ARTICOLI E SAGGI 06/06/2006 Luigi Caranti - Dalla pace democratica alla pace kantiana
Pubblichiamo questo
articolo del Prof. Caranti come contributo all’approfondimento dei temi
trattati nel Convegno Democrazia, sicurezza e ordine internazionale
Da quando Michael Doyle ha riportato
all’attenzione di filosofi e scienziati politici la “ricetta” kantiana per la
pace, ossia quell’elenco di tre punti (i tre articoli definitivi di Per la pace
perpetua) con i quali il filosofo di Königsberg aveva l’ambizione di rimuovere
per sempre la guerra dagli umani affari, il dibattito sulla cosiddetta pace
democratica – il fatto che le democrazie non si fanno guerra tra loro (o lo
fanno molto raramente) e la spiegazione del perché ciò avviene – si è
fortemente evoluto e si può dire, come accade ai progetti di ricerca fecondi,
che né detrattori né sostenitori della teoria siano rimasti fermi alle
rispettive posizioni di partenza. Il disaccordo sicuramente è ancora grande,
tanto che né sul fatto storico in sé – la regolarità di un’assenza di conflitti
tra democrazie da circa due secoli (ossia pressappoco da quando esse esistono)—
né sulla spiegazione di tale fatto vi è un accordo anche solo tendenziale.
Forse solo su un punto, di per sé non molto significativo, vi è ormai consenso.
Ossia che vi sia una correlazione tra democrazia e pace stando alla quale le democrazie
effettivamente si combattono tra loro meno di quanto non facciano i regimi
autoritari nei confronti di altri regimi autoritari o democratici. I giudizi,
però, sono ancora molto distanti riguardo all’opportunità di intendere tale
correlazione come una vera e propria causazione (la democraticità di due regimi
è proprio ciò che causa i loro rapporti pacifici), oppure come una relazione
spuria, vuoi perché a causare la pace sarebbero le alleanze tra democrazie (più
o meno forzate dalla presenza di una minaccia comune, come secondo alcuni ai
tempi della guerra fredda), vuoi perché sarebbero invece stabilità e ricchezza
dei regimi i fattori chiave. Secondo altri, poi, anche se la correlazione
esiste, essa è, a ben vedere, statisticamente insignificante[1].
Al di là dei dissensi, colpisce vedere come
anche tra i fautori della pace democratica vi sia di recente un deciso
spostamento da una tendenza a “emendare” la ricetta kantiana a una che ricalca
più da vicino lo spirito e la lettera del celeberrimo scritto del
Fornisco due esempi che vogliono chiarire
questo doppio motivo. Per cominciare, si prenda la questione se le democrazie
siano più pacifiche tout court di altri regimi o se lo siano solo tra loro.
Come mostreremo, Kant sembra propendere per la prima tesi, in quanto nei suoi
scritti non vi è traccia di una restrizione della intrinseca pacificità delle
repubbliche ai rapporti che esse intrattengono tra loro. Kant sembra dirci che
per una repubblica il “gioco” della guerra è sempre più difficile (sia nel
senso di moralmente cattivo che di disutile) di quanto non lo sia per un regime
autoritario. Doyle ed altri, agli albori della ripresa contemporanea della Pace
Perpetua, tendevano a “riformare” la tesi kantiana, specificando che le
democrazie liberali sono pacifiche solo nei rapporti tra loro, mentre non lo
sono affatto nei confronti delle dittature. Ciò, tra le altre cose, esponeva la
teoria al rischio di un paradosso, che gli scettici non hanno mancato di
sottolineare: se le democrazie sono più pacifiche in quanto moralmente ostili
alla violenza (più colombe che falchi) o perché i cittadini, che in esse
comandano, si guardano bene dall’iniziare un conflitto dovendo poi pagarne i
costi materiali e morali, allora non si capisce perché debbano adottare tale
atteggiamento discriminatorio. Esse dovrebbero essere, data la teoria, più
pacifiche sempre e comunque, non solo nei rapporti con regimi
costituzionalmente simili, ma nei confronti di qualsiasi regime. Certo, si
poteva dire – e si è detto – che le democrazie hanno avuto buoni motivi per
essere aggressive nei confronti di regimi autoritari: non potendo prevedere i
loro comportamenti nella stessa misura in cui era possibile farlo con regimi
simili, i primi venivano percepiti (a volte a ragione) come una minaccia per la
propria sicurezza. Da cui la guerra di difesa, più o meno preventiva.
Tale spiegazione, tuttavia, riusciva a dar
conto dell’atteggiamento discriminatorio delle democrazie solo in parte e in
modo non del tutto convincente. In molti casi le democrazie hanno combattuto
guerre in cui la loro sicurezza non era direttamente in gioco. Si pensi al
Vietnam, alle guerra delle Falkland, alla guerra ispano-americana del 1898,
alle due guerre in Iraq, alle guerre coloniali tanto per citare solo alcuni
esempi. Il problema di spiegare l’atteggiamento discriminatorio delle
democrazie, quindi, non poteva essere liquidato con un banale appello al
diritto di autodifesa. La riforma della tesi generale di Kant, insomma, aveva
creato un problema per la teoria di difficile soluzione e offerto il fianco a
critiche piuttosto fondate.
Da qualche anno a questa parte, invece, si
tende a credere che la tesi della pacificità delle democrazie vada accolta in
senso generale, appunto come credeva Kant.[2]
A mo’ di sostegno, si argomenta che i dati statistici finora addotti a favore
dell’atteggiamento discriminatorio delle democrazie sono da rivedere. Si dice
anche che le liberal-democrazie non si sono distinte come incondizionatamente
“dovish” in quanto, molto semplicemente, si sono trovate costrette a fare la
guerra contro regimi dittatoriali. Se non è stata la loro sicurezza in senso
stretto ad essere minacciata, lo sono stati i loro legittimi interessi, la
sicurezza di alcuni loro alleati o simili. Le democrazie, insomma, o non
combattono, o se combattono, il più delle volte, lo fanno perché sono provocate
a farlo dall’aggressività di questa o quella autocrazia.
Il secondo esempio, invece, vuole mostrare
come la teoria kantiana sia stata specificata e completata dal lavoro recente.
A questo riguardo, si può citare la raggiunta consapevolezza del fatto che, non
solo democrazia, interdipendenza economica e organizzazioni internazionali
facilitano la pace (come Kant aveva ben chiaro), ma anche che ciascuno dei tre
fattori sembra alimentarsi a vicenda (cosa che non viene esplicitata da Kant).
La democrazia in un paese sembra essere rafforzata dalla partecipazione del
paese stesso alle organizzazioni internazionali e da un massiccio scambio di
merci e di informazioni con l’esterno. La partecipazione alle organizzazioni
internazionali e la democrazia aumentano la possibilità che un paese si apra
(economicamente, e come vedremo, anche culturalmente) verso l’esterno;
l’interdipendenza economica e la democrazia rendono estremamente probabile la
partecipazione attiva del paese in questione alle organizzazioni
internazionali. Inoltre, non solo la pace viene favorita da questi tre fattori,
ma ciascuno dei tre fattori viene rafforzato dalla pace, come anche il senso comune
lascia intendere: la democrazia sembra attecchire meglio in situazioni di
sicurezza ai confini, la partecipazione piena ed attiva ad un’organizzazione
internazionale è più facile se nessuno dei membri è mio nemico, e il mercato
internazionale (a parte alcuni settori facilmente immaginabili) generalmente
soffre condizioni di belligeranza.
Al di là di questa reciproca e fruttuosa
influenza tra padri e figli (o meglio pronipoti) della teoria della pace
democratica, occorre sottolineare che molti aspetti della teoria rimangono
ancora oscuri. Soprattutto, proprio di fronte all’accettazione sempre più
diffusa dell’idea di un’intrinseca “dovishness” delle liberaldemocrazie non è
più rinviabile il confronto tra la teoria e l’ultimo grande evento bellico a cui
abbiamo assistito: la seconda guerra in Iraq. Rimanendo, infatti, con l’idea
che le democrazie sono pacifiche solo nei confronti di regimi simili, sarebbe
stato possibile liquidare il conflitto promosso dall’amministrazione Bush come
uno dei tanti casi di attacco democratico, più o meno giustificato, contro
un’autarchia.[3] Ma se
le democrazie devono essere più pacifiche in generale e si può loro perdonare
una guerra solo in caso di autodifesa, allora la legittimità della guerra in
questione (ossia la sua necessità per salvaguardare la sicurezza americana)
diventa estremamente rilevante, al punto che in mancanza di tale
legittimazione, ci ritroviamo di fronte a una delle più grandi e clamorose
sconfessioni cui la teoria della pace democratica potesse subire. È infatti
difficile immaginare quale evento (al di là forse di un immotivato attacco USA
contro il Regno Unito) avrebbe soddisfatto di più i detrattori della teoria,
fornendo loro uno spettacolare esempio confutativo. Spesso potenziali
falsificatori della teoria – la guerra ispano-americana del 1898, la seconda
guerra delle Filippine del 1899 o i più recenti conflitti tra democrazie
nascenti nei stati succeduti alla caduta dell’impero sovietico – sono stati
“disinnescati” dai sostenitoru della teoria con l’argomento che almeno un
elemento della coppia dei paesi belligeranti non era una democrazia nel senso
pieno della parola o non godeva di una tradizione democratica di lungo respiro.[4]
Ma se la pace democratica va intesa come intrinseca dovishness delle democrazie,
qui siamo di fronte ad un attacco da parte della più grande, più potente e (a
seconda della definizione di democrazia adottata) più vecchia democrazia del
mondo. Insomma, se la seconda guerra in Iraq non è legittima (e lo può essere
solo se viene mostrato che essa è una guerra di autodifesa), allora siamo di
fronte a un bivio: o, data questa spettacolare confutazione, si abbandona la
versione forte della teoria (magari tornando di nuovo alla più debole idea per
cui le democrazie non si combattono tra loro) oppure occorre cominciare a
dubitare della democraticità degli Stati Uniti.
Dato tale quadro problematico, questo
articolo si propone due obiettivi: a) proporre una rilettura di Per la pace
perpetua alla luce dei recenti sviluppi, non per cadere nello stucchevole
esercizio di mostrare che “Kant aveva già capito tutto” o peggio che “dove si è
dipartiti da Kant, si è caduti in errore”, ma per chiarire che alcune delle più
recenti acquisizioni del dibattito non possono certo essere sollevate contro Kant,
in quanto, a ben guardare, si trovano già nella sua opera e che altre
intuizioni lì presenti non sono state ancora del tutto apprezzate (si pensi
solo alla indebita, ma comunissima, riduzione del significato del terzo
articolo definitivo alla tesi liberale classica per cui gli scambi commerciali
favoriscono la pace); b) alla luce della definizione di pace democratica
raggiunta attraverso il confronto tra Kant e i contemporanei, affrontare il
caso della seconda guerra in Iraq per vedere fino a che punto essa è rilevante
per la teoria. Iniziamo, dunque, dall’analisi di Per la pace perpetua.
1.
La pace kantiana
Prima di occuparci direttamente dei tre
articoli definitivi, in cui Kant fornisce il suo “progetto filosofico” a favore
della pace, è bene spendere una parola sugli articoli preliminari, soprattutto
su quelli essenziali per comprendere a pieno il pensiero kantiano fugando il
campo da potenziali errori interpretativi. Gli articoli preliminari sono regole
di buona condotta che i governanti dovrebbero seguire in attesa che le
condizioni prescritte negli articoli definitivi siano realizzate. Sono
articoli, quindi, preliminari nel senso di transitori: la loro funzione è
quella di rendere il passaggio allo stato del mondo auspicato dagli articoli
definitivi il più facile possibile, o forse, più modestamente, di non rendere
il mondo peggiore in attesa che da una mera tregua, per usare il linguaggio di
Kant, le vari nazioni riescano a passare ad una condizione di pace durevole.
Particolarmente importante per i nostri fini è il quinto articolo preliminare
che, proibendo l’interferenza da parte di uno Stato negli affari interni di
altri paesi, anche nel caso in cui lo stato in questione sia “scandaloso” agli
occhi di un altro, condanna qualsiasi crociata degli stati liberal-democratici
(nel linguaggio di Kant “repubblicani”) contro i regimi che ancora non si sono
evoluti verso la forma virtuosa di assetto costituzionale.[5]
Se è vero che Kant considera la trasformazione di tutti i paesi del mondo in
repubbliche una premessa necessaria per il raggiungimento della pace perpetua,
e se è vero, come ho chiarito altrove[6],
che egli non lesina parole di apprezzamento per l’abbattimento violento di
regimi dispotici (ai suoi tempi ad opera della Francia rivoluzionaria), il
quinto articolo chiarisce che tale trasformazione non può essere programmata a
tavolino come punto di un’agenda di politica internazionale. Solo se la storia,
con il suo impersonale dispiegarsi, va in quella direzione, da spettatori
imparziali siamo autorizzati a gioire per la rimozione di una dittatura e il
sorgere di una nuova “repubblica” (che è infatti quello che facciamo). Ma
questo non può mai fungere da giustificazione ex ante per una trasformazione
coatta del mondo in senso liberale, sul modello di una crociata. Le ragioni per
cui un popolo debba compiere da solo il progresso verso una condizione
istituzionale virtuosa sono ovvie, date alcune premesse kantiane: qualsiasi
crociata sarebbe, oltre che lesiva dell’autonomia del popolo in questione,
anche ispirata, o da un atteggiamento paternalistico – che Kant, all’interno
dei confini nazionali, come nei rapporti interstatali, notoriamente vede come
il fumo negli occhi — o da interessi che, anche se nobili e legittimi, quali la
promozione della pace mondiale, non possono essere accettati all’interno di un
approccio anti-utilitaristico all’etica e alla politica quale è quello
kantiano. Per Kant sarebbe impensabile giustificare la rimozione violenta di un
regime dittatoriale con l’argomento che la felicità generale (che in questo
caso significa di tutti i cittadini del mondo) sarebbe aumentata, in quanto la
terra diventerebbe così più sicura[7].
Ancora una volta, in questo argomento mancherebbe il rispetto dell’autonomia
del popolo in questione che per Kant è evidentemente un bene che viene prima
della felicità generale. Anche se è vero, dunque, come sostiene Daniele
Archibugi[8],
che dalla teoria della pace democratica si inferiscono spesso dei corollari
pericolosi che potrebbero avallare crociate di questo tipo, è quantomeno certo
che tali corollari sono, non solo estranei al pensiero di Kant, ma da lui
esplicitamente bocciati.
1.1
Il primo articolo definitivo
Il primo articolo definitivo contiene la seguente
prescrizione: “In ogni stato la costituzione civile deve essere repubblicana”.
Ciò significa che la pace può essere assicurata solo quando tutti gli stati presenti sulla terra
presenteranno almeno gli elementi essenziali di quel che oggi chiamiamo lo
stato liberale: la libertà di
ciascun membro della società, la soggezione
di ciascuno ad un corpo singolo e unificato di leggi, l’eguaglianza, ossia la non-discriminazione di fronte alla legge.
Inoltre, lo stato repubblicano sarà caratterizzato da un qualche tipo di
meccanismo rappresentativo attraverso il quale la volontà del popolo influenza
le decisioni del governo, sebbene non sia chiaro – data l’avversione di Kant
per la forma imperii
democratica[9] – come la voce dei cittadini dovrebbe farsi sentire.
Inoltre, il potere esecutivo sarà nettamente distinto dal potere legislativo al
punto che questa separazione identifica la repubblica e la distingue dal
dispotismo che viene caratterizzato come «l’arbitraria esecuzione delle leggi
che uno Stato si è dato; esso è dunque – prosegue Kant – la volontà pubblica
usata dal sovrano alla stregua della sua volontà privata».[10]
La ragione, poi, per cui una repubblica è più pacifica di uno stato dispotico è
ben nota. Riprendendo le parole di Kant:
Se (come in questa costituzione [la repubblicana] non può essere
altrimenti) è richiesto l’assenso dei cittadini per decidere se la guerra debba
o non debba venir fatta, nulla è più naturale del fatto che, dovendo decidere
di far ricadere su se stessi tutte le calamità della guerra (cioè combattere
personalmente, pagarne del proprio le spese, riparare a forza di stenti le
rovine che la guerra lascia dietro di sé e da ultimo, per colmo dei mali,
assumersi ancora un carico di debiti che renderà dura la pace stessa e a causa
di successive sempre nuove guerre non potrà mai estinguersi), essi rifletteranno
a lungo prima di iniziare un così cattivo gioco.[11]
Ma le cose stanno diversamente nel caso di uno stato
dispotico, dove il suddito non è cittadino. In questo caso, scrive Kant:
la guerra è la cosa più facile del mondo. Poiché il sovrano non è membro dello
stato, ma ne è il proprietario, nulla ha da rimettere a causa della guerra dei
suoi banchetti, delle sue cacce, delle sue case di diporto, delle sue feste di
corte ecc. e può quindi decidere la guerra alla stregua di una specie di
partita di piacere, per cause insignificanti, e per salvare le apparenze
tranquillamente lasciare al corpo diplomatico, pronto a ciò in ogni tempo, il
compito di giustificarla.[12]
Il fatto che le decisioni importanti vengano, più o meno
direttamente[13],
sottoposte al vaglio dei cittadini, dunque, funziona per Kant da potente
inibitore contro qualsiasi inclinazione che uno Stato potrebbe avere ad
iniziare una guerra. Coloro i quali decidono, infatti, sarebbero coinvolti
nelle battaglie (o di persona, o per il tramite di parenti e/o amici), con
tutti i rischi che ciò comporta. Questo non succede nei regimi dispotici dove
né il sovrano, né la sua ristretta cerchia pagano i costi dell’avventura
bellica.
Il primo articolo definitivo è alla base della versione
“istituzionale” della contemporanea teoria della pace democratica. Si
distingue, infatti, una versione “normativo-culturale”, secondo la quale sono i
valori comuni, e la comune abitudine a risolvere le controversie interne in
modo pacifico, che portano le democrazie a non combattersi tra loro, e una
“istituzionale”, per cui è invece il sistema dei checks and balances, insieme
al controllo dei cittadini sull’esecutivo, il fattore causale chiave. Poiché
l’articolo è dunque alla base di una buona fetta della contemporanea
riflessione sul rapporto tra democrazia e pace, alcuni punti devono essere
chiariti per evitare possibili fraintendimenti che si possono (e infatti si
sono) ripercossi nella riflessione contemporanea.
Innanzi tutto, Kant non dice che è impossibile che i
cittadini scelgano di imbarcarsi nell’avventura bellica, ma solo che ci
penseranno molto prima di farlo. Questo lascia aperta la possibilità che, dopo
adeguata riflessione, essi trovino i rischi di fare la guerra sopportabili o
comunque tali da essere affrontati, qualunque sia il fine che ci si propone
(autodifesa, aumento della ricchezza nazionale, tutela dell’orgoglio patrio o
quant’altro). Ne segue che Kant era ben coscio del fatto che la democrazia di
per sé non è affatto sufficiente per assicurare la pace. Come abbiamo imparato
molto spesso dalla storia, a volte il popolo fortemente desidera di andare in
guerra.
In secondo luogo, occorre notare che, stando al primo
articolo definitivo, i cittadini decidono di non andare in guerra per
auto-interesse. A questo livello della teoria kantiana, quindi, non si è ancora
attribuita ai cittadini repubblicani alcuna preoccupazione deontologica contro
la guerra. A sua volta, questo rinforza il punto precedente per cui, in ultima
analisi, la decisione se valga o meno la pena di accollarsi i rischi di una
guerra viene presa alla luce di un calcolo costi-benefici, che come tale può
dare un esito favorevole alla guerra. Ecco che si chiarisce come il primo
articolo debba di necessità essere integrato dagli altri due. Il problema della
guerra, o meglio il problema della sua rimozione dalla sfera degli affari
umani, non può essere ridotto a problema interno. Il primo articolo definitivo,
senza i due restanti, non assicura un bel nulla, contrariamente a quanto viene
suggerito, più o meno implicitamente, in gran parte della letteratura
contemporanea sulla pace democratica[14].
In realtà, nemmeno il rispetto di tutti e tre gli
articoli è per Kant, a rigore, condizione sufficiente per il raggiungimento
della pace perpetua. È del tutto evidente che Kant inserisce i suoi articoli
all’interno di una visione progressiva e teleologica della storia dove un ruolo
essenziale viene riservato all’apprendimento morale di cittadini e stati, che i
tre articoli definitivi intendono solamente facilitare. Detto brevemente,
l’idea è che la bontà delle istituzioni nazionali e sopranazionali, congiunta a
un elevato livello di interdipendenza economica, devono avere un’influenza
positiva anche sul carattere dei cittadini del mondo, insegnando loro, non solo
che la guerra molto spesso non è nel loro interesse, ma anche che essa va
rigettata anche nel caso in cui essa sia loro “utile”[15].
Kant quindi non è molto lontano da Rawls che insiste sull’importanza
dell’apprendimento morale dei popoli come condizione imprescindibile per
raggiungere una società internazionale bene ordinata e pacifica. Kant gli è
molto vicino quando scrive, in un passo giustamente celebre, che “non è da
questa [dalla moralità interna] che ci si possa attendere la buona costituzione
dello stato, ma è al contrario dalla buona costituzione dello stato che c’è da
aspettarsi la buona educazione morale di un popolo”[16].
Analogamente, egli insiste sul fatto che la natura ha voluto la separazione
delle lingue e delle religioni «la quale tende sì a portare all’odio reciproco
ed è pretesto di guerra, eppure, con il progredire della cultura e il graduale
avvicinarsi degli uomini ad una maggiore intesa in tema di principi, conduce
all’accordo in una pace»[17].
Sembra, quindi, che Kant ci sottoponga un progetto in due
fasi. In un primo momento, i cittadini del mondo dovranno evitare la guerra
perché essa è spesso contraria ai loro interessi, come ci istruisce il primo
articolo. In un secondo momento, quando la bontà delle istituzioni si sarà
calata, per così dire, nelle loro menti e nei loro cuori, si giungerà a
ritenere la guerra come “sbagliata”, oltre che, il più delle volte, disutile.
E, cosa ancor più importante, si giungerà a considerarla impraticabile, perché
ingiusta, anche quando, per qualche motivo (vero o presunto), essa sia
considerata utile anche per chi la deve combattere.
Sebbene il primo articolo sia di per sé garanzia
insufficiente per la pace, la sua importanza non va in nessun modo
sottovalutata. Basti pensare a come l’intuizione in esso contenuta – se chi
decide sulla guerra è colui il quale poi fa effettivamente la guerra, questa
diventa molto improbabile – sia cruciale per capire come alcune grandi
democrazie occidentali abbiano di recente trovato assai facile dare il proprio
assenso ad avventure belliche non sempre limpide. Il fatto che la leva, negli
Usa e sempre più spesso anche in altri paesi occidentali, non sia obbligatoria
rende sempre più raro, se non impossibile, il darsi di un caso di un
rappresentante al parlamento che si trovi a decidere sull’opportunità di una
guerra sapendo che un suo parente sufficientemente prossimo potrebbe essere
coinvolto in essa. Poiché difficilmente i figli o i nipoti di un senatore fanno
volontariamente parte dell’esercito – si presume che essi abbiano chance di tipo
diverso per il loro futuro – va da sé che in pochissimi casi i membri del
parlamento si trovano a risentire del benefico meccanismo immaginato da Kant.
In realtà essi, in questo modo, se non fosse per il giudizio a cui vanno
incontro alle successive elezioni (che ovviamente non è cosa di poco conto),
nel momento di decidere sull’opportunità di una guerra, si trovano sempre più
nella condizione del sovrano dello stato dispotico immaginato da Kant e
sarcasticamente dipinto nel modo che si è visto. In fondo, non stiamo altro che
sottolineando un guasto delle democrazie contemporanee ben noto anche ad un
distratto osservatore: la loro deriva oligarchica. La novità qui è solo che
tale tendenza può avere, anzi ha, conseguenze negative non solo per la
giustizia sociale, ma anche per la pace.
1.2 Il secondo articolo definitivo
Il secondo articolo definitivo si riassume
nella seguente prescrizione: “Il diritto internazionale dev’essere fondato su
un federalismo di liberi stati”. Con ciò Kant configura una forma di organizzazione
internazionale che permetta alle singole nazioni di abbandonare lo stato di
natura che vige sul piano internazionale e di entrare in una condizione civile.
Il cambiamento auspicato è simile ma non identico a quello immaginato per gli
individui nel passaggio dalla condizione di “libertà eslege” dello stato di
natura allo stato di diritto. L’analogia ha dei limiti in quanto per Kant ogni
stato, a differenza dell’individuo, prima di abbandonare lo stato di natura, è
già un ente di diritto la cui libertà (nel senso dell’autonomia) va rispettata
e mai può essere “sciolta” nella costituzione della repubblica universale.
Il timore che uno stato mondiale annulli le
differenze e si trasformi in un “dispotismo senz’anima” spinge Kant a preferire
a ciò che è “giusto”, ossia uno stato mondiale che metta fine alla condizione
di anarchia internazionale, il mero surrogato di una “federazione” o, come a
volte Kant dice, di una “lega permanente e sempre più estesa di popoli”. Kant
crede che uno Stato sopranazionale introdotto in maniera coattiva e prima che i
tempi siano maturi si ridurrebbe necessariamente ad un Stato poco rispettoso
dell’autonomia di ciascun popolo federato. Di qui segue l’abbandono dell’ideale
di una repubblica universale con poteri coercitivi e la preferenza temporanea
per il mero surrogato negativo della “federazione di popoli” alla quale, ci
viene detto, si accede (e, presumibilmente, dalla quale si esce) su base
rigorosamente volontaria.
L’idea kantiana di una federazione di
popoli è stata spesso criticata in quanto, se ad essa si accede e da essa si
esce volontariamente, non si capisce in che modo possa aiutare la causa della
pace. Se infatti un certo paese vorrà, per qualsiasi motivo, muovere guerra,
non dovrà far altro che astenersi dall’entrare nella federazione, o, al limite,
abbandonarla se di questa è già parte. Il fatto che la lega o federazione sia
permanente non cambia molto visto che un’organizzazione internazionale può
certo continuare a esistere, ma poco sarà capace di fare se i suoi membri
possono a piacimento uscire dal consesso delle nazioni, o disattendere le sue
eventuali raccomandazioni. Ai fini pratici, non sembra che vi sia differenza
alcuna tra una lega volontaria e senza poteri coercitivi e l’assenza totale di
una lega. Soprattutto per questo, il secondo articolo definitivo ha da sempre
suscitato una certa insoddisfazione tra gli interpreti, alcuni dei quali sono
giunti a considerarlo del tutto insignificante.
In realtà, la situazione non è così
disperata. Come ha messo in evidenza Pauline Kleingeld, vi è un modo di
combinare in un tutto coerente e significativo la difesa kantiana di una lega
su base volontaria ed il suo ideale di una federazione mondiale con poteri
coercitivi. Secondo Kleingeld, a ben vedere Kant non rifiuta affatto l’ideale
di un governo mondiale, ma solo quello di una monarchia universale che, come si
è detto, annullando le differenze tra popolo e popolo, finirebbe per violare
l’autonomia di quegli enti di diritto già costituiti che sono gli stati. Al
contrario, Kant chiaramente considera il governo mondiale (che a questo punto
non può che essere un governo federale o meglio confederale) come l’ideale
dettato dalla ragione pura. Quindi come il dovere a cui dobbiamo senza indugi
tendere per realizzare la pace perpetua. Il punto è che poiché la costituzione
di tale governo non può essere compiuta in maniera coatta senza ledere la
libertà e l’autonomia di enti con personalità giuridica quali sono gli stati,
occorrerà attendere che ciascuno stato (magari reso edotto da varie esperienze
belliche negative) aderisca di sua spontanea iniziativa a tale ambizioso
progetto. Perché l’ideale si compia, insomma, occorre che le condizioni
geopolitiche siano mature. Qualsiasi accelerazione si configurerebbe, non solo
come politicamente poco saggia, ma anche ingiusta (violerebbe l’autonomia dei
popoli), cosa per Kant notoriamente molto più grave.
Detto questo, per restituire plausibilità
al secondo articolo occorre solo chiarire in che senso una lega volontaria, in
attesa dell’avvento del governo mondiale, faccia una qualche differenza
pratica. Detto altrimenti, occorre chiarire quale contributo alla pace la lega
fornisca, pur essendo priva di poteri coercitivi. Kleingeld opportunamente fa
riferimento a un passo della Metafisica dei costumi in cui Kant accenna (non fa
molto più di questo, nonostante il punto sia cruciale) alla possibilità, per
due stati con un contenzioso in corso, di rivolgersi ad una struttura
preesistente che metta loro a disposizione canali di comunicazione formalizzata
(si può pensare ad un protocollo diplomatico) e di eventuale arbitrato da parte
di stati terzi. Si noti che la permanenza della lega immaginata da Kant sembra
a questo proposito essere cruciale. È necessario che vi sia una struttura
sopranazionale già in piedi al momento del sorgere della controversia. Solo a
questa condizione saranno disponibili quei canali di comunicazione ed
eventualmente quell’arbitrato che possono scongiurare il pericolo di guerra. La
lega dunque, nonostante tutto, svolge un ruolo, seppure minimo e certo non
sufficiente a scongiurare qualsiasi conflitto.
A questo occorre aggiungere che il secondo
articolo va letto all’interno della più ampia filosofia della storia che Kant
ci propone. Nel famoso e molto contestato “Primo supplemento” in cui viene
fornita la “garanzia della pace perpetua” Kant afferma che se i popoli non
aderiranno alla lega rispettando un dovere imposto dalla ragione, lo faranno,
prima o poi, scoprendo, magari dopo tante brutte esperienze, che la pace è nel
loro vero interesse. Ovviamente, si può contestare tale visione fortemente
teleologica della storia in cui sembra che la provvidenza sia stata, se non
tanto buona da non farci mai errare, almeno abbastanza compassionevole da farci
apprendere dai nostri errori (senza ricadute, per giunta). Ma se si accetta
tale visione, il ruolo pacificante della lega appare ancor più chiaro. Essa è
un primo passo verso quel fine che comunque è iscritto nel meccanismo naturale
e un polo di attrazione per le nazioni che pian piano aderiranno ad essa
(accelerando in questo modo l’avvento dello stato federale di popoli).
A bene vedere, quindi, Kant ci offre una
visione in sé coerente e che, di nuovo, sembra avvicinarsi più di quanto appaia
a prima vista ai risultati della riflessione contemporanea. Quanti oggi fanno
appello alla necessità di stabilire una democrazia cosmopolitica, o auspicano
un generico rafforzamento delle istituzioni internazionali già esistenti, sono
più vicini a Kant di quanto essi stessi credono. Con il secondo articolo
definitivo, interpretato nella maniera appena suggerita, il nostro filosofo non
solo anticipa gran parte delle intuizioni dei contemporanei, ma ha in più il
vantaggio di pagare il dovuto omaggio al buon senso. Che a tale stato federale
mondiale si debba arrivare solo “quando i tempi saranno maturi”, ossia quando
tutti i popoli della terra si saranno convinti, in assoluta libertà e senza
costrizioni esterne, che la cessione di una quota della loro sovranità è nel
loro interesse, è un punto che forse i democratici cosmopoliti accolgono, ma
che non sempre viene espresso con sufficiente chiarezza.
1.3 Il
terzo articolo definitivo
Kant completa la sua “ricetta” per la pace
perpetua con una raccomandazione che concerne quel che egli chiama il diritto
cosmopolitico. Leggiamo che “il diritto cosmopolitico dev’essere limitato alle
condizioni dell’universale ospitalità” la quale va intesa come un “diritto di
visita spettante a tutti gli uomini […] in virtù del diritto al possesso comune
della superficie della terra]”[18].
Essenziale per la pace, dunque, è la possibilità per ciascun uomo di visitare
paesi stranieri e di non essere trattato ostilmente in essi, se egli da parte
sua non agisce in modo ostile. Il terzo articolo è stato, come prevedibile.
variamente interpretato[19],
ma non vi è dubbio che tra i teorici della pace democratica in esso si è vista
la classica idea liberale secondo la quale il commercio favorisce la pace.
Secondo la suggestiva formulazione del polemista francese Bastiat, se sulle
frontiere non passano le merci, prima o poi passeranno i cannoni.
Non c’è dubbio che tale motivo sia
contenuto nel terzo articolo. Kant afferma esplicitamente che esso serve a che
“il diritto sulla superficie, spettante in comune al genere umano, venga
utilizzato per eventuali scambi commerciali”. E nel già richiamato
“supplemento” dedicato alla “garanzia” della pace perpetua, egli afferma che la
natura usa la brama di denaro come mezzo per istaurare il diritto
cosmopolitico. «Lo spirito commerciale – infatti, nota Kant – non può
coesistere con la guerra e […] prima o poi si impadronisce d’ogni popolo»[20].
Tuttavia, non vi è alcuna indicazione che il significato dell’articolo si
esaurisca a tale idea di interdipendenza economica. In realtà, non è nemmeno
chiaro che il suo fulcro sia questo. Tanto per cominciare, l’enfasi di Kant,
come appare chiaro dalle prime parole di commento all’articolo, è sul fatto che
il poter visitare altri paesi è un diritto spettante a tutti gli uomini e non è
questione di filantropia. L’importanza di ciò sta nel fatto che Kant configura
qui un diritto ad essere cittadini del mondo anche in assenza di uno stato
federale mondiale di popoli o stati. Si ricorderà qui che il secondo articolo
aveva optato, provvisoriamente, per il second best dello stato federale
mondiale, ossia per una lega di popoli che mantengono in gran parte intatta la
propria sovranità. Poiché siamo in una condizione di assenza di uno stato
mondiale con poteri coercitivi, con il terzo articolo, con il terzo articolo
Kant sta introducendo un diritto che vale anche in assenza di uno stato che lo
faccia rispettare. In questo modo, come è stato di recente messo in evidenza,
con il diritto di visita Kant afferma il diritto della persona, come precedente
e indipendente dai diritti del cittadino, avvicinandosi molto alla
contemporanea dottrina dei diritti umani[21].
Cosa forse anche più importante, Kant parla
di un diritto di “offrirsi alla società [sich zur Gesellschaft anzubieten]” che
va inteso come un diritto di dare la propria disponibilità a socializzare.[22]
Si tratta quindi di qualcosa di molto più ampio di un diritto a scambiare merci
e a fare affari in terra straniera. Si tratta, a voler prendere alla lettera le
parole di Kant, di un diritto a conoscersi reciprocamente, ad entrare in
contatto per gettare le fondamenta di una società che va al di là di quella
nazionale.[23] In
questo senso abbiamo a che fare un articolo appartenente al diritto
cosmopolitico. Esso è il primo passo verso la costituzione di quella società o
comunità mondiale che poi dovrà essere la base del venturo stato (con)federale
di popoli. Il terzo articolo, insomma, si occupa di assicurare le condizioni
alle quali le società non rimangano chiuse all’influenza reciproca. La mutua
conoscenza – dunque – è davvero l’essenza dell’articolo e lo scambio delle
merci è solo uno dei mezzi attraverso i quali essa si attua e si perfeziona. I
teorici contemporanei hanno, invece, sempre ristretto la portata di questo
articolo alla creazione di vincoli commerciali tra paesi i quali rendano una
eventuale guerra sempre meno conveniente. Se questo elemento è senz’altro ben
presente nella mente di Kant, occorre non perdere di vista che esso è solo un
aspetto di una visione di scambio interculturale molto più ampia.
2.
Democrazia e seconda guerra in Iraq
Rimane da trattare, sebbene in maniera
succinta, il caso della seconda guerra in Iraq. Ricordiamo che intendiamo
valutare tale guerra solo al fine di determinare quanto questa tocchi la teoria
della pace democratica e, ancor più in particolare, se essa metta in dubbio la
opportunità di passare dalla tesi debole per cui le democrazie non si
combattono tra loro a quella forte (più vicina all’originale formulazione
kantiana) per cui le democrazie sarebbero più pacifiche dei regimi dittatoriali
in termini assoluti, non solo nei loro rapporti reciproci. Come scrivono Bruce
Russett e John Oneal:
la
visione che sta emergendo sembra essere che le democrazie sono più pacifiche in
termini assoluti, soprattutto se si considera quali stati hanno dato il via
alle dispute militarizzate. Le crisi sono più spesso iniziate dalle autocrazie.
Che le democrazie siano più spesso le
vittime di un’aggressione che non le responsabili di questa viene oscurato se
si guarda solo al coinvolgimento degli stati nei conflitti.[24]
Russett e O’Neal chiariscono anche perché
non si è riconosciuta fin da subito la generale pacificità delle democrazie. A
loro avviso, la ragione sta nel fatto che non si è ragionato a sufficienza in
termini strategici. Se, ad esempio, i paesi vicini alla democrazie sono
autocrazie, è normale che le ultime siano state piuttosto spesso coinvolte in
conflitti. Occorre anche verificare il grado di interdipendenza economica,
l’equilibrio delle forze in campo e quanto le democrazie potevano prevedere del
comportamento dei loro vicini. Solo alla luce di tutti questi fattori si potrà
valutare in modo adeguato l’eventuale coinvolgimento di una democrazia in un
conflitto contro un’autocrazia.
Analogamente, i nostri due autori
contestano la tesi, presentata da un famoso studio di Mansfield e Snyder,
secondo cui i paesi in via di democratizzazione sembrano essere più bellicosi
delle autarchie. Al di là del fatto che la base empirica su cui la tesi si basa
può essere variamente interpretata, anche in quel caso occorre tenere presente
il contesto strategico in cui le giovani democrazie si trovano ad operare. Ad
esempio, si è visto che in esse l’opinione pubblica è molto più ostile nei
confronti di popoli vicini retti da un regime autoritario. Soprattutto, non va
esclusa la possibilità che sia l’instabilità, più che la democratizzazione, la
causa dei conflitti. Infatti – si può aggiungere a difesa di questa nuova
interpretazione – gli stessi Mansfield e Snyder riconoscono che i paesi che
stanno per diventare autocrazie non sono meno bellicosi di quelli in via di
democratizzazione. Pare proprio quindi che l’aggressività delle giovani
democrazie abbia a che fare molto di più con il fatto che sono giovani (e
instabili) piuttosto che con il fatto che sono democrazie. E così sembra cadere
anche l’ultimo pezzo di evidenza contro la tesi per cui le democrazie sono più
pacifiche in termini assoluti.
Si sarà notato che l’argomento a favore di
questa versione forte della tesi della pace democratica ruota in gran parte
attorno all’idea che le democrazie sono spesso provocate o addirittura
necessitate a entrare in guerra con i regimi autocratici, più o meno vicini.
Insomma, anche se formalmente sono le democrazie a iniziare un conflitto, non è
loro la responsabilità di averlo fatto. A questo proposito, il caso
paradigmatico è la seconda guerra mondiale. Sebbene la guerra sia stata
formalmente mossa da due democrazie (Francia e Inghilterra) contro una
dittatura (Germania), la responsabilità per l’esplodere delle ostilità era
palesemente di quest’ultima. Ora, tale esempio storico viene esteso a caso
emblematico di qualsiasi tipo di intervento militare democratico contro regimi
di segno opposto. Le democrazie entrano in guerra (o addirittura la iniziano)
contro autarchie solo quando la loro sicurezza viene minacciata.
A questo punto, tuttavia, la possibilità
che la seconda guerra in Iraq si configuri come una spettacolare sconfessione
della tesi forte della pace democratica diventa molto reale. Ricordiamo alcuni
dati certi. La seconda guerra in Iraq è stata presentata dall’amministrazione
di Bush come parte della strategia di difesa nazionale dopo gli attentati
dell’11 settembre. E questa è esattamente la strategia di giustificazione che
ci si aspetta da una democrazia: vado in guerra perché ho il diritto
all’autodifesa, che non si limita a respingere i miei eventuali invasori alle
frontiere, ma anche a mettere in campo gli strumenti necessari per disinnescare
preventivamente concrete minacce da parte di chi “sta per” o “ha dimostrato
chiaramente l’intenzione di” attaccarmi[25].
Contro questa tesi, però, pesano alcuni fatti incontrovertibili. Tanto per
cominciare, sugli aerei che portarono l’attacco alle torri gemelle non vi era
nemmeno un iracheno e la regia era chiaramente estranea al regime di Bagdad,
come in tempi non sospetti la stessa amministrazione Bush aveva dichiarato. Si
sa, infatti, che la rete di Bin Laden è per lo più composta da egiziani e arabi
delle classi elevate, e da militanti provenienti dalla classi emarginate di
paesi alla periferia dell’area mediorientale propriamente detta. In essa vi
sono pakistani desiderosi di formare un nuovo Pakistan, patria di tutti i
musulmani del subcontinente indiano, palestinesi rifugiati, ed emigrati o
esiliati provenienti dall’Inghilterra o dagli Usa. Ma prima dell’inizio delle
ostilità non si aveva notizia di un significativo contingente iracheno sunnita,
men che meno Bahatista.[26]
Anche dopo gli attentati, non vi erano prove concrete di un avvicinamento tra
Bin Laden ed il regime di Bagdad. Difficilmente quindi il conflitto poteva
essere fatto passare come un completamento dell’opera iniziata in Afghanistan
contro le basi logistiche di Al-Qaeda.
Certamente, Saddam Hussein poteva
costituire una nuova e indipendente fonte di minaccia. Da un certo momento in
poi, infatti, la tesi della “nuova minaccia” sembra essere divenuta la
strategia argomentativi ufficiale dell’amministrazione Usa. La sua mossa più
azzardata si è avuta con la comparsa della colomba Colin Powell di fronte al
consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con le “prove” del tentativo
iracheno di costruire armi di distruzione di massa. Sappiamo come queste prove
si siano poi rilevate in gran parte assai poco convincenti, se non addirittura
artefatte. Quando le truppe Usa sono hanno assunto il controllo del suolo
iracheno, non è saltato fuori nemmeno mezzo riscontro empirico di quelle foto
attraverso le quali l’amministrazione Bush aveva voluto convincere il mondo che
la guerra imminente doveva e poteva essere rubricata sotto una qualche forma di
guerra difensiva.
Da un certo momento in poi, infatti,
l’amministrazione ha cominciato a abbandonare la tesi della guerra preventiva,
e, a conflitto iniziato, le ha preferito quella della guerra per la libertà del
popolo iracheno. Anche se non si è arrivati mai a dirlo, si è andati molto
vicini a far passare la guerra come caso di intervento umanitario. Non discuto
nemmeno questa strategia, in quanto mi pare evidente che, se presa seriamente,
essa apra la strada a quello spirito di crociata in favore della democrazia che
qualsiasi persona di buon senso rinnega. D’altra parte, al di là delle
intuizioni morali di ciascuno, l’intervento Usa difficilmente soddisfaceva le
tre condizioni stabilite dalla apposita commissione ONU per la liceità
dell’intervento umanitario.[27]
Sicuramente il caso iracheno non presentava condizioni più gravi di quello di
decine di altri paesi per i quali un intervento a favore della popolazione non
è mai stato nell’agenda dell’amministrazione.
Va da sé che ai nostri fini non ha alcuna
importanza determinare quali fossero i veri motivi della guerra (se il
petrolio, considerazioni geopolitiche più ampie, un nuovo caso di “rally aroun’
the flag” per distrarre l’opinione pubblica dagli affari interni). Dato che,
poi, la questione è assai difficile e controversa, non azzardiamo nemmeno una
risposta in merito. Quel che a noi interessa mostrare, ossia l’unica cosa
rilevante ai nostri fini, è che la seconda guerra in Iraq non era una guerra
difensiva. Poiché risulta difficile credere che un servizio di intelligence
quale quello americano non sarebbe riuscito a scovare armi di distruzione di
massa (laddove ve ne fossero state) prima e, ancor più, dopo la conquista del
territorio da parte dell’esercito Usa, e poiché parte delle prove addotte si
sono dimostrate addirittura artefatte, si è spinti a credere che
l’amministrazione Bush sapesse che il regime Iracheno non costituiva una seria
minaccia per la sicurezza americana. Non siamo quindi di fronte a un caso di
errata percezione da parte di un regime delle intenzioni o della natura di un
altro regime (come potrebbe essere stato il caso della guerra ispano-americana
del 1898)[28].
Sembra piuttosto che siamo di fronte allo scatenamento di una guerra da parte
di una democrazia (anzi, secondo molti della democrazia par excellence) contro
un regime che ad essa non poneva alcuna seria minaccia (a meno di non voler
prendere sul serio qualche pittoresca e risibile dichiarazione bellicosa di
Saddam).
Sembra quindi che siamo di fronte a un
bivio: abbandonare la versione forte della teoria della pace democratica (e
rivedere alcune inferenze comunemente tratte anche da quella debole) o dubitare
della democraticità degli Usa. Ritengo che la seconda ipotesi, opportunamente
precisata, si approssimi maggiormente alla verità. Per mostrarlo, mi occorre un
veloce riferimento a Rawls. Nel Diritto dei popoli il filosofo americano elenca
cinque condizioni che una società dovrebbe soddisfare per rendere più sicura la
sua vocazione pacifica. Ricordiamoli brevemente: 1) una certo grado di
eguaglianza di opportunità, soprattutto nel campo dell’istruzione e della
formazione (altrimenti le varie componenti della società non avrebbero gli
strumenti per prendere parte ai dibattiti sulle scelte fondamentali del paese);
2) una distribuzione decente di reddito e ricchezza per avvalersi delle libertà
civili che la democrazia assicura ai cittadini (altrimenti, i detentori del
reddito sono nelle condizioni di controllare il potere politico a proprio
piacimento); 3) la società deve fungere, se necessario, da datore di lavoro per
abbassare il senso di insicurezza dei cittadini che, a sua volta, potrebbe
intaccare la loro auto-stima; 4) l’assistenza sanitaria deve essere garantita a
tutti i cittadini; 5) le campagne elettorali devono essere finanziate con soldi
pubblici (per assicurare un certo grado di indipendenza dei rappresentanti e
degli amministratori dal potere economico).
È evidente che gli Usa non soddisfano in
maniera piena nessuno di questi criteri che Rawls, con grande preveggenza e
lucidità, aveva elencato già nel 1999, quando, cioè, niente avrebbe lasciato
presagire che l’America si sarebbe avventurata in imprese belliche quali quella
cui stiamo assistendo. E pare altresì evidente che soprattutto il mancato
rispetto dei criteri 1), 2), e 5) sia stato cruciale per permettere
all’amministrazione Bush di convincere buona parte dell’elettorato americano
che una guerra in Iraq avesse anche minimamente a che fare con l’autodifesa
statunitense dopo l’11 settembre. Tale opera di persuasione è riuscita al punto
che chi aveva trascinato il paese in una guerra di aggressione, contraria alla
legalità internazionale e che, al momento del voto, era già costata agli Usa
una considerevole perdita di uomini e credibilità internazionale, è stato rieletto.
L’impressione di chi scrive, che funge
anche da conclusione di questo saggio, è che gli Usa, i quali per molti versi
rimangono un modello di virtù istituzionale per il mondo intero, riguardo a
quei criteri essenziali per garantire la vocazione pacifica di una democrazia,
siano in forte difetto. E questa mancanza può contribuire a spiegare
l’eccezione della seconda guerra in Iraq. Questa, quindi, più che una
confutazione della teoria della pace democratica, nella sua versione forte,
dovrebbe essere considerata come il risultato del difetto democratico che gli
Usa ancora scontano e che forse per molti versi si è venuto ampliando negli
ultimi anni. A fronte di un mondo sempre più complesso e difficile da
interpretare, gli Usa continuano a fornire istruzione (non solo universitaria,
ma anche di livello medio) solo ad una fortunata élite. Lo scollamento tra
istruzione universitaria, di livello altissimo, ma limitata a pochi, e
istruzione di base, mediamente di basso livello (almeno fino a qualche tempo fa,
inferiore agli standard europei) aperta ai più, è evidente a chi solo abbia una
qualche conoscenza della società americana. Non vi è da meravigliarsi, poi, se
“truffe di verità”, quali quelle andate in scena al momento di giustificare la
guerra di fronte all’opinione pubblica interna ed internazionale, siano andate
a buon fine, al punto da premiare con un secondo mandato chi le aveva
orchestrate. Con questo, ovviamente, non si vuole suggerire che gli Usa abbiano
cessato di essere una democrazia, come l’alternativa secca che si era data
sopra – il tertium non datur – lasciava intendere. Significa piuttosto che,
invece di liquidare un fatto abbastanza evidente e storicamente fondato quale
quello della maggiore propensione pacifica delle democrazie, occorre capire che
esse possono essere più o meno virtuose su questo terreno e che molto dipende
da quanto il valore della libertà, che le caratterizza, viene riequilibrato da
un’attenzione a quello dell’eguaglianza, soprattutto per ciò che concerne la
possibilità di ricevere un’istruzione adeguata a comprendere la complessità del
nostro mondo. Chi scrive ama troppo l’America per vederla scadere dal ruolo di
modello per gli altri grandi paesi del mondo occidentale a paziente ammalato di
democraticità malfunzionante e, quindi, di vocazione pacifica cagionevole.
[1]
Una buona panoramica del dibattito sulla pace democratica è contenuta in M.E.
Brown, S.M. Lynn-Jones e S.E. Miller (a cura di), Debating the Democratic Peace, The MIT Press, Cambridge (MA)
[2] Vedi B. Russett e J. Oneal, Triangulating Peace, cit., pp.47-52.
[3]
In realtà, a rigore, non è nemmeno così. Quanti adottano la tesi debole della
pacificità delle democrazie solo tra loro, spesso implicitamente assumono che
esse non sono altrettanto pacifiche con le autocrazie per buone ragioni. Ossia perché sono costrette ad essere
aggressive, anche se magari per un errato calcolo strategico. Ciò è dimostrato
dalle spiegazioni che vengono date al fatto della “pace separata” tra
democrazie: ostacoli istituzionali alla guerra, abitudine al compromesso,
capacità di assumere il punto di vista dell’altro, incentivi per i leader ad
essere “dovish” eccetera. Insomma,
disposizioni pacifiche in generali che vengono meno solo di fronte ad
atteggiamenti (veri o presunti) minacciosi. Ne deriva che un eventuale caso di
aggressione democratica non supportata da considerazioni di autodifesa sarebbe,
in ultima analisi, un problema anche per la versione debole della teoria.
[4]
Un elenco di alcune guerre che alcuni tendono a considerare guerre tra
democrazie lo si trova in M.E. Brown, S.M. Lynn-Jones e S.E. Miller (a cura
di), Debating the Democratic Peace,
cit., p.75.
[5]
Il quinto articolo preliminare afferma: «Nessuno stato deve intromettersi con
la forza nella costituzione e nel governo di un altro Stato». (I. Kant, xxx)
[6] L. Caranti, Kant: una guerra perpetua per la pace perpetua?, «Filosofia e questioni pubbliche», 9, 2004, pp.105-123.
[7]
Poiché il rispetto per l’autonomia del popolo gioca questo ruolo cruciale e
prioritario, si può anche capire perché l’articolo preliminare in questione
prevede un’eccezione alla generale regola di non-interferenza: se uno stato è
dilaniato da una discordia interna, allora l’eventuale supporto esterno ad una
delle due parti contendenti (magari quella liberale) non potrebbe essere
considerata come interferenza, perché siamo di fronte ad una condizione di anarchia.
In questo caso, Kant sembra assumere, il popolo ha perso la sua unità e quindi
la sua autonomia come soggetto di diritto. Si deve ammettere, tuttavia, che
Kant complica notevolmente il quadro affermando che tale sostegno non può
essere legittimamente fornito se la guerra civile non è finita. Ci si potrebbe
chiedere che scopo potrebbe avere un intervento se la guerra civile è già
decisa. Forse, ma siamo del tutto nel campo delle congetture più fantasiose,
Kant intende che il tipo di aiuto che paesi esterni possono fornire per rendere
il potere della parte vincente (assumendo che sia quella “buona”) stabile e
sicuro.
[8]
Vedi D. Archibugi e D. Beetham, Diritti
umani e democrazia cosmopolitica. Feltrinelli, Milano 1998, pp.84-86.
[9]
“Tra le tre forme [del dominio] quella della democrazia, nel senso proprio
della parola, è necessariamente un dispotismo, poiché essa fonda un potere
esecutivo dove tutti decidono su uno e in ogni caso anche contro uno (che di
conseguenza non è d’accordo), quindi tutti, che però non sono tutti; ciò
rappresenta una contraddizione della volontà generale con se stessa e con la
libertà”. (Per la pace perpetua.
Milano Feltrinelli, 1991, p.35; Ak. VIII, p.352). Questo passo dimostra anche
chiaramente che l’avversione di Kant è basata sui rischi di dittatura della
maggioranza che una democrazia non “limitata” da principi liberali porta con
sé. Non è chiaro, infatti, perché le garanzie costituzionali, tipiche dello
stato liberale non sarebbero sufficienti a risolvere il problema. Tali garanzie,
come si sa, sono volte a evitare il rischio di dittatura ponendo dei principi
che nessuna maggioranza semplice può cambiare. Inoltre, non è chiaro perché il
rischio di dispotismo diminuirebbe se il potere è nelle mani di pochi (o di
uno), invece che di tutti.
[10] I. Kant, op. cit., p.163.
[11] I. Kant, op. cit., p.162.
[12]
Ibid.
[13]
Ovviamente, è ben diverso se l’entrata in guerra sia decisa per consultazione
diretta o meno. Si pensi, ad esempio, che un governo democraticamente eletto
può teoricamente decidere di correre il rischio politico di muovere guerra
anche senza l’appoggio della maggioranza dei propri cittadini, come infatti è
successo in Italia in occasione della seconda guerra del Golfo.
[14]
Basti considerare il fatto che ancora nel 1996 (come ci si accorge se si
sfoglia il già citato Debating the
Democratic Peace) gran parte della discussione era incentrata
sull’influenza che la democrazia ha sulla pace internazionale, mentre poca
attenzione (di certo meno che adesso) veniva accordata agli altri due ingredienti
della ricetta kantiana: il livello di scambi culturali e commerciali e le
organizzazioni internazionali.
[15]
A parte, ovviamente, il caso limite della guerra di autodifesa.
[16] I. Kant, op. cit., p.179.
[17]
Ivi, p.180
[18]
Ivi, p.169-170.
[19]
Per una puntuale rassegna di queste varie interpretazioni si veda A.
Taraborrelli, Cosmopolitismo. Saggio su
Kant, Asterios, Trieste 2004, pp.103-107.
[20]
Ibid.
[21]
Ivi, p.107.
[22]
L’espressione tedesca sich jdm. zur Begleitung anbieten significa “offrirsi
di accompagnare qualcuno”. Quindi, sich
zur Gesellschaft anzubieten può legittimamente essere tradotto con
“offrirsi di socializzare”, o, in italiano più scorrevole, “offrire la propria
disponibilità a socializzare”. Tale sfumatura viene persa sia nella traduzione
curata da N. Merker (I. Kant, Per la pace
perpetua. Un progetto filosofico, Editori Riuniti, Roma 1985), poi
riprodotta nell’antologia curata da G. Bedeschi (I. Kant, Il pensiero politico di Kant, Laterza, Roma-Bari 1997, p.170) sia
nella traduzione di R. Bordiga (I. Kant, Per
la pace perpetua, Feltrinelli, Milano 1991, p.43). in entrambi i casi,
incontriamo un piuttosto oscuro “diritto alla società” o “alla socievolezza”
che nasconde il senso di apertura alla reciproca conoscenza e alla costruzione
di un vincolo comunitario che Kant sembra intendere.
[23]
Sostegno a favore di questa interpretazione puo’ anche trovarsi in un passo del
Primo Supplemento di Per la pace perpetua
in cui Kant parla del progredire della cultura e del graduale avvicinarsi degli
uomini a principi comuni come fattori decisivi per la pace: “il progredire
della cultura e il graduale avvicinarsi degli uomini a una maggiore intesa
conduce alla fine a un accordo pacifico”(xxxquotexxx). L’avvicinarsi a principi
comuni probabilmente avviene attraverso il progredire della conoscenza
reciproca dei popoli, ossia attraverso la realizzazione di vincoli cosmopoliti
all’interno di una comunita’ globale.
[24] B. Russett e J. Oneal, Triangulating Peace, cit., p.50.
[25] Nel suo ultimo libro Sulla Guerra Michael Walzer distingue opportunamente tra pre-emptive e preventive war (in italiano la differenza si perde in quanto in entrambi i casi si traduce con guerra preventiva): la prima è quella che si muove quando l’altro è effettivamente sul punto di attaccare (sul modello di sparare prima che chi ti punta una pistola contro faccia lo stesso con te); la seconda, del tutto diversa, è quella che si muove per prevenire un eventuale attacco che non è per nulla sul punto di accadere. Ad esempio, una guerra preventiva è quella che si scatena per impedire all’altro di procacciarsi armi che potrebbero in un futuro essere utilizzate contro di me. Walzer considera la prima forma legittima, la seconda no e considera la guerra in corso in Iraq come una guerra preventiva.
[26] Ovviamente questo era vero prima dell’inizio della guerra. Ora pare che Al-Qaeda abbia esteso la sua influenza anche in Iraq, cogliendo l’occasione di presentarsi come uno dei protagonisti della “resistenza” nazionale.
[27]
Una commissione dell’ONU, istituita nel
[28]
Sull’importanza della percezione che gli Stati hanno dell’assetto
costituzionale di altri Stati e per le difficoltà che questo comporta per la
teoria della pace democratica si veda I. Oren, The Subjectivity of the “Democratic” Peace: Changing the U.S.
Perceptions of Imperial Germany in M.E. Brown, S.M. Lynn-Jones e S.E.
Miller (a cura di), Debating the
Democratic Peace, cit., pp. 263-300.
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