica che è la creazione del Diritto naturale e che connoterà la
successiva dottrina dello Stato. La filosofia politica moderna assume in questo
spostamento dell’ottica della ricerca una sua centralità, non sul piano di
una autonoma storia delle idee, quale è
dalla BG criticata, ma proprio in relazione all’intento di mettere a fuoco la
concettualità che si diffonde nel linguaggio e nel modo di pensare e che
informa di sé l’organizzazione della vita della società. Una storia concettuale
così concepita risulta ancora collegata alla realtà dell’organizzazione
politica della vita degli uomini, potremmo dire alla realtà costituzionale
(intendendo il termine nel suo significato etimologico, denotante il modo in
cui è appunto costituito il corpo
politico, e non in quello della moderna storia costituzionale), secondo
l’insegnamento di quella Begriffsgeschichte
che è nata nell’alveo della Verfassungsgeschichte,
cioè di una storia sociale complessiva.
Anche se non è possibile fornire l’argomentazione
che sarebbe necessaria, affinché non si ingenerino confusioni e
fraintendimenti, mi sembra doveroso avanzare, in fase introduttiva, un
chiarimento per quanto riguarda la proposta di stretto rapporto o addirittura di identificazione tra un lavoro di ricerca storico concettuale
e una dimensione di filosofia politica.
La filosofia politica di cui in questo caso si tratta non coincide con quella filosofia politica a
cui ci si riferisce con il termine di giusnaturalismo:
con le dottrine del diritto naturale o del contratto sociale. In queste si può rintracciare uno sforzo di costruzione teorica che dà luogo ai
concetti fondamentali a cui si è alluso: questi consistono in definizioni che
svolgono un ruolo preciso all’interno di una razionalità formale che è intesa
come scientifica. Ma la filosofia politica moderna non si riduce certo a questa
costruzione teorica, che prenderà un aspetto dominante: al contrario, tutti i
punti alti della riflessione filosofica moderna interrogano radicalmente tali
concetti, e li riaprono ad una problematicità che nella costruzione teorica
essi hanno perduto[13].
Questa interrogazione radicale caratterizza non solo la filosofia degli autori
moderni, ma anche quella filosofia politica
che appare identificata con il lavoro storico-concettuale, secondo la proposta
a cui si fa qui riferimento. Infatti un lavoro di questo tipo non è reso
possibile da una concezione storicistica, né da una concezione relativistica
della verità, e nemmeno consiste in un lavoro scientifico che relega
weberianamente la filosofia nello spazio delle scelte di vita, delle Weltanschauungen.
Esso implica piuttosto una interrogazione dei concetti moderni che ne evidenzi
insieme alla ferrea logica anche le aporie di fondo, come pure la riduttività
in relazione alla complessità del reale e dell’esperienza politica. In questa
interrogazione concetti che sono da tutti accolti come universali e come valori
indiscussi della vita civile, che costituiscono cioè una doxa diffusa, perdono la loro stabilità, sono posti in questione e
rivelano al loro interno una questione originaria che tuttavia intendono
intenzionalmente rimuovere. In ciò consiste il filosofico implicato dall’analisi dei fondamentali concetti
politici moderni.
Tali indicazioni, in quanto qui astratte dal lavoro
concreto di ricerca possono apparire come non giustificate e in parte
difficilmente comprensibili. Esse si riducono infatti a mere affermazioni se non sono collegate al
concreto lavoro di ricerca da cui derivano. Non è ovviamente possibile in
questa sede dare conto del lavoro compiuto e dei risultati della ricerca contenuti in pubblicazioni
monografiche e collettanee, né riuscire ad offrire le argomentazioni di quanto
viene detto. Tenterò tuttavia di richiamare alcuni elementi utili alla
ricostruzione della genesi e della logica di alcuni fondamentali concetti
politici, o meglio del dispositivo logico in cui essi nascono e funzionano in
un contesto che intende essere razionale e scientifico.
E’ qui che compare quel concetto di potere
politico che è determinante per il significato che la parola di politica ha assunto nel Moderno; assieme e alla base di esso vengono alla luce concetti che sono spesso
pensati come non politici o pre-politici, quali quelli che connotano lo spazio
dei diritti degli individui, soprattutto
uguaglianza e libertà. Questi
non solo non sono contrapposti a quello di potere ma in realtà sono nati nello
stesso contesto teorico e appaiono inseparabili da quest’ultimo.
Una volta dati questi chiarimenti come premessa,
penso sia utile avvicinarsi al tema specifico del presente contributo, che
consiste nel tentativo di chiarire il significato del concetto di potere politico, compiendo un breve itinerario attraverso la
voce Herrschaft contenuta nel celebre
Lessico tedesco, che è una delle più significative del lavoro corale dei GG ed
è dunque anche indicativa del metodo attuato[14]
. Un tale confronto ci permetterà di
intendere da una parte se la concreta analisi dei concetti più importanti sia
coerente con la direzione di fondo della ricerca presentata da Koselleck e con l’impostazione di Otto
Brunner, la cui portata è sottovalutata in tutto il dibattito recente sulla BG,
e dall’altra di evidenziare sia i
debiti che il nostro lavoro di ricerca ha nei confronti della linea
storiografica tedesca, sia anche le differenze nei confronti di quest’ultima
per quanto pertiene all’analisi delle fonti e ai risultati raggiunti. Naturalmente
bisognerà tenere presente, insieme alla voce Herrschaft, anche quella di Souveränität,
in quanto, come si comprenderà ben presto, è la nascita del concetto moderno di
sovranità che permette di ravvisare all’interno della parola che ha una
tradizione antica un significato tutto nuovo, e dunque un concetto nuovo, che
non si colloca in una dimensione di continuità con ciò che la parola prima
veicolava. La determinazione propria
del concetto - quale giunge fino a noi - inizia con quell'età moderna, nella
quale cambia il rapporto dell'uomo con la natura, con la scienza, con la storia[15].
La voce Herrschaft va dunque
esaminata per comprendere se tale impostazione riguardante la novità del
concetto moderno, che, come si vedrà, mi pare fondata, si realizzi nella
trattazione a più mani presente nei GG, oppure se quest’ultima non scivoli in un atteggiamento che la BG
intende denunciare, quello secondo cui si eternizza il concetto e si vedono le
diverse forme che esso storicamente ha assunto: quasi dunque che tra la Herrschaft della tradizione premoderna e
quella moderna ci fosse un nocciolo razionale costante tale da far pensare alla
trasformazione dello stesso concetto.
L’esame della voce Herrschaft è significativo anche in relazione alla difficoltà sopra
esposta di dare luogo a trattazioni che
intendano riguardare un singolo concetto. Comprendere la genesi e il
significato del concetto in questione (ma ciò avviene anche per gli altri) è possibile solo se si coglie quella rete di relazioni tra i concetti nella quale
solo il singolo concetto assume il suo significato determinato. Il rischio che
si può ravvisare nelle trattazioni che riguardano un singolo concetto è che si
passi dal piano concettuale a quello della storia della parola, facendo
coincidere l’unità della parola con l’unità del concetto. Si tratta di vedere
se anche la trattazione della voce Herrschaft
non corra questo rischio.
Nell’introduzione di Koselleck che
apre l’analisi storica di questo specifico concetto, si possono ravvisare
alcuni aspetti tipici della storia concettuale. Ricordo innanzitutto il punto
di partenza, costituito giustamente dal nostro presente, in quanto la stessa
ricostruzione della genesi del concetto non può prescindere dalla
consapevolezza di ciò che è sedimentato nel linguaggio contemporaneo. Il
termine, come viene detto sulla scorta anche delle riflessioni di Sternberger,
o è esorcizzato ed inteso quasi come un tabù, o è usato con significato
negativo. La causa di ciò può essere rintracciata nel fatto che l’etimo del termine
manifesta la differenza tra gli uomini che comporta uno status di superiorità,
a diversi livelli, di colui che è appunto Herr
nei confronti di coloro che gli sono sottoposti. In relazione all’uso della
forma linguistica Herr viene infatti
descritto il passaggio, avvenuto tra la
prima metà del Settecento e la metà dell’Ottocento (secondo i canoni della Sattelzeit propria della BG), da
quell’uso che adopera il termine quasi
come sinonimo di dominus e indica una
differenza di ceto (ad esempio i dottori accademici sono chiamati Herren, mentre gli artigiani hanno il
titolo di Meister (Zedler 1783), a
quello in cui, progressivamente, diventa una forma lessicale indicante una
persona di sesso maschile[16].
Il termine di Herrschaft nel medioevo e nella società cetuale appare connotato da
una dimensione personale[17],
anche se non riducibile ad un significato univoco, come si può facilmente
intendere se si pensa che spesso traduce parole latine diverse quali dominium, imperium (tra i due termini si
determina nella tradizione una differenza rilevante per il modo di pensare la
politica), potestas, auctoritas. In
questo contesto non solo il termine si riferisce a concreti Herren, ma non si pone come concetto
autosufficiente ed assoluto: è collegato al diritto, non solo ai diritti che
deve difendere, ma anche al diritto da cui dipende. Progressivamente con l’età
moderna si diffonde l’esigenza di decretare la fine del rapporto personale di Herrschaft, che è considerato una cosa
del passato. Da ciò l’uso negativo del termine e la difficoltà a legittimarlo
dopo la Rivoluzione francese. Ma Koselleck nel contesto di questa introduzione
ricorda anche che la parola diventa una categoria scientifica, con la quale a
partire da Max Weber si cerca di intendere i più diversi fenomeni. Tale
riferimento a Max Weber è costituisce una traccia per comprendere il
significato che il termine viene ad avere nella nostra contemporaneità; non a
caso a Weber è in buona parte dedicato lo Ausblick
finale[18].
Ma ciò che non appare chiaro in
questa introduzione è dove si collochi il punto della svolta e dove si
determini la fine del rapporto personale, per la nascita di una dimensione
impersonale della soggezione politica, che viene ad avere un significato
radicalmente diverso, quello di una sottomissione che non è più a qualcuno in
particolare, ma, in fondo, solo a se
stessi, una Herrschaft dunque pensata
sulla base di quell’uguaglianza e quella libertà degli uomini, che sono
divenuti dogmi nel moderno e che escludono si possa razionalmente parlare di sottomissione dell’uomo all’uomo e su questa
base si possa pensare la società, come si è fatto durante molti secoli di
pensiero politico[19].
Per verificare quale risposta venga dai GG a questo
proposito, bisogna esaminare la trattazione del periodo della Neuzeit, e in particolare della frühe Neuzeit. Come si vedrà nel momento
in cui riprenderò la proposta che risulta dalle nostre ricerche, è proprio
quello della prima età moderna il momento in cui si determina quella svolta
radicale nella quale nasce il nuovo concetto. Se non si capisce questo,
difficilmente si può comprendere nella sua determinatezza il concetto e si
rischia di fare l’operazione
intellettuale che la BG denuncia come scorretta. Se esaminiamo la trattazione
della Herrschaft nella prima età
moderna, ci accorgiamo che seguendo uno schema interpretativo molto comune, si
collocano Bodin e Hobbes da un lato, come esponenti del potere assolutistico e
dall’altro Althusius e Rousseau, come autori che si oppongono all’assolutezza
del potere e ravvisano nel popolo il soggetto detentore di una sovranità
inalienabile. Molte considerazioni si potrebbero qui fare, in relazione a questa interpretazione che
vede il contratto in Althusius come stipulato dagli individui che si obbligano
così reciprocamente e restano, in quanto popolo, detentori della sovranità, e
dunque in relazione al gioco (tipico della moderna sovranità) che sarebbe
ravvisato in Althusius tra soggetto individuale e soggetto collettivo[20].
Ma ciò che è importante a questo punto sottolineare è che l’imperium di Althusius è tradotto con il termine Herrschaft, che appare inteso secondo il
significato della sovranità moderna, che
caratterizza il pensiero di Hobbes e di Rousseau. Allora tutti questi autori
sono letti mediante il concetto di sovranità, che è attribuita ad una persona,
al monarca, in Bodin e in Hobbes, e al popolo in Althusius e Rousseau.
Una distinzione di questo tipo è possibile solo con
l’attribuzione dei concetti moderni di potere e di popolo non solo ad Hobbes e
a Rousseau, ma anche a Bodin e Althusius, dunque mediante una ipostatizzazione
dei concetti moderni (cioè quelli che giungono fino a noi, per parafrasare
Koselleck) di potere e di sovranità, dunque nell’ambito di una
prospettiva che è proprio quella che nei suoi
presupposti teoretico-metodologici la BG giustamente critica. Manca dunque la consapevolezza del carattere
particolare e determinato del potere
moderno, nato con Hobbes e con Rousseau,
che, come vedremo, implica una fondazione ed una legittimazione che non
può venire che dalla volontà degli individui, che si troveranno sottomessi ad
esso. Grazie a questa mancata consapevolezza è possibile considerare Althusius
e Rousseau come oppositori della Herrschaft
assoluta in quanto, mediante la sovranità del popolo mirerebbero a togliere
quella differenza tra gli uomini che si manifesta nel rapporto appunto in cui
qualcuno è signore in relazione a coloro che sono sottomessi. Si vedrà invece
più avanti da un parte che in Althusius è presente la nozione di superioritas, anche se ciò è ben lungi
da dar luogo ad una dipendenza stabile e formale tra gli uomini, e dall’altra
che in Hobbes si ha bensì assolutezza del potere, ma solo in quanto il punto di
partenza è l’uguaglianza degli uomini e la legittimazione del potere sta nella
sua fondazione dal basso, in un processo di autorizzazione.
Il problema che appare presente nella trattazione
della prima età moderna contenuta nella voce Herrschaft viene a ripresentarsi anche nella trattazione del
periodo storico in questione che si ha all’interno della voce dedicata alla sovranità[21].
Qui viene giustamente indicato il fraintendimento assai diffuso che si
manifesta nell’uso della concettualità tipica della sovranità moderna per
intendere la maiestas medievale, e
ciò riguarda in particolare il significato che si conferisce
all’espressione “sovranità popolare”,
che anche Otto von Gierke usa a proposito di Althusius. Anche qui Bodin e Hobbes vengono allineati, sia
pure con differenze, all’interno della concezione assolutistica della sovranità,
mentre ad Althusius non si attribuisce la sovranità unitaria e indivisibile del
popolo, che compare solamente con
Rousseau, ma piuttosto, contro Bodin, una concezione dualistica del potere,
tipica della società cetuale, secondo cui la maiestas populi servirebbe come legittimazione di una “zwischen
König und Ständen geteilten Herrschaft”[22].
Nonostante questa giusta separazione del contesto di pensiero althusiano dalla
sovranità popolare di stampo rousseauiano non ci si sottrae tuttavia al
fraintendimento consistente nel ritenere che si tratti pur sempre di differenze
interne al concetto di sovranità e che in tutti questi casi, da un punto di
vista concettuale si tratti sempre dello stesso concetto di Herrschaft, che è visto in modo più o
meno assolutistico, più o meno unitario (appunto in Althusius la Herrschaft sarebbe geteilte), ma che si caratterizza sempre come la possibilità e la
capacità di esprimere comando e la forza per farlo rispettare. Tale unità
concettuale è confermata dal fatto che la sovranità popolare di Rousseau è
considerata un’alternativa alla Fürstensouveränität
e alla Ständesouveränität: sempre di
sovranità dunque, come di volontà
decisiva e sommo e unico potere
nello Stato si tratterebbe[23].
Il rapporto con Althusius mi pare di grande importanza
per la determinazione dei concetti di sovranità e di Herrschaft, proprio perché, come cercherò di indicare, il suo
pensiero è ancora legato alla tradizione politica che parte da lontano e che
viene invece azzerata dalla dottrina moderna della sovranità. Allora un
fraintendimento su questo punto può comportare l’incomprensione del concetto e la messa in opera di una
linea di ricerca non solo criticabile, ma anche in contrasto con quella che
risulterebbe dallo stesso programma iniziale dei GG. In ogni caso questa
comparazione tra le due voci mostra come nell’ottica degli autori, per quanto
riguarda il periodo della prima età moderna, le due voci si intreccino e si
conferiscano reciprocamente significato. La Herrschaft prenderebbe un significato che non è più
legato ai rapporti tra persone dotate di status
diverso, e la sovranità consisterebbe nel potere sommo all’interno della
società, un potere non condizionato e che necessita di essere razionalmente
giustificato, legittimato: si tratta del potere
politico.
Elementi rilevanti per il nostro attraversamento
sono contenuti nella sezione dedicata al Diritto naturale del XVII e XVIII secolo. Qui infatti Ilting
mette in rilievo l’aspetto razionale, giuridico, che viene a connotare la Herrschaft all’interno delle dottrine
giusnaturalistiche, e dunque anche la rilevanza che i diritti, in particolare
libertà e uguaglianza, hanno nello stesso Hobbes, per la deduzione del diritto
di coazione, dello Herrschaftsrecht.
La coazione risulta in tal modo fondata e legittimata attraverso una
razionalità formale, alla cui base viene posto il consenso da parte di coloro
che devono ubbidire[24].
Viene così indicato il carattere di legittimazione che è necessariamente legato
alla parola Herrschaft, qualora essa
abbia un significato positivo e razionalmente fondato. Questa acquisizione, che
si ha già con la dottrina hobbesiana, verrebbe perfezionata attraverso la
rilevante distinzione pufendorfiana tra dominium
e imperium, che conferirebbe alla Herrschaft, intesa come una relazione
conforme al diritto, una credibilità
sconosciuta ad Hobbes. Ciò è da tenere presente nel momento in cui si riflette
su quel pensiero illuministico che si
oppone alla Herrschaft dell’uomo
sull’uomo sulla base della ragione e dell’idea di libertà: tale negazione della
sottomissione dell’uomo sull’uomo,
che ha a fondamento la libertà dell’individuo[25]
va di pari passo – cioè non si oppone, ma addirittura coincide, costituisce lo
stesso processo - con la costruzione
razionale della Herrschaft nel senso
della sovranità moderna. Risulta in
tal modo già chiaro quello che si cercherà di argomentare in seguito: cioè che
non solo non c’è continuità concettuale tra i due significati che si possono
qui riconoscere nell’uso della stessa parola, ma che il secondo si pone come
radicale negazione del primo.
Anche nella trattazione del concetto nell’epoca
delle rivoluzioni, di cui è autore Dietrich Hilger[26],
si possono ravvisare una serie di acquisizioni utili in relazione alla
ricostruzione del concetto. In particolare è chiara la consapevolezza che il
concetto di uguaglianza - la cui radice è vista per altro in Rousseau, mentre
una maggiore focalizzazione del concetto risulterebbe dal riscontro che essa è
presente e gioca un ruolo determinante nel pensiero di Hobbes – non solo non è
contraria alla dimensione della Herrschaft,
ma al contrario ne costituisce la fondazione. Analogamente il concetto di
libertà come autonomia, che comporta l’identità di coloro che esercitano la
coazione e coloro che sono sottoposti al
comando, in quanto i cittadini concorrono alla formazione della volontà
collettiva, non produce un indebolimento della Herrschaft, bensì una theoretische
Steigerung, al di là di quanto poteva essere pensabile per l’assolutismo
proprio di una fürstliche Gewalt[27].
Per il nostro ragionamento è utile soffermarsi
sull’indicazione riguardante quella distinzione tra sovranità e governo che emergerebbe con Rousseau. Essa non
sarebbe presente nel pensiero di Hobbes, in cui risulta, tuttavia, cancellata ogni differenza in
relazione alla sovranità e in cui la distinzione tra le forme classiche di
governo perde di significato e viene ad indicare solo una differenza relativa
ai Trägern del potere (io direi i rappresentanti).
Giustamente si considera la critica alla democrazia in Rousseau come una
critica che riguarda la forma di governo, che risulta assai poco rilevante
sulla base della identificazione tra Herrschende e Beherrschte, e dunque dell’affermazione della sovranità – Herrschaft – come appartenente al popolo
in quanto soggetto collettivo. Rousseau appare così il punto conclusivo di un
processo di livellamento che fa progressivamente perdere di significato
all’iniziale distinzione aristotelica delle forme di governo (Herrschaftsformen): ora il potere
appartiene al corpo collettivo nella sua totalità e la distinzione può
riguardare solo la forma del governo, che è inteso come potere esecutivo, e dunque di mera esecuzione,
dipendente dalla volontà del popolo che si esprime nella sovranità.
Viene in luce qui il problema del radicale mutamento
che assumono le tradizionali forme di
governo, sulla base di acquisizioni quali quelle espresse da Otto Brunner
nel momento in cui afferma che il concetto di democrazia, che ha alla sua base
i concetti moderni di uguaglianza e libertà degli uomini, niente ha più a che
vedere con la democrazia come forma di
governo[28]. Il
problema nel moderno riguarda la sovranità
del popolo: tale sovranità esclude quel significato del termine governo su cui si basava la distinzione
tra le diverse forme di governo, e il governo viene inteso come potere
esecutivo, cioè come l’organo che esegue il comando del sovrano, come si evince
dal paragrafo del Contrat social
dedicato alla democrazia come forma di
governo, che è considerata pericolosa e, in fondo, impensabile. Una tale
consapevolezza non sembra però essere presente nella trattazione che stiamo
esaminando, nella quale, proprio nel momento in cui si opera una distinzione
tra Regierung e Herrschaft, e quest’ultima assume evidentemente il significato del
moderno concetto di sovranità, si adopera, in riferimento alle forme di governo
che occupano il pensiero politico di una millenaria tradizione, a partire dai
Greci, e in particolare da Aristotele,
il termine di Herrschaftsformen.
Ciò significa che pur indicando quel cambiamento che la concezione unitaria e indifferenziata della
sovranità moderna comporterebbe nei confronti della concezione in cui si
determinano gli Herren della polis secondo la tradizionale
distinzione di monarchia, aristocrazia e democrazia, tuttavia si intende come
utilizzabile, in relazione alle forme di
governo il concetto moderno di sovranità, come se nella tradizione
precedente del pensiero politico le diverse forme di governo indicassero i
diversi depositari della decisione ultima, del potere sovrano. Si viene dunque
a determinare una costante del concetto con una diversità di forme
manifestatesi nella storia e non si intende che il termine Herrschaft che è presente nella espressione che indica le forme di
governo è tutt’altra cosa dalla Herrschaft
nel senso della sovranità.
Ci si può fermare a questo punto
nell’attraversamento della trattazione del concetto presente nel Lessico tedesco, anche perché il nostro problema riguarda la genesi e la logica
dei concetti politici che nascono attorno a quello di potere, e dunque è
rilevante proprio il periodo della prima età moderna per verificare la frattura
che si viene ad operare nei confronti della tradizione e il fatto che parole
vecchie veicolano concetti nuovi e non rapportabili al pensiero che le stesse
parole prima trasmettevano. Vorrei però fare due altri esempi per intendere
quale sia l’uso dei concetti che una consapevolezza storico concettuale, a mio
avviso, deve necessariamente superare.
Il primo riguarda Manfred Riedel, un autore che pure risulta bene inserito
nell’impresa dei Geschichtliche
Grundbegriffe, dal momento che tra le diverse voci da lui curate figurano
quelle importanti di Bürgerliche
Gesellschaft e di
Gesellschaft-Gemeinschaft[29],
che hanno evidentemente un significato strategico nel compito della
ricostruzione della genesi e della specificità dei concetti politici moderni, e
dall’altra è intervenuto con autorità all’interno del dibattito sorto in
Germania relativamente alla riabilitazione
della filosofia pratica, portando in particolare un contributo specifico
alla ricostruzione dell’aristotelismo politico[30].
E’ però singolare che, proprio all’interno del tentativo di comprendere il
pensiero aristotelico al di là della prospettiva offerta dalla concettualità
moderna e di un uso immediato e troppo
disinvolto di essa per risolvere le difficoltà della scienza politica moderna,
tuttavia egli rischi di rimanere condizionato dai concetti moderni,
utilizzandoli ai fini di comprendere un punto centrale della politica aristotelica. Infatti, pur avendo
giustamente affermato l’impossibilità di separare in Aristotele politica ed
etica, quasi costituissero due ambiti del sapere e della realtà[31],
tuttavia ritrova tale distinzione nel momento in cui ravvisa nel potere
coercitivo la forza che bisogna necessariamente presupporre per l’esserci della
polis e per la vita in comune degli
individui. E’ qui che Riedel vede emergere un’aporia nel pensiero politico aristotelico, perché, da una parte pone a
fondamento una “legge” che gli uomini
buoni sono obbligati a seguire, e dall’altra ha bisogno di postulare una forza
che abbia la possibilità di costringere coloro che non agiscono spontaneamente secondo giustizia. Ora un tale potere
di coercizione non appare fondato su quella legge e mancherebbe in Aristotele
una qualche giustificazione. Insomma avremmo nel suo pensiero una carenza di
legittimazione del potere. Si può notare che in questo ragionamento si ha una
scansione logica che è tipica del Leviatano
e dei trattati giusnaturalistici del Settecento: la ragione ci dice che
dobbiamo vivere in pace e cosa dobbiamo fare per vivere in pace (le leggi di
natura o morali); ma non tutti usano bene della ragione (e dunque si comportano
bene), e dunque è necessaria una forza che costringa tutti, coloro che hanno
buone intenzioni e coloro che non le hanno. Sta qui la distinzione-separazione
di morale e politica: la morale non è sufficiente al vivere della società: è
necessario il potere, il monopolio della forza. Ora è chiaro che un tale potere
deve essere fondato razionalmente. Ma
non è un tale potere che si può
ravvisare in Aristotele[32].
Un atteggiamento di questo tipo in relazione al
pensiero antico emerge, a maggior ragione, in chi, al di fuori di ogni
approccio storico-concettuale, intende confrontare il pensiero politico antico
e quello moderno per mostrarne le differenze, e tuttavia anche l’unità che
permette di porli ad oggetto della teoria e della valutazione, del giudizio. Mi
riferisco alla nota comparazione che Norberto Bobbio propone tra il “modello
aristotelico” e il “modello giusnaturalistico”. Il fine è quello di definire (e
anche di valutare, di giudicare) la diversità delle due concezioni; ma ciò
avviene attraverso la loro collocazione all’interno di un denominatore comune,
che è quello della teoria dello Stato
o del suo elemento specifico, il potere
sommo, o potere politico. Le
differenze riguardano infatti il modo diverso di intendere “origine”, “natura”,
“struttura”, “fondamento” “di quel
potere sommo, che è il potere politico in relazione a tutte le forme di potere
dell’uomo sull’uomo”[33].
Bene si intende che una tale distinzione è resa possibile proprio dall’elemento
unitario, costituito dallo Stato e dal potere di coazione che lo caratterizza,
un potere, che, come vedremo, è il prodotto caratteristico delle teorie
giusnaturalistiche moderne, e nasce proprio sulla base della negazione del modo precedente di
concepire la politica. Si tratta della dipendenza dei sudditi nei confronti del
comando che si esprime nella legge, una dipendenza stabile, che prescinde dai
contenuti che nella legge si esprimono. Una volta posta la questione in questi
termini, la dottrina aristotelica appare mancare della fondazione
razionale e del processo di legittimazione
che si esprime nella figura del contratto sociale, e questa mancanza prenderebbe la forma della concezione della naturalità del potere e di quella forza
delle cose che stanno al posto della espressione di volontà razionale degli
individui che sta a fondamento della società politica nel moderno giusnaturalismo. Come si vede, una volta che è
ipostatizzato il concetto di potere moderno, il pensiero aristotelico risulta
incomprensibile, irrazionale e già giudicato nella sua validità! Ma ci si deve
chiedere se tale ipostatizzazione permette di comprendere il passato, e inoltre
se essa non comporti una surrettizia e dogmatica valorizzazione e
assolutizzazione della razionalità che
caratterizza la scienza politica
moderna.
Quello che si può evincere da questi esempi e dalle
difficoltà in cui si imbattono spesso anche le voci dei GG, al di là degli assunti da cui partono, è che viene messa in atto un’operazione che
risulta assai pericolosa per un duplice aspetto. Se, proprio nel momento in cui si vuole dimostrare la differenza
tra un pensiero che è diverso da quello moderno e quest’ultimo, si adopera, più
o meno surrettiziamente, l’apparato concettuale che si è sedimentato nelle
parole moderne, allora non solo non si riescono ad intendere le fonti, ma anche
si rischia di rendere eterni, universali e aprioristicamente validi concetti che sono invece il frutto di
processi culturali particolari, che hanno determinati presupposti per nulla
necessari e che contengono forse in loro contraddizioni e aporie. E’ quello che
avviene nel momento in cui si pensa che quello di potere sia un concetto
universale, che determina una dimensione che sempre si dà, nel passato, ora e nel futuro, nel rapporto tra gli
uomini.
Per cercare di determinare il
concetto di potere e per intenderne l’epocalità, mi pare opportuno – in base al criterio che è necessario, per una
ricerca rigorosa, avere coscienza del proprio presente nel senso sopra
ricordato - innanzitutto evidenziare
cosa si è sedimentato in questo termine di potere
nel linguaggio socialmente diffuso della nostra contemporaneità e nello stesso
linguaggio colto e scientifico.
Possiamo cominciare con l’indicare
due aspetti che sembrano connotare l’uso del termine, in consonanza con quanto
sopra si affermava in relazione all’uso comune dei concetti relativi alla
prassi. 1) Da una parte con esso si ritiene di indicare delle realtà oggettive:
si pensi al riferimento costante al potere politico, militare, religioso, dei
media, ecc. Questa pretesa di esprimere realtà, riguarda non solo il linguaggio
comune, ma anche quello scientifico, come mostra la grande quantità di volumi
che, con un retroterra sociologico, rintracciano poteri in tutti i campi della vita associata degli uomini. Non
solo, ma la realtà del rapporto che si indica con il termine potere è ritenuta eterna, connaturata
cioè alla vita umana per quanto riguarda le relazioni tra gli uomini. 2)
Dall’altra in rapporto a questo termine scatta un atteggiamento di valutazione,
di giudizio, che in genere non accorda al termine immediatamente un significato
eticamente e razionalmente positivo. Esso deve essere rapportato a valori che sono affermati di per sé,
come frutto del retto uso della ragione. Per quanto riguarda l’uso politico del
termine, la tendenza è quella di purificarlo dall’elemento del dominio che
sembra contenere attraverso la giustificazione razionale, secondo la quale non
solo il potere deve essere finalizzato al bene e all’interesse di tutti, ma
deve anche in qualche modo coincidere con il potere di tutti. Si pensi
all’effetto di riduzione o eliminazione del dominio e della sottomissione che
si ravvisa normalmente in quella forma
che appare come il compimento del concetto di potere legittimo, quella cioè democratica, nonostante che lo stesso
etimo del termine sia caratterizzato dall’elemento del potere: potere del popolo appunto.
Il problema non consiste tanto nel
fatto che si possano, nell’astrazione del punto di vista del soggetto che si
pone sul piano del senso comune o anche della scienza particolare, rintracciare
dei rapporti che si indicano come “potere”, ma nel fatto che questi rapporti
siano pensati come realtà, anzi come la vera realtà, al di là di giustificazioni,
finalità, indicazioni di concrete situazioni, che sono, di conseguenza, spesso
relegate nell’ambito dell’ideologia. E’ da chiedersi da dove nasca tale concetto e
cosa succeda nel pensiero quando si intende qualcosa come “potere”; come sia possibile indicare una serie di cose assai diverse con lo stesso
concetto, sia pure specificato da aggettivi o da genitivi differenti; quali
siano le condizioni che rendono possibile qualcosa come la storia del potere o dei
poteri. E’ inoltre da
comprendere quale sia il rapporto tra il concetto generale di potere e quella
forma insieme particolare, ma rilevante, che è il potere politico. A questo proposito appare necessario
rintracciare il nesso esistente tra la storia del potere e la scienza politica moderna. Nel caso poi
che in quest’ultima si rivelassero alcune
aporie radicali[34],
si tratta di capire se non debba essere messo in crisi il modo di pensare la realtà esclusivamente
in termini di potere, modo di pensare
che è sedimentato nel linguaggio socialmente diffuso, nei principi
costituzionali, nel modo di rapportarsi sociale e politico degli uomini e nello
stesso linguaggio scientifico riguardante l’ambito sociale e politico.
In relazione al linguaggio
scientifico, sociale e politico,
possiamo riferirci, come esempio significativo, alla voce potere di Stoppino
nel Dizionario di politica[35].
Qui “potere” è capacità di operare, di produrre effetti e, nell’ambito dei
rapporti umani, capacità di determinare
la condotta di un altro uomo: dunque potere dell’uomo sull’uomo,
condizionamento e coazione nei confronti della volontà altrui. E ancora si dice
che si tratta di uno dei fenomeni più pervasivi della vita sociale, presente
nei più disparati aspetti della società. Il campo in cui il potere acquista il ruolo più cruciale è quello
della politica. Esso è dunque concepito come un rapporto tra volontà, capacità
di coazione sulla volontà e la condotta degli altri e attualità di tale potenzialità. Cercherò di indicare (ben più
ampio sarebbe lo spazio necessario ad una dimostrazione, o ad una
giustificazione analitica) che tale modo di intendere la realtà dei rapporti
tra gli uomini è frutto della scienza politica moderna: non è cioè una realtà
oggettiva scoperta dalla scienza, ma un punto di vista legato a presupposti
determinati e particolari. A ciò si arriva
attraverso due tappe fondamentali: quella costituita dalla formazione
della concettualità propria della sovranità
moderna, che ha la sua effettiva genesi nel pensiero di Hobbes,
e quella costituita dalla svolta epistemologica weberiana. E’ all’intero
di questa svolta che la scienza relativa all’ambito pratico perde il carattere di fondazione, che appare
connaturato ancora alla scienza politica moderna nel momento della sua nascita,
e assume quello di scienza di realtà, connotata da un atteggiamento
descrittivo. La svolta weberiana è particolarmente
rilevante perché è la dimensione scientifica della sociologia ad avere
occupato lo spazio della scienza
politica.
Certamente Weber è critico nei
confronti di una concezione metafisica
della realtà e consapevole che il
lavoro scientifico non può prescindere dall’ottica del soggetto che ricerca, e
da quello strumentario che consta di elementi concettuali, che, in quanto tali,
non possono essere ingenuamente scambiati con dati oggettivi della realtà. Ciò si manifesta con chiarezza nella sua
trattazione dei tipi ideali[36].
Tuttavia, attraverso di questi è proprio la storia che si cerca di comprendere,
e la soggettività propria del punto di vista del ricercatore non impedisce
l’oggettività della scienza e il fatto che la scienza sociale si ponga come “scienza
di realtà”.
Per quanto riguarda il nostro problema, è necessario
tenere conto innanzitutto della
definizione del concetto di Macht,
che “designa qualsiasi possibilità di far valere entro una relazione sociale,
anche di fronte ad un’opposizione, la propria volontà, quale che sia la base di
questa possibilità”[37].
Come si vede potere (potenza, nella traduzione italiana) è
una relazione tra volontà, la capacita di esercitare dominio e coazione sulla
volontà altrui, indipendentemente dal contesto, dal fine, dai contenuti
particolari del rapporto. All’interno
di un tale concetto si determina la specificazione del potere politico, della Herrschaft, che consiste nella
“possibilità per specifici comandi (o per qualsiasi comando) di trovare
ubbidienza da parte di un determinato numero di uomini”[38].
Una tale definizione non può non richiamarne un’altra, relativa a quella
disposizione all’ubbidienza che permette al comando di imporsi come comando
politico. “L’ubbidienza indica che l’agire di colui che obbedisce si svolge
essenzialmente come se egli, per suo
stesso volere, avesse assunto il contenuto del comando per massima del
proprio atteggiamento – e ciò semplicemente a causa del rapporto formale di obbedienza, senza riguardo alla propria
opinione sul valore o sul non valore del comando in quanto tale”[39].
Tale definizione mostra come il rapporto sia
formale, e come il potere sia bensì una relazione che va dall’alto al basso,
tale cioè che in essa si esercita coazione nei confronti della volontà di
coloro che ubbidiscono, ma tuttavia possa essere tale solo in quanto trova il
suo fondamento in una relazione di segno opposto, nella quale è proprio la
volontà di chi ubbidisce ad avere una funzione fondante: infatti coloro che
ubbidiscono accettano il comando come massima del proprio comportamento sulla
base del loro stesso volere; la loro
ubbidienza al comando di colui che esercita il potere è in fondo ubbidienza
alla propria volontà. Si elimina in tal modo quel rapporto personale tra sottomesso e signore che caratterizza
nella tradizione pre-moderna la parola Herrschaft.
Questo elemento della volontà di coloro che sono sottomessi appare dunque
essere il segreto della legittimazione del potere, una legittimazione che ha il
carattere della formalità: infatti il rapporto di comando e ubbidienza non
dipende dal giudizio sui singoli contenuti del comando, ma piuttosto dalla
relazione che lega chi comanda e chi ubbidisce, una relazione che si fonda, in
ultima istanza, sulla volontà di coloro che sono sottomessi[40].
Un rapporto tra volontà che dia luogo ad un
comportamento stabile e prevedibile e che abbia una dimensione formale – quale
emerge nel concetto di potere - non può essere inteso, se non attraverso una indebita ipostatizzazione,
come una dimensione propria della natura umana
e dei rapporti tra gli uomini. Quando si intende come oggettivo e
universale il concetto di potere, in realtà non si fa altro che assolutizzare
il prodotto della scienza moderna, reificarlo, con la conseguenza che il
pensiero politico della tradizione pre-moderna viene automaticamente ad essere
ridotto alla stregua di un tentativo ideologico che, avanzando ragioni e
fondamenti diversi (differenze tra gli uomini, verità religiose, costumi,
tradizioni del diritto ecc.), finisce con il mascherare quel rapporto di potere
che costituisce la vera realtà dei rapporti.
Il concetto di potere politico richiede dunque la
sua giustificazione razionale, la sua legittimazione, come emerge nelle
definizioni weberiane della Herrschaft
e della Gehorsam. Pur nella svolta
epistemologica sopra indicata, tali definizioni mostrano di implicare quel
concetto di sovranità che, assieme ad una serie di concetti fondamentali, nasce
in quel dispositivo logico che appare essenziale per lo sviluppo del modo
moderno di intendere la politica e che caratterizza la scienza politica
moderna, la quale si presenta nel lontano Seicento nella veste del diritto
naturale. E’ in questo ambito culturale che si
opera quel mutamento radicale nel modo di intendere l’uomo, il sapere e la
società, che fa sì che parole usate per una lunga tradizione, a partire spesso
dall’antichità, diventino veicoli di concetti che sono nuovi e con la loro
nascita tendono ad azzerare contenuti di pensiero che le stesse parole prima
veicolavano. E’ in questo contesto che nasce il concetto di potere politico,
come potere del corpo collettivo, che non deve trovare resistenza da parte di
chi ubbidisce, proprio perché si basa sulla sfera costituita dall’individuo e
dai suoi diritti. Un tale potere non solo non è una modificazione del rapporto
di sottomissione e di comando che si esprimeva fino al Seicento mediante il
termine di imperium, ma ne è la
negazione e il preteso superamento. A questo proposito mi sembra che la proposta di Otto Brunner di intendere
l’ambito della vita sociale e le
discipline che attraversano una millenaria tradizione, fino al Seicento, quali
etica, economica e politica, attraverso l’ottica offerta dal principio del governo (Brunner usa il termine Herrschaft
nel suo senso antico) sia da accogliere in tutta la sua portata, per la capacità che ha di illuminare e far
comprendere una serie assai diversa di contesti del passato[41].
Il potere appare come la dimensione che
necessariamente si è imposta nel
momento in cui è stata negata la ragionevole presenza di una relazione tra gli
uomini che potremmo chiamare di governo, intendendo il termine in quel
senso antico di regere, gubernare, che conferisce al comando e
alla sottomissione un significato radicalmente diverso da quello emerso nella
definizione weberiana di potere politico appena considerata.
Questo è allora il centro del mio ragionamento,
basato sui risultati di diverse ricerche. Il concetto di potere è moderno e tra
il pensiero della tradizione e quello moderno noi non assistiamo a una
trasformazione del concetto di potere (in tedesco: un mutamento del concetto di Herrschaft), ma piuttosto alla nascita di un concetto, o meglio di
un dispositivo concettuale, che si
sostituisce ad un modo di pensare la politica che implicava necessariamente,
cioè razionalmente (non c’è naturalità
nella polis aristotelica, se non nel
senso dell’espressione razionale della essenza dell’uomo), un rapporto di
governo nella società e in ogni forma di comunità umana. Perciò con il concetto
di potere (di Herrschaft nella
accezione moderna di coazione di volontà) non riusciamo a comprendere la
dimensione che Platone e Aristotele
esprimevano mediante l’arché o il politeuma e che una lunga tradizione
medievale e della prima età moderna esprime mediante il termine di imperium.
Si può cercare
di evidenziare la novità del concetto di potere e il fatto che esso
nasce come negazione della dimensione di governo e non come sua
modificazione, riferendosi al paradosso
che sembra presentarsi in un punto chiave del Leviatano di Hobbes. All’interno di questo paradosso si può anche
intendere la vera funzione e il vero significato della affermazione hobbesiana
dell’uguaglianza degli uomini. Questa, che viene alla luce mediante lo
stratagemma logico dello stato di natura,
come stato in cui l’uomo si troverebbe
fuori dal rapporto di società, non consiste in una parità di potere dal
punto di vista fisico o intellettuale, né in una parità nelle condizioni di
vita e nella capacità di procurarsi beni; nemmeno dà luogo ad una situazione di
solidarietà sulla base del ritrovamento di una condizione comune. Al contrario,
è proprio nella possibilità di nuocersi vicendevolmente, di dare la morte
all’altro che tale uguaglianza si afferma. Mi pare che si possa dire che il
vero scopo dell’affermazione
dell’uguaglianza – il ruolo proprio che il concetto svolge nel
procedimento scientifico che Hobbes
innesca - consista nella negazione di quel principio
del governo che, in forme
diverse, si era sempre manifestato come
centrale nel pensiero politico precedente, in relazione sia alla società, sia
allo stesso agire dell’uomo singolo. Ciò viene in chiaro se si guarda appunto
al paradosso che sembra presentarsi nel
processo di pensiero che va, nel Leviatano,
tra la nona legge di natura e l’istituzione del sovrano attraverso il
patto.
Nella trattazione della nona legge di natura egli si
scaglia contro l’atteggiamento superbo attribuito ad Aristotele, secondo il
quale, sulla base della differenza esistente tra gli uomini, è necessario e
razionale che qualcuno governi gli altri[42].
Al contrario gli uomini pensano di avere sufficiente saggezza da preferire di
governarsi da se stessi piuttosto che essere governati da altri. Questo concetto
dell’autogoverno dei singoli viene ad
avere il significato della negazione che tra gli uomini si dia un rapporto come
quello del governare e dell’essere governati. Perciò, mediante la scansione logica che caratterizza il
procedimento della scienza hobbesiana, si passa dallo stato di natura, alla
razionalità delle leggi morali, alla costruzione del corpo politico con il suo
immane potere esercitato dal sovrano. Con la costituzione del commonwealth mediante il patto, immediatamente, uno è il sovrano e tutti gli
altri diventano sudditi.
Ora, se non si tiene presente la differenza che qui
si cerca di richiamare tra governo e potere, può sembrare che ci si trovi di
fronte ad una contraddizione palese, perché proprio partendo dalla negazione
della sottomissione degli uomini ad uno o ad alcuni che governano, si arriva
all’assoggettamento di tutti nei confronti del sovrano. Ma se ci si ferma a
questa constatazione non si comprende la logica della costruzione hobbesiana.
Per comprenderla bisogna intendere perché il rapporto di obbligazione politica
che si instaura con la sovranità (con la Herrschaft
in senso moderno) sia l'unico modo per
negare quel rapporto di superioritas
e di sottomissione che caratterizzava il governo precedentemente (la Herrschaft nel senso pre-moderno del
termine). L’imperium di cui si
parlava nella tradizione precedente di pensiero politico non è una forma di potere, ma esattamente
ciò che il concetto di potere intende
definitivamente togliere; perciò, quando si entra nell’epoca in cui la
politica è determinata dal concetto di potere, non si può più parlare di governo nel senso forte e antico del
termine e il governo diventa qualcosa di secondario, potere esecutivo appunto, come risulta chiaro con Rousseau, cioè mera esecuzione del vero potere di
comando che si esprime mediante la legge.
Non è qui possibile ripercorrere i testi hobbesiani
per evidenziare nei suoi passaggi e nelle sue motivazioni il dispositivo logico
che qui nasce e che segnerà il destino del pensiero politico moderno[43] :
ricordo solo alcuni aspetti per fare comprendere la proposta qui avanzata. Se
l’uguaglianza, che si afferma mediante quella astrazione dall’esperienza che è
realizzata dall’immaginazione dello
stato di natura, rende irrazionale il darsi del governo tra gli uomini, essa
tuttavia sta alla base di una costruzione che deve esorcizzare quella
conflittualità che caratterizza uno stato non civile. Può sembrare paradossale,
ma in questa concezione della politica, che è considerata spesso come
assolutistica, un ruolo fondamentale è giocato dal concetto di libertà. Anche
questo, come quello di uguaglianza, nega che ci possa essere una dimensione di
governo, che è considerata da Hobbes come una sottomissione della volontà, un
suo condizionamento dall’esterno. Ciò determinerebbe una negazione della
libertà, che è intesa come la mancanza di ostacoli nei confronti di una forza
che si espande e, per l’essere umano, come l’indipendenza della sua volontà nei
confronti degli altri.
Sulla base del punto di partenza costituito
dall’individuo e dal suo diritto - e,
come si sa, il diritto, indebitamente confuso con la legge, è immediatamente collegato da Hobbes alla
libertà[44]
- bisogna pensare ad una situazione in cui tale diritto sia tutelato…anzi, per
la prima volta realizzato. E’ da ricordare che la libertà viene definita come
“l’assenza di impedimenti esterni”[45] e, ad uno stadio più avanzato, ciò trova una sua
determinazione in relazione all’uomo: “un uomo libero è colui che, nelle cose
che è capace di fare con la propria forza e il proprio ingegno, non è impedito
di fare ciò che ha la volontà di fare”[46]. Se questa è la libertà, è facile giungere alla
conclusione che, in uno stadio del procedimento scientifico in cui non è ancora
stato dedotto il corpo politico con il potere che lo caratterizza, e dunque in
uno status in cui si pensano i molti
individui non legati ancora tra loro nella società civile, di una tale libertà
non si può parlare, perché l’espandersi delle forze di ognuno crea ostacoli da
ogni parte, e quindi determina uno stato di non-libertà. Il problema che qui si
pone non è solo quello di realizzare la
libertà, ma, a monte di ciò, di riuscire a pensarla! Questo concetto di
libertà non è, a questo punto, un concetto completo: è bensì definito prima e
indipendentemente dalla deduzione del corpo politico, ma per essere
effettivamente pensato ha bisogno della deduzione di quest’ultimo. La
condizione della sua possibilità è costituita proprio dalla legge, che
impedisce che i singoli, dipendendo unicamente dalla loro volontà, si scontrino
tra loro provocando ostacoli l’uno contro l’altro. Ciò appare paradossale,
perché Hobbes decisamente indica l’opposizione tra il concetto di legge, che significa opposizione e
comando, e quello di diritto, che
consiste nella “libertà di fare o di astenersi dal fare”, al punto che legge e
diritto, differendo tra loro come obbligazione e libertà, sono incompatibili
nella stessa situazione[47].
Devo a questo proposito richiamare anche qui
l’immagine hobbesiana della corsa degli
atleti nello stadio all’interno delle corsie a ciascuno attribuite, delimitate
dalle siepi: questo è il modo per poter immaginare lo sviluppo della potenza
propria degli individui senza che
questa dia luogo ad ostacoli: bisogna cioè impedire che si incrocino tra di
loro. Fuori di metafora, sono le leggi
che determinano questi obblighi che non solo sono compatibili con la libertà,
ma la rendono, prima ancora che realizzabile, pensabile. E le leggi sono i
comandi del sovrano. Ecco perché il potere non è una istanza che si oppone alla
libertà, ma ne è piuttosto la conseguenza logica…l’altra metà del concetto. In
questo modo si può intendere la coerenza del procedimento logico di Hobbes,
anche se ciò non significa avere eliminato la contraddizione, ma averla spostata
(è a livello più profondo che emerge l’aporia). Ma allora è necessario
comprendere che non c’è parentela tra questo potere, la forma della Herrschaft moderna espressa dalla
sovranità, e il rapporto di governo che si celava nel termine di imperium. Il potere non nega la libertà come avverrebbe – solo per altro nell’ottica di questa nuova scienza, e
dunque già alla luce del nuovo concetto di potere – nel rapporto di governo,
ma la rende possibile e pensabile: emancipando gli uomini dal rapporto di
governo e dalla sottomissione ad esso, li rende finalmente liberi.
A questo punto si potrebbe tuttavia ancora pensare
che il potere sia condizione necessaria ma esterna, eteronoma nei confronti
della libera volontà dei singoli. Ma non è così. E’ proprio in quanto si
intende superare questa eteronomia che nasce il potere moderno. E’
nell’identificazione di Herrscher e Beherrschten che nasce il potere moderno come superamento degli
antichi rapporti di Herrschaft; e ciò
avviene prima che in Rousseau nello stesso pensiero hobbesiano. In ciò consiste
il segreto e anche l’aporia, non solo del pensiero di Hobbes, ma anche del modo
moderno di pensare la politica. Mi riferisco al fatto che la volontà altra di chi esprime il comando deve
mostrarsi come la volontà stessa di coloro che sono sottoposti al comando, come
si è visto in Weber, deve mostrarsi, per loro volontà, la loro
stessa volontà. E’ questo un elemento indispensabile del potere politico
nel significato che viene a prendere a causa del concetto di sovranità, e questo
elemento viene in luce proprio con il pensiero hobbesiano. Perciò mi pare che
si possa dire che la storia del potere moderno ha come punti fondamentali per
la sua determinazione Hobbes e Weber e che la storia della sovranità inizia
propriamente da Hobbes.
Ciò che è tipico del concetto moderno di sovranità è
che viene tolta la dipendenza nei confronti della persona particolare di
chicchessia, e dunque l’ubbidienza che si viene a creare non può essere dovuta
ad altri che al corpo collettivo. E’ in quest’ultimo che risiede il potere, e
perciò è ad esso che si ubbidisce; e anche questo avviene non solo con
Rousseau, ma anche con Hobbes. Infatti l’ubbidienza si deve al sovrano solo in
quanto egli è rappresentante, e
dunque esprime la volontà del corpo politico e agisce per il corpo politico: la sua
azione e il suo volere sono quelli del corpo politico. E’ proprio grazie
alla natura del principio rappresentativo che Hobbes può dire che in una
monarchia il popolo non può rivoltarsi contro il re, perché di fronte al re non
c’è il popolo, ma ci sono solamente
sudditi, dal momento che è il re, nella sua funzione di rappresentante, ad
esprimere il soggetto collettivo[48]:
tale legame necessario tra il soggetto collettivo inteso come totalità degli
individui e la sua espressione rappresentativa è ciò che sta alla base delle
difficoltà che avranno i pensatori successivi a pensare la dimensione del controllo del potere[49].
Il concetto di rappresentanza è indispensabile in Hobbes per poter porre e
pensare il concetto di sovranità: solo
comprendendo come sia possibile una persona
artificiale, come sia possibile che questa esprima volontà e azione – cosa
che Hobbes fa nel XVI capitolo del Leviatano
– è possibile ipotizzare la costituzione della società mediante il patto, e dunque
la creazione del sovrano – contenuto
questo del capitolo seguente, il XVII. Senza sovrano-rappresentante non è
possibile il corpo collettivo[50].
Il nuovo concetto di rappresentanza non implica
solamente l’identità di sovrano e rappresentante, ma mostra anche come si
realizzi l’identità tra i sudditi e il sovrano. La dialettica del concetto
implica infatti il processo di costituzione dell’autorità, mediante il quale
tutti si rendono autori delle azioni
che l’attore farà. Dunque alla base
dell’agire pubblico del rappresentante sta la volontà di tutti coloro che si
dichiarano autori delle sue azioni: dunque un processo di autorizzazione. In base a questo processo- che per ora è processo
logico, ma sarà destinato a diventare nell’epoca moderna anche procedura
costituzionale - nessuno potrà opporsi all’espressione di volontà e di azione
del rappresentante, perché attraverso di lui è la volontà comune che si
esprime, la volontà di quel corpo politico che tutti hanno voluto costituire. La volontà sovrana è legittimata dal fatto che alla sua base sta la volontà di tutti. Ubbidire al sovrano
è necessario se non si vuole incorrere nella assurdità di non volere ciò che si
è voluto. Una tale ubbidienza ha allora il significato dell’ubbidienza alla propria volontà[51].
Tutto ciò ha un carattere formale, in quanto non
riguarda il concreto dell’esercizio del potere o i contenuti diversi della legge, ma la relazione in cui si
vengono a trovare coloro che
ubbidiscono e colui o coloro che
comandano: il comando, in un orizzonte in cui non ci sono più riferimenti
oggettivi condivisi, non può trovare la sua legittimazione se non nella volontà
di coloro che ubbidiscono. La legge non esprime più un contesto all’interno del
quale si dirige e si guida la vita della società, ma è il comando di colui che
è stato autorizzato a darlo. Il potere dunque non può che essere fondato dal
basso: ma il comando proviene sempre dall’alto, in quanto la volontà che deve
esprimere il rappresentante non è quella particolare degli individui che lo
autorizzano, presi singolarmente, ma quella unitaria del corpo politico che è
necessariamente altra nei confronti
di quella dei singoli e non deducibile da quest’ultima. Se in questo contesto
si vuole parlare di consenso, si deve
tenere presente che il significato del
termine non è più quello del periodo
medievale, dove consentiva all’azione di governo chi poteva anche dissentire,
perché ora il consenso non implica la possibilità di giudicare l’essere giusto
o meno del contenuto della legge, ma ha piuttosto il significato della promessa
volontaria di sottomettersi ad essa a causa dell’aspetto formale di
rappresentante, e cioè di autorizzato,
che connota la figura di chi la emana. Il potere politico moderno fa la sua
comparsa solo con la razionalità che connota quella creazione del
giusnaturalismo che è la forma politica.
Se ci si vuole riferire a categorie spesso usate, si
può dire che il contratto di cui parlano le dottrine giusnaturalistiche
moderne, è un contratto di associazione nello stesso tempo in cui è un
contratto di sottomissione, in quanto non c’è società se non attraverso la
volontà normante e la forza ordinante della sovranità. Il potere politico è
allora generato dal patto: determina una realtà nuova non presente prima: non
si determina infatti con il contratto una
trasmissione del potere,
perché non c’è potere politico nei soggetti contraenti che sono gli individui.
Un tale potere comporta un rapporto di gran lunga diverso da quello che
caratterizzava gli Herrschftsverträge
tipici della storia medievale e della prima età moderna, nei quali si stipulava
un accordo sulla base del quale il popolo prometteva ubbidienza, ma
ciononostante rimaneva soggetto politico realmente presente e in grado di agire
anche dopo il contratto. Ciò è impensabile in un contesto in cui il sovrano è
non tanto parte contraente che ha il popolo di fronte a sé, ma piuttosto prodotto del patto: qui non c’è in
realtà patto tra popolo e sovrano, ma il popolo si costituisce proprio nel
momento in cui è creato il sovrano, cioè
colui che esprimerà rappresentativamente
la volontà del soggetto collettivo. Un
tale dispositivo logico, in cui una serie di concetti assumono un loro
significato determinato dalla relazione reciproca e dalla funzione che
svolgono, troverà nel pensiero successivo ad Hobbes molte modificazioni; ad
esempio non ci sarà più una identificazione tra sovrano e rappresentante, e in
luogo di sovrano-rappresentante si parlerà di rappresentanti di quel sovrano
che, dopo Rousseau, altri non può
essere che il popolo. Inoltre si assisterà al
difficile e spesso aporetico tentativo di fare emergere la reale volontà
del popolo al di là di quella dei rappresentanti, e ciò soprattutto al fine
di poter soddisfare l’esigenza del
controllo del potere, che appare necessario se è vero che la costituzione dal
basso dell’autorità da una parte non
comporta una partecipazione effettiva dell’individuo alla formazione della
volontà comune, e dall’altra non preclude la possibilità dell’uso del potere
pubblico per scopi e interessi privati. Tuttavia il dispositivo che nasce con
Hobbes e il concetto di potere che è posto al suo centro condizioneranno il
significato stesso che viene ad avere nel Moderno il termine di politica e gli
sviluppi che si determineranno anche nelle modalità di organizzazione degli Stati attraverso le costituzioni.
Il concetto di potere politico, contrariamente a
quanto si è soliti ritenere, appare dunque il prodotto di una costruzione teorica, che ha alla sua base altri
concetti, e lo si può intendere solo in relazione a questi concetti, tra i
quali è fondamentale quello di libertà.
I risultati dei lavori condotti con avvertenza storico-concettuale, mi hanno
portato ad incrociare e condividere quanto emerge dagli ultimi lavori di Hasso
Hofmann[52].
Nello sviluppo del pensiero politico moderno il concetto di libertà, inteso
come indipendenza della volontà soggettiva, viene ad assumere un ruolo centrale
e a sostituire la rilevanza che rivestiva nel pensiero politico della
tradizione precedente la questione della giustizia. Ho già avuto modo di
evidenziare che non si tratta di una semplice sostituzione di un concetto ad
una questione, ma del tentativo di risolvere quest’ultima, mediante una
risposta che ha nei concetti di libertà
e di potere i poli di una forma politica
stabile e regolare, con la quale si impedisce il ripresentarsi di quella
domanda, che appare perturbante e pericolosa
a causa delle diverse risposte
dettate dalle convinzioni degli uomini. La razionalità formale che in tal modo
si afferma comporta che non ci si debba più chiedere se la legge sia giusta o
quale sia il giusto della e nella società, perché la prestazione
della teoria consiste nell’aver tolto questa domanda mediante la soluzione scientifica che comporta una
determinazione univoca della giustizia: giusto è ubbidire alla legge, che deve
essere fatta da colui che è da tutti autorizzato[53].
Ma allora, proprio la questione della
giustizia che sta all’origine dello stesso tentativo scientifico hobbesiano, e
dunque ne è la condizione, viene rimossa, esorcizzata ed espunta dalla
riflessione, mentre è proprio
all’interno di questa questione che si è interrogato per secoli il pensiero
politico, quel pensiero in cui aveva significato pregnante il principio del
governo.
Per evidenziare la novità del modo di pensare la politica
incentrato nel concetto di potere (e dunque, per quanto si è detto, in quello
di libertà) e la rottura operata con il pensiero precedente, è utile dare
qualche indicazione relativa a quel principio antico del governo, che determinava precedentemente l’orizzonte del pensiero
politico. Già si è detto che il governo dell’uomo sull’uomo viene frainteso
nello stesso momento in cui diviene il vero obiettivo polemico di Hobbes. Esso
è infatti ridotto, a causa dello stesso orizzonte nichilistico in cui si impone
il concetto di potere, alla semplice coercizione delle volontà altrui da parte
di qualcuno. Viene risolto in un rapporto di volontà, che, in quanto basato
sulla differenza tra gli uomini, si mostra ingiustificato e irrazionale: si
potrebbe dire che diviene qualcosa come il potere
senza legittimazione. Ma la dimensione del potere – rapporto stabile e
formale tra volontà – che prenda una caratterizzazione personale e non sia
giustificato dalla volontà di chi ubbidisce è una assurdità. Dire perciò, come
spesso avviene, che prima della scienza
politica moderna è naturale e
giustificato dalla realtà di fatto quel potere che nel giusnaturalismo viene legittimato razionalmente e sulla base
della volontà degli individui, comporta l’incomprensione della dimensione di governo che ha occupato per secoli il
pensiero politico.
Troppo arduo sarebbe il compito di chiarire in
questa sede ciò in cui consiste il pensiero del governo: potrebbe anche dar
luogo ad un fraintendimento, qualora si avesse
l’impressione che si potesse, anche in questo caso come in quello del
dispositivo moderno, determinare un insieme di concetti che formano un tutto
logicamente coerente. Invece, come si vedrà, qui non abbiamo concetti nel senso dei concetti moderni,
ma un modo diverso di pensare l’uomo e la politica. Inoltre, se fosse vero che,
come dice Brunner, è millenario questo modo di pensare la politica, ben si
comprende come non sia possibile né giustificabile ridurre ad unità una grande
varietà di concezioni e di dottrine: tuttavia sembra perdurare un quadro comune
di riferimento consistente nella concezione della politicità dell’uomo, della
differenza caratterizzante le parti della società e della razionalità del fatto
che si dia nella società un rapporto secondo il quale qualcuno governa e altri
sono governati. In ogni caso per le diverse dottrine che implicano l’idea del
governo non appare utilizzabile il contesto concettuale moderno incentrato sul potere.
Anche l’altra
indicazione di Brunner è rilevante: che il principio del governo
permetta di intendere l’ambito dell’etica individuale, quello della scienza
economica e quello della politica: il che significa che siamo al di qua della
scissione moderna di morale e politica che caratterizza il giusnaturalismo e
che la politica non compare come scienza particolare ed autonoma[54].
Non è un caso che, nonostante le differenze esistenti tra Platone ed Aristotele
e le critiche che il secondo rivolge al primo proprio per la mancata distinzione
della sfera della polis da quella
dell’oikos, tuttavia in entrambi l’arché compaia nella vita dell’uomo, sia
per quanto riguarda la guida del corpo, che spetta all’anima, o in essa alla
parte più alta , la ragione, sia per la conduzione della casa, sia per il
governo della città. Se si traduce e si intende l’arché come comando o come
potere, e il politeuma nel senso della
sovranità, si fraintende il pensiero greco sulla base di quell’assolutizzazione
della volontà che è appunto il prodotto del nichilismo moderno e della scienza
teorica che ha cercato di costruire la società a partire da una tabula
rasa. Ho cercato di avanzare la proposta che maggiore comprensione si può
avere se si intende l’arché come governo, secondo quel significato
antico del gubernare, che implica
guida, direzione, amministrazione della società, e solo nel contesto di questo
agire, naturalmente anche comando; ma la dimensione del comando non può essere
astratta dal significato complessivo del governo, e resa autonoma e assoluta.
Alla natura del governo, che è ravvisabile nell’uso
platonico e aristotelico del termine arché,
sembrano propri alcuni elementi. Innanzitutto quello della pluralità delle
parti che costituiscono un insieme, sia questo l’anima, l’ambito della casa, o
quello della polis. E’ proprio questa
pluralità a rendere necessaria un’azione di guida e di coordinamento, affinché
le varie parti cooperino e si realizzino con equilibrio in un contesto comune,
invece di imporsi come uniche e indipendenti, disgregando l’intero in cui si
trovano[55].
Inoltre quello delle differenze esistenti tra gli uomini: ci può essere governo
tra gli uomini se non c’è indifferenza tra di essi. E’ in quanto c’è differenza
tra le parti che una può e deve guidare le altre; e deve essere una parte che
non nega o domina le altre, ma che ha
la capacità di coordinarle per il loro funzionamento migliore: così nell’anima
è la ragione a governare l’appetito e non viceversa. Per governare occorrono
doti, conoscenze, esperienza, virtù, capacità di comprendere il momento e il
contesto in cui si agisce: perciò non è indifferente che sia l’uno o l’altro
a governare. E’ logico dunque pensare
che siano i migliori a dover governare. Persino nella democrazia, che è caratterizzata
dalla concezione dell’uguaglianza dei cittadini, secondo Aristotele, che per
altro pensa come migliore la costituzione in cui i migliori governano, è
necessario il turno delle cariche. Tale
pratica, se da una parte si basa sulla convinzione che tutti i cittadini liberi
possano e debbano governare, dall’altra appare anche riconoscimento della
differenza tra governanti e governati: infatti “una parte dei cittadini governa
e l’altra è governata, come se entrambe fossero diventate diverse”: il turno
delle cariche è dunque una imitazione
della situazione in cui sono i migliori a governare[56].
Ho spesso richiamato l’immagine, che mi pare
evidenziare la radicale differenza del governo in relazione al concetto di
potere, del nocchiero della nave, di
quell’azione del gubernare navem reipublicae,
che si rintraccia in Platone, in Aristotele, in Cicerone e che avrà una
storia millenaria. In tale immagine risulta evidente come nella nave ci siano funzioni diverse e come sia necessario
il coordinamento e il comando di esse. Ancora mostra come siano necessarie le
virtù, le conoscenze e l’esperienza di chi guida la nave: non è indifferente
che sia uno o l’altro il nocchiero. La guida è per il bene della nave e di
tutti, ma è attribuibile solo a colui che governa, non alla totalità degli
imbarcati. Tanto meno potrà, finché si pensa in questo modo, essere inteso come
valore il semplice fatto che siano molti, o tutti a governare: ben si intende
che in una tale concezione democratica,
in cui tutti vogliono governare e non essere governati, in cui sembra
preferibile che ognuno si governi da sé, sarebbe proprio il governo e la
conduzione del timone ad essere messa in crisi, e il pericolo sarebbe quello
della tendenza alla mancanza di arché,
cioè all’anarchia[57].
Il problema è invece quello del buon
governo della nave, non risolvibile sulla base della legittimità formale di
chi governa. Ugualmente non si può pensare che i contenuti del comando siano
indifferenti, e dunque giusti in quanto impartiti dal nocchiero. Non solo, ma è
la dimensione del comando e della volontà che non può essere considerata a se
stante, astraendo dalla realtà
concreta. Ci può essere governo
solo in quanto ci si trova in un quadro di realtà che non dipendono dalla
volontà, né da quella del governante né da quella dei governati. Ciò che
caratterizza la nozione di governo e che verrà invece neutralizzato e reso
indifferente dalla concezione della sovranità moderna è da una parte
l’orizzonte di cose condivise e
condizionanti l’agire di governanti e governati, e dall’altra la
rilevanza del concreto dell’agire e della virtù a questo agire necessaria: è
sul piano dell’agire concreto e non di un modello formale che si giudica di
volta in volta il buon governo e la sua capacità di riferirsi all’idea di
giustizia.
Allora, come questa metafora mostra, oltre al fatto
che governo è necessario in relazione alla pluralità che contraddistingue la
società e alla differenza tra le sue parti, si può e si deve parlare di governo
all’interno di un quadro di realtà e all’interno del problema sempre presente
della giustizia, problema irriducibile al modo formale di intendere la
relazione di comando-ubbidienza[58].
Naturalmente, così come molti e assai diversi sono i modi di intendere l’azione
di governo e il rapporto tra governanti e governati, molti e diversi sono gli
elementi che connotano tale realtà. Ad esempio, nel pensiero di Althusius, che
fa riferimento alla tradizione che, pensando la politica, pensa alla naturalità
e razionalità della società con la comunione e comunicazione che comporta, e
contemporaneamente all’azione di guida e di governo che connotano l’imperium politico, questo quadro è
costituito da una serie di cose non presenti nella concezione classica della polis, quali il buon diritto antico, i
testi sacri, i membri che costituiscono il regno, la figura dell’impero.
Tuttavia, nonostante le molte differenze che si possono ravvisare nella sua Politica in relazione al pensiero di
Aristotele, spesso citato come una autorità, il contenuto del suo pensiero
politico viene frainteso se non si capisce l’irriducibilità dell’imperium
alla concettualità che si è condensata nel termine di potere[59]:
mi pare invece che sia la nozione antica di governo
a permettere una migliore comprensione del suo pensiero. Se ciò è vero,
intendere il nucleo centrale della la sua dottrina come quello della formazione
del potere dal basso, o l’attribuzione quasi ossessiva nella Politica, dei diritti di maestà e della summa potestas al popolo nel senso di quella sovranità del popolo che compare solo con le dottrine giusnaturalistiche
del contratto sociale, specialmente con il pensiero di Rousseau, dà luogo ad un
totale fraintendimento. Come ho cercato di mostrare, il significato della maiestas è irriducibile a quella di una
volontà autonoma che decide senza vincoli, magari legittimamente, in quanto si
tratta della volontà dell’intero corpo politico: il quadro di realtà che si è
indicato e l’orizzonte proprio del principio del governo rendono improponibile
quell’assolutezza della volontà che costituisce la logica del concetto moderno
di sovranità, e dunque di Herrschaft nel significato moderno[60].
Piuttosto la rivendicazione del popolo come realtà
politica primaria e suprema mostra come, in un pensiero politico che implica il
principio del governo, l’accettazione della differenza e della superioritas che caratterizza chi deve governare non comporti una posizione
passiva e sottomessa dei cittadini. Al contrario, il popolo, che si esprime
attraverso i suoi organi collegiali, è realtà prioritaria nei confronti del
sommo magistrato, lo istituisce, lo controlla, e può anche deporlo[61].
Ciò è possibile proprio in quanto il comando non proviene dal corpo collettivo,
come avviene nella concezione moderna della sovranità, dove è il popolo il vero
soggetto del comando, anche quando
questo passa necessariamente attraverso la mediazione del rappresentante. In
questo caso non è certo il popolo come soggetto collettivo che si può opporre
al comando, dal momento che esso è,
come si è visto, il soggetto che emana
il comandop. Nell’orizzonte invece del governo, colui che governa e che esprime
nella sua azione anche comando, porta la responsabilità del suo agire, che non
può essere attribuito al popolo, il quale è pensato sempre distinto dal
governante. La volontà e l’agire del
popolo non passano dunque attraverso il governo, nemmeno nella forma democratica di governo, dove sono pur
sempre pochi coloro che esercitano il governo, ma si esprimono invece
attraverso gli organi collegiali di
fronte a colui che governa[62].
E’ dunque proprio in quanto non governa che il popolo può essere sempre
politicamente presente, cosa che non si riuscirà più a pensare a partire dal
nesso moderno di sovranità e rappresentanza e dalla concezione del popolo come totalità di individui uguali.
Il fondamento del diritto di resistenza non risiede dunque nell’assolutezza e
indipendenza che caratterizzerebbero la sua volontà
sovrana, ma piuttosto nella mancanza
in questo contesto del concetto di
sovranità, in favore di un
quadro, considerato oggettivo, di realtà che permette ai governati di indicare
l’errore dei governanti e di giudicare se le azioni di questi ultimi siano giuste.
Dopo aver cercato di mettere in luce il contesto di
concetti che nascono all’interno di quel dispositivo che si incentra sul potere e che costituisce la
base di quel modo moderno di pensare la politica all’interno del quale si danno
le diverse concezioni e opposizioni, è utile ritornare ad alcune osservazioni
sul problema teoretico-metodologico della storia dei concetti politici e
giuridici e della comprensione del passato che costituisce un punto di
riflessione e di confronto prioritario del presente volume. Nell’itinerario qui
percorso e nei lavori dei cui risultati si è data schematica indicazione si può
notare come alcune acquisizioni della Begriffsgeschichte
tedesca, di Koselleck e soprattutto di Brunner, siano state rilevanti per la
nostra ricerca e contemporaneamente come questa si sia mossa per una strada che
ha una sua indipendenza e sue caratteristiche determinate, una strada nella
quale l’elemento filosofico prende una rilevanza che non è presente nella BG.
Vorrei conclusivamente fare alcune considerazioni sul significato e sull’uso del concetto e sul problema del rapporto con il passato che occupa non
solo la BG (si pensi alla critica di Koselleck a Brunner)[63],
ma tutti i tentativi di ricostruzione
storica del pensiero che sono consapevoli del condizionamento che proviene
dal punto di partenza costituto dal nostro presente.
Forse radicalizzando, si può dire che anche per
Koselleck, il vero compito di una storia concettuale non è quello di fare
storia dei concetti, ma quello di intendere la genesi e la logica dei concetti
moderni[64].
Sono quei concetti che arrivano a noi, forse ormai esauriti, ma tali da
condizionare ancora il nostro modo di pensare e che sono sedimentati nel linguaggio socialmente diffuso, e
spesso anche nei linguaggi storici
e scientifici. La situazione di impasse in cui ci troviamo è evidenziata
dal fatto che, se da una parte la
permanente presenza dei concetti nati nel lontano Seicento e connaturati al
quadro dello jus publicum europaeum è
accompagnata dalla consapevolezza ormai diffusa della loro incapacità sia a
comprendere i processi in cui ci troviamo a vivere, sia ad orientare la nostra prassi, dall’altra tuttavia sono spesso proprio i
concetti di quel contesto – a volte alcuni di essi contro altri che sono sorti
proprio sulla base dei primi (ad es. libertà contro potere) - ad essere ancora
utilizzati nel tentativo di uscire dalla situazione di difficoltà e di stallo.
Come sopra si è osservato, un orizzonte storico-concettuale implica l’analisi critica dei
concetti moderni, contro quell’assolutizzazione che paradossalmente si
manifesta proprio nelle ricerche che tendono a fare la storia delle
modificazioni che il concetto ha avuto, spesso dall’antichità ai nostri giorni
(si pensi ad esempio a ricostruzioni storiche di concetti quali libertà,
uguaglianza, potere, democrazia): in questo caso infatti il concetto è pensato
con un nucleo identico, proprio in quanto le modificazioni che si evidenziano
nelle diverse situazioni storiche sarebbero appunto modificazioni dello stesso
concetto. Ma così come non si può fare in questo modo la storia di un concetto,
allo stesso tempo l’affermazione della specificità della concettualità politica
moderna non comporta una contrapposizione di presunti concetti antichi o propri di una tradizione pre-moderna ai concetti
moderni. Oserei dire che l’epoca dei
concetti è quella moderna: ci sono solo i concetti moderni. Naturalmente in
una tale affermazione il termine di concetto
ha un significato preciso e tiene presente ciò che si è sedimentato nel termine
di “concetto” quale noi lo usiamo.
Nella contrapposizione di concetti antichi e concetti moderni si compie un’operazione
di storia del concetto di concetto,
quale quella che è stata qui criticata; cioè si rischia di ascrivere al
pensiero in quanto tale una concezione moderna del concetto, ipostatizzandolo
dunque con il risultato di fraintendere il passato. Questo discorso, che può
sembrare troppo ampio e generico,
prende contorni più determinati e precisi se lo riferiamo al pensiero politico
e cerchiamo di comprendere la specificità, in relazione al pensiero precedente,
di quella scienza politica moderna
che cerca di risolvere, mediante appunto una proposta scientifica da tutti accettabile, il problema della pace e
dell’ordine mediante la soluzione della domanda di ciò che è giusto per e nella società[65].
Anche per questa questione il riferimento al testo
hobbesiano risulta particolarmente illuminante. Hobbes infatti denuncia quella
che ai suoi occhi appare come mancanza di scientificità dell’intera riflessione
sulla filosofia pratica a lui precedente: proprio tale mancanza di scienza e
dunque il darsi di opinioni diverse e opposte, di modi diversi di intendere ciò
che è giusto, è stata la causa di conflitti continui. Solo una razionalità da tutti riconosciuta, come quella che hanno
saputo costruire i geometri, può portare ad eliminare tale conflittualità. Un
tale sapere è un sapere condizionale, che lega le conclusioni del discorso agli
assunti iniziali, assunti che coincidono con una definizione dei nomi, con la
indicazione cioè univoca del loro significato. La scienza parte allora da
definizioni, che sono legate tra loro nei sillogismi, in un procedimento che
porta alle conclusioni. In questo contesto il concetto comporta la struttura
della definizione e svolge un ruolo preciso, connotato
dall’incontraddittorietà, nel processo scientifico, che consiste dunque nel
rapporto che i concetti mostrano di avere tra loro[66].
Se si osserva la costruzione teorica che si dipana dallo stato di natura,
attraverso le leggi naturali, fino al patto sociale, si può notare la funzione
che i concetti svolgono, nel legame che
hanno tra loro, al fine di costruire quello che abbiamo chiamato il dispositivo logico attraverso il quale
si pensa la politica. Tale dispositivo è connotato da una razionalità formale,
che rende pensabile l’ordine al di là delle concrete situazioni e di determinazioni
di fini, bene e giustizia che eccedano tale forma. La giustizia è ridotta, come
sopra si è ricordato, al risultato di tale funzione reciproca dei concetti.
In questo quadro il concetto appare elemento di una costruzione in cui si manifesta un
atteggiamento di astrazione
dall’esperienza, - che non costituisce più l’orizzonte in cui si forma il
sapere, dal momento che nell’esperienza pullulano società irregolari e
irrazionali e esempi continui di governo dell’uomo sull’uomo - e nello stesso
tempo una volontà operativa in
relazione all’esperienza. Tra questi due aspetti solo apparentemente c’è
contraddizione, in quanto si pensa sia
possibile operare nella realtà e nell’ambito dell’esperienza proprio in
quanto si astrae dalla fluidità e dalla complessità, dalla mutevolezza che ha
il nostro pensiero nell’esperienza e come esperienza: mediante dunque una
riduzione di complessità[67].
E’ all’interno di questa tensione che i concetti sono intesi come definizioni e
hanno un loro funzionamento all’interno di un sistema: si legano tra di loro in un insieme coerente. Al di là del
nominalismo che caratterizza il pensiero hobbesiano mi pare che questo
significato e questa funzione dei concetti condizionino il modo moderno di
pensare la politica, che ha al suo centro il concetto di potere politico con il
suo carattere di legittimazione.
Dire che nella tradizione del pensiero politico
precedente non ci sono concetti nel senso specifico qui indicato – di
definizioni che svolgono un loro ruolo preciso in un dispositivo logico, in un
sistema complessivo - non significa
certo sottovalutare la portata di quel pensiero: significa piuttosto affermare
che esso, in quanto riguardante la sfera della pratica, non si costituiva in
sapere mediante le modalità che il concetto di scienza ora indicato comporta
dando luogo ad una relazione tra i concetti che pretende l’incontraddittorietà.
Il pensiero della filosofia pratica non tendeva alla costruzione di un modello
che risolvesse con la sua semplice attuazione il problema politico, ridotto alla dimensione di un ordine
formale, inteso come semplice esorcizzazione della guerra e del conflitto, ma
era pensiero che si collocava all’interno dell’esperienza e della realtà e
aveva come punto di riferimento una
istanza come quella della giustizia e del bene comune che era sempre di nuovo
da pensare e da interpretare. Il buon governo era affidato alla virtù e non
alla teoria: e certo la mancanza di un modello formale non permetteva quella
sicurezza che appare il fine fondamentale delle dottrine del contratto sociale.
Mi pare che si possa dire che nella politica che si ha alla luce del principio
del governo non si presentano, nei confronti dell’epoca moderna, significati diversi degli stessi concetti (di
società, potere, diritto, sovranità, rappresentanza) e neppure altri concetti, ma piuttosto un modo di pensare che non
implica questo uso moderno del concetto, o il concetto in senso moderno. Non è
certo necessario intendere la scienza come la intende Hobbes; al contrario, la
concettualità che nasce con quella scienza può rivelare aporie costitutive –
questo è il risultato del nostro lavoro di ricerca -, ma alla luce del tipo di scientificità che caratterizza la nuova
scienza del diritto naturale, a ragione Hobbes può dire che nella filosofia pratica,
che ha la sua origine con Platone e in
Aristotele, non è di questa scienza che si tratta: naturalmente questa
constatazione è ben lungi da tradursi in un giudizio di valore, come invece
appare nel pensiero hobbesiano.
Non c’è dunque nella filosofia politica precedente a
Hobbes una prestazione scientifica della filosofia quale Hobbes
tende a proporre[68]: il compito
della filosofia è inteso come quello dell’ostensione della dimensione
dell’agire irriducibile ai canoni della teoria e della comprensione
dell’esperienza alla luce del problema del buono e del giusto: si badi bene del
problema, non della pretesa verità su di esso: non di una dottrina che offra
una definitiva soluzione[69].
Filosofia politica e sapere in relazione alla prassi hanno in Hobbes e nella
tradizione precedente un significato radicalmente diverso. Mentre prima l’agire
politico è orientato dal pensiero e affidato alla virtù di chi agisce, e non è
certo risolvibile mediante un modello che si debba e si possa applicare nella
realtà, la prassi non è cioè deducibile dalla teoria, ma sempre aperta al
rischio, la scienza politica a partire da Hobbes, mediante i concetti sopra
indicati, offre un modello non per una vita buona e felice, ma per la
possibilità di convivenza degli individui che hanno piani di vita e modi di
intendere il bene assai diversi tra loro. E’ all’interno della razionalità
formale che è propria di questa scienza che operano quei concetti che
determinano il modo moderno di intendere il concetto.
Mi pare che tratto caratteristico di un lavoro
storico concettuale come quello che si è cercato qui di indicare, in relazione
alla nascita del contesto di concetti con cui viene pensata la forma politica
nell’epoca moderna, sia costituito dalla consapevolezza della specificità di questi
concetti, della loro epocalità e della relativa impossibilità di intendere
attraverso essi il pensiero e la realtà che si manifestano nelle fonti del
passato. Per riuscire ad accostare quelle fonti bisogna avere coscienza della
parzialità dei concetti che sono sedimentati nelle parole che usiamo. Questo mi
sembra il carattere essenziale di un lavoro di storia concettuale, e ciò che lo
contraddistingue da linee di ricerca sul passato, anche da quelle stesse che a
volte pretendono di riferirsi alla BG. In tali ricerche ciò che è messo in atto
è un lavoro che intende il passato mediante i concetti moderni che non sono
messi in questione: in seguito, il pensiero passato così tradotto e tradito, viene
spesso attualizzato perdendo di vista ciò che esso veramente ci dà da pensare.
La consapevolezza delle aporie interne a quel meccanismo di concetti che si
sedimentano ancora nel modo di intendere la legittimità del potere nella forma
contemporanea della legittimità
democratica, può permetterci di cogliere all’interno degli stessi concetti
moderni un problema come quello del giusto che sta alla base della loro
costruzione e tuttavia appare rimosso e non tematizzabile attraverso di essi.
Contemporaneamente la comprensione della parzialità dei concetti moderni ci permette
di intendere meglio il pensiero precedente con i problemi che pone e con le
particolarità che di volta in volta lo caratterizza. Permette anche di far sì
che i testi antichi ancora ci parlino e ci coinvolgano, ma solo a condizione
che non ci si trovi in quell’atteggiamento di attualizzazione qui ricordato.
Una comprensione migliore del passato appare così collegata al tentativo di
ottenere uno sguardo ampio che, liberandosi dalla coazione dei concetti
moderni, possa aiutarci ad affrontare in modo meno pregiudicato i problemi del
nostro presente.
[1] Mi riferisco a Geschichtliche
Grundbegriffe, Historisches Lexikon
zur politisch-sozialen Sprache in Deutschland, hrsg. O. Brunner, W. Conze,
R Koselleck, Klett Cotta, Stuttgart 1972-1992.
[2] Rimando
al mio Storia concettuale come filosofia
politica, apparso in “Filosofia politica”, XI (1997), n. 3, pp.396- 426
(costituisce ora il cap. I di La logica
del potere. Storia concettuale come filosofia politica, Laterza, Bari-Roma
1999, alle cui pagine si riferiscono i rimandi nelle note seguenti) che vuole
fornire un contributo alla riflessione teoretico-metodologica relativa alla
storia e all’analisi critica dei concetti politici e un confronto in modo
particolare con la Begriffsgeschichte
tedesca che è al centro di alcuni contributi di questo testo, in particolare di
quelli di M. Richter e diS. Chignola. Questo saggio, in cui si mostra il debito
nei confronti della direzione di ricerca storiografica di coloro che hanno dato
vita all’iniziativa del Lessico tedesco, e cioè R. Koselleck, W. Conze e soprattutto O. Brunner, e si evidenzia
nello stesso tempo la via autonoma che ha preso il nostro lavoro di ricerca, è
qui tenuto costantemente presente ed è
schematicamente ripreso in modo particolare in questo primo paragrafo.
[3] "Begriffe als solche haben keine Geschichte. Sie
enthalten Geschichte, haben aber keine": così R. Koselleck, Begriffsgeschichtliche Probleme der
Verfassungsgeschichtsschreibung, in Gegenstand
und Begriffe der Verfassungsgeschichtsschreibung, Beiheft zu “der Staat”,
Heft 6, 1983.
[4] Cfr. Storia dei concetti e storia sociale, in
Futuro passato, Marietti, Genova
1986, p.102 (ed. or. Vergangene Zukunft. Zur Semantik geschichtlicher Zeiten, Suhrkamp, Frankfurt a. Main 1979).
[5] Cfr. Koselleck, Begriffsgeschichtliche
Probleme cit., p. 14.
[6] Per questo aspetto cfr. Storia concettuale come filosofia politica cit, pp. 7-8.
[7] Si tenga
presente che qui la parola pre-moderno non si riferisce a un modo
di considerare il passato proprio delle scienze storiche moderne, che
considerano, sulla base della determinazione astratta e moderna di un ambito
disciplinare la storia precedente come una preistoria (cfr. su ciò le pp.
seguenti), non implica cioè un giudizio di valore e un itinerario prefigurato,
ma piuttosto vuole indicare l'alterità di quel contesto che non è comprensibile
sulla base ermeneutica dei concetti moderni.
[8] Cfr. R. Koselleck, Einleitung, GG, Bd. 1.
[9] Tale
sarebbe una storia della cultura o delle idee, come parte delle scienze dello
spirito; la storia concettuale invece incontra il problema della storia sociale
nel punto alto della coscienza critica dei concetti che rendono la storia
sociale significante e permettono il suo formarsi.
[10]
Koselleck, Storia dei concetti e storia
sociale, p. 92.
[11] E’ infatti
la “Auflösung der alten und die Entstehung der modernen Welt” a costituire per Koselleck il problema
centrale della storia dei concetti (Koselleck, Einleitung, GG, Bd. I p. XIV).
[12] Questa
difficoltà si presenta nell’impianto stesso dei GG, che prevedono trattazioni
separate dei singoli concetti. Mette bene in luce questo problema Sandro
Chignola nel momento in cui usa l’espressione
“dispositivo dei concetti moderni” o di dispositivo logico” per quanto
riguarda l’insieme dei concetti che stanno alla base della forma politica
moderna (si veda il saggio contenuto in questo volume, Aspetti della recezione della Begriffsgeschichte in Italia).
[13] Ciò, per
fare degli esempi, si può dire per il pensiero filosofico-politico di Spinoza,
e per la riflessione non solo di quello Hegel che si pone da subito in un atteggiamento di superamento nei confronti
delle trattazioni scientifiche del
diritto naturale (cfr. La critica
hegeliana del giusnaturalismo nel periodo di Jena, in Il contratto sociale nella filosofia politica moderna, Franco
Angeli, Milano 19983), ma anche di Kant e di Fichte, che pure
prendono le mosse per pensare la politica dall’ambito della concettualità
giusnaturalistica (per la rilevanza
dell’impianto giusnaturalistico per il loro pensiero della politica si vedano i
saggi di F. Fiore e di G. Duso nello stesso volume Il contratto sociale cit.; per il superamento di questo impianto si
veda invece di G. Duso, La libertà
moderna e l’idea di giustizia, “Filosofia politica”, XV (2001), n. 1, pp.
5-28; Idea di libertà e costituzione
repubblicana nel pensiero di Kant, Cleup, Padova 2004; La philosophie politique de Fichte: de la forme juridique à la pensée
de la pratique, in “Fichte-Studien”, Bd. 16 (1999), pp. 191-211 e Politische als praktische Philosophie beim
spätem Fichte, in Der
Transzendental-philosophische Zugang zur Wirklichkeit. Beiträge aus
der aktuellen Fichte-Forschung, hrsg. E. Fuchs, M. Ivaldo, G. Moretto, Frommann-Holzboog,
Stuttgart- Bad Cannstatt, 2001, pp. 393-409.
[14] A questa voce ha infatti dedicato un’ampia
analisi M. Richter, in The History of Political and Social Concepts,
A Critical Introduction, New York, Oxford Univerity Press, 1995, pp.
58-78.
[15] Koselleck, Einleitung
cit., p. XV.
[16] Cfr. Die
Verallgemeinerung der Anredeform “Herr” (Koselleck), in Herrschaft, GG, Bd. 3, pp. 61-63.
[17] E’ da
riflettere anche su questa distinzione ricorrente tra l’aspetto personale che
connoterebbe la Herrschaft nel
medioevo, e l’impersonalità del potere moderno. Il pericolo è infatti che non
ci si renda conto che il problema non riguarda il fatto che una relazione di
dominio e comando viene in un caso legata alla dimensione personale e
nell’altro no, ma che è proprio la
relazione stessa e il significato che
vengono ad avere dominio e comando a cambiare radicalmente.
[18] Come si
vedrà, è infatti proprio da Weber che bisogna partire per intendere il
significato che si è sedimentato nelle parole che usiamo in relazione al potere.
[19] Ben si
comprende che non è significativa di per sé, per il passaggio dal senso che il
termine aveva nel medioevo, al concetto nuovo dell’età moderna, la distinzione
tra il carattere personale e impersonale del rapporto, perché se ci si ferma a
ciò, potrebbe sembrare che in ogni caso si tratti dello stesso rapporto di
soggezione; invece è il significato del rapporto che cambia radicalmente nella
distinzione che qui sarà ripresentata tra il principio del governo e il concetto di potere.
[20] Questa parte, su “Herrschaft
von der frühen Neuzeit bis zur französischen Revolution è opera di Horst
Günther: si veda sp. p. 28 dove
l’interpretazione qui ricordata passa attraverso una citazione della Politica di Althusius in cui si
attribuiscono gli iura maiestatis
alla totalità del corpo politico, il che per altro equivale a coniuctim
universis membris, secondo la concezione tipica della consociazione
universale, secondo cui (e non solo per il regno, ma per tutte le consociazioni
pubbliche minori, quali la città e le provincie) non sono i singoli ad essere i
membri, bensì i gruppi, le consociazioni. Per quanto riguarda la differenza
della dottrina althusiana dalla concettualità relativa ala sovranità moderna e
alle dottrine giusnaturalistiche rimando alla mia introduzione a Il contratto sociale cit., sp. pp.
13-21, e a G. Duso, La maiestas populi chez
Althusius et la souveraineté moderne, in
Penser la souveraineté à l’epoque
moderne et contemporaine, sous la direction de G-M. Cazzaniga et Y-C. Zarka, edizioni ETS Pisa e Vrin, Paris 2001,
pp.85-106.
[21] Si veda spec. VIII. “Der neuzeitliche
Souveränitätsbegriff bis zum Ende des 18. Jahrhunderts”, scritto da Diethelm Klippel, GG, Bd. VI, pp. 107 ss.
[22] Idem, p. 124; qui l’autore segue le
giuste indicazioni di H. Hofmann, Repräsentation.
Studien zur Wort- und Begriffsgeschichte von der Antike bis ins 19.
Jahrhunderts, Duncker & Humboldt, Berlin
1974, sp. pp. 352 ss.
[23] Idem, p. 126.
[24]
Naturalmente si tratta non di un consenso riguardante i singoli e concreti
contenuti di ogni comando: questo
significato del consenso è eliminato
alla radice dalla concezione moderna
che pure pone – e proprio in quanto pone - la
volontà dell’individuo alla base della costituzione della società e del
potere politico: si tratta piuttosto di una espressione previa di volontà, una
volontà autorizzante azioni e comandi futuri, a cui si promette ubbidienza.
Paradossalmente bisogna concludere che una tale forma di autorizzazione viene a
negare quel significato del consenso
che era proprio di una lunga tradizione e che implicava la possibilità di
dissentire: nelle dottrine giusnaturalistiche del contratto sociale di fronte
alla legge, e dunque al comando di colui o coloro che sono stati autorizzati ad
esprimerlo, non c’è più possibilità di
dissentire…e dunque non c’è consenso
nel significato che il termine aveva nella tradizione precedente.
[25] Herrschaft, GG, p. 49
[26] Der Herrschaftsbegriff
im Zeitalter der Revolutionen: Grundzüge seiner Geschichte, in Herrschaft, GG, pp. 64
ss.
[27] Una tale
indicazione non sembra tuttavia cosciente della novità della concettualità
moderna che avviene con il giusnaturalismo.
[28] Cfr. il
saggio di O. Brunner, magistrale nel fare intendere cos’è la storia concettuale
e quali prospettive apre, La “casa come
complesso” e l’antica ‘economica’, in
Per una nuova storia costituzionale
cit., pp. 133-164; per l’affermazione
riguardante la democrazia, p. 147. Sulla impossibilità di intendere
democrazia antica e democrazia moderna come modificazioni dello stesso
concetto, cfr. Duso, La logica del
potere, sp. pp. 163-172, e Id., Repräsentative
Demokratie: Entstehung, Logik und Aporien ihrer Grundbegriffe, “Quaderni
fiorentini per la storia del pensiero giuridici moderno”, 30 (2001), sp. pp.
58-61.
[29] GG, vol II, rispettivamente pp. 719-800
e 801-802; del resto rilevanti sono altre le altre voci: Nichilismus, System-Struktur,
Technik-Kunst.
[30] Si veda
l’Introduzione di F. Volpi alla traduzione italiana di M. Riedel, Metafisica e metapolitica. Studi su
Aristotele e sul linguaggio politico della filosofia moderna, Il
Mulino, Bologna 1990 (Metaphysik und
Metapolitik, Studien zu Aristoteles
und zur politischen Sprache der neuzeitlichen Philosophie, Suhrkamp, Frankfurt a. Main 1975).
[31] Cfr. M. Riedel , Metaphysik
und Metapolitik, p. 101-102 (tr. it. 128-129).
[32] Per la
proposta di intendere l’arché secondo il significato del governo anziché in quello del moderno
concetto di potere rimando al mio Fine
del governo e nascita del potere, in La
logica del potere cit. pp. 56-61.
[33] N.
Bobbio, Il modello giusnaturalistico, in
N. Bobbio, Michelangelo Bovero, Società e Stato nella filosofia politica
moderna, Il Saggiatore, Milano 1979 (si tratta della voce Giusnaturalismo, in Storia delle idee politiche economiche e sociali, UTET, Torino
1980, IV/1, pp. 491-558; ma già prima, Il
modello giusnaturalistico, “Rivista internazionale di filosofia del
diritto” 1973, pp. 603-622), sp. p. 44: non è difficile ravvisare come, nella
citazione riportata, l’orizzonte teorico sia costituito dai concetti di Herrschaft e Macht, quali si ritrovano nel contesto del pensiero weberiano, che,
come si dirà più avanti, costituisce il fondamento, più o meno consaputo, del
modo contemporaneo di riferirsi al potere.
[34] Questo
appare il risultato del cammino di ricerca che ha visto come suoi punti di passaggio fondamentali i classici del
pensiero giusnaturalistico, la riflessione della filosofia classica tedesca, il
momento di lucida riflessione delle categorie moderne nel periodo degli anni
20-30, Schmitt in particolare, la problematizzazione delle categorie moderne in
autori come Voegelin, Strauss e Arendt.
[35] M. Stoppino,
Potere, in Dizionario di politica,
a cura di N. Bobbio, N. Matteucci, e G. Pasquino, UTET, Torino 1983, pp.864 ss.
[36] Cfr. Tipi del potere e forma politica moderna in
Max Weber, in G. Duso, La rappresentanza politica: genesi e crisi
del concetto, Franco Angeli, Milano 2003,
pp. 120-144.
[37] Cfr. M. Weber, Wirtschaft
und Gesellschaft, hrsg. J. Winckelmann, Mohr, Tübingen, 19765, I
Bd., p. 28 (tr. it. Economia e società, a cura di P. Rossi,
Edizioni di Comunità, Milano, 19742, ora 1981, vol. I, pp. 51-52.
[38] Id. I, p.
122 (tr. it. 207).
[39] Id. I, p. 123 (tr. it., p. 209).
[40] Come si è
cercato di mostrare si tratta della struttura e della funzione della
rappresentanza politica moderna (cfr. Tipi
del potere e forma politica cit., sp. pp. 136-144).
[41] Cfr. La logica del potere cit. cap. 1 e 3.
[42] Cfr. Th. Hobbes,
Leviathan, The English Works,
ed. W. Molesworth, vol III, réimpr. Scientia Verlag, Aalen, 1966, (tr. it. a cura di A. Pacchi, Laterza, Roma-Bari 1989), cap.
XV. E’ significativo che in questo contesto Hobbes faccia tutt’uno di cose che
sono chiaramente distinte in Aristotele, cioè il governo dispotico che è
proprio dell’ambito dell’oikos e
quello politico che si attua su uomini ugualmente liberi. Ciò significa che
egli intende il governo come semplice dominio sulla volontà altrui, capacità di
disposizione sugli altri e di condizionarne il comportamento secondo il proprio
arbitrio. In questo modo il rovesciamento si è già operato: il rapporto di
governo è ridotto a un rapporto di costrizione tra volontà, un rapporto formale
tra volontà (ciò che non era, come si vedrà più avanti): esattamente quello che
con Hobbes si affermerà: ma allora un tale rapporto senza la sua legittimazione
appare una cosa mostruosa e inaccettabile; un tale rapporto può essere affermato
solo sulla base di un processo di legittimazione, che consiste appunto in
quella espressione di volontà da parte degli individui che compare nella figura
del patto sociale.
[43] Per
questo non posso che rimandare ai lavori miei citati in questo saggio e a
quelli del gruppo di ricerca, in particolare ai volumi collettanei Il Contratto sociale nella filosofia
politica moderna cit, con i saggi fondamentali su Hobbes e Rousseau di
Alessandro Biral (al quale sono debitore anche per quel che riguarda la consapevolezza
di questa distinzione tra governo e potere), e G. Duso (a cura), Il Potere. Per la storia della filosofia
politica moderna, Carocci, Roma 20012.
[44] Cfr. Leviathan,
cap. XIV, p. 116 (tr. it. p. 105).
[45] Ibid.
[46] Leviathan, cap. XXI, p. 196-197 (tr. it. 175).
[47] Leviathan, cap. XIV, p. 116 (tr. it. p. 105).
[48]
Naturalmente qui la monarchia non è più, in senso proprio, una forma di
governo, ma una modalità di esercizio del potere, di rappresentanza cioè del
soggetto collettivo.
[49] Esemplare
a questo proposito il tentativo di pensare il controllo del potere che Fichte
compie nel Naturrecht, attraverso
l’eforato come istituto costituzionale e attraverso l’eforato naturale che
compare nella rivoluzione (Cfr. G. Duso,
Libertà e Stato in Fichte: la teoria del contratto sociale, in Il contratto sociale cit., sp. pp. 292-301).
[50] Tale
indisgiungibile intreccio di rappresentanza e sovranità viene in luce con piena
evidenza nel Leviatano, dove Hobbes
espone la logica del nuovo concetto di rappresentanza.
[51] Cfr. Leviathan,
cap. XIV, p. 118 (tr. it. p. 107). Non posso
qui seguire le modificazioni che questo intreccio tra sovranità e
rappresentanza e lo stesso concetto di rappresentanza viene a subire nel
pensiero e nella realtà costituzionale moderna: rimando su ciò
a La rappresentanza politica cit., sp. pp. 80-91.
[52] Si veda in particolare Bilder des Friedens oder Die vergessene Gerechtigkeit. Drei
anschauliche Kapitel der Staatsphilosophie, Siemens Stiftung, München 1997,
e Einleitung
in die Rechts- und Staatsphilosophie, Wissenschaftliche Buchgesellschaft,
Drmstadt 2000 (tr. it. a cura di G. Duso,Introduzione
alla filosofia del diritto e della politica, Laterza, Roma-Bari 2003).
[53] Cfr. La libertà moderna e l’idea di giustizia,
“Filosofia politica”, XV (2001), n. 1, pp.5-28, sp. p. 9.
[54] Che la
definizione aristotelica dell’uomo come animale politico e la stessa politica
aristotelica abbiano a che fare più con la natura dell’uomo che con lo
specifico della politica è convinzione di Giovanni Sartori (cfr. Politica,
in Elementi di teoria politica, Il
Mulino, Bologna 1987, p. 241): naturalmente ciò è vero qualora lo “specifico della politica” venga identificato con il portato della scienza
politica moderna.
[55] A. Biral
mostra bene come l’arché del logismos non comporti l’annichilimento o
l’imposizione, il dominio, la coazione delle altre parti dell’anima, ma, al
contrario il loro felice e armonico sviluppo, la realizzazione del loro meglio
(cfr. Platone e la conoscenza di sé,
Laterza, Roma-Bari, 1997, sp. pp. 161
ss., ma tutto il testo è fondamentale per
la comprensione della dimensione del governo (dello stesso si veda anche
Platone: governo e potere, “Filosofia
politica”, VI (1992), n. 3, ora in A. Biral, Storia e critica della filosofia politica moderna, Franco Angeli,
Milano 1999, pp.319-347)..
[56]
Aristotele, Politica, II, 2, 1261 b
1-6. Tale passo è infatti inserito nel contesto in cui Aristotele sostiene la
pluralità come caratteristica della polis,
e afferma che essa è costituita da uomini specificamente diversi. Il turno
delle cariche può però essere
considerato anche da un altro punto di
vista, quello secondo cui nella democrazia
tutti, in quanto ugualmente liberi, pensano di essere uguali in tutto e
dunque di poter tutti indifferentemente governare.
[57] Cfr. G.
Duso, La costituzione mista e il
principio del governo: il caso Althusius, in Le gouvernement mixte: de l’idéal politique au monstre constitutionnel (in
via di pubblicazione), e l’Introduzione a G. Duso (a cura) Oltre la democrazia. Un itinerario attraversio i classici,
Carocci, Roma 2004.
[58] Si può
ricordare la posizione che ha nella famosa allegoria del Buon governo di
Ambrogio Lorenzetti la figura della giustizia, a cui governante e governati
devono guardare: cfr. su ciò H. Hofmann, Bilder
des Friedens cit., pp. 12-31 (su ciò cfr. G. Duso, Die Aporien der Repräsentation zwischen Bild
und Begriff, in Philosophie des
Rechts und Verfassungstheorie, hrsg. H.
Dreier, Duncker & Humblot, Berlin 2000,
sp. pp. 71-75).
[59] Per una
riprova della irriducibilità della storia concettuale a storia semantica si
tenga presente che l’imperium, in un
contesto di pensiero storicamente non molto lontano, come quello di Pufendorf,
è invece comprensibile proprio mediante la concettualità della sovranità moderna (cfr. G. Duso, Sulla genesi del moderno concetto di
società: la “consociatio” in Althusius e la “socialitas” in Pufendorf,
“Filosofia politica”, X (1996), n. 1,
pp. 5-31( ora cap. IV di La logica del
potere): ma si veda tutta la parte monografica del numero dedicata a “societas-socialitas”.
[60] Cfr. G.
Duso, Herrschaft als gubernatio in der politischen Lehren des Johannes
Althusius, in Politische Begriffe und
historisches Umfeld in der Politica methodice digesta des Johannes Althusius,
a cura di E. Bonfatti, G. Duso e M. Scattola, H.A. Bibliothek, Wolfenbüttel
2002, pp. pp. 13-33 e La maiestas populi chez
Althusius et la souveraineté moderne, in
Penser la souveraineté à l’epoque
moderne et contemporaine, sous la direction de G-M. Cazzaniga et Y-C. Zarka,
edizioni ETS Pisa e Vrin, Paris 2001, pp.85-106.
[61]
L’affermazione di una reale attività del popolo nella direzione del diritto di
resistenza quale si può trovare in Althusius, non è certo presente in molte
dottrine che implicano un carattere più forte e meno controllabile del comando:
si pensi ad esempio alla dottrina politica di Arniseus (sulla diversità delle
concezioni del governo cfr. l’imponente monografia di M. Scattola, Dalla virtù alla scienza. La fondazione e la
trasformazione della disciplina politica nell’età moderna, Franco Angeli,
Milano 2003, sp. pp.242-300). Ma, in tutti i casi, anche quando il governo è
inteso in modo forte e poco controllabile da parte dei governati non è mai
concepito nel senso dell’assolutezza e della formalità del comando che caratterizza
il moderno concetto di sovranità e che è sedimentato nel termine di potere politico.
[62] Ho
cercato di chiarire la differenza esistente tra la presenza dell’elemento
popolare attraverso gli organi collegiali e il “governo democratico”, che per
Althusius è una forma poliarchica in cui si può configurare il sommo magistrato
- dunque rappresenta l’elemento unitario, monarchico, della costituzione, che
non può essere che mista – in La costituzione mista e il principio del
governo cit.
[63] Su tale
critica, secondo cui Brunner tenderebbe ad una riproduzione delle fonti ingenua
e immediata, priva della consapevolezza del fatto che noi che tentiamo questa
operazione storica siamo situati nel presente, ritorna, in questo volume L.
Jaume, nel suo contributo Il pensiero in
azione: per un’altra storia delle idee politiche. A me pare che sia la critica di Koselleck ad
essere viziata di una proiezione moderna della storia sul passato e a non intendere il pensiero di
Brunner sul rapporto con le fonti e sulla necessità di avere consapevolezza
critica del nostro presente e della scienza moderna. Ho argomentato questa
convinzione in Storia concettuale come
filosofia politica cit., sp. pp. 29-34, dove ho anche cercato di indicare
come è proprio comprendendo la radicale diversità del pensiero antico nei
confronti dei concetti moderni nello stesso tempo in cui i concetti moderni
sono interrogati radicalmente e non accettati come presupposti necessari del
nostro sapere, che è possibile mettersi veramente in relazione con esso ridando
voce alle questioni che pone, senza deformarlo, attualizzandolo, mediante
la concettualità moderna.
[64] Storia concettuale come filosofia politica
cit., sp. pp. 11 ss.
[65] Per non
dare luogo a fraintendimenti è da ricordare quanto detto sopra, in relazione
alla nota 12: parlando di concetti politici moderni non intendo coinvolgere
tutta la filosofia politica moderna: al contrario, l’elemento filosofico appare nel moderno come
problematizzazione di quei concetti: ma tuttavia sono proprio quei concetti che
si sedimentano nel modo comune di intendere la politica. E’ inoltre da tenere
presente che il riferimento al concetto
comporta nella presente riflessione uno scarto in rapporto al significato che
il concetto ha nella BG., scarto legato allo spostamento della Sattelzeit che è stata sopra ricordata e
al privilegiamento conseguente della filosofia o scienza politica moderna. La
non univocità del concetto di cui parla Koselleck può nel nostro caso essere
intesa nel senso della costellazione di concetti necessari a costituire quello
che abbiamo chiamato il dispositivo logico del politico. Ma all’interno di
questo i singoli concetti vengono ad avere una funzione determinata che tende all’univocità.
[66] Cfr.
Hobbes, Leviatano, cap. VII e IX. E’
utile ricordare che anche l’ubbidienza alla legge, e dunque la riduzione della
giustizia all’ubbidienza alla legge è legata dalla legge ferrea
dell’incontraddittorietà (cfr. n. 51).
[67] Cfr. G.
Duso, Struttura speculativa del concetto
e filosofia politica, in Marino
Gentile nella filosofia del Novecento, a cura di E. Berti, Edizione
Scientifiche Italiane, Napoli 2003, pp.161-178.
[68] E’
inutile ricordare che alla luce della scienza pratica aristotelica è proprio
una tale scienza formale e incontraddittoria che appare destituita del
carattere del sapere.
[69] Molto
spesso chi resta imprigionato dai presupposti della concettualità moderna tende
a contrapporre a quello che sembra il necessario relativismo dovuto alla
diversità delle concezioni della verità, un periodo premoderno tutto ridotto ad
un preteso possesso della verità: in questo modo da una parte si ragiona all’interno di un presupposto
debole e non dimostrato quale quello del relativismo, che non può non avere i
caratteri di una pretesa verità assoluta, e dall’altra non si riesce ad
intendere ciò che c’è di autenticamente filosofico, e dunque sempre di nuovo da
pensare, nel pensiero che precede il sistema moderno di concetti politici a cui
ci siamo riferiti.
Il saggio fa parte del volume S. CHIGNOLA - G. DUSO, Sulla storia dei concetti giuridici e politici della costituzione dell'Europa, Angeli, Milano 2005.
Si ringrazia la casa editrice Angeli per aver autorizzato la pubblicazione.