ARTICOLI E SAGGI 12/06/2006 Marco Goldoni - Giustizia come distanza ed etica della traduzione. Aspetti della filosofia politica e giuridica di Paul Ricoeur
Nell’ultima
fase del suo lungo percorso filosofico, Paul Ricoeur[1],
sollecitato da problemi etici concreti, si è spesso dedicato alle tematiche
giuridico-politiche. La sua riflessione non è cresciuta, in questi casi, dal
nulla, ma si è inscritta in un cammino preciso, la cui coerenza e la cui
unitarietà sono state recentemente riaffermate[2].
Peraltro, la presenza di un nucleo concettuale declinabile in senso etico e
giuridico confuta il sospetto – avanzato da più parti – che una «fenomenologia
ermeneutica»[3], di cui il
pensatore francese rappresenta un autorevole esponente, sia impermeabile
rispetto ai problemi posti dalla ragion pratica nelle società contemporanee.
A partire da questa
considerazione vengono qui presi in esame alcuni tratti della filosofia di
Ricoeur per mostrare determinati aspetti che potrebbero interessare
direttamente gli studi politici e giuridici, in particolare quelli legati ad un
approccio «pluralistico». Alla luce dell’importanza che il «paradigma della
traduzione» riveste nella recente produzione del filosofo francese, la
questione della traduzione si pone come fuoco attorno al quale si organizza
questo scritto. Il problema esige un’articolazione del ragionamento in tre
distinte fasi: 1) inizialmente, viene analizzato lo statuto specifico della
soggettività, passaggio indispensabile per capire la logica che presiede
all’innesto della traduzione nella fenomenologia ermeneutica; 2) occorre poi
chiarire l’idea di giustizia come «pratica di distanziazione», comparandola
alla rispettiva nozione nell’ermeneutica gadameriana; 3) infine, l’applicazione
della logica della distanziazione alla traduzione deve guidare l’analisi
dell’etica che ne deriva e dei principi che la ispirano. Solo a questo livello
dell’indagine sarà possibile mettere in questione, da un punto di vista interno al percorso filosofico di
Ricoeur, la coerenza del suo argomento con la messa in luce di eventuali discontinuità e, da un punto di vista esterno, indagare il tenore di un’idea
di traduzione sviluppata sugli assi cardinali della fedeltà e del tradimento,
nonché riflettere sul suo eventuale impiego per la politica e il diritto.
Al termine di questa esposizione dovrebbe emergere il legame concettuale
fra l’etica della traduzione e la fenomenologia ermeneutica del sé: ad entrambe
appartiene la logica della distanziazione
(distantiation), processo con il
quale si accoglie, senza assimilarla, la differenza nell’identità, preservando
in tal modo il pluralismo senza cadere nel relativismo.
I.
A fronte
di una filosofia che, di volta in volta, ha esaltato il cogito ponendolo come fondamento del proprio sapere (Descartes),
oppure lo ha dissolto umiliandolo (Nietzsche) attraverso la radicalizzazione
del dubbio iperbolico, Ricoeur non rinuncia al soggetto e si muove, invece,
verso la costruzione di un’ermeneutica del sé[4].
Il rimando al sé, a differenza dell’io al quale si riferiscono molte filosofie
del soggetto, indica il carattere marcatamente progettuale – di apertura – del
soggetto. Come attesta l’analisi linguistica comparata – il sé in italiano, il soi in francese, il self in inglese, il tedesco Selbst
– l’utilizzo del pronome riflessivo sancisce il primato della mediazione
riflessiva sulla posizione immediata del soggetto che si esprime attraverso le
formule dell’«io»[5]. Si tratta,
in altri termini, di una soggettività costitutivamente aperta all’alterità,
nella quale l’idea di una sostanza fondamento immediato di un percorso
riflessivo viene completamente rimossa a favore di un progressivo indebolimento delle certezze monolitiche
della res cogitans. I «titoli» della
soggettività, tuttavia, non vengono completamente negati nell’ermeneutica del
sé; lo statuto del soggetto, pur emergendo come esito incerto e mai definitivo
al termine del processo di comprensione – e non, come nelle filosofie
fondazionaliste, all’inizio del percorso – rimane comunque la vera questione
centrale nel pensiero del filosofo francese.
Per
permettere la transizione dall’Io al sé, Ricoeur prevede il passaggio da una
concezione dell’identità monolitica (Io=Io) al riconoscimento di una duplice
significazione dell’identità: la medesimezza e l’ipseità. La prima – appartenente al registro latino dell’idem – denota l’aspetto immutabile del
carattere di un soggetto e risponde alla domanda «che cosa sono?»; la seconda –
propria del campo semantico dell’ipse
– invece non comporta l’affermazione di un nucleo immodificabile della
personalità, ma quella peculiare forma di mantenimento del sé che si sperimenta
attraverso la fedeltà alla promessa, rispondendo così alla domanda – orientata,
principalmente, da un punto di vista etico – «chi sono io?»[6].
L’interrogativo nella modalità dell’ipse
guida l’ermeneutica del sé, attraverso un cammino in cui la soggettività si
costituisce per mezzo della dialettica fra medesimezza e ipseità e, parimenti importante, fra ipseità e alterità. Collocando l’ipseità nel cuore dell’ermeneutica del sé, il filosofo francese
evita di «sostanzializzare» l’identità senza ricorrere alla dispersione e alla
frammentazione del soggetto, in virtù di una permanenza del sé nel tempo che
postula diversi modi dell’ipse[7].
La domanda sul «chi?» si declina su un piano descrittivo (nella fattispecie
articolato su un livello semantico –
chi parla? – e un livello pragmatico
– chi agisce?) ed uno prescrittivo (chi è il soggetto morale?), fra i quali si
frappone un livello narrativo (chi si racconta?), necessario per transitare dal
primo al secondo.
L’aspetto
narrativo dell’identità svolge, in questo movimento ternario, un ruolo di
mediazione, non solo fra i due livelli descrittivo e prescrittivo, ma anche fra
medesimezza e ipseità, ricomposte, a
dispetto di una potenziale disseminazione, dal racconto che il soggetto fa di
sé. L’inclusione della tematica dell’ipse
entro un orizzonte narrativistico permette di aprire le maglie
dell’identità, sottolineandone, da un lato, la dimensione temporale e allo
stesso tempo fragile, e suggerendo, dall’altro lato, «la non-assolutezza, la
non-oggettività […] di ciò-che-è o che-è-stato»[8].
Le implicazioni di una tale concezione dell’identità narrativa sono notevoli,
soprattutto da un punto di vista di un soggetto collettivo (popolo, nazione,
gruppo culturale etc.). Essa consente, infatti, di intrecciare i racconti propri con quelli degli altri soggetti senza
ricorrere ad una concezione irrigidita dell’identità culturale, ammettendo così
la possibilità, fra le altre, di rivedere la storia trasmessa. Dal carattere
instabile dell’identità narrativa (condizione data dalla possibilità che la
dimensione narrativa soccomba di fronte alla pluralità dei racconti) nasce la
necessità di integrare quest’ultima con le componenti non narrative della
formazione del soggetto, specificamente quelle etiche e morali, le uniche in
grado di far approdare il sé ad un nucleo di certezza[9].
Si apre, a questa altezza, quella che lo stesso autore definisce una «pétite éthique», ovvero un’articolazione
della componente praxeologica del sé
su tre livelli.
Distinguendo
l’etica dalla morale[10],
secondo uno schema ben consolidato in dottrina, ovvero fra teleologia e deontologia,
il filosofo francese sviluppa l’ermeneutica del sé, in un primo momento,
secondo la prospettiva del desiderio
di una vita buona a cui corrisponde, sul piano della designazione del sé, la stima di sé, e in un secondo momento
(attraverso il vaglio del quale la prospettiva etica deve necessariamente
passare) che si articola nella posizione di norme universali, al quale
corrisponde la designazione del rispetto
di sé. A questi due livelli, in cui la priorità teleologica innerva – ma
allo stesso tempo viene integrata da – quella deontologica, si aggiunge una
dimensione, finale ma non conclusiva, innescata dal carattere tragico
dell’agire ed alla quale corrisponde l’ambito della saggezza pratica[11].
Attraverso
l’ermeneutica del sé, il pensiero di Ricoeur approda, quasi quale coronamento
inscritto nel suo inizio, ad una filosofia etica e politica in grado di
confrontarsi con due scuole: da un lato, con le teorie che privilegiano la
relazione asimmetrica fra soggetto e alterità – in particolare quella di Lévinas[12],
verso la quale egli nutre il sospetto di una riaffermazione dell’onnipotenza
del medesimo[13] attraverso
l’eclissi del soggetto posto di fronte all’ingiunzione[14];
dall’altro lato, misurandosi con quelle filosofie neocontrattualiste – Rawls,
in particolare[15] – dove si
privilegia una concezione eccessivamente impersonale della giustizia e della
relazione di reciprocità. L’intento ricoeuriano, in effetti, non prende la
forma né dell’«espropriazione» del soggetto a favore dell’Altro, né quella
dello «svuotamento» o alleggerimento, come è costretto a fare l’autore di A Theory of Justice, bensì quella di una
soggettività collocata in uno spazio abitato dall’ipseità e dall’alterità, in cui il «riconoscimento reciproco»[16]
conclude il dispiegamento dell’ermeneutica della comprensione.
A
conclusione di questo percorso, il soggetto viene rappresentato come «soggetto
che agisce e che patisce – dove questo centrale elemento di passività frammisto
all’agire umano è il corrispettivo fenomenologico dell’alterità nel seno stesso
dell’ipseità»[17] – quindi
come soggetto «capace», figura su cui l’ipseità
e l’alterità si stagliano e alla quale Ricoeur si riferisce per indicare il
trait d’union della sua riflessione[18].
II.
La
(auto-)comprensione del sé avviene solamente attraverso il processo di
distanziazione, come lo stesso Ricoeur ricorda: «la distanziazione è la
condizione della comprensione»[19].
Nel percorso della riflessione ricoeuriana, l’innesto dell’ermeneutica sulla
fenomenologia eidetica avviene attraverso il confronto con l’opera di Gadamer[20]
e si sviluppa, in particolare, discostandosi dall’interpretazione della nozione
di distanza data dall’autore di Warheit
und Method. Per Gadamer la distanza (Verfremdung)
rimane anzitutto attestazione della storicità della comprensione nella misura
in cui indica il tempo che separa il soggetto dalla «cosa del testo» e prelude,
in quanto tale, all’appropriazione (Zweignung) di ciò che il testo comunica.
Nell’ontologia ermeneutica di Gadamer la distanziazione deve essere superata,
poiché resta qualcosa di «estraneo», al fine di rendere familiare ciò che prima
non lo era. Si tratta di un processo di avvicinamento che prepara, tra l’altro,
ad un esito etico dalle specifiche forme «dialogiche». La riabilitazione del
pregiudizio, al pari dell’autorità, nella riflessione di Gadamer resta,
semplicemente, la «proiezione, sul piano del giudizio, di una categoria
ermeneutica fondamentale: la tradizione»[21].
Proprio attraverso la tradizione viene affermato il carattere finito e
«storico» dell’autocomprensione dell’essere umano, carattere che si traduce
nell’idea di una pre-comprensione che presiede all’atto del comprendere e di un
«orizzonte di attesa», ovvero di uno spazio di apertura al senso ritagliato a
partire da un punto di vista – dato da una «situazione»[22]
nella quale il soggetto viene sempre a ritrovarsi – che, strutturalmente, non
può che essere parziale e finito.
Lo
statuto della tradizione si rivela, pertanto, come uno dei punti salienti e,
allo stesso tempo, più controversi nel pensiero gadameriano. In un certo senso,
i membri di una comunità sono «giocati» dalla propria tradizione – all’interno
della quale si trovano gettati – che viene loro veicolata dal linguaggio
«materno». Il filosofo tedesco afferma esplicitamente che «la tradizione non è
semplicemente un evento che nell’esperienza si impari a conoscere […], ma è linguaggio»[23].
Il carattere etico, e universale, dell’ermeneutica delle tradizioni risiede
nella condizione linguistica, elemento che permette – per dirla con Habermas –
di urbanizzare la «provincia heideggeriana»[24].
Il linguaggio viene così a costituire il prius
ontologico sul quale innestare l’esperienza della comprensione:
l’affermazione del carattere assoluto del linguaggio consente di sostenere sia
il carattere finito della soggettività, sia l’aspetto universale
dell’ermeneutica[25]. Alla
distanziazione alienante (Verfremdung),
negativamente connotata da Gadamer poiché «guida» dell’attitudine oggettivante
propria delle scienze umane, viene contrapposta l’esperienza dell’appartenenza
alla tradizione. Nello schema del filosofo tedesco, ciò significa far prevalere
la comprensione – la verità – sulla spiegazione – il metodo, o, in altri
termini, l’ontologia sull’epistemologia.
La
posizione privilegiata del linguaggio nel pensiero gadameriano – in fondo,
«l’essere, che può venire compreso, è linguaggio»[26]
– viene confermata dall’idea che la tradizione «giunga», per così dire, al
soggetto sotto le sembianze di un’eredità linguistica che, nella coappartenenza
originaria di interprete e «cosa» da interpretare, si riceve nella forma
indicata da Gadamer con il termine di Wirkungsgeschichte
(letteralmente, storia degli effetti)[27],
ovvero «la catena delle interpretazioni passate, attraverso cui la
precomprensione dell’interprete è obiettivamente, e anche a sua insaputa,
mediata con il suo oggetto»[28].
Nel circolo che si istituisce fra familiarità e alienazione si gioca lo spazio
della comprensione-integrazione secondo una dialettica di domanda e risposta
che rende l’ontologia linguistica gadameriana un’ermeneutica dialogica nella
quale la continuità (della tradizione, s’intende) prevale sulla rottura[29].
Il predominio palese della continuità che caratterizza il modello integrativo
gadameriano rischia di «sostanzializzare» la tradizione a favore di una familiarità
che, pur consentendo una pratica ermeneutica sempre aperta e transitoria,
quindi «debole», risulta poco ospitale nei
confronti dell’alterità (o, in altri termini, dell’estraneità) poiché rischia di «elidere con troppa rapidità le
cesure e le differenze operanti in essa»[30].
Lo
statuto attribuito da Gadamer alla traduzione mostra l’ambiguità della
riflessione ermeneutica: se, da un lato, il filosofo di Marburgo sembra
affermare l’idea che «la condizione del traduttore e quella dell’interprete
sono sostanzialmente identiche»[31],
dall’altro lato, si ha l’impressione che egli voglia fare della traduzione una
modalità derivata e, tutto sommato, marginale – in altre parole, un caso
estremo – del «dialogo ermeneutico». Allo stesso modo, il ricorso alla metafora
della parola (nonché della lingua) e alla autenticità della comprensione che
questa veicola mostra, in modo analogo, che «dove c’è comprensione e intesa non
occorre tradurre, si parla»[32].
L’idea di
un linguaggio comune, incorrotto, autentico, che sfugge alla «presa» della
traduzione per lasciar posto al «possesso» della lingua, sembra garantire un
approdo più sicuro per un’ermeneutica del dialogo[33].
Alla tentazione gadameriana della «fusione degli orizzonti» (Horizontverschmelzung), nella quale in
realtà gli orizzonti non sono distinti, ma «mondo della cosa» (Sache) e mondo dell’interprete sono
accomunati nell’appartenenza ad un linguaggio che rende possibile il
funzionamento del modello del dialogo[34],
Ricoeur contrappone un’ermeneutica critica – comunque aperta al modello della
scuola del «sospetto»[35]
– nella quale la centralità viene accordata alla mediazione della testualità.
Il testo gode, infatti, di una triplice autonomia, poiché esso sottrae il
discorso all’orizzonte intenzionale del suo autore, alle condizioni
socio-economiche di produzione (lo de-contestualizza) e, sul versante del
«ricevente», alla lettura dell’interprete[36].
La «via lunga», che Ricoeur intende seguire, si distingue esattamente in questo
tratto dalla «via corta» delle ontologie ermeneutiche[37]:
la distanza che il testo rende possibile si presenta come la condizione
indispensabile per la comprensione del sé perché essa accoglie anche il lato
epistemologico della spiegazione, sacrificato, invece, nell’ermeneutica del
dialogo. Il «momento epistemologico» viene così recuperato per mezzo
dell’oggettività che la comprensione del sé di fronte al testo inevitabilmente
immette nel processo ermeneutico.
In questi
due percorsi diversi – ospitali o meno con il metodo – si consuma lo scarto di
significato fra l’ermeneutica di Gadamer e quella di Ricoeur. Agli occhi del
filosofo di Marburgo, infatti, «la tradizione riflessiva di Ricoeur è implicata
nell’alienazione e nella burocratizzazione della vita a cui l’ermeneutica si
oppone»[38].
Per Ricoeur, invece, non si tratta di superare la distanza alienante (Verfremdung), quanto di rendere
quest’ultima produttiva[39].
La relazione che la distanziazione intrattiene nel processo di costituzione del
sé è riprova dell’importanza che essa riveste nella questione del soggetto. La
distanziazione non è quindi una condizione empirica o contingente, ma prelude
ad ogni comprensione in quanto momento oggettivante della spiegazione. La
funzione ermeneutica della distanziazione serve, anzitutto, a destituire di
fondamento l’opposizione fra spiegazione e comprensione: non si dà alcuna reale
comprensione senza spiegazione, per cui oggettivazione
e interpretazione diventano complementari[40].
In questo
senso, si deve precisare che la distanziazione non assurge allo status di metodo, ma si configura come
elemento, di natura anzitutto temporale[41],
indispensabile per la soggettività. In quanto mediazione sempre incompleta, la
distanziazione viene sempre in secondo luogo, ovvero essa è sempre pensabile
solo a partire da una condizione di immediatezza già data. Questo
riconoscimento conduce Ricoeur, almeno in parte, nell’alveo della filosofia
gadameriana. La distanziazione si innesta infatti sulla condizione
dell’appartenenza[42],
inscrivendosi, in qualità di parte costitutiva, nella circolarità dell’ermeneutica
del sé. In tal modo, il filosofo francese ribadisce il carattere finito
dell’esperienza umana, poiché il soggetto non è in grado di costituire la fonte
di tutti i significati del mondo che gli si pone di fronte. Concretizzando
quell’universale che si forma con il processo di distanziazione, l’appartenenza
rende «particolare» quest’ultimo, facendone una sorta di universale in contesto. La dialettica fra appartenenza e
distanziazione, sempre sul punto di ri-articolarsi, culmina, nell’ambito della
soggettività, nel fenomeno dell’appropriazione (Aneignung), portando ad una comprensione del sé sempre vulnerabile
ed aperta a nuove ridefinizioni. La più importante differenza rispetto a
Gadamer – eccezion fatta per il differente significato attribuito alla Verfremdung – risiede nel fatto che
l’appropriazione non abolisce la distanza e non rende familiare l’estraneità,
poiché non ha più nessuno dei caratteri che nell’ermeneutica romantica
portavano all’identificazione con la volontà dell’autore. Al contrario, essa è
l’opposto della contemporaneità e rimane dialetticamente distinta dalla
distanziazione. Quest’ultima opera, oltre che in qualità di elemento critico,
vale come fattore di apertura verso un orizzonte che si dà sempre come
superabile e che rimane in grado di determinare il modo in cui si guarda al
passato.
III.
Agendo
come motore critico all’interno del pensiero di Ricoeur, la distanziazione si
presenta con un potenziale di applicazione abbastanza ampio. La ricchezza della
nozione non si limita ad una riabilitazione del momento epistemologico
nell’ambito di un confronto con le ontologie ermeneutiche à la Gadamer, ma diventa la cifra concettuale con la quale pensare,
in maniera paradigmatica, alcune fra le «aree tematiche» del diritto e della
politica.
Per
quanto riguarda questi ultimi profili, la distanziazione mette in luce il
tratto marcatamente «istituzionale» del pensiero di Ricoeur. Il filosofo
francese, infatti, ritiene che l’istituzione sia lo spazio all’interno del
quale la distanza opera come elemento costitutivo, permettendo la creazione di
uno spazio di applicazione più appropriato per la giustizia[43].
Nella dimensione della giustizia – che Ricoeur iscrive in un’economia della
reciprocità, distinta dall’economia del dono tipica, invece, dell’amore[44]
– non si rivelerebbe troppo rischioso affermare che la distanziazione – il
porre a giusta distanza, in questo caso – equivalga all’esercizio stesso della
giustizia: «prima di ogni formalizzazione, di ogni universalizzazione, di ogni
trattamento procedurale, la ricerca della giustizia è quella di una giusta
distanza fra gli umani»[45].
Si profilano, lungo questa direzione, due peculiari relazioni con l’alterità,
della quale, di conseguenza, si danno due forme. L’amicizia, pur considerata
con Aristotele come bene plurale[46],
riguarda le relazioni del «faccia a faccia», in cui la prossimità funge da
criterio discriminante nell’identificazione della relazione: «questo altro si
offre nel suo volto, nella sua voce, attraverso la quale si rivolge a me, designandomi
alla seconda persona singolare»[47].
Nella conquista di una giusta distanza, mediata dall’istituzione, l’altro
diventa invece un «ciascuno», categoria diversa dall’anonimità dell’on heideggeriano e da un nous comunitarista che rimanda ad una
concezione organicistica della comunità[48].
Attorno al nesso fra istituzioni e giustizia, Ricoeur incontra Rawls,
stabilendo, con il filosofo americano, che «la giustizia è il primo requisito
delle istituzioni sociali»[49].
È proprio in virtù «della ricerca di una giusta distanza che può essere pensato
per la prima volta il legame fra giustizia e istituzione. La funzione più
generale dell’istituzione è di assicurare il nexus fra il proprio, il prossimo e il lontano in qualcosa che sia
una città, una repubblica, un Commonwealth»[50].
Per istituzione, Ricoeur intende, pertanto, «una struttura del vivere insieme di una comunità storica»
non riducibile alle relazioni interpersonali (l’istituzione non è riducibile
alla somma degli individui che la compongono). Al cuore di questa struttura
giace comunque un pluralismo
costitutivo[51] in qualità
di elemento caratterizzante[52].
La forza
specifica della «distanziazione» traspare con maggiore pregnanza, in un
contesto istituzionale, nell’ambito delle istituzioni giudiziarie. Il carattere
esemplare che Ricoeur attribuisce
all’esercizio della giustizia nella figura del giudizio processuale rappresenta
una delle modalità di applicazione della logica della distanziazione alla sfera
del diritto e, allo stesso tempo, ri-avvicina il filosofo francese alla
posizione di Gadamer, per il quale l’ermeneutica giuridica introduce ad un
«sapere» fondato sulla singolarità della situazione (la saggezza pratica) in
cui si produce, al punto da divenire paradigmatico nel quadro della
riabilitazione di quel «modello di razionalità non razionalistica»[53]
rappresentato dalla phronesis.
Riconoscendo
il primato della saggezza pratica, Ricoeur ammette, in primo luogo, che «il
senso della giustizia accede alla pienezza concreta soltanto allo stadio
dell’applicazione della norma nell’esercizio del giudizio in situazione»[54];
in secondo luogo, la figura del giudice viene ad assumere i tratti del phronimos aristotelico e l’istituzione
giudiziaria assurge a «punto di riferimento privilegiato» in una riflessione
sul «giusto»[55]. Il
riferimento all’atto del giudicare viene rafforzato, in una prospettiva
«giudizialista», dal valore esemplare che Ricoeur attribuisce alla terza
critica kantiana e, sulla scorta di Hannah Arendt, al giudizio riflettente, nel
quale è possibile vedere, più che una forma di razionalità giudiziaria, la
saggezza pratica in situazione[56].
Così, riconoscendo la superiorità del ragionamento riflettente, nella sfera
della giurisprudenza viene recuperata la nozione aristotelica di equità,
«figura che l’idea di giusto riveste nelle situazioni di incertezza e di
conflitto o, per tutto dire, nel regime ordinario o straordinario del tragico dell’azione»[57].
Nel
processo si concretizza la vera vocazione del diritto: dando la parola alle
parti si impedisce che la vendetta personale abbia seguito. In tal modo, si
realizzano le due finalità del processo: quella «corta», che consiste nel porre
un termine all’incertezza, e quella «lunga», che consiste nel fatto che il
processo contribuisce alla pacificazione sociale[58].
Alla luce di questa considerazione, si comprende per quale ragione la questione
della distanza si «sciolga», in Ricoeur, nell’orizzonte di un’idea del
«giuridico» come ambito a vocazione pacifica; idea sulla quale, tuttavia, è
lecito nutrire alcuni dubbi, per due ordini di motivi: lo schematismo con il
quale Ricoeur propone di distinguere lo scopo della filosofia politica – la
guerra – da quello della filosofia del diritto – la pace – si rivela
eccessivamente rigido e difficilmente traducibile nei rispettivi ambiti
disciplinari[59]. Di
conseguenza, e questo è il secondo motivo, riconoscere al diritto una
specificità non violenta significa pensare il giuridico a partire da una
rappresentazione quantomeno riduttiva del mondo del diritto, nella quale l’asse
che lo stesso Ricoeur definirebbe «verticale»[60],
ovvero la potenziale violenza (il dominio) caratteristica della forza del
diritto, viene di fatto occultato. In effetti, se è vero, come è stato notato,
che il diritto, «osservato sotto questo angolo visuale, non possa più essere
inteso come un semplice sintomo del “male politico dell’Occidente”, vale a dire
quale mero strumento cui spetta implementare nella prassi la decisione sovrana,
qualunque essa sia»[61],
è altrettanto corretto ricordare che la minaccia del ricorso ad una violenza
legalizzata segna il fenomeno giuridico[62].
Scegliendo
il discorso come forma codificata di pacificazione del conflitto (esemplificata
nel processo), in alternativa alla violenza[63],
Ricoeur riabilita la funzione mediatrice – la capacità di mettere a giusta
distanza – del linguaggio (o, meglio ancora, della «parola»)[64].
Seguendo questa indicazione, l’attenzione verrà ora rivolta a una delle
possibili declinazioni della giustizia come distanza: la traduzione.
IV.
Un’immagine
ricorrente nell’ambito della linguistica rappresenta la filologia comparata
come un’impresa ispirata ad una logica botanica: in quest’ottica «il linguista
si aggirava nei giardini delle lingue, raccogliendo radici linguistiche e
subito trasformandole in strutture mobili, al riparo dell’erosione del tempo»[65].
Nell’economia di una tale rappresentazione della filologia comparata non desta
stupore l’affermazione dell’impossibilità di comunicazione fra lingue, o,
quantomeno, fra famiglie di lingue. Una certa carica «polemica» nella
formazione dei raggruppamenti linguistici, o nella descrizione delle qualità
intrinseche di una lingua, trova una discreta accoglienza anche nella
tradizione filosofica.
È contro
questa rappresentazione del mondo linguistico che Ricoeur propone la rivalutazione
della traduzione. Egli è perfettamente consapevole della percezione diffusa
della traduzione come pratica tecnica «secondaria», tanto che nell’ambito della
seconda raccolta degli scritti dedicati al tema del «Giusto» egli si sente in
dovere di giustificare l’inserimento di un saggio sul paradigma della
traduzione[66]. Peraltro,
nello spettro d’indagine della pratica traduttiva, Ricoeur include due delle
tre forme codificate da Jakobson: la prima, detta riformulazione, consiste nell’interpretazione dei segni linguistici
per mezzo di altri della stessa lingua; la seconda, traduzione propriamente detta o interlinguistica, consiste
nell’interpretazione dei segni linguistici per mezzo di un’altra lingua; rimane
esclusa la terza, cosiddetta traduzione intersemiotica
o trasmutazione, ovvero da un
sistema di segni ad un altro[67].
Nella
recente produzione di Ricoeur, la traduzione offre la cifra privilegiata per
mettere a fuoco il plesso di problemi sorto con l’avvento delle società
multiculturali. A tale proposito, Domenico Jervolino ha proposto di leggere
l’opera di Ricoeur secondo una scansione tripartita, in cui ad ogni fase
corrisponde un paradigma (rispettivamente simbolo, testo e traduzione)[68]
complementare rispetto ai precedenti. La traduzione, nell’economia di una
fenomenologia ermeneutica del sé, assurge a modello di preservazione e di
rispetto delle differenze, nonché di mediazione fra le differenti lingue.
Tradurre, sottolinea Ricoeur, sembra impossibile, ma lo si è sempre fatto; la
traduzione è di fatto, non di diritto. Viene così rigettato
categoricamente, dal pensatore francese, il favore che una certa
etno-linguistica – rappresentata dalle figure di Edward Sapir e Benjamin Whorf[69]
– accorda all’intraducibilità.
La
pratica della traduzione e l’asserzione della traducibilità hanno una funzione
anche, e soprattutto, etica. Esse
rappresentano, in primo luogo, la condizione inevitabilmente plurale
dell’umanità. Così come il linguaggio esiste solamente nelle lingue, l’umanità
esiste solamente nella frammentazione degli uomini[70].
A proposito di un tale pluralismo, si rivela icastico l’esempio avanzato da
Ricoeur: molte tradizioni (anche religiose) e numerose culture spesso sono nate
a partire da una traduzione, come attestano – ricorda il filosofo francese– «la traduzione greca dei Settanta della Torah
ebraica, seguita dalla traduzione latina di San Girolamo, fino alla traduzione
in tedesco di Lutero […]. A l’altro capo del mondo, il buddismo è passato dal
sanscrito al cinese, superando un altro abisso linguistico»[71].
Ciò significa, da un lato, che non si danno culture (ma anche soggetti, lingue
o razze) totalmente pure ed impermeabili all’estraneità; dall’altro
lato, la pratica della traduzione è in grado di trasformare sia la cultura di
provenienza che quella di arrivo istituendo, fra le due, una relazione nella
quale l’alternativa fra linguaggio di partenza e linguaggio d’arrivo non viene
più posta in termini gerarchici come vogliono i teorici della traduzione source o target oriented[72].
Nell’articolazione
del processo di traduzione si pone, quindi, il problema del principio che deve
orientare il traduttore. «Equivalenza senza identità»: questa formula esprime,
secondo Ricoeur, la giustizia che contraddistingue l’operazione della
traduzione. Il principio, per certi versi ancora molto vago, mira a rendere le
traduzioni simili a processi di corrispondenza di senso fra testi (e, come
sempre più spesso si ricorda, fra culture[73]).
In una traduzione da un testo di origine ad un testo d’arrivo non si ha a
disposizione un terzo testo in grado di dire il medesimo senso e di fungere,
pertanto, da termine di riferimento per la verifica della traduzione. In
realtà, nella letteratura sulla traduzione, si riscontrano alcune posizioni che
difendono la necessità di un riferimento ad un testo di comparazione. La
ricerca interlinguistica ha cercato, seguendo questa direzione, di studiare le
modalità di formazione di una traduzione adeguata secondo una «costante di
comparazione», ovvero secondo un’entità
ipotetica interpretabile nei termini di un’analisi sistemica del testo di
partenza che prende le forme di un «universale traduttivo formale»[74].
L’opzione
per il criterio dell’equivalenza senza identità colloca Ricoeur in una
tradizione teorica consolidata per la quale il compito della traduttologia consiste nel definire la natura e le
condizioni di tale equivalenza. La formulazione del principio, di per sé, come
è stato notato[75], non è
sufficiente a dare contorni precisi all’equivalenza che il traduttore dovrebbe
ricercare (Ricoeur parla di «costruzione dell’equivalenza»)[76].
L’equivalenza non è, quindi, né identità, né uguaglianza, poiché quest’ultima
non si può trovare neppure in due versioni nella stessa lingua. Essa non è
nemmeno un presupposto a priori,
ovvero prova certa dell’esistenza preliminare di quel senso che la traduzione dovrebbe ‘restituire’. Laddove la ricerca
dell’equivalenza, nella scienza della traduzione e nei Translation Studies, è stata spesso associata ad un altro
principio-guida che fosse in grado di specificare il metro di misura comune[77],
la teoria, per così dire, ‘costruttivista’
di Ricoeur, insiste sull’importanza della creatività e della ricerca di
soluzioni ‘corrette’ ai problemi dell’incommensurabilità fra gruppi
linguistici. Per poter comprendere meglio il significato del principio di
equivalenza in Ricoeur occorre interpretarlo, pertanto, in rapporto alla
nozione di giusta distanza: alla luce di questa lettura, tradurre significa
porre due insiemi linguistici ad una giusta distanza, ovvero riconoscere che la
propria lingua sia altrettanto importante che la lingua altrui (formula della «diversità riconosciuta»[78]).
A questo
punto, è possibile comprendere meglio per quale ragione nella pratica della
traduzione si assista a un processo paradossale, ovvero il trasferimento di
significato in assenza di una comune misura. Per giudicare la correttezza di
una traduzione non si può ricorrere ad un modello giurisprudenziale, delegando
il giudizio ad un terzo super partes.
L’unica possibilità di controllo sulla «felicità» della traduzione rimane la
ricerca dell’equivalenza di senso fra il messaggio originale e quello tradotto.
Tale controllo può essere effettuato, in realtà, solo attraverso la proposta di
un’altra traduzione, diversa e migliore della precedente, comunque mai a partire
da una posizione che garantisca «uno sguardo da nessun luogo». Una delle
risorse «creative» della traduzione risiede, dunque, nella capacità di generare
un «comparabile» in una situazione di pretesa incommensurabilità linguistica,
senza dover ricorrere al dogma dell’identità[79].
Il compito del traduttore – per usare l’espressione del noto saggio di Benjamin[80],
di cui l’influenza su Ricoeur è nota – si specifica meglio constatando la
condizione nella quale egli si situa: tradurre consiste nel «servire due
padroni»[81], entrambi
assenti, portando, allo stesso tempo, il lettore all’autore e l’autore al
lettore. Il lavoro di traduzione assume le sembianze di un’opera di mediazione – qui risiede, peraltro, il
suo tratto specificamente etico – per cui il traduttore diviene un mediatore
«in carne ed ossa». Nello studiare la lingua dell’altro, al fine di ricondurre
quest’ultima nel proprio linguaggio a titolo di «ospite invitato», si specifica
il senso e lo spirito della traduzione.
Le due
strategie principali della linguistica tradizionale, il sogno di una lingua
«pura» e originaria, il cui frutto più avvelenato, come ricorda Olender, è la
perorazione per una sedicente lingua ariana[82],
o di una struttura a priori del
linguaggio, assunta come criterio di orientamento della traduzione, devono
essere, pertanto, abbandonate. Dietro l’ideale di una lingua pura e di una
traduzione perfetta si cela, per Ricoeur, un modello «integrativo» espressione
di una volontà di dominio e di assimilazione dell’estraneità, negatrice della
presenza di un’alterità – di un qualcosa di estraneo – nella costituzione del
sé. Una concezione della traduzione perfetta tradisce l’idea soggiacente di
un’identità intesa di nuovo nel senso logico della medesimezza (Io = Io).
L’appropriazione di senso generata da una tale forma di traduzione
sopprimerebbe l’alterità nel cuore della medesimezza e dell’ipseità, eliminando completamente
dall’orizzonte di senso del traduttore il principio dell’ospitalità linguistica
che presuppone il rispetto dell’altro da sé e la giusta distanza fra identità e
differenza.
Per
quanto riguarda il senso della mediazione linguistica, l’etica della traduzione
si distingue nettamente dall’etica del discorso[83].
Quest’ultima cerca l’universale nelle forme unificate e valide «in ogni tempo e
in ogni luogo» di regole che presiedono a tutte le discussioni e alle
argomentazioni razionali, laddove nella traduzione l’universalismo viene
cercato all’interno della stessa pratica linguistica. Alla luce di queste
considerazioni, il principio dell’universalismo linguistico (langagière) deve essere riformulato nei
termini seguenti: è sempre possibile tradurre una lingua in un’altra (principio
della traducibilità di fatto). Di conseguenza, all’interno di questo orizzonte,
la coppia concettuale traducibile/intraducibile perde il suo senso specifico,
lasciando il posto ad un’alternativa pratica, quella fra fedeltà e tradimento. Lo
statuto teorico di questa alternativa riprende il carattere paradossale della
costituzione del sé: nessuna fedeltà senza tradimento, nessuna identità senza
differenza. Traducendo, occorre negoziare costantemente fra il guadagno di
senso generato dal passaggio del significato da una lingua ad un’altra e la
perdita della pretesa di assolutezza e di perfezione con l’ammissione di un
certo grado di libertà da parte del traduttore.
L’universalismo
della traduzione mette in pratica il principio etico fondamentale dell’ospitalità che, per il filosofo
francese, rappresenta l’espressione emblematica della giustizia come
distanziazione[84]. Ricoeur
eleva a modello l’ospitalità linguistica
declinandola nei termini etico-politici dell’ospitalità universale alla quale
si riferisce Kant nel primo articolo definitivo della Pace Perpetua[85].
La traduzione assume, insomma, tutta la sua forza paradigmatica, nel senso di
fungere da modello per altre forme di ospitalità[86],
appartenenti allo stesso schema del «proprio» e dello straniero, quando viene
pensata come forma specifica di tale ospitalità linguistica, «ove al piacere di
abitare la lingua dell’altro corrisponde il piacere di ricevere presso sé,
nella propria dimora d’accoglienza, la parola dello straniero»[87].
Il
cerchio del ragionamento si chiude in maniera coerente: il paradigma della
traduzione dispiega al livello pratico della pluralità delle culture l’idea
cardinale di una soggettività intesa come combinazione dell’identità e
dell’alterità, nella quale il principio di ospitalità non converte (non
integra) l’estraneo nel proprio, ma lo pone a giusta distanza, senza per questo
ricorrere all’ostilità (Carl
Schmitt). D’altronde, solo un’etica della traduzione può superare la visione
«conflittualista» del mito della Torre di Babele – che da sempre ne accompagna
l’interpretazione – per cui dalla dispersione delle lingue si passa
all’incomunicabilità e si procede attraverso un percorso che porta all’odio
reciproco e all’ostilità. Invece, nel
racconto biblico, Ricoeur non ritrova altro che una constatazione di fatto[88]
– la pluralità delle lingue – a partire dalla quale prende senso l’imperativo
della traduzione.
Rispetto
al modello istituzionale della giustizia incardinato nella terzietà del giudice
sembra sia necessario, almeno a prima vista, registrare una «svolta» nel
percorso di Ricoeur. L’assenza dichiarata di un terzo testo (tertium comparationis) – elemento
programmatico dell’etica della traduzione ricoeuriana – sembra negare la
presenza di una mediazione. In realtà, anche nella traduzione esiste una
mediazione, ma, a differenza del modello del testo dal quale quest’ultima
emergeva, il mediatore è incarnato e opera direttamente nell’ambito della
saggezza in situazione. Senza questo «operatore» della traduzione non vi
sarebbe mediazione e i due mondi in gioco (lingua di partenza/autore e lingua
d’arrivo/lettore) rimarrebbero monadi impoverite dalla reciproca assenza.
Spetta al traduttore costruire
quell’equivalenza di senso da cui dipende il successo della traduzione. Si
tratta di un ruolo tutt’altro che passivo nel processo di traslazione del senso
da un’unità linguistica a un’altra. In tal modo viene scardinata l’idea della
traduzione come attività secondaria, di scarsa dignità, della quale si trova
ancora traccia, ad esempio, nella disciplina del diritto d’autore. Ritorna,
così, la metafora del traduttore servitore di due padroni, poiché egli è «sia
ricevente che emittente, fine e inizio di due diverse, ma collegate, catene di
comunicazione: Autore-Testo-Ricevente = Traduttore-Testo-Ricevente»[89].
La posizione ‘costruttivista’ di Ricoeur mette in mostra il «potere» specifico
della prassi traduttiva e procede, in accordo con gli esponenti dei Translation Studies, ad attribuire
maggiore visibilità – e, di conseguenza, maggior responsabilità – al
traduttore, spesso rimasto nascosto nelle pieghe della sua traduzione[90].
V.
La
rivalutazione del ruolo del traduttore genera forme nuove e feconde di
ulteriori sviluppi, nel campo degli studi sulla «politica dell’identità»,
nonché di quelli che riguardano il diritto e le relazioni internazionali. Per
quanto concerne il primo aspetto, ricollegabile al discorso precedente sulla
reciproca influenza delle culture, emerge con maggior chiarezza il ruolo che le
traduzioni svolgono nella formazione delle identità culturali. L’attività di
traduzione esercita, in primo luogo, un potere enorme nella costruzione delle
rappresentazioni delle culture «altre», attraverso la selezione dei testi e lo
sviluppo di strategie traduttive che implicano sempre decisioni in cui si
manifestano «esclusioni» e «inclusioni». Scegliendo di far emergere, ad
esempio, un certo rispetto per alcuni topoi
di una cultura, piuttosto che il disprezzo fondato su motivazioni razziste
o di altro genere, una traduzione può contribuire alla formazione di un
giudizio positivo o al discredito di gruppi etnici, razziali e nazionali.
Nell’epoca della politica identitaria e multiculturale non occorre più passare
sotto silenzio il modo in cui il modello della traduzione viene formalizzato.
In
secondo luogo, poiché destinata ad una particolare comunità, una traduzione
costituisce una griglia di intelligibilità che, qualora sia utilizzata da
un’istituzione, può dimostrarsi strumento efficace per mantenere o modificare
una determinata gerarchia di valori all’interno di un certo contesto
linguistico[91]. Il
riferimento va, ad esempio, alla recente attenzione per una politica della
traduzione in grado di rispettare le differenze di genere[92],
nonché l’idea per cui la traduzione sia diventata uno degli strumenti di
indagine prediletti negli studi post-coloniali[93]
e nell’ambito delle analisi sui rapporti fra culture dominanti e culture
dominate[94].
Un’idea
più specifica della posta in gioco viene data dalla ricostruzione ricoeuriana
del caso, per certi versi paradigmatico, delle controversie sulle traduzioni
della Bibbia. Agostino di Ippona, ad esempio, temette che il progetto di
Girolamo (tradurre l’Antico Testamento direttamente dall’ebraico) potesse
destabilizzare l’unità della Chiesa e metterne in crisi l’organizzazione[95].
La traduzione in tedesco di Lutero si è dimostrata decisiva nella rottura
dell’unità della Chiesa Cattolica e nella formazione dell’identità della Chiesa
riformata.
Il luogo
al quale fare riferimento per trovare e analizzare un’esemplificazione
dell’approccio ricoeuriano alla questione della traduzione riguarda proprio un
passo biblico: Esodo 3, 14, ehyeh asher
ehyeh, versetto le cui rispettive traduzioni, greca (ego eimi ho on) e latina (sum
qui sum), hanno generato difficoltà e discussioni accese e interminabili[96].
Si tratta, in effetti, di un passo la cui traduzione, secondo
un’interpretazione diffusa nel pensiero contemporaneo, avrebbe posto il
problema dello statuto ontologico della divinità, collegando il campo semantico
del verbo ebraico hjh con quello del
verbo greco einai dando così luogo ad
una «storia tumultuosa dei rapporti fra Dio
e l’essere»[97]. Seguire il
ragionamento ermeneutico di Ricoeur si rivela utile per comprendere meglio
l’aspetto etico e innovativo che egli ascrive alla pratica della traduzione.
Anzitutto, il filosofo francese eleva ad «evento di pensiero» la traduzione
greca con il verbo einai e quella latina con esse con la quale si inaugura la convergenza né necessaria né
prevedibile fra Dio e essere, evento fondatore di uno sviluppo storico preciso[98].
L’assunzione dell’evenemenzialità della traduzione dei Settanta riflette un
ragionamento ermeneutico ben preciso che riguarda la storia del senso: «Si può deplorare che quest’incontro [fra
ebraismo e filosofia greca] sia avvenuto, e oggi si cerca di allentare i legami
che si sono intessuti; ma non è possibile far sì che l’incontro non ci sia stato,
che non abbia contribuito all’identità intellettuale e spirituale
dell’Occidente cristiano». Da qui, la conclusione: «non esiste una traduzione
ingenua, che cioè si sottragga alla storia della ricezione del testo, che è
senz’altro una storia dell’interpretazione. Tradurre
è già interpretare»[99].
Il principio che viene qui sancito stabilisce che la traduzione appartiene alla storia della lettura,
ovvero alla Wirkungsgeschichte.
Posto
sotto l’egida dell’efficacia di cui una certa traduzione ha goduto, il lavoro
del traduttore non rimane, tuttavia, schiacciato dal peso della storia. La
dialettica fra evento e significato, nella quale prende corpo il processo di
distanziazione, è all’opera esattamente in quel «presente» a partire dal quale
occorre ri-tradurre. Se una traduzione diversa di Esodo 3, 14 è possibile (e,
per Ricoeur, lo è), ciò lo si deve ad una lotta che si combatte nella distanza
rispetto ad una tradizione
plurimillenaria. La vera ingenuità consisterebbe, agli occhi del pensatore
francese, in un’esegesi che pretendesse essere senza storia, «quasi fosse
possibile coincidere, senza la mediazione di una tradizione di lettura, col
significato originario del testo, addirittura con l’intenzione presunta
dell’autore»[100].
L’autorità della traduzione dei LXX le viene conferita da una fecondità
intellettuale i cui effetti si dispiegano a tutt’oggi: la storia degli effetti
produce un punto di partenza inaggirabile nel lavoro del traduttore. Così, in
maniera speculare, la rinuncia all’impiego delle risorse ontologiche per
tradurre il versetto in questione rappresenta un altro evento di cui, ora, il
traduttore non può più ignorare la portata.
La
proposta di Ricoeur mira, dunque, a valorizzare le risorse polisemiche del
lavoro del traduttore e propone, secondo una cifra argomentativa di
inclinazione irenica tipica del filosofo, di mettere in dialogo i due eventi di
cui sopra. Nel bilanciare i due versanti, Ricoeur mostra, tuttavia, la sua
predilezione per un lavoro di traduzione storicamente consapevole: «Se la traduzione
è da considerarsi un caso particolare di lettura, di ricezione e, quindi,
d’interpretazione del testo, la domanda è questa: si può tradurre Es. 3, 14 senza ricorrere al verbo
essere, salvo poi giocare sulla polisemia di questo verbo che si suppone
accresciuta dall’uso ebraico? Non penso. Le traduzioni alternative di fatto
sono parafrasi, oppure commenti, che restituiscono il contesto culturale,
spirituale, teologico del versetto ed esplicitano così quella che sopra ho
chiamato lo scarto di senso prodotto da Es.
3, 14. Questo scarto di senso costringe a pensare il verbo essere
diversamente, non a eliminarlo dalla traduzione»[101].
In maniera per certi aspetti ambigua, poiché la previsione di un accesso
mediato alla traduzione attraverso un elemento di immediatezza (la ricezione di
una tradizione di lettura già formata) ripresenta le medesime istanze e i
medesimi problemi della nozione di «distanziazione», Ricoeur opta per il lato
«costruttivo» della traduzione. In questo quadro, la storia degli effetti prevale,
in ultima istanza, su considerazioni di livello diverso; ad esempio, Ricoeur
considera legittimo sottolineare in un commento l’apertura verso il futuro e i
segni del dinamismo della Torah, ma
ciò non costituisce un argomento sufficiente per abbandonare l’impiego –
inevitabilmente polisemico – del verbo
essere[102].
Secondo
Ricoeur l’aspetto più prettamente politico della traduzione si rivela, in
maniera coerente, nella costruzione di nuovi soggetti[103].
Il caso dell’Europa – soggetto in fase di formazione, necessariamente
poliglotta, ma la cui cultura, come ha dimostrato Umberto Eco, ha spesso
ricercato una lingua perfetta[104]
– è quello con il quale più spesso si è confrontato il filosofo francese. Nella
costruzione dell’Unione si mostra in tutta evidenza la necessità di un modello
della traduzione a presiedere il processo di integrazione: «ben si vede in
quale senso la traduzione costituisca un modello adeguato per il problema
specifico posto dalla costruzione europea. Innanzitutto, a livello istituzionale,
incoraggia ad insegnare in tutto il territorio europeo due lingue vive, al fine
di assicurare un’attenzione a ognuna delle lingue che non sono in una posizione
dominante […] soprattutto, sul piano propriamente spirituale, invita a
estendere lo spirito della traduzione al rapporto tra le stesse culture, ovvero
ai contenuti di senso trasmessi dalla traduzione»[105].
Le risorse di senso generate dalle traduzioni permettono di aprire un percorso
etico-politico che non si limita al discorso sul ruolo del traduttore,
favorendo, grazie a nuove forme di ospitalità e di costruzione di nuove
istituzioni, nuovi incontri. La responsabilità
che si situa al cuore della zona di fragilità «narrativa» prevede che ciascuno
sia in grado di accogliere la storia altrui (attraverso il racconto che egli fa
di se stesso) nella propria.
Si
profila, in tal modo, un’altra forma di ospitalità alla quale Ricoeur
attribuisce il nome di «scambio delle memorie». L’intreccio delle storie mostra
con chiarezza in quale modo esse siano fra loro «avviluppate» in un legame ben
visibile e non scioglibile. Riconoscere l’influenza di questo intreccio
permette l’apertura dell’identità al racconto di se stessi fatto da altri,
grazie al quale si può comprendere l’importanza delle tradizioni diverse dalla
propria nella formazione del sé. Tuttavia, un eccesso di memoria (Ricoeur,
sulla scorta di Todorov, definisce tali processi «abusi della memoria»[106])
può bloccare l’azione. Si tratta di ciò che Nietzsche definisce la «febbre
storica» che divora l’uomo. Una memoria totale bloccherebbe l’azione – come
capita al Funes dell’omonimo racconto
di Borges – e non farebbe che generare odio e rivendicazioni.
A questo
livello del percorso etico, innescato dal paradigma della traduzione, si
colloca il modello del perdono. Il confronto fra culture e lingue implica anche
la presenza, all’interno delle narrazioni identitarie, del male che si è
procurato e di quello che si è subito. La prospettiva, rispetto al livello
precedente, viene rovesciata per integrare il modello dello scambio delle
memorie: non si tratta più di accogliere il racconto che gli altri fanno di noi
e dei nostri miti di fondazione, quanto di contemplare la sofferenza altrui
come parte costitutiva della memoria condivisa. Per evitare che l’azione venga
bloccata dalle «catene» del risentimento e della vendetta, bisogna ricorrere al
perdono, la cui forza specifica risiede nello spezzare la legge
dell’irreversibilità del tempo, rimuovendo gli ostacoli che paralizzano i
rapporti fra gli uomini[107].
In altri termini, l’«economia del dono» tipica del perdono integra l’ordine
della giustizia, garantendone la saldezza[108].
Nella
sfera del «giuridico», nella quale i problemi di traduzione sono destinati a
divenire sempre più pressanti[109],
il modello della traduzione proposto da Ricoeur incontra, a un certo livello,
un plesso di idee avanzate dai teorici del diritto negli ultimi anni e, in
virtù del suo spessore filosofico, può costituire un termine di confronto
importante. Sono stati soprattutto gli studiosi del movimento Law and Literature[110] a dedicare attenzione alle potenzialità
della traduzione per il diritto; in particolare, essi propongono di pensare
l’ermeneutica giuridica sulla base del modello della traduzione, in virtù della
sua grande efficacia per la spiegazione del cambiamento nelle interpretazioni
della Costituzione (secondo un approccio target
oriented)[111]. La maggior vicinanza alla teoria
ricoeuriana si ritrova, ad una prima impressione, nell’ambito delle teorie del
diritto internazionale: nel progetto di alcuni esponenti dei New Approaches to International Law,
specificamente di Anthony Carty, il compito del gius-internazionalista deve
essere pensato in qualità di traduttore di «culture», ovvero come «mediatore
incarnato» (idea nella quale risuonano, in parte, le parole di Ricoeur) in
grado di porre in una relazione non dominata le culture giuridiche. In una
teoria «critica» del diritto internazionale, il compito del traduttore legale
consiste, in primo luogo, nell’abbandonare ogni tensione universalista, e, in
secondo luogo, nel cercare la natura specifica dell’obbligazione giuridica in
ciascuna cultura, mettendo in dialogo i diversi linguaggi giuridici[112].
L’orizzonte entro il quale si muove la teoria critica del diritto
internazionale viene limitato dai soggetti nei quali si dovrebbero incardinare
le culture giuridiche, lo stato nazionale. Viene riproposta, in altri termini,
l’idea di una soggettività già determinata, intrappolata, in questo caso, nelle
rigide maglie del potere statuale[113].
Rispetto
a questa costellazione di pensiero, a vocazione marcatamente etnografico-nazionalista[114],
l’idea di traduzione di Ricoeur si distingue nella misura in cui non rinuncia
alla ricerca dell’universale; anzi, per il filosofo francese si tratta di
mediare mostrando che l’universale trova il suo luogo di giustificazione nello
storico, rafforzando così la convinzione di coloro «per i quali l’unico modo di
sfuggire all’accusa di etnocentrismo sta nell’accogliere i migliori argomenti
dell’altro»[115]. In altre
parole, per evitare una deriva relativista, ossia «un’apologia della differenza
per la differenza che, al limite, rende tutte le differenze indifferenti, nella
misura in cui essa rende vano ogni discorso»[116],
occorre essere disposti, nel dialogo interculturale, a riconoscere che degli
«universali in potenza» siano nascosti nelle altre culture[117].
In
definitiva, il carattere virtuoso dell’ospitalità linguistica, di cui la
traduzione costituisce la pratica fondamentale, non si esaurisce nella sua
capacità di dare forma ad un dialogo interculturale[118],
ma genera anche una potenzialità specifica: aprire un orizzonte verso nuove
forme di ospitalità, indicando, eventualmente, anche percorsi per costruire
nuovi soggetti e nuove istituzioni.
[1] Il
filosofo francese è scomparso il 20 maggio 2005.
[2] A. Derczansky, L’unité
de l’Oeuvre de Paul Ricoeur, in J.C. Aeschlimann (ed.), Éthique et responsabilité. Paul Ricoeur,
À la Baconnière, Neuchâtel 1998, pp. 103-131; J. Derrida, La parole. Donner,
nommer, appeler, in La Herne. Paul Ricoeur, Éditions de l’Herne, Paris 2004, p. 19; sul tema
dell’unità dell’opera di Ricoeur interessanti considerazioni vengono svolte da
D. Jervolino, La question de l’unité de
l’œuvre de Ricoeur à la lumière de ses derniers développements, in
«Archives de Philosophie», 67, 2004, pp. 659-668.
[3] In tal
modo Ricoeur definisce il proprio pensiero. In sintesi, esiste una reciproca
appartenenza fra fenomenologia e ermeneutica che il filosofo francese si
propone di esplicitare. L’ermeneutica ha un presupposto fenomenologico: «ogni interrogativo circa un qualsiasi ente è
un interrogativo circa il senso di questo ente», per cui «la scelta per il senso è quindi il
presupposto più generale di ogni ermeneutica» (P. Ricoeur, Fenomenologia e ermeneutica, in id., Du Texte à l’action. Essais
d’herménetique II, Seuil, Paris, 1986; tr. it. Dal Testo all’Azione. Saggi di ermeneutica, Jaca
Book, Milano, 1989, pp. 52-53). La fenomenologia, a sua volta, riposa su un
presupposto ermeneutico: essa deve concepire il proprio metodo come una Auslegung, una esegesi, una
esplicitazione. L’innesto dell’ermeneutica sulla fenomenologia sottrae così il
discorso fenomenologico all’idealismo husserliano e al primato della «visione»
in direzione di un radicamento nella consapevolezza dell’esperienza storica. Il
processo di distanziazione, sul quale si tornerà nella seconda sezione, svolge
una funzione essenziale nel dare forma alla mutua appartenenza di fenomenologia
e ermeneutica. Sulla fenomenologia ermeneutica di Ricoeur, cfr. B. Bleicher, Ricoeur’s Phenomenological Hermeneutic,
in Contemporary Hermeneutics.
Hermeneutics as Method, Philosophy and Critique, Routledge, London, 1980,
pp. 217-256; D. Iannotta, L’alterità nel
cuore dello stesso, Introduzione a P. Ricoeur, Soi même comme un autre, Seuil, Paris, 1990; tr. it. Sé come un altro, Jaca Book, Milano,
1993, pp. 14-29; D. Jervolino, ‘Fenomenologia
ermeneutica’: Heidegger e Ricoeur, in E. Mazzarella (a cura di), Heidegger oggi, Il Mulino, Bologna,
1998, pp. 327-332.
[4] Sul
problema della soggettività nel pensiero di Ricoeur si veda l’importante studio
di D. Jervolino, Il cogito e
l’ermeneutica. La questione del soggetto in Ricoeur, Marietti, Genova,
1993; D. Rasmussen, Rethinking
Subjectivity: Narrative Identity and the Self, in R. Kearney (Ed.), The Hermeneutics of Action, London, Sage
Publications, 1996, pp. 159-172; D. Canale, Il
soggetto di diritto secondo Paul Ricoeur, in «Ragion pratica», 1, 2000, pp.
211-231.
[5] La
formalizzazione del passaggio da un’ermeneutica dell’«io sono» ad una del sé –
«scambio l’io, signore di se stesso, con il sé,
discepolo del testo» – risale al
saggio Fenomenologia e ermeneutica,
in Dal testo all’azione. Saggi di
Ermeneutica, cit., pp. 37-69.
[6] P.
Ricoeur, Sé come un altro, cit., pp.
212-214. Il carattere etico che presiede alla formazione della soggettività si
evince dalla nozione di «attestazione», «sicurezza di esistere sul modo dell’ipseità»
con la quale il filosofo francese designa l’ontologia del sé (Ibidem, pp. 409-431); sul concetto di
attestazione in Ricoeur si veda O. Mongin, Il
concetto di attestazione, in L’io
dell’altro, a cura di A. Danese, Marietti, Genova, 1993, pp. 33-48; M.
Faessler, Attestation et élection, in
J. Aeschlimann (ed.), Éthique et
responsabilité. Paul Ricoeur, cit., pp. 133-153.
[7] D.
Iannotta, L’alterità nel cuore dello
stesso, in P. Ricoeur, Sé come un
altro, cit., p. 44.
[8] S.
Moravia, Il soggetto come identità e
l’identità del soggetto, in «Iride», 9, 1992, p. 81.
[9] Una
critica all’abbandono dell’instabilità dell’identità in quanto fattore
teoretico «produttivo» viene avanzata da P. A. Rovatti, «Narrazione e fragilità». Su alcune variazioni in Paul Ricoeur, in
«Iride», 9, 1990, pp. 84-91.
[10] Etica e
morale non sono termini propriamente contrapposti in Ricoeur perché fanno
riferimento a livelli diversi: «È, dunque, per convenzione che riserverò il
termine di etica per la prospettiva di
una vita compiuta e quello di morale per l’articolazione di tale prospettiva
all’interno di norme, caratterizzate
ad un tempo dalla pretesa di universalità e da un effetto di coercizione» (Sé come un altro, p. 264).
[11] In altri
termini: «C’è qui la duplice eredità (teleologico-aristotelica e deontologico-kantiana)
del discorso etico. Il tentativo di Ricoeur consiste nell’articolare, l’una
sull’altra, queste due grandi tradizioni, riconoscendo la priorità della prima
e la necessità della seconda, evidenziando altresì come i conflitti tra “prospettiva”
e “norma” […] richiedano un superiore arbitraggio che riconosca l’aspirazione
espressa dal momento etico nei confronti della “necessità” del momento
deontico» (L. Arduin, Il concetto di
autonomia nella petite éthique di
Paul Ricoeur, in «Fenomenologia e Società», XXV, 3/2002, pp. 80).
[12] E. Lévinas, Totalité
et infini. Essai sur l’extériorité, Nijhoff, Den Haag, 1961; tr. it. Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, Jaca
Book, Milano, 1990; Autrement qu’etre ou
au-delà de l’essence, Nijhoff, Den Haag, 1974; tr. it. Altrimenti che essere o al di là dell’essenza, Jaca Book, Milano,
1983. Sullo statuto del soggetto in Lévinas si può vedere G. Bailhache, Le sujet chez Emmanuel Lévinas. Fragilité et
subjectivité, PUF, Paris, 1994.
[13] La
filosofia della liberazione, inizialmente influenzata dall’opera di Ricoeur –
in particolare dalle analisi sul simbolo che stanno a fondamento
dell’elaborazione di una simbolica latinoamericana – si è mostrata, attraverso
l’opera di Enrique Dussel, critica nei confronti della teoria della
soggettività ricoeuriana, a causa della tesi sostenuta dal pensatore francese
secondo la quale la coscienza riflessa costituirebbe l’esperienza originaria.
Per Dussel sono il prendersi cura, la responsabilità per la supplica dell’altro
ad essere anteriori ad ogni coscienza riflessa. Si tratta di “un circolo, ma
che l’«altro» comincia – almeno su questo punto la filosofia della liberazione
dà ragione a Lévinas»: E. Dussel, Ermeneutica
e liberazione, in «Segni e comprensione», VI, 1992, p. 85. Sul rapporto fra
filosofia della liberazione e pensiero di Lévinas cfr. E. Dussel, E. D.
Guillot, Liberaciòn latinoamericana y E.
Lévinas, Bonum, Buenos Aires, 1975.
[14] Ricoeur,
pur apprezzando la sensibilità per l’alterità presente nell’opera di Lévinas,
non considera corretta l’identificazione fra etica e relazionalità asimmetrica,
fondata, secondo Ricoeur, su un’impropria equiparazione fra Moi e Soi (P. Ricoeur, Sé come un
altro, cit., pp. 451-457).
[15] J. Rawls, A
Theory of Justice, Harvard University Press, Cambridge Mass., 1971; tr. it.
Una teoria della giustizia,
Feltrinelli, Milano, 1982; come è noto, successivamente Rawls ha rivisto la sua
teoria proponendo una soggettività «situata» (Political Liberalism, Columbia University Press, New York, 1993; tr.
it. Liberalismo politico, Edizioni di
Comunità, Milano, 1994). Nell’ambito di una bibliografia vastissima sul
pensiero rawlsiano, per una messa a fuoco di questo passaggio, si rinvia a L.
Baccelli, John Rawls fra giustizia e
comunità, in Gf. Zanetti, Filosofi
del diritto contemporanei, Raffaello Cortina, Milano, 1999, pp. 63-99.
[16] P. Ricoeur, Parcours
de la reconnaissance, Stock, Paris, 2004; tr. it. Percorsi del riconoscimento,
Raffaello Cortina, Milano, 2005; cfr. D. Canale, Ricoeur e la dialettica del riconoscimento, in «Rivista
Internazionale di Filosofia del Diritto», 2, 2000, pp. 292-323.
[17] F.
Ciaramelli, Ipeseità, alterità e
pluralità. Nota sull’ultimo Ricoeur, in «Aut Aut», 212, 1991, p. 95.
[18] «È stato
solo negli ultimi anni che ho pensato di poter collocare la varietà di tali
approcci sotto il titolo di una problematica dominante: e ho scelto il titolo
di uomo agente o dell’uomo capace di …» (P. Ricoeur, Proménade au fil d’un chemin, in F. Turoldo, Verità del metodo. Indagini su Paul Ricoeur, Il Poligrafo, Padova,
2000, p. 16). La nozione di “soggetto capace” potrebbe essere confrontata con
il capabilities approach, sviluppato
da Amartya Sen e Martha Nussbaum, per i quali si veda, sul tema delle capacità,
A. Sen, On Ethics and Economics,
Blackwell, Oxford, 1987; tr. it. Etica ed
economia, Il Mulino, Bologna, 1996; M.
Nussbaum, Capacità personale e democrazia
sociale, a cura di Gf. Zanetti, Diabasis, Reggio Emilia, 2003; cfr.
F.Magni, Capacità, libertà e diritti in
Amartya Sen e Martha Nussbaum, in «Filosofia Politica», 3, 2003, pp.
319-328. Nel recente Percorsi del riconoscimento, cit., pp.
160-168, il filosofo francese riconosceva nell’opera di Sen, con la quale si
confronta, un luogo di articolazione importante del rapporto fra diritti e
capacità.
[19] P.
Ricoeur, La funzione ermeneutica della
distanziazione, in id., Dal testo
all’azione, cit., p. 113.
[20] D. Ihde, Hermeneutic
Phenomenology. The Philosophy of Paul Ricoeur, Northwestern University
Press, Evanston, 1971; Id., Recent
Hermeneutics in Gadamer and Ricoeur, in «Semiotica», 102, 1994, pp.
157-162; F. Bianco, Pensare
l’interpretazione, Editori Riuniti, Roma, 1991. A dispetto
di molti autori che sottolineano una certa continuità fra Gadamer e Ricoeur,
altri tendono a rimarcare le differenze, ponendo i due autori in
contrapposizione: si veda, per esempio, G. E. Aylesworth, Dialogue, Text, Narrative: Confronting Gadamer and Ricoeur, in H.
J. Silverman (Ed.), Gadamer and
Hermeneutics, Routledge, London, 1991, pp. 63-81. Maurizio Ferraris
sostiene la tesi della «diversità senza incompatibilità» fra i due pensatori in
Storia dell’ermeneutica, Bompiani,
Milano, 1988, pp. 331-332.
[21] P.
Ricoeur, Logica ermeneutica?, in «Aut
Aut», 217-218, 1987, p. 70.
[22] «La
situazione è qualcosa dentro cui stiamo, nella quale ci troviamo già sempre a
essere e la cui chiarificazione è un compito che non si conclude mai» (H. G.
Gadamer, Wahrheit und Methode, Mohr,
Tübingen, 1986 (ed. or. 1960); tr. it. a cura di G. Vattimo, Verità e metodo, Bompiani, Milano,
2000, p. 625).
[23] Ivi, p. 414.
[24] H. G.
Gadamer e J. Habermas, L’eredità di Hegel,
Liguori, Napoli, 1988, p. 9.
[25] F.
Bianco, Introduzione a Gadamer,
Laterza, Roma-Bari, 2004, p. 124; Id., L’universalità
dell’ermeneutica e il problema della sua giustificazione, in «Hermeneutica»,
4, 1997, pp. 9-21.
[26] «Sein, das verstanden werden kann, ist
Sprache» (H. Gadamer, Verità e metodo,
cit., p. 965); per un bilancio di questa e altre idee contenute nell’opus magnum da vedere, limitatamente al
contesto italiano, D. Di Cesare (a cura di), L’essere, che può essere compreso, è linguaggio. Omaggio a Hans-Georg
Gadamer, Il Melangolo, Genova, 2001. Vattimo sostiene che «la tesi
fondamentale di Gadamer, secondo la quale “l’essere che può venir compreso è
linguaggio”, annuncia uno sviluppo dello heideggerismo in cui l’essere tende a
dissolversi in linguaggio» (G. Vattimo, La
fine della modernità, Garzanti, Milano, 1991, p. 139). Una posizione
interessante sulla nota espressione di Gadamer viene espressa in R. Rorty, L’essere che può venire compreso è
linguaggio, in «Iride», XIII, 2000, pp. 313-322.
[27] Su questo
intreccio si sofferma G. Vattimo, Introduzione,
in H.G. Gadamer, Verità e metodo,
cit., p. XLVII.
[28] J. Habermas, Zur
Logik der Sozialwissenschaften, in «Philosophische Rundschau», n. 5, 1967;
tr. it. Logica delle scienze
sociali, Il Mulino, Bologna, 1970, p. 234. Per un’introduzione
alla filosofia giuridica di Gadamer si rinvia a G. Zaccaria, Ermeneutica e giurisprudenza. I fondamenti
filosofici nella teoria di Hans Gadamer, Giuffré, Milano, 1984. L’influenza della teoria della storia
degli effetti è visibile anche nella teoria costituzionale americana, in
particolare in uno dei suoi maggiori esponenti: R. Dworkin, Law’s Empire, Hart Publishing, Oxford,
1986, pp. 55 ss.; Dworkin polemizza, peraltro, con Ricoeur in Reply to Paul Ricoeur’s ‘The Plurality of
Sources of Law’, in «Ratio Juris», 7, 1994, pp. 287-290. Ricoeur si occupa,
invece, della filosofia del diritto dworkiniana in Interpretazione e/o argomentazione, in Il Giusto, cit., pp. 141-146. Egli apprezza il «radicamento»
ermeneutico della proposta di Dworkin, ma, sulla scorta di una lettura
analogica del rapporto fra la coppia interpretare/argomentare in ambito
giuridico e la coppia comprendere/spiegare sul piano della teoria dell’agire,
gli rimprovera la mancanza di attenzione per il momento epistemologico nel
dibattito giudiziario.
[29] «Con
l’affermazione che tutto nella storia è trasmissione di messaggi,
dialettica-dialogica di domande e risposte, salta il problema posto da quella
rottura, descrivendo l’essere-linguaggio (la linguisticità dell’esperienza) come se la tradizione fosse in realtà un
continuum» (G. Vattimo, Le avventure della differenza, Garzanti,
Milano, 1980, p. 37).
[30] M.
Ferraris, La svolta testuale. Il
decostruzionismo in Derrida, Lyotard, gli «Yale Critics», Unicopli, Milano,
1986, p. 43. Ferraris nota, inoltre, che la tendenza «continuista» dell’idea di
tradizione agisce, in maniera problematica, in due direzioni: «la prima è
l’accesso ben poco problematico dell’interprete nei confronti dei lasciti
(testi, documenti, monumenti) di una tradizione; la seconda è la possibilità di
istituire un dialogo produttivo tra i testi di quella tradizione e le
condizioni attuali del dialogo sociale». Sul tema della tradizione che viene «inverata»
dall’efficacia della storia, come si mostrerebbe nel caso del concetto
gadameriano di classico, si rinvia a
M. Ferraris, Storia dell’ermeneutica,
cit., pp. 273-275. Il timore di non poter esercitare una critica sull’idea di
tradizione viene così espresso da Ricoeur: «Come
è possibile introdurre una qualche istanza critica in una coscienza
d’appartenenza espressamente definita dal rifiuto della distanziazione?»
(P. Ricoeur, Dal testo all’azione,
cit., p. 94). Per un intreccio fra tradizione e critica, dal quale emerge che
la tradizione più efficace rimane quella della critica, cfr. Gf. Zanetti, Introduzione al pensiero normativo,
Diabasis, Reggio Emilia, 2004, p. 22. Per un approfondito studio sui rapporti
fra tradizione e diritto si veda B. Pastore, Tradizione e diritto, Giappichelli, Torino, 1990.
[31] H. G.
Gadamer, Verità e metodo, cit., p.
789.
[32] Ivi, p. 785. Nella stessa pagina Gadamer
accenna all’idea che ogni dialogo presupponga che i due (perché solo due?)
interlocutori parlino la stessa lingua, mettendo in dubbio che la traduzione
fra lingue straniere sia realmente assimilabile al dialogo: «Capire una lingua
non è ancora di per sé un vero comprendere [...] ma è un atto vitale immediato
[…]. Ogni lingua si può imparare al punto che, quando la si sa usare
perfettamente, non si traduce più da o nella propria lingua originaria, ma si
pensa direttamente in essa. Una tale padronanza della lingua è anzi una vera e
propria condizione preliminare per intendersi nel dialogo. Ogni dialogo
presuppone che i due interlocutori parlino la stessa lingua».
[33] Cfr. C.
Resta, La misura della differenza. Saggi
su Heidegger, Guerini e Associati, Milano, 1988, p. 177.
[34] Le parole
di Vattimo sono chiarificatrici: «Il concetto di fusione di orizzonti allude al
fatto che, sulla base di una fondamentale familiarità e penetrabilità, la cosa
da interpretare presenta una estraneità che l’atto ermeneutico deve superare»
(G. Vattimo, Introduzione 1972, in Verità e metodo, cit., p. XLIX).
[35]
L’espressione «scuola del sospetto» viene coniata e resa popolare proprio da
Ricoeur in De l’interpretation. Essai sur
Freud, Ed. du Seuil, Paris 1965; tr. it. Dell’interpretazione, Il Saggiatore,
Milano, 1967, p. 45. Altrove, Ricoeur scrive che «un’ermeneutica del sospetto è
oggi parte integrante di ogni appropriazione di senso. Con essa si persegue la
“de-costruzione” dei pregiudizi che ostacolano il venire all’essere del mondo»
(P. Ricoeur, Dal Testo all’Azione. Saggi
di ermeneutica, cit., p. 127).
[36] Ibidem, p. 107.
[37] La «via
corta», attribuita da Ricoeur prima a Heidegger e, poi, a Gadamer, sarebbe
rappresentata da quell’ontologia della comprensione che «rompendo con i
dibattiti di metodo, si colloca
immediatamente sul piano di una ontologia dell’essere finito, per ritrovarvi il
comprendere non più come un modo di
conoscenza, ma come un modo d’essere. Non si entra a poco a poco in questa
ontologia della comprensione; non vi si accede per gradi, approfondendo le
esigenze metodologiche dell’esegesi, della storia o della psicanalisi: ci si trasporta
in essa con un improvviso capovolgimento della problematica. Alla domanda: a
quale condizione un soggetto conoscente può comprendere un testo o la storia?,
si sostituisce la domanda: che cosa è un essere, il cui essere consiste nel
comprendere?» (P. Ricoeur, Le conflit des
interprétations, Éditions du Seuil, Paris, 1969; tr. it. Il conflitto delle interpretazioni, Jaca
Book, Milano, 1972, p. 20). La «via lunga», al contrario, comprende un momento
metodologico essenziale per la comprensione del sé.
[38] G. Aylesworth, Dialogue,
Text, Narrative: Confronting Gadamer and Ricoeur, cit., p. 67.
[39] Come ha
notato Domenico Jervolino, si potrebbe osservare che «il problema del rapporto
Gadamer-Ricoeur si decide in buona misura attraverso questa traduzione di una
parola-chiave» (D. Jervolino, Introduzione,
in La traduzione. Una sfida etica,
Morcelliana, Brescia, 2001, p. 24).
[40] P.
Ricouer, Spiegare e comprendere. Su
alcune notevoli connessioni tra la teoria del testo, la teoria dell’azione e la
teoria della storia, in Dal Testo
all’azione, cit., pp. 155-175; cfr. J. Ladrière, Expliquer et comprendre, in La
Herne. Paul Ricoeur, cit., pp. 68-78; G. Zaccaria,
Expliquer et comprendre, argumentation et
interprétation dans la philosophie du droit de Paul Ricoeur, in J. A. Barash
– M. Delbraccio (a cura di), La sagesse
pratique. Autour de l’œuvre de Paul Ricoeur, Centre régional de
documentation pédagogique, Amiens, 1998, pp. 134-142 ; tr. it. Sulla filosofia del diritto dell’ultimo Ricoeur, in A.
Rotolo, B. Pieri (a cura di), La
filosofia del diritto dei giuristi, vol. II, Gedit, Bologna, 2003, pp.
135-146.
[41] L. Lawlor, Imagination
and Chance. The Difference Between the Thought of Ricoeur and Derrida,
State University of New York Press, New York, 1992, p. 56.
[42] Ibidem, p. 34.
[43] P.
Ricoeur, Sé come un altro, cit., p.
290.
[44] P. Ricoeur, Liebe
und Gerechtigkeit, Amour et justice, Mohr, Tübingen, 1990; tr. it. Amore e giustizia, Morcelliana, Brescia,
2000.
[45] Id., Le Juste 2,
cit., p. 72.
[46] Sulla
logica inevitabilmente «plurale» dell’amicizia si rimanda a Gf. Zanetti, Amicizia, felicità, diritto. Due argomenti
sul perfezionismo giuridico, Carocci,
Roma, 1998, pp. 97-140.
[47] P.
Ricoeur, Introduzione, in Il Giusto, cit., p. 9.
[48] A.
Danese, Etica della responsabilità e
politica, in Id. (a cura di), Persona,
comunità e istituzioni, Edizioni Cultura della Pace, Fiesole, 1994, pp.
28-29. L’autore sottolinea, inoltre, che nell’importanza attribuita da Ricoeur
all’istituzione risiede la maggior differenza con gli autori «personalisti»
quali Emanuel Mounier.
[49] J. Rawls,
Una teoria della giustizia, cit., p.
21. Ricoeur si è occupato più volte della teoria della giustizia rawlsiana; per
un quadro del confronto si vedano F. Fistetti, Il socratismo politico di Paul Ricoeur, in «Filosofia Politica», 3,
1998, pp. 436-443; C. Mandry, Ricoeur und
Rawls. Zugleich ein Querschnitt durch Ricoeurs ‘kleine Ethik’, in A. Breitling, S. Orth, B. Schaff, Das herausgefordete Selbst: Perspektiven auf
Paul Ricoeurs Ethik, Königshausen und Neumann, Würzburg, 1999, pp. 45-58;
D. Cananzi, Il giusto tra proceduralismo
e fondazionismo. Ricoeur
lettore di Rawls, in «Quaderni di Rivista Internazionale di
filosofia del diritto», 2004, pp. 313-354.
[50] Ivi, p. 72-73.
[51] Joseph
Raz ha fatto dell’idea del pluralismo dei valori – fra loro incommensurabili –
il fondamento della sua filosofia morale “perfezionista”: J. Raz, The Morality of Freedom, Clarendon,
Oxford, 1986, pp. 345-353.
[52] Sul tema
del pluralismo, Ricoeur dichiara il proprio debito nei confronti di Hannah
Arendt in Sé come un altro, cit., pp.
291-293; su pluralismo e istituzioni, si vedano M. La Torre, Norme, Istituzioni, valori, Laterza,
Roma-Bari, 1999, pp. 109-116; Gf.
Zanetti, Introduzione al pensiero
normativo, cit., pp. 55-74. Incentrata su pluralismo e giustizia è l’opera
di M. Walzer, Spheres of Justice. A
Defense of Pluralism and Equality, Basic Books, New York, 1983; tr. it. di
G. Rigamonti, Sfere di giustizia,
Feltrinelli, Milano, 1987; sul pluralismo walzeriano – con il quale Ricoeur si
confronta – si rinvia a Th. Casadei, Il
«sovversivismo dell’immanenza». Morale, diritto, politica nel pensiero di
Michael Walzer, Polistampa, Firenze, 2006.
[53] A.
Ferrara, Autenticità riflessiva,
Feltrinelli, Milano, 1999, p. 62.
[54] P.
Ricoeur, Il Giusto, p. 17.
[55] Un valore
simile a quello dell’atto giudiziario viene attribuito da Ricoeur alla
decisione medica, anch’essa esercizio di saggezza pratica in una situazione in
cui la sofferenza imprime il sigillo del «tragico» sulla praxis; cfr. Id., La prise de
décision dans l’acte médical et dans l’acte judiciaire, in Id., Le Juste 2, cit., pp. 245-255.
[56] Ibidem, pp. 121-137. Sulla svolta
«giudizialista» nella filosofia politica contemporanea si veda A. Ferrara, Giustizia e giudizio, Laterza,
Roma-Bari, 2000; in precedenza, Ch. Larmore,
Patterns of Moral Complexity,
Cambridge University Press, Cambridge, 1987; tr. it. Le strutture della complessità morale,
Feltrinelli, Milano, 1990.
[57] P. Ricoeur, Le
Juste 2, cit., p. 20.
[58] Ibidem, p. 163. Da vedere G. Rommel, Continuité
éthique et politique de l’acte judiciaire de juger, in F. Druet et É.
Ganty, Rendre Justice au droit. En lisant
Le Juste de Paul Ricoeur, Presses Universitaires de Namur, Namur, 1999, pp.
215-234.
[59]
Recentemente, Ricoeur ha chiarito parzialmente la sua posizione nel corso di un
colloquio, riconoscendo che una simile distinzione è congeniale ad una funzione
puramente esplicativa: «Sono d’accordo che è troppo sbrigativo affermare che la
guerra sia il tema lancinante della filosofia politica e la pace quello della
filosofia del diritto» (La Justice. Entretien
avec Paul Ricoeur, in «Le Philosophoire.
Laboratoire de philosophie», 15, 2001, p. 12).
[60] P. Ricoeur, Le
paradoxe politique, in Histoire et
Verité, Seuil, Paris, 1955; tr. it. La questione del potere, Marco Editore, Cosenza, 1992,
pp. 65-78.
[61] D.
Canale, Il soggetto di diritto secondo
Paul Ricoeur, cit., p. 225.
[62] Fra i
tanti riferimenti alla violenza del diritto che pone e che conserva si veda, a
titolo paradigmatico, W. Benjamin, Zür
Kritik der Gewalt, in Id., Angelus Novus.
Saggi e Frammenti, a cura di R. Solmi, Einaudi, Torino, 1995, pp. 5-30; J.
Deridda, Force de loi, Galilée,
Paris, 1996; tr. it. Forza di legge. Il
fondamento mistico dell’autorità, Bollati Boringhieri, Torino, 2003. Nel contesto americano si rimanda all’essenziale
saggio di Robert Cover: Nomos and
Narrative, in «Harvard Law Review», 97, 1983, pp. 4-68; si veda, inoltre,
Id., Violence and the Word, in «Yale
Law Journal», 95, 1986, pp. 1601-1629.
[63]
L’influenza di Éric Weil viene riconosciuta dallo stesso Ricoeur; sul problema
del rapporto fra discorso e violenza da vedere É. Weil, Logique de la philosophie, Vrin,
Paris, 1950; P. Ricoeur, La «philosophie
politique» d’Éric Weil, in Id., Lectures
1. Autour du politique, Seuil,
Paris, 1991, pp. 95-114. Sempre sul tema della violenza, in questo caso
distinta , con Hannah Arendt, dal potere, Id., Pouvoir et violence, in Id., Lectures
1. Autour du politique, cit., pp.
20-42; tr. it. Potere e
violenza, in «Filosofia Politica», 1, 2002, pp. 1-18. Oltre a Weil
e a Arendt, altri autori hanno attribuito allla parola, o al dialogo, una
funzione di contenimento della violenza. Fra gli altri, si vedano G. Calogero, Filosofia del dialogo, Edizioni di
Comunità, Milano, 1974; B. Ackerman, Why
Dialogue?, in «Journal of Philosophy», LXXXVI, 1989, pp. 5-22; tr. it. in
«Teoria Politica», 1989, 1, pp. 1-19.
[64] In
diversi luoghi Ricoeur ricorda il legame fra istituzioni e linguaggio, che si è
deciso, in questa sede, di non trattare; si veda P. Ricoeur, L’etica ternaria della persona, in A.
Danese (a cura di), Persona, comunità e
istituzioni, cit., pp. 84-86.
[65] M. Olender, Les
langues du Paradis. Aryens et Sémites: un couple provvidentiel, Seuil,
Paris, 1989; tr. it. Le lingue
del Paradiso. Ariani e Semiti: una coppia provvidenziale, Il
Mulino, Bologna, 1991, pp. 31-32. A conferma della diffusione della
rappresentazione botanica nella ricerca filologica, Olender cita, fra gli
altri, P. B. Salmon, The Beginnings of
Morphology. Linguistic Botanizing in the 18th century, in «Historiographia linguistica», 3, 1974, pp. 313-379.
[66]
Nell’introduzione alla seconda raccolta dei saggi sul Giusto, Ricoeur si
esprime in tal modo: «Spero di persuadere i miei lettori che il saggio sulla
traduzione appartiene al ciclo del Giusto
2» (P. Ricoeur, Le Juste 2, cit.,
p. 32).
[67] R. Jakobson, On
Linguistic Aspects of Translation, in R. Brower (ed.), On Translation, Harvard University Press, Cambridge Mass., 1959;
tr. it. Saggi di linguistica
generale, Feltrinelli, Milano, 1966, pp. 56-64.
[68] D.
Jervolino, Introduzione, pp. 26-27,
in P. Ricoeur, La traduzione. Una sfida
etica, cit., pp. 26-27.
[69] E. Sapir, Language,
Harcourt, Brace and World, New York, 1921; tr. it. Il linguaggio, Laterza, Roma-Bari, 1969; B. L. Whorf, Language, Thought, and Reality: Selected
Writings of Benjamin Lee Whorf, MIT Press, Cambridge Mass., 1956; tr. it. Linguaggio, pensiero e realtà, Bollati
Boringhieri, Torino, 1977.
[70] A
riguardo Ricoeur ricorda che «la pluralità umana, per parlare come Hannah
Arendt, costituisce un fenomeno di rilievo della situazione culturale
dell’umanità. La pluralità non è solo linguistica ma, appunto, culturale.
L’umanità, come il linguaggio, esiste solo al plurale» (P. Ricoeur, J. P.
Changeux, La nature et la régle. Ce qui nous
fait penser, Odile Jacob, Paris, 1998 ;
tr. it. La natura e la regola. Alle
radici del pensiero, Raffaello Cortina, Milano, 1999, p. 210).
[71] P. Ricoeur, Le
Juste 2, cit., p. 37.
[72] Le teorie
source oriented indicano la tendenza
a pensare la traduzione come funzionale unicamente all’originale (o al testo di
partenza) e non al testo d’arrivo; cfr. G. Mounin, Les problèmes théoriques de la traduction, Paris, Gallimard, 1963.
Secondo le teorie target oriented «le traduzioni sono fatti appartenenti a un
solo sistema: il sistema d’arrivo», poiché «i traduttori operano
innanzitutto e principalmente nell’interesse della cultura in cui stanno traducendo, e non certo in ragione del testo di
partenza, mettendo così di fatto tra parentesi la cultura da cui il testo ha
tratto la propria origine» (G. Toury, A
Rationale for Descriptive Translation Studies, in T. Herman (ed.), The Manipulation of Literature: Studies in
Translation, Croom Helm, London-Sidney, 1985, pp. 16-41; tr. it. Principi per un’analisi descrittiva della
traduzione, in S. Nergaard (a cura di), Teorie
contemporanee della traduzione, Bompiani, Milano, 1995, p. 187). Le teorie target oriented non sono esattamente il
corrispettivo delle source oriented;
infatti, mentre queste ultime si collocano su un piano normativo, le prime si
occupano di una teoria descrittiva che sia in grado di cogliere in cosa
consista il processo di traduzione.
[73] Il
riferimento va al Cultural Turn dei Translation Studies, inzialmente
invocato da M. Snell-Hornby, Translation
Studies: an Integrated Approach, Benjamins, Amsterdam, 1988; all’inizio
degli anni Novanta si è assistito alla nascita di una «terza generazione» degli
studi sulla traduzione centrati sulla cultura;
si vedano, ad esempio, S. Bassnett & A. Lefevere (eds.), Translation, History and Culture, Pinter
Publishers, London, 1990; A. Pym, Translation
and Text Transfer. An Essay on the Principles of Intercultural
Communication, Peter Long, New York,
1992; da ultimo, C. Lutter, M. Reisenleitner, Cultural Studies. Eine Einführung,
Erhard Löcker GesmbH, Wien, 2002; tr. it. Cultural Studies. Un’introduzione, Bruno Mondadori, Milano,
2004. Si inizia così a parlare di traduzione come «comunicazione
interculturale».
[74] Così si
esprime Toury, citato in E. Gentzler, Contemporary
Translation Theory, Routledge, London, 1993; tr. it. Teorie della traduzione.
Tendenze contemporanee, UTET, Torino, 1998, p. 147. La nozione di
“universale di tipo formale o sostanziale”, di grande impatto sulle teorie
polisistemiche della traduzione, viene formalizzata in N. Chomsky, Aspects of the Theory of Syntax, MIT
Press, Cambridge Mass., 1965; tr. it. Aspetti
della teoria della sintassi, in Saggi
linguistici, Bollati Boringhieri, Torino, 1969, vol. 2, pp. 39-258.
[75] Lawrence
Lessig afferma che l’idea di equivalenza «così come è stata intesa dai teorici
della traduzione, ha sia le potenzialità per uno straordinario grado di
flessibilità nel trovare l’equivalenza sia quella di un limite a questa pratica
di creatività»; l’autore conclude sostenendo che «non c’è alcun senso
dell’equivalenza in astratto che potrebbe guidare una pratica traduttiva in
particolare; in secondo luogo, anche se potessimo specificare un senso
dell’equivalenza per una particolare pratica di traduzione, i traduttori
dovrebbero confrontarsi con inevitabili gaps
interlinguistici»; L. Lessig, Fidelity
in Translation, in «Texas Law Review», 71, 1993, pp. 1196-1197; Cfr. Id., Understanding Changed Readings. Fidelity
and Theory, in «Stanford Law Review»,
47, 1995, pp. 395-472; per un commento alla teoria di Lessig si rimanda a L.
Alexander, All or Nothing at All? The
Intentions of Authorities and the Autohority of Intentions, in A. Marmor
(ed.), Law and Interpretation. Essays in
Legal Philosophy, Oxford University Press, Oxford, 1995, pp. 370-375.
[76] «La
parentela culturale dissimula la vera natura dell’equivalenza, la quale viene prodotta piuttosto che presupposta dalla traduzione» (P.
Ricoeur, Un «passage»: traduire
l’intraduisible, in P. Capelle, G. Hébert, M. D. Popelard (sous la
direction de), Le souci du passage. Mélanges
offerts à Jean Greisch, Éditions
du Cerf, Paris, 2004, p. 532).
[77] Uno dei
rischi più insidiosi del principio dell’equivalenza si annida nella possibilità
di mascherare uno squilibrio nel rapporto fra lingue e/o culture. Ad esempio,
Eugene Nida distingue un’equivalenza formale,
il cui intento è di consentire al lettore di capire la maggior parte del
contesto della lingua di partenza, da un’equivalenza dinamica, nella quale si ricerca un effetto equivalente, per cui la relazione fra il ricevente e il
messaggio nella lingua d’arrivo deve tendere all’eguaglianza rispetto a quella
fra i riceventi e il messaggio nella lingua di partenza. Cfr. S. Bassnett, La traduzione. Teoria e pratica, cit.,
pp. 42-45. In entrambi i casi, viene
stabilita una gerarchia fra lingua di partenza e lingua d’arrivo. Per una
critica radicale dell’impiego dell’equivalenza nei Translation Studies («dobbiamo assolutamente respingere l’idea che
la relazione di equivalenza si applichi alla traduzione») R. Van Den Broeck, The
Concept of Equivalence in Translation Theory: Some Critical Reflections, in
J. S. Holmes, J. Lambert, R. Van Den Broeck (eds.), Literature and Translation, Acco, Lovanio, 1971, pp. 29-48.
[78] P. Ricoeur, Le
juste 2, cit., p. 40.
[79] M. de Launay, Réflexions
sur la traduction, in La Herne. Paul Ricoeur, cit., p. 92. Per una
prospettiva che mette in risalto l’incommensurabilità cfr. T. Kuhn, Remarks on Incommensurability and
Translation, in R. Rossini Faretti, G. Sandri, R. Scazzieri (eds.), Incommensurability and Translation: Kuhnian
Perspectives on Scientific Communication and Theory Change, Cheltenham,
Elgar, 1999, pp. 33-37; per una posizione opposta, cfr. M. Detienne, Comparer l’incomparable, Seuil, Paris,
2000 (dove l’autore conia la formula «comparatismo costruttivo»).
[80] W.
Benjamin, Il compito del traduttore,
in Angelus Novus. Saggi e Frammenti,
Einaudi, Torino, 1995, pp. 39-52.
[81]
L’espressione è di F. Rosenzweig, La
scrittura e Lutero, in Id., La
scrittura. Saggi 1914-1929, a cura di G. Bonola, Città Nuova, Roma, 1991,
p. 115.
[82] M.
Olender, Le lingue del Paradiso. Ariani e
Semiti: una coppia provvidenziale, cit., pp. 27-29.
[83] Si fa
riferimento, in particolare, a J. Habermas, Moralbewusstsein
und kommunicatives Handeln, Frankfurt, 1983; tr, it. a cura di E. Agazzi, L’etica del discorso, Laterza,
Roma-Bari, 1984; in ambito giuridico, l’etica del discorso è stata utilizzata
da R. Alexy, Theorie des juristischen
Argumentation, Suhrkamp, Frankfurt, 1978; tr. it. a cura di M. La Torre, Teoria
dell’argomentazione giuridica, Giuffré, Milano, 1998; sui due autori, nel
quadro di un’ampia bibliografia, si veda, a titolo introduttivo, G. Gozzi, Jürgen Habermas e Robert Alexy: morale,
diritto e democrazia discorsiva, in Gf. Zanetti, Filosofi del diritto contemporanei, cit., pp. 287-314.
[84] P. Ricoeur, Le Juste 2,
cit., p. 72. Altri autori francesi si sono, recentemente, occupati
dell’ospitalità, elevandola a virtù etica per eccellenza; cfr. Aa. Vv., Manifeste pour l’hospitalité, Éditions
Paroles d’Aubes, Grigny, 1999. Da vedere J. Derrida, De l’hospitalité, Calmann-Lévy, Paris, 1997; tr. it. a cura di I.
Landolfi, Sull’ospitalità, Baldini
& Castoldi, Milano, 2000.
[85] Sul senso
dell’ospitalità nell’opera kantiana si rimanda, fra i diversi contributi
dedicati al tema, a F. Gonnelli, La
filosofia politica di Kant, Laterza, Roma-Bari, 1996.
[86] Il
dialogo ecumenico viene incluso da Ricoeur fra queste possibili forme di
ospitalità.
[87] P.
Ricoeur, La traduzione, cit., p. 50.
[88]
Riferendosi a Genesi 11, 1-11, Ricoeur sostiene che «Non vi è qui nessuna
recriminazione, nessuna deplorazione, nessuna accusa […] a partire da questa
realtà della vita, traduciamo!» (P. Ricoeur, La traduzione, cit., p. 63).
[89] S. Bassnett, Translation
Studies, Methuen, London, 1980; tr. it. La traduzione. Teoria e pratica, Bompiani, Milano, 2003 (3°
ed.), p. 58.
[90] L.
Venuti, The Translator’s Invisibility,
in «Criticism», 28, 1986, pp. 179-211.
[91] Sul punto
insiste L. Venuti, La formazione delle
identità culturali, in S. Nergaard, C. Bianchi, C. Demaria (a cura di), Spettri del potere. Ideologia identità
traduzione negli studi culturali, Meltemi, Roma, 2002, pp. 195-229.
[92] «Il
compito della traduttrice femminista è di considerare il linguaggio un indizio
dei modi di funzionare del gender»
(S. Spivak, The Politics of Translation,
in M. Barrett, A. Phillips (eds.), Destabilizing
Theory. Contemporary Feminist Debates, Stanford University Press, Stanford, 1992, p. 177).
[93] B. Johnson, Taking
Fidelity Philosophically, in J. Graham (ed.), Difference in Translation, Cornell University Press, Ithaca, 1985,
pp. 139-150; M. Sengupta, Translation,
Colonialism and Poetics: Rabindranath Tagore in Two Worlds, in S. Bassnett
& A. Lefevere, Translation, History
and Culture, Pinter Publishers, London-New York, 1990, pp. 56-63.
[94] T. Niranjana, Siting
Translation. History, Post-Structuralism, and the Colonial Context,
University of California Press, Berkeley, 1992; per un quadro generale si
rimanda a S. Bassnett and A. Lefevere (eds.), Translation, History and Culture, cit.
[95] G.
Ravasi, La traduzione biblica tra ispirazione
e autenticità, in «Ars Interpretandi», 5, 2000, pp. 104-105.
[96] Cfr. A. de Libera, E. Zum, Celui qui est: interprétations juives et chrétiennes d’Exode 3, 14,
Le Cerf, Paris, 1986.
[97] P.
Ricoeur, Dall’interpretazione alla
traduzione, in A. La Cocque e P. Ricoeur, Penser la Bible, Seuil, Paris, 1998; tr. it. Pensare la Bibbia, Paideia, Brescia, 2002, p. 321. La storia della
presunta identificazione fra Dio e l’essere viene posta, a partire da
Heidegger, sotto le insegne, per la verità denigratorie, dell’ «onto-teologia»,
ovvero di una teologia che fa di Dio un ens
oggetto di studio (M. Heidegger, Fenomenologia
e Teologia, in Segnavia, Adelphi,
Milano, 1987, pp. 3-34). Il giudizio di Ricoeur su questa posizione è, nel
complesso, negativo: «Il torto di questa posizione radicale è di basarsi sulla
riduzione di tutta la storia della metafisica alla sua versione
tardo-scolastica, che in realtà può dar credito alla confusione tra esse e ens, giustificando così la definizione heideggeriana dell’ontologia
come scienza dell’ens in quanto ens» (P. Ricoeur, Ult. op. cit., p. 343).
[98] AA.VV., Dieu et
l’Être. Exégèse d’Exode 3.14 et de Coran 20, 11-24, Le Cerf, Paris, 1978.
[99] P.
Ricoeur, Dall’interpretazione alla
traduzione, cit., pp. 321-322. Un giudizio simile viene espresso da
Gianfranco Ravasi: «la traduzione dei testi sacri […] non può cancellare il
patrimonio ermeneutico teologico depositatosi sulla pagina sacra.
Teologicamente parlando (ma non solo) la traduzione non è mai la mera
trascrizione di segmenti testuali sacri in lingue profane, bensì è
un’operazione di reviviscenza della Scrittura, non solo in un nuovo differente
contesto culturale e storico ma anche nel progresso della Rivelazione e della
sua accoglienza nella fede» (G. Ravasi, La
traduzione biblica tra ispirazione e autenticità, cit., p. 115).
[100] Ivi.
[101] Ibidem, p. 347.
[102] Da qui un
certo scetticismo da parte del pensatore francese nei confronti delle
traduzioni dei pensatori ebrei di lingua tedesca, quali Hermann Cohen e Franz
Rosenzweig; essi tentano una traduzione-parafrasi di Es. 3, 14 che non riesce tuttavia a superare lo spettro semantico
del verbo Sein. Cfr. P. Bourretz, Témoins du Futur.
Philosophie et messianisme, Gallimard, Paris, 2003, pp. 489-492.
[103] Come si è
già notato, le traduzioni vengono considerate dal pensatore francese alla
stregua di eventi che partecipano alla costruzione di nuove soggettività.
[104] U. Eco, La ricerca della lingua perfetta nella
cultura europea, Laterza, Roma-Bari, 1993.
[105] P.
Ricoeur, Quale nuovo Ethos per l’Europa?
Traduzione, scambio delle memorie, perdono, in La traduzione. Una sfida etica, cit., pp. 78-79.
[106] T. Todorov, Les
abus de la mémoire, Les Éditions Arléa, Paris, 1995; tr. it. Gli abusi della memoria,
Ipermedium, Napoli, 2001.
[107] A tal
proposito Ricoeur ha parlato di “perdono difficile” nella monumentale opera La mémoire, l’histoire, l’oubli,
Éditions du Seuil, Paris, 2000; tr. it. a cura di D. Iannotta, La memoria, la storia, l’oblio,
Raffaello Cortina, Milano, 2003, pp. 649-717.
[108] La
riflessione sul perdono di Ricoeur deve molto a Hannah Arendt, The Human Condition, The University of Chicago Press, Chicago, 1958; tr. it. Vita activa. La condizione umana,
Bompiani, Milano, 1994, pp. 174-178.
[109] Nel
processo di integrazione europea, nel quale il multilinguismo ha giocato un
ruolo fondamentale, i problemi sono destinati a porsi su un nuovo piano con
l’approvazione di una Costituzione in 25 lingue ufficiali. Il «modello del
testo» perderà la sua capacità di orientare l’ermeneutica costituzionale e
dovrebbero riemergere i problemi generati dalla cosiddetta «pseudo-traduzione»,
ovvero di una traduzione in cui non esiste l’originale, e dalle traduzioni
«secondarie», ovvero delle traduzioni effettuate passando attraverso una lingua
intermedia. Da vedere, con riferimento al primo punto, G. Toury, Translation, Literary Translation and
Pseudotranslation, in E. S. Schaffer (ed.), Comparative Criticism, Cambridge University Press, Cambridge, 1984;
per ciò che riguarda il secondo punto id., Translating
English Literature via German – and Vice Versa: A Symptomatic Reversal in the
History of Modern Hebrew Literature, in A. P. Frank (ed.), Die literarische Übersetzung. Göttinger
Beiträge zur internationalen Übersetzungsforschung, vol. 2, Eric Schmidt, Berlin, 1988. Altro caso interessante emergerà
di fronte all’eventuale ingresso di nuovi membri nell’Unione: da quale testo si
dovrà tradurre una eventuale Costituzione nel linguaggio del nuovo Stato?
L’Unione Europea non costituisce il primo esempio di Costituzione multilingue;
per il caso canadese, cfr. R. A. Macdonald, Legal
Bilingualism, in «McGill Law Journal», 42, 1997, pp. 119-167.
[110] Per
un’introduzione al movimento, da vedere G. Minda, Postmodern Legal Movements. Law and Jurisprudence at Century’s
End, New York University Press, New
York, 1995; tr. it. Teorie
postmoderne del diritto, Il Mulino, Bologna, 2001, pp. 247-276.
[111] Il testo
di riferimento delle teorie della traduzione giuridica è J. Boyd White, Justice as Translation and Legal Criticism,
The University of Chicago Press, Chicago, 1990; sempre centrato sulla
traduzione, ma con una prospettiva non culture-based,
L. Lessig, Fidelity in Translation,
cit.; osservazioni critiche a questa teoria vengono mosse da S. Levinson, Conversing about Justice, in «Yale Law
Journal», 100, 1991, pp. 1955-1972; Id., Translation:
Who Needs it?, in «Fordham Law Review», 65, 1997, pp. 1457 ss.; R. Posner, Law
and Literature, Harvard University Press, Cambridge Mass., 1998 (rev. ed.),
pp. 251-254.
[112] A. Carty, Critical
International Law. Recent Trends in the Theory of International Law, in
«European Journal of International Law», 66, 1991, pp. 1-21; cfr. inoltre M.
Koskenniemi, From Apology to Utopia. The
Structure of International Legal Argument, Cambridge University Press,
Cambridge, 2006 (nuova edizione).
[113] In una
prospettiva di questo genere, il problema più pressante diventa quello di
stabilire il diritto all’autodeterminazione di un popolo che si identifica in
un determinato contesto culturale-linguistico. Sul principio di autodeterminazione
si rimanda all’approfondito e solido studio di C. Margiotta Broglio, Il Mulino,
Bologna, 2005.
[114] Un’altra
declinazione possibile del lavoro del giurista nelle vesti del traduttore
riguarda la comunicazione fra cliente e avvocato, con riferimento specifico
alle incomprensioni fra le due parti e alle eventuali distorsioni in quel
processo di traduzione che trasforma una sensazione di ingiustizia subita in un
legal claim. Questo aspetto non può essere approfondito in questa sede; si rimanda,
al riguardo, a C. Cunningham, The Lawyer
as Translator, Representation as Text: Towards an Ethnography of Legal Discorse,
in «Cornell Law Review», 77, 1992, pp. 1298-1386; A Sarat & W. Felstiner, Lawyers and Legal Consciousness: Law Talk in
the Divorce Lawyer’s Office, in «Yale Law Journal», 98, 1989, 1663-1701.
[115] P.
Ricoeur, La traduzione. Una sfida etica,
cit., p. 91.
[116] Id., Sé come un altro, cit., p. 396.
[117] Ibidem, p. 399. Nella stessa pagina,
Ricoeur, seppur con qualche incertezza, propone di utilizzare il termine «valore»
per designare tali «universali in potenza». Sull’idea di un universalismo del
valore generato a partire dalle differenti pratiche sociali si veda J. Raz, Value, Respect and Attachment, Cambridge
University Press, Cambridge, 2001; tr. it. a cura di F. Belvisi, I valori fra attaccamento e rispetto,
Diabasis, Reggio Emilia, 2003. La tesi di Raz, fondata su un apparente
paradosso («rovesciamento» lo definisce l’autore), vuole che i valori siano
universali proprio perché provenienti da una pratica o da una tradizione
specifica.
[118] Peraltro,
la traduzione può trovare accoglienza anche al di fuori degli studi di
etnografia giuridica: per esempio, argomentando a favore della riflessività del
pensiero normativo, Gianfrancesco Zanetti sostiene che «Si possono immaginare
credenze che risalgano a tradizioni culturali diverse o credenze che risalgono
a tradizioni filosofiche diverse. Nel primo caso la riflessività del pensiero
normativo si eserciterà in un’opera di
traduzione …» (Gf. Zanetti, Introduzione
al pensiero normativo, cit., p. 77 - corsivo di chi scrive).
Una prima versione di questo scritto è stata presentata e discussa il 30/04/2002 nell’ambito dei “Seminari di teoria del diritto e filosofia pratica” presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Una seconda versione è stata presentata il 05/10/2004 nella giornata seminariale organizzata dal Dottorato di ricerca in “Giustizia costituzionale e diritti fondamentali – Curriculum di Teoria dei diritti fondamentali” presso l’Università di Pisa. Desidero ringraziare Luca Baccelli, Francesco Belvisi, Thomas Casadei, Tommaso Greco ed Eugenio Ripepe per aver letto, discusso e commentato i diversi drafts di questo saggio.
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