ARTICOLI E SAGGI 15/03/2006 Dimitri D´Andrea - Intenzione e responsabilità nell’epoca dell’assenza di Dio
Scopo di questo
contributo è ricostruire la fisionomia della proposta normativa weberiana di un’etica per la politica della tarda modernità
che si configuri come reciproco completamento fra etica dell’intenzione ed
etica della responsabilità. Complementarità fra le due etiche non significa
tuttavia che l’etica per la politica difesa da Weber si configuri
come il paritario equilibrio fra le esigenze della responsabilità e quelle
dell’intenzione. La tarda modernità come epoca «senza dio e senza profeti»,
come epoca del venir meno generalizzato della fede in
un altro mondo si traduce nell’esigenza di un approccio essenzialmente
centrato sull’etica della responsabilità, ma al tempo stesso nell’impossibilità
di rinunciare a contrastarne le derive adattive
attraverso un irrinunciabile elemento gesinnungsethisch.
1.
Gesinnungsethik
Il rapporto fra etica
e politica, fra l’etica e un ordinamento di vita che appare definito, oltre che
dall’irrazionalità etica tipica di ogni altro
ordinamento mondano, anche dal costitutivo riferimento alla violenza,
costituisce il tema specifico della parte conclusiva di La politica come
professione. Si tratta di una parte esplicitamente normativa, in cui
l’esposizione dei due differenti modelli etici e della loro relazione con la
politica si intreccia con una chiara presa di
posizione valutativa. Siamo di fronte, cioè, ad
un’appassionata difesa di quale sia l’atteggiamento etico più adatto a fare
della politica un’attività alla quale ci si possa dedicare nella ricerca di un
senso per la propria vita, e non soltanto ad un’analisi oggettiva delle
alternative a disposizione di chi intende agire politicamente. Al di là del politeismo e della possibilità di mettere la
politica al servizio di potenze di senso diverse dall’etica, l’analisi weberiana dell’etica della responsabilità e di quella
dell’intenzione indica che per Weber la sensatezza dell’agire politico sta
nella sua relazione con l’etica, nel suo servire finalità e valori etici.
Il modo in cui si può
– ma anche si deve – configurare il necessario rapporto tra etica e politica viene ricostruito da Weber attraverso l’analisi
dell’antitesi fra i due distinti modelli normativi dell’etica dell’intenzione e
dell’etica della responsabilità. La mia lettura della
proposta weberiana su etica e politica ruota intorno
a tre punti. In primo luogo, l’interpretazione
dell’opposizione fra etica dell’intenzione ed etica della responsabilità nei
termini della «differenza incolmabile» fra un’etica della testimonianza
o della rivoluzione, del senso (Sinn)
intrinseco dell’azione o del fine ultimo, da una parte, e un’etica della trasformazione
del mondo, della scelta responsabile fra una pluralità dei fini anche in
base alla valutazione etica dei mezzi necessari e delle loro conseguenze,
un’etica che sostituisce al principio del sommo bene quello del bene maggiore o
del minor male. In secondo luogo, la coincidenza
dell’etica della responsabilità con il realismo politico, nella sua specifica
diversità dalla semplice Machtpolitik. In terzo luogo, l’idea che la tesi
formulata da Weber nella parte finale della conferenza sul carattere
complementare delle due etiche non soltanto non rappresenta una tesi
contraddittoria rispetto a quanto sostenuto nel testo[1], ma costituisce, anzi, la necessaria conseguenza dei limiti e
delle inadeguatezze che entrambe presentano nel loro isolamento.
Esistono due modalità distinte e contrapposte di concepire il rapporto
fra etica e mondo: «Ma v’è una differenza incolmabile
tra l’agire secondo la massima dell’etica dell’intenzione la quale – in termini
religiosi – suona: “Il cristiano opera da giusto e rimette l’esito nelle mani
di Dio”, e l’agire secondo la massima dell’etica della responsabilità, secondo
la quale bisogna rispondere delle conseguenze (prevedibili) delle proprie
azioni»[2].
Adottare il punto di vista dell’etica dell’intenzione
significa considerare l’azione dal punto di vista del suo senso (Sinn) intrinseco. Si agisce in un certo modo per il
valore etico intrinseco che si attribuisce ad un determinato comportamento, e
non per il bene che esso può contribuire a realizzare. Ciò
che conta dal punto di vista della qualità morale dell’azione è soltanto
l’orientamento della coscienza alla conformità e alla coerenza dell’azione al
principio o alla norma etica nel cui valore si crede. Etica del senso
intrinseco significa attribuzione di valore ad un comportamento del tutto
indipendentemente da ciò che da questo comportamento può – più o meno
intenzionalmente – discendere.
L’etica
dell’intenzione è caratterizzata da un orientamento esclusivo
alla pura razionalità rispetto al valore[3], è
un’etica del senso proprio di una determinata azione, conosce soltanto la
conformità diretta e immediata di un’azione ad un valore etico come possibile
fondamento giustificativo. La concentrazione esclusiva sulla razionalità
rispetto al valore cancella lo spazio concettuale per lo scopo, per la sua
capacità di giustificare un determinato comportamento in
quanto mezzo. L’atteggiamento gesinnungsethisch
non conosce transitività della giustificazione etica: il fine non può
giustificare il mezzo, perché la qualità etica riguarda ogni singola azione, e
non un progetto, un fine che essa debba contribuire a realizzare. Dire sempre
la verità è un dovere etico perché è un’azione investita di un valore positivo, e non perché funzionale o finalizzato al
raggiungimento di un bene posto al di là di essa. La conformità etica di
un’azione secondo il paradigma gesinnungsethisch
è, dunque, qualcosa che riguarda l’azione in quanto
tale. L’etica dell’intenzione si caratterizza per il rifiuto della catena mezzi-fini come modalità di
giustificazione etica[4]. Nel
mondo dell’etica dell’intenzione la doverosità di
un’azione non può discendere dalla funzionalità ad uno scopo moralmente buono,
può essere soltanto una qualità che l’azione possiede in
quanto tale.
Indifferenza alle
conseguenze del nostro agire nel mondo significa, più in generale, irrilevanza di ogni tipo di conseguenza: ciò che si produce nel mondo è
indifferente dal punto di vista della qualità etica dell’azione, sia quando
risulta intenzionalmente perseguito, sia quando costituisce una conseguenza
indesiderata del nostro agire. È l’intera gamma delle conseguenze –
intenzionali (scopi) e non intenzionali (conseguenze indesiderate) – ad essere
irrilevante per chi segue l’etica dell’intenzione. L’impianto generale
dell’etica dell’intenzione è costituito, dunque, dall’interesse esclusivo al
senso/valore intrinseco, alla pura razionalità rispetto al valore di un’azione
in se stessa considerata senza alcuna rilevanza delle conseguenze – più o meno
desiderate – che da essa derivano nel mondo. Chi
agisce seguendo l’etica dell’intenzione concepisce la
singola azione esclusivamente in termini di conferma verso se stesso della
purezza della propria coscienza e, al tempo stesso, di testimonianza e di
esempio verso gli altri[5]. La
logica dell’agire orientato sul senso dell’azione e della condotta di vita –
anziché sulla sua razionalità rispetto ad uno scopo, sia pur esso legittimato
moralmente – è quella della testimonianza, dell’esempio della
interiore fedeltà a se stessi.
Proprio perché
indifferente alle conseguenze e al mondo, l’etica dell’intenzione è un’etica
incondizionata, del tutto indipendente dalla contingenza e dalle circostanze
particolari. Nell’etica dell’intenzione esistono soltanto imperativi,
comportamenti eticamente doverosi al
di là di ogni contingenza. La condizionatezza
e il rovello dell’aderenza alla situazione concreta, al caso particolare sono propri di un’etica del progetto, della realizzazione di
un fine, non della testimonianza di un possesso interiore. L’incondizionatezza dei doveri è legata alla loro sottrazione
alla logica mezzo/fine, allo sganciamento da qualsiasi progettualità mondana per radicarsi in una
testimonianza che ha essenzialmente il valore di una conferma[6].
L’etica dell’intenzione è incondizionata perché non conosce circostanze a cui
adattarsi, non contempla contingenze che possano
alterare la qualità morale di un’azione essendo quest’ultima
indipendente da ciò che essa produce nel mondo.
Assenza
di scopi etici, indifferenza per le conseguenze, rilevanza esclusiva del senso
dell’azione in sé stessa considerata, incondizionatezza
di ciò che è eticamente doveroso: tutto questo
contribuisce a definire un atteggiamento etico indifferente, disinteressato al
mondo. L’etica
dell’intenzione non mira a realizzare niente in questo mondo, non prende sul
serio il mondo come campo di azione, ma soltanto come
palcoscenico in cui testimoniare la propria capacità di agire in modo conforme
ai valori. Si tratta di un’etica che si disinteressa del mondo, non è
interessata a cambiarlo; il suo unico intento è testimoniare la propria qualità
etica rendendosi capace di un agire che prescinde dalle conseguenze e
concentrandosi esclusivamente sul proprio senso.
2.
Cristo, sindacalismo rivoluzionario
e imprenditorialità puritana
In La politica come
professione l’intera caratterizzazione dell’etica dell’intenzione risulta strutturata dal riferimento alle etiche religiose:
l’etica assoluta del Vangelo e in particolare del Sermone della Montagna[7], ma
anche etiche religiose non cristiane – l’etica induista e buddhista
e la religiosità indiana in generale. La prospettiva da cui si analizzano
queste diverse forme di etica (religiosa)
dell’intenzione è costituita dal rapporto che esse intrattengono con la
violenza come mezzo specifico dell’agire politico. L’esito di questa
ricognizione viene condensato in un passaggio in cui
troviamo molte delle figure-chiave dell’etica dell’intenzione: «i grandi
modelli di carità e di bontà, siano essi nati a Nazareth o ad Assisi o nei
palazzi reali indiani, non si sono serviti del mezzo politico della violenza,
il loro regno “non era di questo mondo” […]. Chi anela alla salute della
propria anima e alla salvezza di quella altrui, non le
cerca attraverso la politica, la quale si propone compiti del tutto diversi e
tali che possono essere risolti soltanto con la violenza»[8].
Si tratta di una tesi
chiara e radicale: l’interpretazione più coerente dell’etica dell’amore
consiste nell’adozione di una condotta di vita
all’insegna della non violenza e del rifiuto di qualunque relazione con forme
di vita sociale regolate dalla violenza sia pure da quella legittima.
L’atteggiamento etico più conseguente allo spirito e alla lettera del Sermone
della Montagna è non il pacifismo, ma una completa rinuncia alla violenza che
si estende anche ad usi della violenza che molti sostenitori di posizioni
religiose e politiche di tipo pacifistico sarebbero disposti ad accettare o a
giudicare legittimi[9].
Non soltanto pacifismo assoluto, non soltanto rifiuto di tutte le guerre, ma
più coerentemente congedo dalla violenza in generale
(anche da quella legittima), e perfino dalla coercizione (Zwang).
Coerentemente assunti, i precetti del Vangelo definiscono una forma di etica dell’intenzione che impone una rinuncia assoluta e
incondizionata ad ogni forma di violenza e, perciò, una distanza
incolmabile non soltanto da ogni forma di agire politico, ma anche dalle forme
sociali da esso garantite. L’etica del Sermone della Montagna nella sua
assolutezza è un’etica non semplicemente pacifistica, ma dell’amore acosmico; non contempla il congedo soltanto dalla violenza
della guerra, ma anche da quella della politica e dagli ordinamenti da essa garantiti. È un’etica che cancella la rilevanza delle
differenze che con cui cerchiamo di dare ordine al
mondo: interno-esterno, legittimo-illegittimo,
amico-nemico, innocente-colpevole[10]. L’acosmismo dell’amore si configura, dunque, come
l’interpretazione più conseguente dell’etica assoluta del Vangelo.
La caratterizzazione weberiana dell’etica dell’intenzione attraverso l’etica
assoluta del Vangelo, l’insistenza sul suo carattere integralmente pacifistico
e sugli esiti acosmistici di una interpretazione
coerente dell’etica dell’amore possono ingenerare più di un fraintendimento[11]. Il
primo riguarda il carattere necessariamente pacifistico di ogni
etica dell’intenzione in quanto tale e la conseguente improponibilità in
politica di un atteggiamento gesinnungsethisch.
Ne uscirebbe un quadro in cui non soltanto l’etica dell’intenzione tout
court finisce per coincidere con uno specifico valore (l’assoluta e
integrale non violenza), ma la natura di questo specifico valore sarebbe tale
da minare alla radice la coerente praticabilità di un approccio gesinnungsethisch alla politica, contraddicendo al
tempo stesso sia le affermazioni esplicite sulla indecidibilità scientifica del conflitto fra i due
differenti modelli normativi, sia l’esigenza di un loro reciproco completamento
avanzata nelle pagine finali della conferenza. Il secondo possibile
fraintendimento è, invece quello di una perfetta sovrapponibilità o comunque sostanziale coincidenza fra etica dell’intenzione e
acosmismo dell’amore, ovvero fra etica
dell’intenzione e perdita del mondo come assenza o impraticabilità di un
rapporto ordinato e quotidiano con il mondo.
Per dissipare il primo equivoco è opportuno
prendere in considerazione l’unico esempio di etica
dell’intenzione di carattere non religioso che Weber adduce
nella conferenza: il sindacalismo rivoluzionario[12]. Si tratta di un’etica politica
dell’intenzione che non ha niente di religioso, e che si caratterizza
per un rapporto sostanzialmente diverso con la violenza: «ad un convinto
sindacalista il quale si regoli secondo l’etica dell’intenzione potrete esporre
con la massima forza di persuasione che la sua azione avrà per conseguenza di
aumentare le speranze della reazione, di aggravare l’oppressione della sua
classe e di impedirne l’ascesa: ciò non gli farà la minima impressione. Se le conseguenze di un’azione determinata da un’intenzione
pura sono cattive, ne sarà responsabile, secondo costui, non l’agente bensì il
mondo o la stupidità altrui o la volontà divina che li ha creati tali»[13].
Tali azioni possono contemplare anche il ricorso alla violenza contro persone e
cose, ma nel caso del sindacalismo questo non sembra procurare di per sé
particolari tensioni, incoerenze o incongruenze etiche. L’impossibilità di una
confutazione interna e avalutativa del sindacalismo è
legata al fatto che esso può assumere, sotto determinate condizioni, una forma
internamente conseguente.
Al
di là del loro
specifico ambito di riferimento, gli esempi coerenti e puri di etica
dell’intenzione sono, a questo punto, Gesù di
Nazareth, da una parte, e il sindacalista rivoluzionario, nella interpretazione
weberiana, dall’altra. Che cosa può accomunare il
rifiuto radicale di ogni violenza e degli ordinamenti
sociali da essa garantiti e una pratica che non disdegna il ricorso alla
coercizione e alla violenza contro cose e persone? La risposta è costituita, a
mio parere, dall’extramondanità come tratto dell’etica dell’intenzione che non
dipende dal ripudio della violenza. L’atteggiamento nei confronti del mondo di
chi segue l’etica dell’intenzione è segnato dalla
consapevolezza della sua irrazionalità etica e dall’esigenza di rimanere il più
possibile puri nel suo attraversamento. L’esigenza di extramondanità
che caratterizza qualunque forma di Gesinnungsethik
prescinde dal rapporto che una sua specifica forma intrattiene con la violenza.
«Non essere di questo mondo»: l’espressione del Vangelo di Giovanni definisce,
dunque, il tratto che accomuna le diverse forme possibili di etica
dell’intenzione e non soltanto l’etica religiosa del Vangelo. Un atteggiamento
restituito efficacemente dal Cristo evangelico e da Francesco d’Assisi, da Tolstoj e dai grandi modelli di carità e di bontà indiani,
ma anche dai sindacalisti rivoluzionari perché prima ancora che sul rifiuto
della violenza è costruito sul rifiuto dell’agire razionale rispetto allo
scopo, sulla mancanza di una progettualità
giustificata in base al valore etico del fine: «la sublimazione dell’etica
religiosa nel senso di un’etica dell’intenzione inclinerà verso quest’ultima alternativa: “il Cristiano agisce in modo
giusto e affida il successo a Dio”. […] Di conseguenza, la coerenza di una
ricerca sublimata della salvezza può condurre ad un’accentuazione dell’acosmismo, fino a rifiutare l’agire razionale rispetto allo
scopo già in quanto tale, e quindi ogni agire secondo
le categorie di mezzo e di scopo, perché vincolato al mondo ed estraneo a Dio
[…]»[14].
È proprio questa
prossimità fra etica dell’intenzione e acosmismo
dell’amore, fra etica dell’intenzione e rifiuto assoluto di un agire razionale
rispetto allo scopo che ci riporta al secondo
possibile fraintendimento: quello della loro perfetta coincidenza. In realtà,
l’acosmismo dell’amore è una figura incardinata in
una ricerca della salvezza orientata in senso mistico-contemplativo.
A questa modalità fa da contraltare,
com’è noto, una religiosità orientata in senso ascetico. L’esempio tipico di
religiosità ascetica fortemente sublimata in direzione di un’etica
dell’intenzione è costituito proprio dal Puritanesimo. La sublimazione
dell’etica religiosa in direzione di un atteggiamento gesinnungsethisch
non assume, dunque, necessariamente la forma della fuga acosmistica
dal mondo propria del mistico. Ciò nonostante,
l’argomentazione weberiana della conferenza tende ad
appiattire l’etica dell’intenzione sulla sua variante mistico-acosmistica:
quella che con maggiore chiarezza ne esibisce i tratti
caratteristici. Non necessariamente l’assenza di scopo nel senso della mancanza
di attività razionalmente orientata ad un fine quanto
piuttosto l’irrilevanza del fine ai fini della giustificazione etica. L’assenza
del fine come fattore di giustificazione dei mezzi.
Nel caso del Protestantesimo ascetico l’etica individua nella razionalizzazione
della condotta imprenditoriale qualcosa che si legittima non in virtù della sua
qualità di mezzo per un fine eticamente giustificato,
bensì attraverso la sua conformità ad una modalità
gradita a Dio di utilizzare le proprie qualità. Non è la razionalità al
profitto che giustifica i mezzi impersonali e oggettivi – estranei alla
fratellanza – dell’agire imprenditoriale. È piuttosto la doverosità
intrinseca di una condotta economica – che declina
l’amore del prossimo al di fuori di ogni divinizzazione della creatura – che
proprio perché non legittimata da una più efficiente ricerca di un fine eticamente giustificato può fare del profitto un segno di
elezione. Solo in quanto non organizzata dalla
funzionalità al fine del profitto, la condotta economica del puritano può
trovare nel profitto un segno dell’elezione. Il profitto è segno perché è il
frutto mondano di una condotta che ha il suo fondamento in qualcosa che non è
del mondo anche si svolge nel mondo. Soltanto un’immagine caricaturale
schiaccia i contenuti dell’etica puritana del lavoro nella massimizzazione
del profitto: la posizione weberiana è, invece, quella
di accentuare la paradossalità di un’etica che ha contributo non poco alla
razionalizzazione economica moderna a partire da una condotta che aveva come
unico criterio di legittimità etica la doverosità
intrinseca di un amore non divinizzante della creatura, una condotta che ha
cambiato il mondo a partire dalla totale irrilevanza normativa del fine che
realizzava nel mondo. Una condotta rigidamente bloccata su alcune modalità di azione non perché razionali rispetto al
profitto, ma perché eticamente doverose sulla base di
un’interpretazione oggettiva e impersonale dell’amore del prossimo.
L’irrilevanza
giustificativa dello scopo, anche laddove uno scopo concretamente si dia, è,
dunque, la caratteristica essenziale dell’etica dell’intenzione sia nella sua
versione mistico-acosmistica, sia in quella ascetico-attiva. Si tratta,
infatti, di un’etica che anche quando si colloca nel mondo e assume fisionomia
razionale rispetto allo scopo, non è del mondo, non è improntata alla logica
della produzione dello scopo, ma a quella della conformità ad un dovere che non
si lascia definire in base alle esigenze di produrre un effetto eticamente giustificato. Quella dell’intenzione è un’etica
incondizionata e assoluta, che rinuncia a qualsiasi azione possieda una
giustificazione non in se stessa, ma nell’essere mezzo per qualcos’altro e che
esibisce la più completa indifferenza al successo (Erfolg).
È un’etica che non conosce compromessi e che non ammette eccezioni:
indifferente al mondo anche quando obbliga ad agirvi all’interno, definisce che
cosa è doveroso a prescindere dalle situazioni contingenti.
È un’etica che ha nella sua rigidità, nella sua assolutezza, il suo maggior
“pregio” e il suo maggior “difetto”: è un’etica che stabilisce una volta per tutte che cosa è lecito e che cosa non lo è.
Stabilità nel tempo, assolutezza degli obblighi, indipendenza dalla
contingenza, incapacità di compromessi definiscono, dunque, lo “stile” etico di
chi adotta la prospettiva gesinnungsethisch.
Malgrado la rilevanza della versione puritana
dell’etica dell’intenzione nella lettura weberiana
della modernità, nella conferenza la caratterizzazione della Gesinnungsethik non fa riferimento all’etica del
Protestantesimo ascetico e risulta al contrario incentrata sul modello mistico-acosmistico. Le ragioni sono probabilmente
molteplici. Ma un ruolo sicuramente rilevante è
giocato dal desiderio di restituire nel modo più netto ed evidente il tratto
essenziale dell’etica dell’intenzione: la sua abissale estraneità al mondo.
Un’estraneità che è responsabile della sua sostanziale impoliticità,
ma anche della sua capacità di resistere al mondo e alla sua logica.
3.
Millenarismo e rivoluzione
Eppure un’etica di questo tipo può avere
anche declinazioni di carattere rivoluzionario. «Dalla religiosità virtuosistica vera e propria potevano
però derivare, in determinate circostanze, altre conseguenze di carattere
rivoluzionario. Ciò era naturalmente possibile solamente se il pragma della violenza [Pragma
der Gewaltsamkeit] –
secondo cui essa produce a sua volta nuova violenza, e mutano soltanto le
persone e, al massimo, i metodi del dominio che si serve della violenza – non viene riconosciuto come qualità duratura di ogni cosa creaturale»[15]. La
declinazione rivoluzionaria di un’etica abissalmente lontana da qualsiasi progettualità e interessata
soltanto alla purezza della coscienza è legata ad una trasformazione
dell’immagine del mondo, del rapporto fra valori etici e fatticità
del mondo. Gli esiti “pratici” profondamente diversi che possono scaturire
dall’etica dell’intenzione sono legati non soltanto al
contenuto determinato di ciò che viene ritenuto eticamente
doveroso, ma anche al rapporto molto diverso che ciascuna etica determinata può
stabilire con il mondo. La possibilità che questo mondo perda del tutto o in
parte la propria radicale alterità ai principi etici,
che sia possibile – e perciò doveroso – rimodellare la fatticità
del mondo rendendola conforme ad un ordine etico è il punto in cui l’etica
dell’intenzione perde la propria extramondanità e diventa una potenza capace di
– e intenzionata a – rivoluzionare il mondo usando qualunque mezzo a ciò
necessario.
Il punto in cui comincia la deriva
rivoluzionaria dell’etica dell’intenzione è, dunque,
il venir meno dell’insuperabile irrazionalità etica del mondo: il fattore che
piega l’etica dell’intenzione ad esiti rivoluzionari è l’avvento dell’idea che
il carattere eticamente irrazionale del mondo non sia
costitutivo del suo essere mondo, ma sia una qualità transitoria, qualcosa da
cui questo mondo possa essere redento. La rivoluzione è il modo in cui questo
mondo – almeno per alcuni aspetti essenziali – cessa di essere eticamente irrazionale e diventa conforme a giustizia,
adeguato a norme etiche assolute. La rivoluzione è l’esito necessario di
un’etica dell’intenzione allorché diviene possibile superare l’irrazionalità
etica del mondo, quando violenza, sofferenza immeritata o qualsiasi altro
aspetto eticamente ingiustificato del mondo non vengono concepiti come superabili soltanto in un altro
mondo.
La tipologia
dell’esigenza rivoluzionaria che sorge dall’idea di una ricomposizione fra
ordine etico e fatticità del mondo
ripercorre il dualismo fra ascesi e mistica. La svolta rivoluzionaria può, in
primo luogo sorgere «dall’ascesi intra-mondana ogni
volta che questa riesce a contrapporre agli ordinamenti empirici del mondo, creaturalmente corrotti, un “diritto naturale” divino
assoluto, la cui realizzazione diventa in seguito un
dovere religioso, secondo il principio […] che si deve obbedire più a Dio che
non agli uomini. Questo è il tipo delle rivoluzioni puritane genuine, di cui si
trovano anche altrove esempi analoghi»[16].
L’esempio per eccellenza di un’esigenza rivoluzionaria su base ascetica è
quello dei puritani inglesi e dell’esercito dei santi di Cromwell,
con cui la modernità politica dei diritti umani e delle garanzie liberali è così profondamente indebitata. I principi assoluti del
diritto naturale religiosamente fondati danno luogo – quando venga meno la fede
nell’abisso che separa il mondo dalla perfetta adeguatezza alla volontà di Dio
– ad un agire politico intramondano che si prefigge
esplicitamente non la testimonianza, ma la realizzazione effettiva di un ordine
sociale e politico ad essi conforme, e che a questo
scopo utilizza tutti i mezzi necessari, ivi compresa quella violenza che non
concepisce come inevitabilmente condannata a generare nuova violenza, ma capace
di essere redenta nella realizzazione dell’ordine voluto da Dio.
Il carattere di
fondo del radicalismo politico di matrice puritana è collegato
direttamente alla sua tonalità ascetico-intra-mondana:
al suo carattere razionale e oggettivante, eticamente
attivo, ma consapevole del mondo e dei suoi ordinamenti, attento alla loro
legalità autonoma anche quando – e forse proprio quando – è convinto e
intenzionato a piegarla alle proprie finalità. Il radicalismo rivoluzionario
puritano si propone obiettivi esclusivamente politici, con strumenti politici.
È la traduzione nel mondo non dell’intera gamma dei doveri religiosi, ma di alcuni principi etici politicamente rilevanti, è il
prodotto di un atteggiamento etico che ha nel proprio carattere razionale e
nella consapevolezza della pluralità degli ordinamenti di vita e della loro
autonoma legalità il proprio tratto caratteristico. È un’etica che chiede alla
politica di continuare ad essere politica, di servire
con strumenti politici la volontà di Dio: è l’indicazione di scopi religiosi
politicamente realizzabili, di finalità etiche “adeguate” alla politica, e non
l’esigenza generica e complessiva di una realizzazione del Regno di Dio in
terra concepita come soddisfacimento di esigenze di amore e fratellanza
incompatibili con la sussistenza del mondo e dei suoi ordinamenti.
Un’intonazione del
tutto diversa ha invece l’esigenza rivoluzionaria che sorge sul terreno di una
religiosità di tipo mistico: «Diversa è la situazione laddove
si compie, come nel mistico, il passaggio – sempre possibile
psicologicamente dal possesso di Dio all’ossessione di Dio. Questo può avvenire
in modo fornito di senso quando divampano le aspettative
escatologiche di un inizio immediato dell’età della fratellanza acosmistica, cioè quando viene a mancare la fede
nell’eternità della tensione tra il mondo e il regno ultra-mondano e
irrazionale della redenzione. Allora il mistico diventa un salvatore e un
profeta. Ma gli imperativi che egli annuncia non hanno
affatto carattere razionale. Essi sono, in quanto
prodotti del suo carisma, rivelazioni concrete, e il rifiuto radicale del mondo
si trasforma facilmente in un anomismo radicale. […]
Ogni millenarismo [Chiliastik], fino alla
rivoluzione anabattistica, riposa in qualche modo su
questa base»[17].
La radicalità con cui viene pensato il superamento
della tensione fra il mondo e i valori etico-religiosi
è in relazione diretta con il loro carattere irrazionale e acosmistico
e determina la profonda diversità rispetto al modello della rivoluzione
puritana. I Quaccheri della Pennsylvania[18], gli
anabattisti e tutti i tipi di millenarismo sono gli esempi ricorrenti del tipo
di rivoluzione messa in atto dai “mistici”. È il tradursi nel mondo di un’etica
incapace di mondo (letteralmente a-cosmica), il paradosso della svolta
rivoluzionaria della religiosità mistica e la sorgente primaria del suo
carattere anomico.
La declinazione
rivoluzionaria dell’etica dell’intenzione è tuttavia un fenomeno che non
riguarda soltanto le etiche religiose. A questo proposito l’esempio classico è
costituito dal socialismo moderno, e in particolare dalle posizioni elaborate
da Marx e messe alla prova nell’“esperimento” dell’Ottobre. È attraverso il
riferimento alle posizioni dei bolscevichi, degli spartachisti,
delle frazioni dei partiti socialisti che confluiranno poi nella III
Internazionale che Weber caratterizza la fisionomia della versione
rivoluzionaria dell’etica dell’intenzione[19].
Proprio l’etica che sembrava offrire le più salde garanzie per il rifiuto di
certe forme tipicamente mondane di azione, che
sembrava vincolata al rispetto aprioristico del divieto di ricorrere a certi
mezzi, dà luogo nella sua versione rivoluzionaria ad un agire che non
indietreggia di fronte a nulla, neppure all’idea di “qualche anno di guerra”
per un’economia borghese [Bourgeoisiewirtschaft][20]. Il
socialismo rivoluzionario è, per Weber, la più compiuta espressione della enormità dei costi che un’etica del fine assoluto può
richiedere, e quindi della somiglianza straordinaria che nella configurazione
rivoluzionaria l’agire del Gesinnungspolitiker
presenta rispetto alla condotta di un politico cinico e realista. Nella sua
configurazione rivoluzionaria un’etica dell’assenza di scopo si trasforma in
un’etica per cui il fine giustifica sempre i mezzi.
Questione decisiva è
qui l’ultimità del fine, la sua coincidenza con una
perfezione che fa della realizzazione del fine anche
la fine della storia umana. Un tale fine, la trasposizione mondana del Regno di
Dio, l’immanentizzazione dell’eschaton,
la perfezione del compimento in terra, può richiedere e giustificare qualsiasi
mezzo. L’etica dell’intenzione esibisce, così, la possibilità del passaggio
dalla mancanza di scopi al fine ultimo: per essa
l’unico scopo possibile è il fine ultimo, il compimento definitivo. L’agire del
rivoluzionario che segue l’etica dell’intenzione – non importa se religioso o
secolare, di stampo ascetico o mistico – non ha nulla del carattere velleitario
e donchisciottesco del sindacalista rivoluzionario o della apolitica
fuga dal mondo dell’acosmista che vive seguendo
l’etica del Sermone della Montagna. Trasformazione in senso rivoluzionario
dell’etica dell’intenzione significa approdo ad un agire che non ignora le
esigenze di efficienza, e che persegue il proprio fine
con lucidità e avvedutezza, almeno per quanto rientra nelle possibilità umane.
L’indifferenza al successo si ribalta, così, nello spregiudicato perseguimento
di un fine assoluto. Per l’etica dell’intenzione rivoluzionaria
il fine giustifica sempre i mezzi, e un’etica dell’estraneità al mondo
si traduce così in una condotta fin troppo mondana. Una volta “abbagliata” dal
venir meno della radicale alterità fra etica e ordine
del mondo e dalla “concreta” possibilità di rendere questo mondo
definitivamente adeguato ai principi etici, l’etica dell’intenzione non
indietreggia di fronte a nulla, di fronte a nessun mezzo purché efficace in
vista del fine, anche di un modesto fine intermedio. Quella che rimane immutata
in tutte le varianti dell’etica dell’intenzione è la
sua sordità alle conseguenze, la sua incapacità di valutare gli esiti di un
mezzo o i costi di un’azione come elemento rilevante per la valutazione etica
del fine o dell’azione.
Nella sua
configurazione extramondana l’etica dell’intenzione rivela, tuttavia, con
chiarezza la caratteristica che, a mio avviso, Weber intenderà recuperare: la
fermezza e l’indisponibilità al compromesso, l’incondizionata fedeltà al
valore, la capacità di rifiutare il mondo. In altri termini:
la capacità di un agire che accetta il fallimento e l’insuccesso, pur di
rimanere fedele ai propri principi. Il problema, come vedremo, sorgerà,
invece, con l’ampiezza e l’onerosità delle sue premesse metafisiche.
4.
Verantwortungsethik: il politico realista
e il Grande Inquisitore
A differenza
dell’etica dell’intenzione, l’etica della responsabilità è un’etica della
consapevole ricerca della trasformazione del mondo
attraverso la realizzazione di scopi eticamente
legittimati e l’assunzione di responsabilità per ciò che da quei fini e dai
mezzi impiegati per raggiungerli può discendere. È un atteggiamento etico in
base al quale la determinazione del valore di un’azione assume come punto di riferimento
le conseguenze – dirette e indirette – prevedibili di quella determinata
azione. È un’etica delle conseguenze: della valutazione di un determinato
comportamento sulla base di quello che esso produce
nel mondo. L’etica della responsabilità è un’etica in cui il valore dell’azione
è dipendente da ciò che quell’azione realizza nel
mondo.
L’etica della
responsabilità è un’etica che intende realizzare nel mondo
fini eticamente giustificati, e che accetta di
essere misurata su ciò che nel mondo effettivamente realizza. Non intende
testimoniare intenzioni, aspira ad ottenere risultati, aspira al successo nel
conseguimento degli obiettivi che si prefigge. È una forma di agire razionale
rispetto allo scopo in cui il fine risulta razionale
rispetto al valore[21]. Per
chi segue un’etica della responsabilità il mondo non è
un palcoscenico, ma l’oggetto di un autentico interesse etico, l’ambito
all’interno del quale perseguire finalità etiche. L’etica della responsabilità
si propone, dunque, di cambiare il mondo, di renderlo migliore dal punto di
vista etico e accetta che una determinata condotta possa essere giustificata
non per quello che è in sé, ma sulla base di ciò che
contribuisce a realizzare. Prima ancora che di fronte ad azioni eticamente sospette o illegittime come
mezzi per il proprio fine, l’etica della responsabilità è un’etica che
non indietreggia di fronte ad azioni che sono solo mezzi. La legittimità etica
di un mezzo dipende dal fine che realizza. Il rovello dell’etica della
responsabilità è, appunto, in che misura il fine
giustifichi mezzi eticamente riprovevoli. Nell’etica
della responsabilità la qualità morale di un’azione non è qualcosa che pertiene intrinsecamente a quell’azione,
ma dipende dalla relazione che esiste fra quell’azione
e lo scopo che essa è chiamata a servire. Ciò lascia, tuttavia, completamente
indecisa la questione di quali mezzi siano
giustificabili per quali scopi. E questo rappresenta l’interrogativo che
definisce forse meglio di ogni altra cosa l’etica
della responsabilità.
Netta e chiara è su
questo punto la differenza rispetto all’etica dell’intenzione in ogni sua
forma. Quello che per l’etica della responsabilità è in linea
di principio un dilemma ricorrente e sempre aperto, è per le etiche
dell’intenzione un problema a priori già risolto. Nella sua versione acosmistica o asceticamente intramondana, infatti, il fine non giustifica mai i mezzi:
non può esserci giustificazione alcuna per nessun tipo di mezzo perché il fine,
l’effetto, le conseguenze nel mondo di una certa condotta non costituiscono un
argomento etico, non hanno peso nella valutazione etica della condotta
medesima. Nella versione rivoluzionaria, al contrario, il fine è così assoluto
che giustifica sempre e necessariamente i mezzi. All’esatto opposto, per
l’etica della responsabilità la giustificazione dei
mezzi è questione che non può essere risolta né a priori, né una volta per
tutte: richiede ogni volta la valutazione dello scopo specifico a cui quel
certo mezzo deve servire. L’etica della responsabilità è un’etica che si
propone di realizzare un cambiamento intra-mondano, e
in questa prospettiva assume l’intera gamma degli effetti che l’agire produce
sul mondo come dato rilevante ai fini della sua valutazione etica. È l’impatto
complessivo dell’azione sul mondo e la sua congruenza o meno con il valore che
ispirava il fine ricercato che decide il valore dell’azione. Punto di
riferimento della valutazione etica non è, quindi, mai la singola azione in se
stessa conchiusa e di per sé considerata, ma il complesso intreccio di effetti e conseguenze in vario modo collegate all’azione.
Se il fine non giustifica i mezzi
necessari, si rinuncia al fine: questa è, in linea di principio, la differenza
che separa l’etica della responsabilità dalla versione rivoluzionaria dell’etica
dell’intenzione. Mentre in quest’ultima
il fine è indiscutibile, e i mezzi sono quelli più rapidi ed efficienti,
nell’etica della responsabilità la valutazione delle conseguenze di un mezzo
interagisce sulla scelta del fine. E questo perché il fine è sempre l’esito di
una decisione fra possibilità molteplici in base alla valutazione delle
conseguenze di tutti i segmenti della strategia complessiva
volta a perseguirlo. Se una certa azione produce un male più grande del bene
che realizza, o si trova un mezzo, una strada diversa per conseguire lo stesso
obiettivo evitando le conseguenze negative di alcuni
mezzi, oppure si lascia cadere il fine. In riferimento
a questa capacità di una valutazione comparativa dei possibili corsi d’azione e
di un ripensamento sui fini a causa dei loro costi etici, l’etica della
responsabilità è stata definita, di volta in volta, critica, riflessiva,
pragmatica. Nell’etica della responsabilità non esiste un fine ultimo
inamovibile e assoluto, ma la decisione sul fine rimanda sempre, oltre che ad
una presa di posizione di valore, anche alla considerazione dei costi etici che
un determinato agire può comportare.
L’etica della
responsabilità non è, quindi, un’etica assoluta: il contenuto di ciò che è eticamente doveroso può cambiare in
relazione alle conseguenze non necessariamente sempre uguali che un
determinato comportamento può avere in contesti diversi. Variando questi
ultimi, varia anche il valore etico dell’azione: in situazioni diverse uno
stesso comportamento può produrre anche conseguenze opposte. È un’etica contestuale in cui gli aspetti cognitivi e le competenze
specialistiche, la capacità prognostica e il sapere
scientifico giocano un ruolo fondamentale. È un modello in cui l’argomentare
etico è intriso di presupposti cognitivi, di elementi
oggettivi che intervengono come rilevanti nella valutazione etica. Conoscere o
prevedere gli effetti in un dato contesto di un’azione
non è più cosa moralmente irrilevante e quindi il sapere, la conoscenza in
generale dei meccanismi di funzionamento del mondo è essenziale per l’agire
morale. L’etica della responsabilità è un’etica che prende sul serio il mondo,
che non lo disprezza o lo rifiuta come chi segue l’etica dell’intenzione. Le
sue caratteristiche distintive derivano dalla consapevolezza dell’irrazionalità
etica del mondo e dall’accettazione delle implicazioni che questo comporta per
chi decida, comunque, di agire in esso con finalità
etiche.
A differenza di quanto
accade per l’etica dell’intenzione, i riferimenti concreti evocati da Weber per
illustrare le caratteristiche dell’etica della responsabilità sono
sostanzialmente a due: la figura – abbastanza generica – del politico realista
e quella del Grande Inquisitore nell’omonimo episodio de I fratelli Karamazov di Dostoevskij. Cominciamo
dal primo. Nel saggio su Il significato della “avalutatività”
Weber distingue due accezioni di politica realistica[22]. Nel
suo significato più proprio politica realistica significa un adattamento alla
realtà – e alle possibilità che essa offre – limitato alla scelta dei mezzi e
delle strategie per realizzare praticamente un
obiettivo che discende da una determinata presa di posizione di valore rispetto
ai fenomeni politici. Ad una politica realistica – con una esplicita
connotazione positiva – che si adatta soltanto in riferimento ai mezzi da
utilizzare per un fine deciso in base ad una presa di posizione di valore, si
contrappone un’accezione di politica realistica in cui sono le ultime prese di
posizione sui fenomeni politici e sociali ad essere dipendenti dalla
rappresentazione soggettiva di ciò che sembra possedere maggiori possibilità di
successo. In questo significato – improprio dal punto di vista concettuale, ma
adeguato alla politica tedesca del dopo Bismark –
politica realistica acquisisce una connotazione decisamente
negativa, ma soprattutto esemplifica un tipo di agire politico che ha rimosso
ogni legame con l’etica. In quest’ultimo caso,
infatti, politica realistica non indica “semplicemente” una politica che si
sforza di utilizzare mezzi efficaci in vista dei propri scopi – posti sulla base di prese di posizione di valore –, ma una
politica che ha fatto delle chances di
successo il criterio assoluto in base al quale decidere non soltanto sui mezzi,
ma anche sui fini da perseguire.
La traduzione politica
dell’etica della responsabilità coincide con una politica realistica in senso
proprio, con un realismo politico che non significa assenza di valori, ma che,
al contrario, si nutre di essi fino al punto di
proporsi il compito di rendere il mondo anche soltanto un po’ migliore,
evitando, però, che questo atteggiamento finisca per produrre un mondo peggiore
o, comunque, un insieme di conseguenze che contraddica proprio i valori che si
pretende di realizzare. Questo realismo è cosa profondamente diversa dalla Machtpolitik: è un realismo politico che programmaticamente non coincide con l’adattamento al mondo,
con la prudenza di una ricerca del potere come fine a se stessa, ma con un
ragionato e ponderato desiderio di realizzare fini e scopi eticamente
giustificati, utilizzando i mezzi a ciò necessari, e sentendosi responsabile di
ciò che in esso prevedibilmente si realizzerà. È un
realismo in cui la valutazione del possibile interviene non nella selezione dei
fini, ma solo e soltanto nella scelta dei mezzi e nella ponderazione delle
conseguenze. L’etica della responsabilità configura un realismo politico carico
di preoccupazioni e di finalità etiche.
Fin qui la distinzione
fra la politica realistica della Machtpolitik
e quella della Verantwortungsethik risulta chiara e radicale. Tuttavia, proprio la questione
della legittimazione dei mezzi attraverso il fine e della valutazione dei mezzi
sulla base delle loro conseguenze consente al tempo stesso di ridurre questo
scarto e di intravedere il limite principale dell’etica della responsabilità e
della sua “proiezione” politica: un limite che può presentarsi sotto la duplice
forma ora di una scarsa capacità di innovazione, ora
della incapacità di escludere il ricorso a mezzi estremi. In ogni caso, sempre
sotto il segno di una eccessiva disponibilità ad
adattarsi alla legalità autonoma della politica e del mondo in generale. Il
realismo politico della responsabilità a differenza della semplice Machtpolitik conserva il momento della decisione
etica sugli scopi ultimi, e confina la valutazione delle chances
di successo alla semplice selezione dei mezzi.
Malgrado ciò la rilevanza delle conseguenze dei mezzi e il calcolo comparativo
fra mezzi e fini finisce per riportare la dimensione
del possibile anche all’interno della selezione dei fini. L’esigenza tipica
della Verantwortungsethik di valutare l’azione
a partire dalle conseguenze desiderate e indesiderate che essa produce e,
quindi, attraverso una comparazione costi-benefici di tipo etico rende impraticabile qualsiasi obiettivo impossibile che non
sia a costo zero, ovvero che contenga controindicazioni di carattere etico o
direttamente o nelle sue conseguenze. È l’idea stessa che qualcosa debba essere eticamente valutato a
partire da quello che ci si aspetta che esso produca nel mondo che induce a
fare dell’impossibile una giustificazione inutilizzabile. Costi etici possono
essere pagati soltanto in vista di qualcosa che attraverso di essi può essere realizzato; costi etici possono essere
pagati soltanto per qualcosa di possibile, e diventano tanto più problematici
quanto più problematico diventa il fine per cui si richiedono. Certo, non si
sceglie il fine in base alle possibilità di successo, ma non si può neppure
prescindere del tutto dalla sua realizzabilità.
L’adattamento al mondo
può, così, essere non soltanto il frutto di un agire indifferente all’etica e
prudenzialmente orientato a massimizzare le chances
di un incremento di potere, ma l’esito doveroso della consapevolezza
dell’irrazionalità etica del mondo e della
decisione/costrizione ad agire al suo interno. Può essere, cioè,
qualcosa a cui ci induce l’assunzione di responsabilità nei confronti delle
conseguenze di ciò che facciamo, e la consapevolezza che ciò che facciamo
possiede una giustificazione soltanto in ciò che esso contribuisce a realizzare
nel mondo, e che, quindi, la sua eventuale inutilità è fonte di colpevolezza
etica. L’ambito del possibile è l’ambito dei fini per cui
possiamo pagare dei prezzi in termini etici. L’impossibile nella sua inutilità
a finalità determinate diventa sinonimo di colpevolezza etica.
Ma l’etica della
responsabilità e la politica realistica cui essa dà
vita non esibiscono soltanto il volto “adattivo” di
un politica che si muove con cautela e circospezione sui fini. Esse possono
assumere anche il volto tragico di una politica che non indietreggia di fronte
a nessun mezzo perché ritiene di poter scongiurare – o
porre rimedio a – mali assoluti. Scarsamente audace nel proporre finalità positive o nel contrastare minacce incombenti quando opera
in presenza di una definizione ristretta di ciò che è possibile, esibisce il
proprio volto demoniaco quando opera in un orizzonte in cui il possibile si
dilata a comprendere rimedi o antidoti a grandi sciagure. Ed
è qui che si situa l’alto esempio di politico della responsabilità: il Grande
Inquisitore[23].
L’incontro nel carcere di Siviglia fra Cristo e il Grande Inquisitore illustra
alla perfezione il conflitto fra etica dell’intenzione ed etica della
responsabilità. Entrambi sono animati da amore sincero
e profondo per l’uomo, ma l’accusa che il Grande Inquisitore rivolge a Cristo è
quella di non aver valutato le conseguenze dell’inadeguatezza umana ad amore
che si fonda sulla fede e sulla libertà. Il Grande Inquisitore non contesta la conformità
del comportamento di Cristo ad un’idea assolutamente pura di amore;
imputa, piuttosto, al Salvatore le conseguenze effettive del suo amore. Non
contesta, come è ovvio, la purezza dell’intenzione, ma
brandisce le conseguenze come argomento contro la scelta di attenersi
esclusivamente alla purezza dell’intenzione. Un’intenzione assolutamente pura
ha prodotto conseguenze specularmente opposte: la
purezza dell’amore ha prodotto sofferenza e dolore per milioni di uomini, ha prodotto fattualmente
le stesse conseguenze di un’assoluta mancanza d’amore. La purezza dell’amore
per l’uomo si traduce in realtà nell’amore per pochi e in mille anni di inutili sofferenze per tutti gli altri.
D’altro canto, però,
la pretesa di creare un mondo all’insegna dell’amore per l’uomo implica alla
fine non soltanto la creazione di un ordine politico identico a tutti gli altri
– se non addirittura peggiore –, non soltanto la decisione di mandare Cristo al
rogo[24], ma
la deliberata e consapevole scelta di mettersi al servizio del diavolo[25]. La
coerente adozione del punto di vista delle conseguenze conduce il Grande
Inquisitore nelle braccia del più acerrimo nemico di
chi ha portato quel messaggio d’amore che pure lo ispira. Il tentativo di
realizzare nel mondo conseguenze adeguate al principio
dell’amore dell’uomo significa mettersi letteralmente al servizio di potenze
diaboliche, significa essere disposti ad un sacrificio della purezza del
principio che diventa sacrificio del principio tout court, che conduce
ad un mondo che è in tutto e per tutto uguale al mondo come è sempre stato: un
mondo in cui il ricorso alla violenza genera secondo un pragma
immutabile sempre nuova violenza, in cui al di là dei fini è la logica interna
dei mezzi ad avere la meglio, e a riprodurre il mondo nella sua immutabile datità.
La caratterizzazione dell’etica
della responsabilità e del realismo politico viene
condotta nella conferenza mettendo in luce la loro incapacità di stabilire un
limite invalicabile all’uso di certi mezzi. L’etica della responsabilità e il
realismo politico da essa ispirato non si fermano
davanti a niente, nessun mezzo può essere definitivamente e irrevocabilmente
escluso: un certo mezzo può non essere giustificato da un certo fine, ma non è
detto che non esistano in assoluto fini che non possano giustificarlo.
Disponibile a compiere qualunque azione se fra i fini possibili ne esiste uno capace di giustificarla, la Verantwortungspolitik intreccia il rifiuto del
velleitarismo rivoluzionario e dell’utopismo politico con una disponibilità a
fare comunque molto – tendenzialmente tutto – per il possibile. Il punto
decisivo è la non indifferenza dei mezzi, l’impossibilità di una loro neutralizzazione. Adattamento nei mezzi significa in qualche
maniera adattamento tout court al mondo: i mezzi non si lasciano mai
interamente redimere dai fini e la loro utilizzazione finisce per confermare il
mondo più di quanto i fini connessi perseguiti
pretendano di cambiarlo. D’altro canto, proprio per la sua cifra etica, la
politica realistica della responsabilità non assume mai la
fisionomia del cinismo, non significa mai assenza di scrupoli. Il
realismo della responsabilità è un atteggiamento eticamente
motivato e non un calcolo prudenziale per vantaggi soggettivi. Anche se risulta impossibile trovare un criterio di esclusione
definitiva di certi mezzi e anche se l’etica della responsabilità inclina ad
una generalizzata giustificazione dei mezzi sulla base dei fini, questa non
assume mai i caratteri di una serena spregiudicatezza, ma semmai quelli della tragica
scelta fra esigenze etiche confliggenti. La deriva
del realismo politico in direzione dell’adattamento non avviene per l’assenza
di motivazioni etiche, ma proprio a causa di esse.
5.
Il reciproco completamento di Gesinnung e Verantwortung
La disamina delle due
etiche e l’intera conferenza si concludono con una
esplicita presa di posizione normativa di Weber in merito a quale sia
l’atteggiamento etico adatto al politico di professione della tarda modernità.
La posizione weberiana è esplicita anche se espressa
in forma abbastanza asciutta e contratta: «L’etica della convinzione e quella
della responsabilità non sono assolutamente antitetiche, ma si completano a
vicenda […]»[26].
È la tesi normativa della complementarità delle due
etiche. Si tratta di una posizione in cui la coerenza interna dell’approccio
etico viene subordinata alle esigenze di senso che
scaturiscono da una determinata immagine del mondo. È il mondo tardo moderno
nella specifica lettura offertane da Weber il fondamento della sua proposta normativa.
L’esigenza di integrare etica della responsabilità ed etica dell’intenzione
nasce da un’immagine del mondo che ne sottolinea non
soltanto l’irrazionalità etica, ma anche l’“unicità”. In un’epoca senza Dio e
senza profeti questo è l’unico mondo che abbiamo, l’alfa e l’omega di ogni nostra esigenza di senso. È in questa
unicità, nella irrazionalità etica di un mondo che è ormai l’unico
orizzonte di senso del nostro agire etico che si radica la centralità
dell’etica della responsabilità. Complementarietà delle due etiche non vuol
dire infatti che entrambe possiedano un ruolo
paritario nella determinazione dell’etica per la politica difesa da Weber nella
conferenza. L’etica dell’intenzione possiede il suo orizzonte di senso nel
riferimento ad un altro mondo, acquista piena comprensibilità e giustificabilità razionale soltanto dal rimando ad un altro
mondo in cui le aporie etiche della sofferenza immeritata e del dolore
irredento possano essere riassorbite e compensate.
Assenza di Dio significa così primato della responsabilità, adozione di uno
sguardo etico sul mondo che lo assume al tempo stesso nella sua irrazionalità
etica, ma anche nella sua unicità.
Nonostante questa centralità/prevalenza di un
approccio verantwortungsethisch, la proposta
normativa weberiana non può essere ridotta alla sola
etica della responsabilità. Sia pure per solide ragioni
etiche - e non semplicemente prudenziali
- l’etica della responsabilità possiede un profilo eccessivamente
adattivo. Eccessivo probabilmente rispetto anche ad
un’immagine normativa di umanità, ma sicuramente
eccessivo anche in relazione alla riduzione progressiva degli spazi di libertà
politica e sociale che attraversano la tarda modernità, alla gabbia d’acciaio
della servitù del futuro che incombe sul presente. È nella sua prestazione di
resistenza/rifiuto radicale del mondo che l’etica dell’intenzione risulta insostituibile in un’epoca all’insegna
dell’ipertrofia della tecnica e di una minacciosa saturazione degli orizzonti
di senso. Se il limite principale dell’etica
dell’intenzione deve essere individuato nella sua difficile pensabilità
in un mondo ormai privo di trascendenza – sia metafisica, sia storica -, la sua
insostituibile prestazione è quella di impedire lo scivolamento adattivo connesso all’adozione di un approccio verantwortungsethisch.
L’approdo conseguente di una
politica realistica è, infatti, qualcosa di molto simile all’adattamento al
mondo. Non l’adattamento prudenziale di chi sceglie le proprie finalità e
decide le proprie prese di posizione ultime sulla base di
ciò che sembra avere maggiori chances di successo, ma
l’adattamento “tragico” a cui si sente costretto con motivazioni etiche il
Grande Inquisitore. Non l’adattamento opportunistico e
cinico, ma quello eticamente fondato e tragico: l’adattamento
di chi deve ponderare i propri fini a partire dalle conseguenze dei mezzi che
deve impiegare e che perciò rifugge da ogni utopismo, ma anche quello di chi
deve fronteggiare contingenze spaventose e non deve indietreggiare rispetto
alla possibilità di minimizzare il male ricorrendo a strumenti eticamente tremendi. È l’adattamento al mondo come
dovere etico.
Ma proprio questa incapacità di rifiutare il mondo è, al tempo stesso,
il limite generale dell’etica della responsabilità e il luogo rispetto al quale
si misura l’insostituibilità di un approccio gesinnungsethisch.
Il contributo specifico dell’etica dell’intenzione si manifesta in due
direzioni: la capacità di rifiutare il ricorso a mezzi eccessivamente
riprovevoli dal punto di vista etico e la capacità dell’impossibile. La
capacità di limitare i mezzi, di impedire che
l’esigenza di evitare il male si traduca nella disponibilità a fare qualsiasi
cosa è la prestazione specifica che introduce esplicitamente l’esigenza del
reciproco completamento: Affermare «“non posso fare diversamente, da qui non mi
muovo”»[27]
significa introdurre una rigidità e una indisponibilità assoluta che sono
estranee alla logica dell’etica della responsabilità. La capacità di rifiutarsi
di commettere un male ritenuto estremo, anche se questo servisse
ad evitarne uno ancora maggiore è il segno di una soggettività che ha
conservato la capacità di ragionare, almeno nei punti estremi, con una logica
diversa da quella delle conseguenze, che non ha smarrito la capacità di
percepire la qualità intrinseca delle azioni nonostante abbia accettato di
misurarne la qualità etica a ridosso delle conseguenze. L’indisponibilità ad
usare certi mezzi malgrado le loro conseguenze, la
capacità di resistere alla logica del mondo può venire soltanto da un’etica
centrata sul valore dell’azione in sé.
Sulla stessa linea si
colloca l’altro contributo che l’atteggiamento gesinnungsethisch
offre alla politica: la capacità di non assumere il possibile come orizzonte
esclusivo per la determinazione dei propri fini, la capacità di ricercare
l’impossibile. Solo l’etica dell’intenzione può mirare all’impossibile, e
soltanto mirare all’impossibile consente di evitare l’adattamento al mondo,
consente di resistere attivamente al mondo, di assumere una posizione che non
accetta integralmente la sua logica. In un contesto
comunque segnato dall’etica della responsabilità, l’aspirazione all’impossibile
si distingue, tuttavia, sia dall’irresponsabile testimonianza, sia
dall’assolutismo del fine ultimo che caratterizzano le diverse versioni della
pura etica dell’intenzione. È la tenacia dell’aspirazione ad un oltre il
possibile che tuttavia accetta di misurarsi sulla questione di quali
conseguenze questa aspirazione comporti, e sulla
valutazione critica dei mezzi necessari. È un impossibile non assoluto e non
sordo alle possibili conseguenze dei mezzi necessari.
L’esigenza di
completamento e di congiunzione delle due etiche si radica dunque
nell’impraticabilità di un atteggiamento etico e politico indifferente a questo
mondo, ma anche nella consapevolezza che soltanto l’intransigenza dell’etica
dell’intenzione è in grado di arginare la vocazione adattiva e compromissoria dell’etica della responsabilità.
È ad una politica che assume come riferimento un’etica di questo tipo, che
Weber attribuisce non soltanto la capacità di fornire senso
alla vita degli individui che vi si dedicano, ma anche di rispondere
efficacemente alle sfide della tarda modernità.
[1] Per questa posizione cfr.
in primo luogo W. Schluchter, Il paradosso della razionalizzazione,
trad. it. a cura di C.
Scrocca, Liguori, Napoli 1987, pp. 181-2.
[2] M. Weber, La politica come professione, in Id., Il lavoro intellettuale
come professione, trad. it. a
cura di A. Giolitti, Einaudi,
Torino 1966, p. 109. D’ora in poi citata con l’abbreviazione Pol. Per una formulazione sostanzialmente convergente del
dualismo fra etica dell’intenzione ed etica della responsabilità cfr anche M. Weber, Il significato dell’“avalutatività” delle scienze sociologiche ed economiche,
in Id., Il metodo delle
scienze storico-sociali, trad. it. a cura di P. Rossi, Einaudi, Torino 1974, pp. 329-330. D’ora in poi citato con
l’abbreviazione Sign.
[3] Cfr. M. Weber, Economia
e società, trad. it. a
cura di P. Rossi, Comunità, Milano 1980, vol. I, pp. 22-3. D’ora poi citata con
l’abbreviazione E.S.
[4] Su questo punto cfr. L. Scaff, Fleeing the Iron Cage, Culture, Politics and Modernity in the thuoght of Max Weber, University of California Press, Berkeley 1989, p. 173.
[5] Cfr.
Pol. 110.
[6] Cfr.
Dem. 37-8.
[7] Cfr.
Pol. 107.
[8] Pol. 117.
[9] Cfr. Pol.
108.
[10] Cfr. M. Weber, Tra due
leggi, in Id., Scritti
politici, trad. it. a
cura di A. Variolato e E. Fongaro, Donzelli,
Roma 1998, pp. 41-2.
[11] La pluralità dei punti prospettici
da cui Weber guarda all’etica dell’intenzione è stata
evidenziata da F. Tuccari, Carisma
e leadership nel pensiero di Max Weber, Franco Angeli, Milano 1991, pp.
190-3.
[12] Sul sindacalista rivoluzionario
come esempio di Gesinnungsethiker cfr. L. Fonnesu,
Max Weber e l’etica, in «Iride», n. 4-5 (1990), pp. 65-6.
[13] Pol.
109. Cfr. anche Sign. 341. Un altro esempio di politica caratterizzata da
un atteggiamento gesinnungsethisch e non
direttamente riconducibile a posizioni religiose è quello di alcuni
esponenti dei democratici russi che Weber definisce pan-moralisti. Cfr. M. Weber, La situazione della democrazia borghese
in Russia, in Id., Sulla
Russia, trad. it. a cura
di M. Protti, il Mulino, Bologna 1981, pp. 36-7.
Sulla coincidenza fra pan-moralismo e etica
dell’intenzione cfr. W. Schluchter, Paradoxes
of Modernity. Culture and
Conduct in the Theory of Max Weber, Stanford University Press,
Stanford (CA) 1996, p. 61.
[14] M. Weber, Intermezzo, in Id., Sociologia della religione, trad. it. a cura di P. Rossi, Comunità,
Milano 1982, p. 541. D’ora in poi citato con l’abbreviazione Inter.
[15] Inter. 541. Corsivo mio.
[16] Cfr. Inter.
541.
[17] Inter. 541-2.
[18] Cfr. Pol.
114 e E.S. II, 276.
[19] Pol. 110-1.
[20] Cfr. Pol.
110-1.
[21] Cfr. E.S. I, 23.
[22] Cfr. Sign.
342.
[23] Cfr. Pol. 111-2. Fra i pochi che hanno sottolineato
esplicitamente questa esemplificazione dell’etica della responsabilità
attraverso la figura del Grande Inquisitore, cfr. G. Marini, Sul tema dei conflitti di valore in Max Weber, in Filosofia,
religione, nichilismo. Studi in onore di Alberto
Caracciolo, Morano, Napoli 1988, p. 156 e R.
Esposito, Nove pensieri sulla politica, il Mulino, Bologna 1993, p. 70.
[24] F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov,
Einaudi, Torino 1981, pp. 346-7.
[25] Ivi, 343.
[26] Pol. 119.
[27] Pol. 119.
Il testo è di prossima pubblicazione in Fenomenologia e società, n. 3, XXIX (2006)
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