ARTICOLI E SAGGI 22/06/2007 Sandro Chignola - Civis, Civitas, Civilitas. Translations in Modern Italian and Conceptual Change
1. Il concetto di «civilization» ben si presta per evidenziare le difficoltà
metodologiche che incontra, e le opportunità che offre, una storia dei
concetti. E’ stata quindi una scelta opportuna, da parte degli organizzatori di
questa conferenza, quella di concentrare attorno alla nozione di «civilization» il dibattito sui problemi
teorici che si presentano nel corso della traduzione, o della trasmissione, dei
concetti da un ambito culturale ad un altro[1].
In italiano, infatti, non esiste, o almeno è molto raro, un termine
direttamente corrispondente all’uso inglese, francese o tedesco (civilization, civilisation, Zivilisation).
In latino, non esiste un termine «civilisatio»
che possa servire da base per la costruzione di un derivato in italiano volgare[2].
Quando si tratterà di coniare un concetto transitivo-attivo corrispondente
all’uso francese o inglese, legato all’idea di progresso, alla «civilizzazione»
possibile di individui, gruppi o nazioni e all’esito contraddittorio del
processo di modernizzazione, sarà «incivilimento»
il termine più prossimo che è possibile isolare nel lessico degli autori
italiani del XIX secolo.
La parola «civiliser», come nozione di movimento, viene introdotta nel
vocabolario francese nel corso del secolo XVI[3].
Da un lato, come termine giuridico che denota la trasformazione di una causa
penale in causa civile. Dall’altro, come indice dinamico che designa il processo
di ingentilimento dei costumi e dei modi sociali di individui o popoli. Di qui
la doppia accezione per cui il termine può essere riferito sia alla dinamica
sia all’esito del progresso della cultura e della ragione. «Civilisation» è termine sintetico. Esso porta a concetto quanto
in precedenza era stato formulato con espressioni differenziate e molteplici:
ingentilimento dei costumi, educazione degli spiriti, sviluppo della politesse, esercizio delle arti e delle
scienze, fioritura del commercio e dell’industria[4].
Come molti dei termini designati in
–ation, e quindi derivati da forme
verbali in –iser, la parola «civilisation» si impone a partire
dall’epoca della Rivoluzione francese[5].
Con essa, il neologismo, già a partire dall’inizio del secolo XIX non più
destinato ad essere avvertito come tale, cessa di essere riferito all’uso
giuridico per essere definitivamente inquadrato in una filosofia della storia.
Mirabeau, nel 1756[6], usa «civilisation» in rapporto alla funzione
positiva riconosciuta alla religione, autentica «molla principale» della
civiltà e della socializzazione. Diderot, nel 1775[7],
lo usa per denotare il processo di affrancamento lungo e difficile con cui si
realizza la modernizzazione di un popolo.
Termine di movimento, «civilisation» viene progressivamente
sganciato dal riferimento all’individuo rispetto al quale esprime
l’acquisizione di modi sociali. Esso viene temporalizzato ed universalizzato,
quanto al suo contenuto, finendo con il sostituire nell’uso il termine «civilité», troppo statico per cogliere
senso e continuità della lunga evoluzione per mezzo della quale l’umanità si
allontana dal primitivo stato di barbarie[8].
Attraverso di esso, si afferma una visione della storia ottimistica e, in
generale, sempre più secolarizzata e mondana.
La storia italiana del concetto,
pur parallela a quella francese, non permette tuttavia di assumere come lineare
il passaggio dall’uno all’altro degli ambiti linguistici. «Civilizzazione», termine la cui presenza, su calco francese, può
essere attestata attorno al 1770, resta una parola in gran parte estranea al
vocabolario, nel quale permane, caratteristica eccezione rispetto alle
principali lingue europee, l’uso di «civiltà»[9].
Il termine «civilizzazione», benché raro, è comunque attestabile in Alessandro
Manzoni, che lo riferisce al progresso nella polemica che conduce con Sismondi
a proposito del ruolo giocato dalla Chiesa e dalla morale cattolica nella
storia d’Italia: l’indifferenza nei confronti della religione non sarebbe il
frutto della «civilizzazione avanzata»,
quella che più oltre Manzoni identifica allo «spirito del secolo», ma il problema che la Chiesa ha dovuto
affrontare sin dal principio della sua storia[10].
Giacomo Leopardi, che, anticipando Nietzsche, legge tendenzialmente come malattia la civiltà moderna e come
strutturato da reciproca «nemicizia»
il rapporto «della ragione e della natura»,
usa il termine «incivilimento», negli
anni ’20 dell’Ottocento, per alludere al processo che impone, in luogo delle
fatiche fisiche della «vita primitiva»,
le «fatiche fine che consumano e logorano
ed estinguono le facoltà umane come la memoria, la vista e le forze in genere»[11].
Vincenzo Gioberti parla dell’«incivilimento
maturo» come dello stato di «civiltà»
che risolve dialetticamente in progresso universale le contraddizioni e le
unilateralità della storia, valutando come la «civiltà odierna dei popoli cristiani» superi di molto quelle
antiche «per tutto ciò che spetta alle
idee, alla morale e specialmente alla celere e ampia diffusione dei benefici
influssi» e riconoscendo in quella che egli chiama la «classe cittadinesca» (altrove: «ceto
medio») il soggetto politico-sociale capace di attuare la sintesi
dialettica tra «libertà e progresso»
da cui dipende la stabilizzazione del movimento sociale[12].
Carlo Maria Curci, introducendo al lettore il primo numero di «Civiltà
cattolica», dichiara un fatto «oggimai
ineppugnabile non avervi al mondo altra civiltà che l’europea, e nell’Europa
l’incivilimento essere stata opera cristiana, cattolica, romana»[13].
Lo stesso Curci parla altrove di Roma, sede del papato, come della «fiaccola incivilitrice dell’universo mondo»[14].
Come appare particolarmente chiaro
in Gioberti, l’uso concettuale italiano del secolo XIX, pur adattandosi alle
caratteristiche di temporalizzazione e di mobilità della storia con il conio
della derivazione verbale «incivilimento»
a coprire l’area significante del barbarismo «civilizzazione», continua a gravitare («cittadinesco», «città», «civiltà») nel campo semantico
perimetrato dai termini latini «civis»,
«civitas», «civilitas». Nella lingua italiana tra XIX e XX secolo è «civiltà» il termine che esprime
l’esperienza di un’immanente inclinazione progressiva e di movimento della
storia.
2. L’ambito di pertinenza della
semantica del «civile» è strettamente
legato in italiano, grazie alla mediazione e alla trasformazione latina del
lessico classico greco, alla politica. «Civilis»
è il termine con cui il latino traduce politikh[15].
«Civitas» il termine che, con una
significativa inversione della logica alla base della corrispondente
terminologia greca – come ha dimostrato Emile Benveniste[16]
– traduce il termine polis. Per dire città, il latino adopera «urbs», parola di origine sconosciuta, la
cui semantica è strettamente apparentata a quella del greco astu: di qui «urbanus», nel senso di «raffinato»,
opposto a «rusticus», della campagna,
sul modello del greco asteiws. «Civitas»,
termine secondario, viene adoperato per indicare l’insieme dei concittadini,
dei «cives», rovesciando il rapporto
di derivazione che esiste tra polis e poliths. Il vincolo di cittadinanza, e
quindi l’aspetto di un’inclusione prioritariamente politica, è centrale nella
determinazione latina dello spettro semantico del «civile».
«Civis» non è semplicemente il cittadino, definito come tale dalla
sola appartenenza allo spazio della città, ma colui che condivide con altri, ed
in opposizione alle diverse tipologie degli stranieri - «hostes», «peregrini», «aduenae» -, un legame nel godimento e nella fruizione di quelli che
noi chiameremmo «diritti politici». E’ la centralità di questo rapporto
originario di reciprocità e di scambio ciò che rende possibile l’adozione di «civitas» come nozione collettiva
riferita all’insieme dei «cives»[17].
Spesso, il termine viene usato in questo senso nel latino classico
rafforzandolo con l’aggettivo «meus»,
«tuus» (Plauto, Trim., 1, 2, 63; Cicero, Cat.,
1, 7, 17). Nella tarda latinità questa accezione verrà confermata con
l’introduzione del termine «concivis».
Di qui i significati principali del
termine «civilis»: da un lato, ciò
che pertiene ai concittadini. «Scientia
civilis» è il termine che traduce il complesso generale della politikh
episthme dei greci. «Civilis» è non a
caso spesso usato in funzione aggettivale rispetto a termini che esprimono il
disfarsi del vincolo di con-cittadinanza o la sua messa a rischio: «conjuratio», «bellum», «discordia», «dissensio» «sanguinis». Dall’altro, «civilis»
identifica la misura della condivisione della reciprocità, il corpo complessivo
del diritto romano e, per estensione, la condizione di coloro che, vivendo in
città, differiscono dagli abitanti delle campagne per cultura, costumi, educazione
(«jus civile est aequitas constituta iis,
qui eiusdem civitatis sunt, ad res suas obtinendas», Cicero, I Orat. 42, 188).
Solo in termini metonimici,
pertanto, e ad ogni buon conto piuttosto raramente, «civitas» può essere adoperato per «urbs». «Civitas» non è
semplicemente la città perimetrata dalle mura. Non è la recinzione di uno
spazio[18].
Così come del resto per Aristotele, la polis non è semplice «comunanza di
luogo», koinwnia topou[19].
Il termine «civitas» viene usato per
indicare l’unità politica dei cittadini, il corpo politico. «Civitas» è la «res publica», la «constitutio
populi», il sistema di rapporti e di legami giuridici che uniscono,
federano una moltitudine, facendo di essa un popolo[20] (Cicero, Resp.,
1. 26, 41. Ma si veda anche: Resp.,
6, 13, 13: «concilia coetusque hominum
jure sociati, quae civitates appelantur»).
Di qui altre caratteristiche
salienti del concetto: da un lato, il fatto che la «civitas», in quanto forma di condivisione di una cittadinanza,
definisca un regime di privilegio, la cui fruizione può essere concessa o
revocata («dare civitatem alicui», «accipere aliquem in civitatem», «decedere de civitate»). Dall’altro, che
il sistema di libertà che la «civitas»
organizza, ne qualifichi in termini strettamente politici il rapporto con il
territorio. Lo spazio della città è uno spazio che si oppone al campo aperto,
perché l’aria di città «rende liberi», come verrà ribadito da un adagio
medievale tedesco («Stadtluft macht frei»).
«Civis» equivale perciò a «homo liber».
«Civilitas» indica, infine, una specifica virtù. Da un lato, quella
giusta misura del comportamento che si addice alla vita politica e che si
oppone pertanto alla superbia e alla crudeltà. Dall’altro, la «prudenza» che
permette di federare, amministrare e conservare, all’altezza di ciò che essa è,
l’umana «societas civilis». Il tema
ricorre con particolare chiarezza nel latino medievale. Tommaso, identifica «politicum» e «civile»[21].
Tolomeo di Lucca parla di «civilitas,
sive politia»[22].
Come «civilis» viene perciò qualificato
anche un agire onesto, cortese, in cui l’interazione e lo scambio sociale – sul
piano che lo assume classicamente come immediatamente dotato di valore
politico, visto che l’antichità greca e latina non distingue tra società e
Stato e non differenzia il comportamento morale e «privato», come lo
chiameremmo noi moderni, da quello «pubblico»[23]
- vengono condotti con cultura, facilità, buone maniere, senza far gravare,
anche nei confronti di subordinati o inferiori, il peso della distanza sociale.
«Civilis», in questo senso, si
avvicina ad «humanus»[24];
«civilitas» a «urbanitas», intendendendo quest’ultima come quella specifica forma
della virtù che la vita associata oppone tanto alla «rusticitas» dell’abitante delle campagne, quanto alla selvaggia
naturalezza del barbaro.
Da questo punto di vista, la «civilitas», prodotto della
socializzazione politica degli uomini sulla base di una loro indisponibile
inclinazione ontologica, è anche una conquista culturale. «Cultura», viene da «colere»,
coltivare, nel senso della progressiva sottrazione delle cose alla loro
immediatezza naturale. Si coltiva la propria interiorità, così come si coltiva
un campo, conquistandola, avendone cura. «Cultura
animi» indica perciò in latino, similmente a «civilitas» tanto una dinamica, un’attività, quanto l’esito o il
risultato, dell’attività stessa. Un processo, ad ogni buon conto, che può
essere condotto, letteralmente «coltivato»,
tanto sul piano individuale quanto su quello collettivo, solo all’interno del
sistema di relazioni della «civitas»,
della città. «Cultus amicitiae», «cultus sapientiae», «cultus philosophiae», «cultus litterarum», «cultus iustitiae», come testimonia l’uso
latino, valorizzano la natura sociale specifica dell’uomo. Sono termini che
accentuano progressivamente in latino l’opposizione tra «vita civilis» e «vita
naturalis», tra vita politica e vita prepolitica, tra l’ordine della «civilitas» e quello della barbarie.
Nella prima cristianità, infine, i
termini dell’opposizione mutano. Centrale non è ora la contraddizione tra «vita civilis» e «vita naturalis» (o «vita
bestialis»), ma lo diventa piuttosto quella tra «vita activa» e «vita
contemplativa», che si tramuta presto in quella tra «vita civilis» e «vita
spiritualis». Nella prima, viene ricompresa l’inclinazione umana al
preseguimento di un sistema di virtù squisitamente politiche, di natura molto
differente dall’etica «monastica»
della contemplazione, vocazionalmente sottratta allo spazio della «civitas»[25].
Con questo, l’ambito della politica
viene progressivamente isolato come intermedio tra due estremi[26]:
da un lato la bestialità naturale del barbaro, dall’altro la condizione
impolitica, e tuttavia, superiore, di chi attinga, attraverso la
contemplazione, la possibilità di una vita pienamente spirituale. Se per
Aristotele la politica descrive un ambito di relazioni cui l’uomo, in quanto
animale politico (lat. «civile») e
dotato di facoltà di linguaggio, è ontologicamente votato a differenza di
quanto accade per bruti e dei, sottratti al bisogno di socializzazione,
quest’ultimi per la loro integrale autosufficenza, Pietro di Alvernia riprende
e piega l’argomento aristotelico nella direzione che presto ritroveremo, tra
gli altri, in Dante Alighieri: «Sunt enim
quidam qui aut non possunt communicare civiliter propter defectum naturae vel
consuetudinis, sicut bestiales homines, aut quia reputant se per se
sufficientes, non eligunt vitam civilem, sicut homines divini»[27].
Quello della «civilis communicatio» è
l’ambito perimetrato dall’agire politico degLi uomini. Dal virtuoso interagire
degli uomini nel bene di una «vita activa»,
che solo può darsi nel tessuto «civile» della città.
3. L’introduzione del termine nella
lingua volgare ripercorre tutto lo spettro semantico della serie latina. Dante
Alighieri, nel Convivio, oppone e
rigerarchizza, nel loro rapporto, «vita
civile» e «vita contemplativa».
Con «civile», egli traduce, sulla
scia di Tommaso d’Aquino, il termine greco politikon: «Aristotile dice», scrive Dante, che «l’uomo è animale civile, per che a lui si richiede non pur a sé, ma
altrui essere utile»[28].
E nondimeno, riferisce in altro luogo all’«umana
natura» una doppia «beatitudine»
come sua causa finale: quella della «vita
civile», o della «vita attiva»,
immediatamente politica, e quella della «vita
contemplativa», «più divina» e
quindi superiore perché non orientata, come la prima, al «governo del mondo», ma all’eterno, e proprio per questo «da Dio più amata»[29].
Nella separazione disciplinare tra diritto canonico e diritto civile, questa
gerarchizzazione sarà ribadita con forza, in ambito politico, nelle Novelle Porretane dell’Arienti[30].
Già in Brunetto Latini, peraltro,
l’equivalenza tra «civile» e il campo
del politico classico era stata stabilizzata. Alla «civile scienza, covernatrice delle cittadi», Brunetto Latini, con
diretto riferimento a Cicerone, aveva ascritto, sulla base della distinzione
aristotelica tra metafisica e filosofia pratica, la stessa «rettorica», cui aveva riconosciuto un
ruolo «maggiore» rispetto all’etica o
alla politica[31].
E tuttavia, nella transizione
latina, la retorica, parte costitutiva della «scientia civilis», si era ammantata anche di un valore estetico che
avrebbe permesso di inaugurare altre direzioni di espansione della semantica
della civilizzazione. Cicerone aveva infatti valorizzato l’eloquenza come il
punto di discrimine tra l’uomo e l’animale («hoc enim uno prestamus vel maxime feris quod conloquimur inter nos et
quod exprimere sensa possumus»), riconoscendo in essa la sola «forza» in
grado di raccogliere gli uomini dispersi e di «civilizzarli» facendoli così
passare dallo stato bestiale («a fera
agrestisque vita») allo stato politico[32].
Questa stretta connessione tra
eloquenza e poesia («est enim finitimus
oratori poeta»[33]),
trainata dalla distinzione ciceroniana tra «disertum»
- chi abbia buona capacità di parola e facilità di comunicazione con un
uditorio mediocre - ed «eloquentem»,
il retore, capace di ornare il proprio discorso e di rafforzarlo con esempi
alti, tratti dalla storia e dalla letteratura[34],
permette non soltanto di ribadire il nesso esistente tra «civis», «civitas» e «civilitas» assumendo le funzioni politiche ascritte alla retorica, ma di
ribadire l’opposizione che esiste tra civiltà e barbarie, facendo
dell’eloquenza uno strumento di civilizzazione.
Giambattista Vico, che dice essere,
non a caso, «la dilicatezza frutto delle
filosofie» e quindi la Grecia, «nazion
de’ filosofi» la patria universale delle arti, e che riconosce il fine
della poesia in quello «d’addimesticare
la ferocia del volgo», definisce Omero colui che è stato ritenuto, anche se
a torto, l’«ordinatore della greca
polizia o sia civiltà»[35].
Mentre Giovan Battista Marino, alcuni decenni prima, aveva potuto parlare della
facoltà di linguaggio - intesa come il materiale articolarsi della voce (fonh, in
Aristotele[36]) nella
cavità orale - come dello strumento per mezzo del quali Mercurio «gli uomini feroci rendette mansueti e i riti
barbari ridusse a vita civile». E’ in questa missione che la voce umana - i
denti come «corde», la lingua come «plettro», la gola come cassa armonica -
e la lira che il dio ricava per la prima volta da un guscio di tartaruga, si
uniscono a ribadire il nesso tra poesia e civilizzazione[37].
4. La semantica del «civile»
riperimetra insomma nei primi secoli della lingua volgare italiana l’ambito del
politico classico. Il diritto civile - diverso dal diritto penale e da quello
canonico - è il diritto generale di cui fruiscono i cittadini. Esso ribadisce
il vincolo ascrittivo che l’uso latino stabilizza tra con-cittadinanza ed
esistenza della città come ambito della «vita
activa».
«Uno vivere civile e libero» è, per Niccolò Machiavelli, il fine cui
deve rivolgersi l’opera dell’«ordinatore»
di una repubblica, di modo che quest’ultima si conservi anche dopo la sua
morte, contro le spinte dissolutive («sedizione»,
«discordia», «dissensione» civili, come nell’uso classico) che la minacciano
dall’interno[38].
Machiavelli assegna così una specifica qualità all’agire politico e isola una
specifica temporalità storica nella ricorrenza dei cicli naturali[39].
«Civil polizia» è il termine che, ancora tra Sei e Settecento,
Traiano Boccalini[40]
e Giovan Battista Vico adottano come corrispettivo del termine aristotelico politia
e come sinonimo per un’accezione ampia di politica. Vico parla ancora nel 1744
della «civil natura» dell’uomo
importando, sulla scorta della traduzione latina, la definizione dell’uomo come
politikon zwon, e di «civil equità»
come principio «politico» della giusta misura. «Civil libertà» è l’espressione con cui viene denotato nella Scienza nuova il principio latino della
«libertas» repubblicana[41].
Machiavelli adopera «civiltà» per tradurre il latino «civitas»: sia nel senso della
cittadinanza che è possibile conferire agli stranieri («a’ forestieri», egli scrive), sia nel senso dell’ordine politico
complessivo che i cittadini pongono in essere come corrispettivo alla loro
pratica della libertà[42].
In Dell’arte della guerra,
Machiavelli parla inoltre, in questo senso, dell’«ordinarsi» delle arti «in una
civiltà per cagione del bene comune degli uomini»[43],
come di ciò che definisce il vincolo repubblicano che la città incarna e che
deve essere difeso come ragione dell’associazione politica.
Nel corso del XVI secolo, e, per
effetto della vasta influenza delle opere di Baldassarre Castiglione[44],
Giovanni Della Casa[45]
e Stefano Guazzo[46], che
inaugurano uno spazio di ricezione europea per questa particolare accezione del
«vivere civile»[47],
si afferma una diversa sfumatura del concetto. Qui la politica si fa disciplina
sociale[48],
modo attraverso il quale il soggetto deve essere innalzato ad un comportamento
misurato, colto e cortese (quello
portato a raffigurazione nell’icona europea dell’«honnête homme») definendo la misura di un «onesta mediocrità»[49]
che viene a rappresentare la possibilità di uno specifico onore di ceto per la
piccola nobiltà di provincia e le nuove forme di socialità in cui essa si
esprime.
«Essere greco nell’eloquenza e romano nelle opere»[50]
significa, per Stefano Guazzo, immaginare un ideale di socializzazione in grado
di riproporre, in pieno XVI secolo, una forma del «vivere civile» nella cui naturalezza parola ed azione, retorica ed
etica, non si separino - come invece avviene nella condanna della retorica che
in quegli stessi anni viene avanzando Montaigne -, e in cui la centralità
riconosciuta alla «conuersatione»
permetta di riaffermare la centralità delle dimensioni sociali dell’esistenza.
Una centralità che viene contraddetta da isolamento e silenzio, riproposti come
sintomo melancolico di una malattia della comunicazione[51].
Civile, significa in questo contesto, uno scambio assestato sulla coltivazione
di virtù sociali capaci di disciplinare, nel soggetto, passioni e vizi, per
indirizzarlo alla valorizzazione delle sue naturali inclinazioni alla vita in
società. L’uomo «aptus» di Cicerone
diventa così l’uomo «poli», l’«honnête homme», il «gentleman», il prodotto di un lungo lavoro educativo che lo rende
capace di essere, e di comportarsi, come l’animale sociale che la filosofia
classica aveva identificato.
In questo senso «civiltà» può esservi, oppure no, in
qualsiasi contesto umano. Alla metà del XVI secolo Giovanni Battista Ramusio
può parlare dell’Africa e delle sue «città»
e «castella» come di uno spazio in
cui lo stato di «civiltà» è presente
o assente a seconda delle passioni, dei costumi e delle «maniere» che è possibile riscontrarvi. «Civiltà» diventa un indicatore dinamico. Non ciò che permette di
stabilizzare un’opposizione, ma ciò che permette di descrivere la presenza o
meno di modi civili in processi di socializzazione che non possono essere
valutati in termini solamente quantitativi. In Africa esistono città densamente
abitate, e tuttavia «prive di civiltà»,
perché «le case sono mal fatte e senza
calcina», castelli magnifici e però senza «civiltà alcuna» perché abitati da «uomini vili e avarissimi», e nello stesso tempo il paese può essere
definito di «molta civiltà» nella
fase in cui una dinastia, quella di Idris, rende civili, e cioè eleganti e
onesti, i costumi dei suoi sudditi[52].
Il dinamismo interno assunto dal concetto rende peraltro possibile anche
un’apologia della colonizzazione come opera concreta di civilizzazione: già
Baldassarre Castiglione, che finisce così col mettere a disposizione
dell’imperialismo italiano tra secolo XIX e XX molti dei suoi argomenti, parla
di Alessandro come di colui che «di fiere»
fece «omini» i barbari cui impose «boni costumi» e della cristianizzazione
dell’Islam come di un’impresa che finirebbe col giovare a vincitori e a vinti[53].
5. Norbert Elias ed Émile
Benveniste hanno dimostrato come nel concetto di «civilisation» pervengano infine a fondersi i due poli che tengono
in tensione il campo semantico sinora analizzato. Il primo è appunto il concetto
di «politesse» o «civiltà» del mondo cortese del tardo
umanesimo. L’ultima trasformazione del concetto antico di «civilitas». L’altro, che introietta una dimensione temporale, è il
concetto che esprime la civiltà come processo, uno sviluppo che deve essere
innescato e fatto continuare[54].
«Civilisation» è il termine che
esprime quanto «civilité», almeno in
francese, non è più in grado di esprimere: lo sciogliersi dell’opposizione tra
«civiltà» e «barbarie» nel processo continuo che ricava il progresso dalla
materia grezza della storia.
In italiano, lo abbiamo già
ricordato in apertura, questo termine – e quindi la temporalizzazione che in
esso si esprime – non è a disposizione, se non indirettamente. «Civilizzazione»
è termine estremamente raro. Quando il lessico della «civitas» incrocia la filosofia della storia, esso dà luogo a
termini dal significato opposto. Da un lato il termine «incivilimento» come opposto a naturale. Esso designa – ad esempio
in Giacomo Leopardi – l’incedere di una ragione astratta e debilitante che
rovescia il segno dell’idea di progresso. L’«incivilirsi» degli uomini li allontana dalla spontaneità degli
antichi. Li rende gretti, calcolanti, malinconici[55].
Con una progressione che inverte l’idea cinquecentesca di una socializzazione
dagli effetti potentemente antimelancolici.
Dall’altro, «civiltà» è il termine
che si assume il compito di qualificare il primato «civile» degli italiani. Il contemperarsi di libertà e progresso in
una sintesi politica che coincide con l’esito del processo di unificazione
nazionale e con la continuità di una «civiltà»
in grado di riallacciarsi al mito di Roma. «Civiltà»
è solo quella europea, cristiana, e, di riflesso, quella italiana, che in Roma
possiede sia il centro di diffusione della latinità, e quindi il cuore classico
ed universale d’Europa, sia la sede del papato, fiaccola della cristianità
universale. Il compimento del processo di Nation-building
italiano permette di immaginare solo in termini retrospettivi il processo di
civilizzazione. Esso è ciò che consente di superare la frammentazione della
storia d’Italia e di riallacciare la sua continuità tra passato e presente.
L’edificazione della nazione, coincide con l’installarsi della «civiltà» italiana nel posto che le
spetta e compete nel consesso delle potenze europee.
Il mantenimento di un termine
statico, o quantomeno con caratteristiche di movimento implicite e
depotenziate, e cioè quello di «civiltà»
in luogo di «civilizzazione», segna
in maniera molto decisa la storia del concetto in Italia tra XIX e XX secolo. «Civiltà» è termine fortemente
centripeto. Benché investito di un certo grado di mobilità – perché esso
rappresenta il prodotto filosofico-storico di un processo di sintesi tra
tradizione e modernizzazione, tra cultura cristiana e cultura politica
liberale, il processo che porta ad elaborare, nel corso della seconda metà del
secolo XIX la costruzione di uno specifico dell’identità nazionale italiana –
il concetto può essere adoperato per riattivare costantemente la polarizzazione
tra un mondo civile e un mondo che non lo è e per riformulare in termini
imperiali la missione di «civilizzazione» dei territori extraeuropei.
In epoca fascista sarà Benito
Mussolini a stabilizzare la continuità con la storia pregressa del concetto e
ad invocare il «destino che Roma torni ad
essere la città direttrice della civiltà in tutto l’Occidente dell’Europa»[56].
Ma è ben prima del fascismo, ed in particolare nella parabola coloniale
italiana tra Dogali (1887) e la catastrofe di Adua (1896), che quella che
Mussolini chiamerà la «guerra di civiltà
e di liberazione»[57]
dell’Etiopia viene ad essere tematizzata come forma specifica di una
civilizzazione della barbarie che rigerarchizza l’opposizione tra i due termini
e ne irrigidisce la polarità. Il concetto di «civiltà» rende spendibile fino in fondo il fissismo che lo
caratterizza nel dibattito interno al nascente diritto coloniale italiano.
Nel marzo del 1885 Giovanni Bovio aveva potuto
dichiarare, intervenendo in Parlamento, il «diritto
fondamentale (…) che ha la civiltà di
diffondere dovunque la sua potenza innovatrice come si diffondono la luce ed il
calore» opponendolo all’inesistenza di un supposto «diritto alla barbarie» dei paesi africani. Di lì a poco, nella
prolusione tenuta dallo stesso Bovio all’Università di Napoli su «Il Diritto pubblico e le razze umane»
(1887), quell’espansione della civiltà, verrà ad essere investita di una
legittimità in grado di esprimersi anche con le armi: «la civiltà si espande come può, dove con la scienza, cioe in sé stessa,
e dove con la violenza, cioè oltre di sé». Il diritto di colonizzazione
deriva per Bovio dall’asimmetria che esiste tra popoli che sono civilizzati e
popoli che non lo sono e che non hanno alcun diritto di restare in una
condizione di libertà solo apparente, perché fondamentalmente sottoumana. «Sbarbarire», «umanare» sono i neologismi che egli impiega per qualificare in
termini transitivo-attivi la missione di civiltà delle colonie: «occorre umanare, trasformare, colonizzare»[58].
Una missione fondata su di una differenza tra i popoli che Bovio, fortemente
influenzato dal positivismo, non esista ad assumere in termini etnografici e
protorazzisti.
Nella polemica che lo oppone a Bovio, Arcangelo
Ghisleri, ha buon gioco nel richiamare pertanto il «pregiudizio classico» dell’educazione nazionale italiana. Il fatto,
cioè, che l’idea di progresso che essa assume muova dal presupposto che
l’umanità sia «tutta ristretta tra gli
scogli dell’Ellade e nella tradizione di Roma»[59].
Il concetto di «civiltà» è l’espressione
di un pregiudizio delle élites incapaci di valutare tanto il dato della
limitatezza quantitativa della diffusione di quest’ultima nelle società
colonizzatrici - che mai postulerebbero un diritto di colonizzazione in grado
di sospendere i diritti dell’uomo nei «barbari
domestici» che compongono le classi marginali e del lavoro[60]
-, quanto le capacità di autovalorizzazione e le potenzialità di progresso di
popoli lungamente oppressi e tenuti sinora al di fuori dalla «storia della civiltà», non per caratteristiche
razziali che li renderebbero tendenzialmente refrattari ad esso - Ghisleri
valuta un «fatto» l’«educabilità e la progressività della razza
nera» -, quanto per l’oppressione politica e lo sfruttamento delle risorse
da sempre in atto contro di loro[61].
Nonostante la posizione di Santi Romano, che valuta
ampiamente insufficiente la definizione di colonia assunta dai Regi Decreti del
2 luglio 1898 (n. 325, art. 2) e del 8 giugno 1911 (n. 937, art. 2), il diritto
coloniale italiano assume nella «civiltà
inferiore» di un paese, il titolo che legittima l’attività coloniale[62].
Ernesto Cucinotta, costruisce la propria definizione di colonia in termini
giuridici e politici che rifiutano le ipotesi della geografia politica tedesca[63]
o l’idea, di derivazione economico-politica, del protettorato d’oltremare. La
colonia è «un territorio con popolazione
di civiltà inferiore»[64],
politicamente subordinato alla sovranità della metropoli. Umberto Borsi, che
fonda il principio di colonizzazione sulle risorse interne di uno Stato forte e
in espansione, e che ritiene «salda e
totalitaria» l’opera di conquista che spinge la stessa evoluzione di una «coscienza coloniale» dei giuristi,
riconosce la differenza esistente tra il colonialismo mercantilista del secolo
XVI e quello italiano della prima metà del secolo XX nel fatto che «al tempo nostro» la colonizzazione «è rivolta alla diffusione della civiltà tra
popoli barbari o semibarbari con particolare beneficio di questi». La
colonizzazione fascista si ispirerebbe, proprio a partire dalla possibilità di
riattivare e rigerarchizzare la distinzione tra «civiltà» e «barbarie», a
«criteri umani e razionali assai
superiori», perché orientati non tanto dal fine di «elevare la condizione degli indigeni», quanto da quello di «attrarli nella cerchia della propria civiltà»[65].
La «civiltà», che l’opera di
colonizzazione consente di esportare, non agisce con una dinamica di tipo «assistenziale», e cioè volta a prendersi
cura dei popoli «politicamente immaturi e
provvedere al loro governo fino al momento in cui si trovassero in grado di
reggersi da sé», come in quella che Borsi chiama l’«ideologia americana» della colonizzazione, ma viene affermata come
lo spazio di gravitazione destinato a qualificare giuridicamente rapporti di
forza esterni alla logica del
diritto, che sono legittimi in quanto fondati su di una differenza irriducibile
tra popoli civili e popoli che invece non lo sono[66].
Non esiste una «funzione
sociale» della colonizzazione[67],
così come non esiste un espandersi lineare e progressivo della
«civilizzazione». Ciò che esiste è il diritto, da parte di una cultura
assestata in condizioni di «civiltà»
a dominare i «paesi incivili»,
attraendo i costumi degli indigeni e il tipo di rapporti che essi intrattegono
tra di loro e con i colonizzatori, in una sfera della «civiltà» in sé stessa stabile e «chiusa».
L’antica opposizione tra «civiltà» e «barbarie», tra
«cultus» e «feritas», viene riattivata. E il concetto di «civiltà» trattenuto sul piano che permette di riprodurre il
dislivello di dominio esistente tra
il cittadino e lo straniero, «civis»
e chi cittadino non lo potrà essere mai.
[1] Cfr. P. Den Boer, Civilization:
Comparing Concepts and Identities, «Contributions to the History of
Concepts», 1, 2005, 51-61.
[2] G. Bollenbeck, Zivilisation,
in: Historisches Wörterbuch der
Philosophie, hrsg. von J. Ritter – K. Gründer – G. Gabriel, Bd. 12, Basel
2004.
[3] Sulla storia della parola «civilizzazione» si veda: E. R.
Curtius, Zur Geschichte der
Zivilisation-Idee in Frankreich, in: Philologisch-
Philosophische Studien. Festschrift für E. Wechssler, Berlin 1929, 20-26;
L. Febvre, Civilisation. Évolution
d’un mot et d’un group d’idées, in: Civilisation, le mot et l’idée, Paris
1930; E. De Dampierre, Note sur “Culture”
et “Civilisation”, «Comparative Studies in Society and History», 3, 1961; Europäischer Schlüsselwörter. Wortvergleichende
und wortgeschichtliche Studien, Bd. III, Kultur und Zivilisation, München 1967;
Ph. Bénéton, Histoire de mots: culture et
civilisation, Paris 1975; R. Chartier, Civilté,
in Handbuch politisch-sozialer
Grundbegriffe in Frankreich 1680-1820, hrsg. von R. Reichardt – E. Schmitt,
München 1986, Heft 4.
[4] J. Starobinski, Le mot
civilisation (1983), ora in: Le
remède dans le mal. Critique et légitimation de l’artifice à l’âge des lumières,
Paris 1989.
[5] M. Frey, Les
transformations du vocabulaire française à l’époque de la Révolution française,
Paris 1925.
[6] Mirabeau, L’ami des
hommes, 1756, 136, 176, 237.
[7] Diderot, Sur la
civilisation de la Russie, in:
Mélanges et Morceaux divers. Contributions à l’Histoire des deux Indes, a
c. di G. Goggi, Siena 1977, vol. II, 375-389.
[8] E. Benveniste, Civilisation:
contribution à l’histoire du mot, in: Éventail
de l’histoire vivante. Hommage à
Lucien Febvre, éd. par F. Braudel, Paris 1953, t. I, 47-54.
[9] Come nota J. Fisch, Zivilisation,
Kultur, in: Geschichtliche
Grundbegriffe. Historisches Lexikon zur politisch- sozialen Sprache in
Deutschland, hrsg. von O. Brunner – W. Conze – R. Koselleck, Stuttgart
1992, Bd. 7.
[10] A.
Manzoni, Osservazioni sulla morale
cattolica. Parte I (1819), in: Scritti
filosofici, a c. di R. Quadrelli, Milano 19882, 56.
[11] G.
Leopardi, Zibaldone di pensieri, a c.
di A. M. Moroni, vol. I, Milano 198010, p. 73; sull’ostilità (nemicizia) di ragione e natura, p. 225.
[12] V.
Gioberti, Opere, vol. XI, Del primato morale e civile degli Italiani
(1843), t. I, Napoli – Torino, 1862, Avvertenza alla seconda edizione, p.
15-16; p. 21.
[13] C. M.
Curci, Il giornalismo moderno e il nostro
programma (1850), in: Civiltà
cattolica (1850-1945), a c. di G. De Rosa, 1971, vol. 1, p. 108.
[14] C. M.
Curci, La civiltà cattolica al suo posto
(1850), in: Civiltà cattolica (1850-1945),
a c. di G. De Rosa, 1971, vol. 1, p. 337.
[15] Cicero, De Fin.,
4, 5.
[16] E. Benveniste, Le
vocabulaire des institutions indo-européennes. I. Economie, parenté, société, Paris 1969, chap. VI.
[17] Ivi, chap. IV.
[18] Cfr. H. Baader, Einige
Bemerkungen zur Geschichte der Wörter cité, ville, und état, in: Verba et
vocabula. Ernst Gamillscheg zum 80. Geburtstag, hsrg. von H. Stimm und J.
Wilhelm, München 1968, 35-48.
[19] Aristotele,
Pol., III 1280b 30-31. Altrove
Aristotele spiega, inoltre, come il poliths non sia cittadino solo perché abita
«in un certo luogo» (Pol. III, 1275a
7).
[20] Nelle Etimologie di Isidoro la definizione
sarà, più tardi, quella che segue: «populus
est humanae multitudinis, iuris consensu et concordi communione sociatus» (Isidori Hispalensis Episcopi Etymologiarum
sive originum Libri XX, ed. by W. M. Lindsay, Oxford 1911, IX, IV, 5).
[21] Sent. Libri Ethicorum, 5, 12, 1.
[22] Tolomeo
di Lucca, Continuatio in Divi Thomae
Aquinatis, De regimine principum,
Joseph Mathis curante, Taurini 1924, 4, 24.
[23] Su ciò:
S. Chignola, Fragile cristallo. Per la
storia del concetto di società, Napoli 2004.
[24] Cicero, De Leg., 3, 42.
[25] Come
hanno dimostrato le ricerche di Peter Browns. Cfr., ad es., The Body and
Society. Men, Women and Sexual Renunciation in Early Christianity, New
York, 1988.
[26] Cfr. J. Fisch, Zivilisation,
Kultur, in: Geschichtliche
Grundbegriffe. Historisches Lexikon zur politisch- sozialen Sprache in
Deutschland, IV, 2.
[27] Aristotele,
Pol., I, 1253a 3-9. In Pol., III, 1280a Aristotele nega inoltre
che possa esistere una «città» di animali o di schiavi. Petrus de Alvernia, In politicorum continuatio, 7, 2. 3.
[28] Dante
Alighieri, Convivio (1304-1308 ca.),
IV, XXVII, 1. Per l’introduzione e la storia
del termine «civiltà» in Italia (Dante: «civiltade»): A. Röhmeld, Ursprung und Entwicklung des Begriffs Civiltà in Italien bis zum Jahre 1500,
Stuttgart 1940.
[29] Convivio, II, IV, 6.
[30] G. S.
degli Arienti, Novelle Porretane
(1495), Nov. 60: «el doctore de rasone
canonica debbe essere preferito al doctore legista, perché el sugetto de rasone
canonica è più degno, per contenere in sé effecti sacri, perpetui ed eterni
spectanti a la nostra immortal anima, e il sugetto de rason civile concerne
simplemente il governo delle repubbliche e delle cose temporale».
[31] Brunetto
Latini, La rettorica (1262), Argom.
XVII, 11.
[32] Cicerone,
De Orat., I, 8, 33. «ut vero iam ad illa summa veniamus, quae vis
alia potuit aut dispersos homines unum in locum congregare aut a fera
agrestisque vita ad hunc humanum cultum civilemque deducere aut iam constitutis
civitatibus leges iudicia iure describere?».
[33] Cicerone,
De Orat., I, 10, 70.
[34] Cicerone,
De Orat., I, 21, 94: «quod eum statuebam disertum, qui posset
satis acute atque dilucide apud mediocres homines ex communi quadam opinione
hominum dicere, eloquentem vero, qui mirabilius et magnificentius augere posset
atque hornare quae vellet, omnisque omnium rerum, quae ad dicendum pertinerent,
fontis animo ac memoria contineret».
[35] G. Vico, Principi di scienza nuova (1744), Lib.
III, sez. 1, cap. 1, 3; Libro III, sez. 2, cap. 1, 5; Libro III, sez. 2, cap.
1, 15.1; Libro III, sez. 2, cap. 1, 22.
[36] Aristotele,
Pol. I, 1252a 10.
[37] G. B.
Marino, Dicerie sacre (1614), Diceria II, 2
[38] N.
Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca
di Tito Livio (1513), Libro I,
cap. 11; Libro I, cap. 9.
[39] Come ho
provato a sostenere in: S. Chignola, Sobre
el concepto de historia, «Ayer», 53, 1/2004, 75-95; ed in: S. Chignola, Concetti e storia (sul concetto di storia),
in: S. Chignola – G. Duso (Eds.), Sui concetti
politici e giuridici della costituzione dell’Europa, Milano 2005, pp.
195-223.
[40] T.
Boccalini, Ragguagli di Parnaso
(1612-1613), Cent. 1, ragg. 21.2.
[41] G. Vico, Principi di scienza nuova (1744), Libro
I, Introduzione. 2. Per «civil equità», cfr. ad es. Lib. IV, sez. 9, cap. 2, 1. Per «civil libertà» ad es., Lib. II, sez. 2, cap. 3, 1, 2.
[42] N.
Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca
di Tito Livio, Libro III, cap. 39, 4 («la
liberalità che i romani usavano di donare la libertà a’ forestieri»); Libro
I, cap. 11, 1.
[43] N.
Machiavelli, Dell’arte della guerra
(1521), Proemio.
[44] B.
Castiglione, Il Cortegiano (1528).
[45] G. Della
Casa, Il Galateo (1551-1554).
[46] S.
Guazzo, La civil conversazione
(1586).
[47] Cfr. E.
Bonfatti, La «civil conversazione» in
Germania. Letteratura del comportamento da Stefano Guazzo a Adolf Knigge
(1574-1788), Udine 1979.
[48] Per il paradigma della «Sozialdisziplinierung» nella prima
modernità cfr. G. Oestreich, Geist und
Gestalt des frühmodernen Staates. Ausgewählte Aufsätze, Berlin 1969.
[49] B.
Castiglione, Il Cortegiano, II, XLI.
[50] S.
Guazzo, La civil conversatione, 221.
[51] R. Klibanski – E. Panofsky – F. Saxl, Saturn and Melancholy. Studies in the
History of Natural Philosophy, Religion and Art, London 1964.
[52] G. B.
Ramusio, Delle navigazioni e viaggi
(1550), L’Africa di Leone l’Africano,
Parte III, 12, 2; Parte III, 58, 2; Parte III, 82, 2.
[53] B.
Castiglione, Il Cortegiano, IV,
XXXVII e XXXVIII.
[54] N. Elias, Über den
Prozeß der Zivilisation. Soziogenetische und psychogenetische Untersuchungen,
Bd. I, Wandlungen des Verhaltens in den
weltlichen Oberschichten des Abenlandes, Frankfurt a. M., 1976, 60; É.
Benveniste, Problèmes de linguistique
générale, Paris 1966, vol. I, 340. Concorda sul punto anche:
L. Febvre, Civilisation. Évolution
d’un mot et d’un groupe d’idées, in: L.
Febvre et alia, Civilisation. Le mot et
l’idée, Paris 1930, 15-16.
[55] G.
Leopardi, Zibaldone, I, 74.
[56] B.
Mussolini, Discorso del 6 febbraio
1921.
[57] B.
Mussolini, Discorso del 18 dicembre
1935.
[58] Risposta dell’on. Bovio (1887), in: A.
Ghisleri, Le razze umane e il diritto
nella questione coloniale, Bergamo 18962, 44-45.
[59] A.
Ghisleri, Il diritto e le razze (polemica
con l’on. Bovio). Primi punti dubitativi e prime obbiezioni (1887), in: A.
Ghisleri, Le razze umane e il diritto
nella questione coloniale, Bergamo 18962, 29.
[60] A.
Ghisleri, Il diritto e le razze (polemica
con l’on. Bovio). Primi punti dubitativi e prime obbiezioni (1887), in: A.
Ghisleri, Le razze umane e il diritto
nella questione coloniale, Bergamo 18962, 25. Sul tema
ottocentesco del «barbaro» interno: P. Michel, Les barbares, 1789-1848: un mythe romantique, Lyon 1981.
[61] A.
Ghisleri, Il diritto e le razze (polemica
con l’on. Bovio). Primi punti dubitativi e prime obbiezioni (1887), in: A.
Ghisleri, Le razze umane e il diritto
nella questione coloniale, Bergamo 18962, 20-21.
[62] S.
Romano, Corso di diritto coloniale
impartito presso il R. Istituto di scienze sociali “C. Alfieri” di Firenze,
Città di castello 1918, vol. I, 10-11.
[63] F. Ratzel, Politische
Geographie, Berlin 1897; A.
Schäffle, Kolonialpolitische Studien,
Tübingen 1886-1887.
[64] E.
Cucinotta, Istituzioni di diritto
coloniale italiano, edite a cura dell’Istituto coloniale fascista, Roma
1930, 14-15.
[65] U. Borsi,
Corso di diritto coloniale, II
edizione riveduta, Parte generale, Padova 1937, 8.
[66] U. Borsi,
Corso di diritto coloniale, II
edizione riveduta, Parte generale, Padova 1937, 8; 10-11.
[67] U. Borsi,
Corso di diritto coloniale, II
edizione riveduta, Parte generale, Padova 1937, 11.
Il presente saggio, inedito in italiano, è stato presentato in occasione del convegno Translation, the History of Political Thought, and the History of Political Concepts (Begriffsgeschichte). An Interdisciplinary Conference to be held in New York (USA), September 29th-October 1th, 2005, Graduate Center, The Hunter College, City University of New York. Nella sua versione inglese, è in corso di pubblicazione in Contributions to the history of
concepts.
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