SEMINARI E CONVEGNI POLITICA E FILOSOFIA DI FRONTE AL PROBLEMA DEL MALE 14-03-2005 GIUSEPPE TOGNON IL MALE TRA ORDINE DEL PENSATO E ORDINE DEL VISSUTO. IL CARATTERE ETICO DELLA LAICITA' MODERNA
Il problema del male è stato oggetto di due strategie diverse di trattamento a seconda che lo si affrontasse in ambito filosofico o in ambito politico. Mettere in luce questo aspetto del problema ci consentirà di legare il problema del male al problema della laicità, in una prospettiva non consueta ma a mio parere decisiva per cogliere da un lato la forza della progressiva emancipazione della politica dalla teologia e dalla metafisica, ma dall'altro anche quella del legame che continua a tenerle legate. Lo sviluppo della laicità moderna è anche il risultato della consapevolezza che, in definitiva, è impossibile pensare compiutamente il male senza coinvolgere in maniera radicale Dio, proprio come ha evidenziato provocatoriamente e con il massimo di lucidità Nietzsche. Se l'ambito della laicità è certamente quello del diritto e della politica, l'origine e in definitiva anche la finalità sono eminentemente filosofiche e religiose, come per altro mostra la storia stessa dell'idea di laicità. La prospettiva contemporanea sul male incrocia quella della costruzione della laicità come orizzonte necessario della politica e in particolar modo di quella forma dominante di esercizio della politica che è la democrazia. La sfera della laicità coincide progressivamente con quella della politica ed è per questo che la politica moderna ha trovato proprio nella religione e nell'antico regime ecclesiastico il proprio avversario e insieme la propria legittimazione. A questo proposito vorrei semplicemente segnalare che il tema della laicità non è un tema giunto dalla Luna o da Marte, ma che è, per riprendere una bella definizione dello storico Paolo Prodi, il risultato della lotta tra la sfera del sacro e la sfera del potere, l'esito di un dualismo che è costitutivo dell'Occidente.
Il Cristianesimo
occidentale ha operato sul potere politico, deprivato della sua sacralità
interna affinché il sacro venisse lasciato solo al trascendente e a Dio. Nello
stesso tempo,il sacro è stato “ricondotto allo stato secolare” dal potere
politico che ha rivendicato i propri spazi di autonomia. Grazie alla lotta tra
poteri si è sviluppato un doppio piano di norme concorrenti: norme morali e
norme positive, insieme a due diverse serie di giudizi sulle azioni degli
uomini: da un lato, come peccato, il male morale legato alla colpa, come disobbedienza
alla legge morale, e dall'altro, come reato, il male come disobbedienza alla
legge positiva dello Stato. Si è così conseguentemente formata una frontiera,
mobile lungo i secoli, tra il giudizio di Dio e il giudizio degli uomini, la
giustizia divina e la giustizia umana. Questo dualismo è sostanzialmente
presente, ancora attuale, ed ha assunto forme molto diverse. Da un lato la
strada del rifiuto della religione e dell'ateismo; dall'altra, una strada di una
separazione più o meno consensuale.
Proprio la consapevolezza
dell'impossibilità di render ragione del male, in un epoca che lo ha visto
protagonista all'interno di una concezione metafisica e razionale del mondo, ha
condotto il nostro pensiero contemporaneo a delimitare e a maneggiare con cura
tutte le problematiche che al suo interno hanno a che fare con l'ambito
religioso, magari tentando di sviluppare una metafisica non teologica o
comunque proponendosi di isolare il dato di fede in un orizzonte privato. Così
facendo si è riconfermato l'assioma per il quale il problema del male non può,
filosoficamente parlando, essere disgiunto dal problema religioso. Lo si
comprende senza difficoltà. La filosofia è stata il fondamento della strategia
dell'integrazione del male nell'ordine della rappresentazione fino a quando è
restata indissolubilmente intrecciate alla religione, sia pure in forma
aspramente dialettica. E ciò vale sia sul piano speculativo sia su quello
storico. Tutte le teorie che tentano di giustificare l'operato di Dio, in
relazione al problema della libertà dell'uomo e dell'esistenza del male
concreto - le teodicee, le filosofie della storia, le ideologie messianiche -
appartengono all'ordine della rappresentazione e, per gli accusatori e i contrari,
della fede. Esse metabolizzano il male dentro una visione generale e completa
del mondo e della realtà. E in virtù dell'unitarietà propria di una civiltà e
di una cultura, come fu il caso di quella greco-romana e cristiana,
appartengono a questa strategia di metabolizzare il male, presentandolo
all'interno di una rappresentazione del mondo, anche la letteratura, il teatro
e in genere tutte le arti che hanno a che fare con il linguaggio e che
esprimono una domanda di senso, o, meglio, un esigenza religiosa.
Lo sviluppo impetuoso
della politica in epoca moderna inaugura o, meglio, rilancia, la seconda
strategia umana di metabolizzare il male, che si affida alla scienza di
governo, alla tecnica del comando e del consenso, alla osservazione psicologica
e alla sperimentazione di soluzioni per ridurne gli effetti, per prevenirlo e
poi per curarlo. È una strategia il cui valore, benché anch'essa non sia priva
di regole razionali, si misura sui risultati e che parte dall'assunto che il
male sia ciò che rende l'ordine dell'essere autenticamente fattuale, storico.
E' la strategia che accetta, ed anzi esalta, la matrice peccatrice
dell'umanità. Questa seconda strategia accompagna tutte le teorie e le pratiche
che, anche quando non sono contro la filosofia – così come è accaduto per molti
secoli dell'epoca moderna - escono dall'ordine della rappresentazione del pensato
ed accolgono il problema del male come fattore ineliminabile della vita, anche
quando la prospettiva è di natura teologico-salvifica. Questo nuovo modo di
pensare e di giudicare la realtà ha avuto il merito di riportare tutti gli
attori, e dunque anche la chiesa, allo stesso livello mondano in cui si stava
affermando la forma moderna degli stati, la forma moderna dell'impresa, la
forma moderna del pensiero ecc.
La cosa più interessante
da notare è che all'origine della modernità i primi a tradire di fatto la
strategia dell'ordine della rappresentazione furono proprio i filosofi
razionalisti: nella ricerca di una diversa fondazione della realtà rispetto al problema
del male hanno oscillato tra il tentativo di rifondarlo e l'esigenza di
espungerlo, collocandolo entro il perimetro della storicità. Chi studia
l'origine della filosofia razionalista moderna, Cartesio, Pascal, Spinoza,
Leibniz ecc., si accorge subito dell'importanza che i nuovi “metafisici”
attribuiscono alle scienze applicate, alla medicina, alla psicologia, alla
sociologia, al comportamento degli animali, alla costruzione dell'universo,
alla fisica dei corpi, ma allo stesso tempo non può non notare quanta reticenza
questi stessi filosofi dimostrassero nei confronti della politica, esclusa
dall'elenco delle scienze per la vita anche quando veniva, come nel caso di
Spinoza o di Leibniz, studiata con assoluto rigore e massima competenza
storica. Erano per altro perfettamente a conoscenza di tutta la tradizione
classica che aveva ampiamente elaborato la teoria della politica come rimedio
al male, come costruzione di una virtù interiore e collettiva. Già Cartesio sceglie
la strada di non pronunciarsi in merito al legame tra politica e morale:
elabora con grande finezza la tesi della morale provvisoria che è l'anticamera
delle tesi successive sulla separazione dei poteri, degli ambiti e della
laicità. Spinoza non può fare altrettanto perché ha il problema di costruire la
politica su di un fondamento religioso che, pur sfuggendo al relativismo, non
cada nella logica dello statalismo. Anche in questo caso, proprio perché quel
fondamento appartiene all'ordine della rappresentazione, è obbligato a
collocare la politica e il problema del governo in una sfera distinta da quella
del pensiero e della logica. Locke, che, al contrario dei “continentali”, fa
dello Stato la leva per costruire l'autonomia della politica dalla religione,
pone il problema del male all'interno del più generale problema della
giurisdizione civile, delle magistrature. Proprio su questo aspetto della
analisi del reale i filosofi moderni iniziarono a dividersi tra quelli che
affrontarono o non affrontarono il problema dello Stato, che per tutti divenne,
presente o assente, l'elemento centrale della riflessione politica e il
protagonista a cui affidare il compito di regolare il male. La teoria politica
moderna metabolizza il male attraverso una via tutta speciale fondata sulla
idea di poterne usare l'efficacia per ridurne gli effetti negativi. Hobbes
insegna.
La prima strategia, quella
dell'ordine della rappresentazione, è entrata definitivamente in crisi nel XIX
secolo, che è anche il secolo in cui ha raggiunto i suoi punti più alti,
nell'idealismo tedesco e nelle maggiori utopie sociali a base religiosa. La
seconda strategia, quella della metabolizzazione del male attraverso una via
politica, ha avuto il suo trionfo nel XX secolo, in quella aspirazione al
perfettismo e all'uomo nuovo che è stata il motore della degenerazione
totalitaria e della tragica illusione di superare con le forze dell'uomo ogni
limite. Nel secolo scorso si è assistito così ad una sorta di rovesciamento dei
ruoli, con le filosofie a base religiosa che invano predicavano la coscienza
della finitudine e della colpa dinnanzi a Dio come antidoto alla suprema
arroganza antropologica. La strategia classica della rappresentazione del
pensiero ama il tragico ma non ama il processo. Il supremo tribunale della
ragione o della fede, le parti, il colpevole e il giudice, sono tutte figure
che animavano la rappresentazione per la redenzione, per la giustificazione, e
tutta la filosofia moderna mette in secondo piano l'individuo morale per
imbastire piuttosto il processo all'umanità. L'ambizione è di fatto quella di
assolverla, ma proprio perché tesa al superamento dell'esito di condanna, la
filosofia moderna si lega alla premessa implicita della sua colpa. Il XX secolo
invece, malgrado o proprio perché luogo storico del massimo della degenerazione
morale e politica, non è più il secolo della colpa collettiva, come molto
spesso, a torto, si dice. Non è nemmeno più il secolo del male radicale. E'
piuttosto è il secolo del processo, il secolo del tribunale, il secolo dove si
riaffermano i diritti del colpevole, del “limite” e dove il pentimento e la
pena sono proposte non per la redenzione dell'umanità o per la giustificazione
della fede, ma per tentare di fornire un limite alla superpotenza del “male
politico”. L'ambizione filosofica contemporanea non è quella di assolvere lo
Stato, non è quella di togliere la colpa, proprio perché la colpa e la
redenzione appartengono a quell'ordine della rappresentazione che ritorna utile
come resistenza alla arroganza e alla mancanza del limite. E in ciò si ritorna
a riprendere, più o meno consapevolmente, una riflessione che era dominante nel
Cinquecento, alle origini delle Riforme e dell'elaborazione del diritto
naturale.
Solo il pensiero, solo una
concezione complessiva della realtà può giungere a “pensare” il male come parte
di una strategia complessiva all'interno della quale l'uomo non è l'unico
responsabile. Quando invece egli ne diventa l'autore, oltre che la vittima, le
cose si complicano perché il pensiero ha meno strumenti di “assoluzione”. La
politica contemporanea ha tentato di non porsi più il problema della colpa
quanto piuttosto quello dell'ordine e del disordine, proprio perché il problema
della colpa era legato al fondamento teoretico di condurre il pensiero
all'ordine del mondo. Ma l'impossibilità di iscrivere la filosofia politica
all'interno di una “filosofia prima” di impianto generale ha reso sempre più
difficile il suo sforzo. Con una conseguenza non di poco conto: siccome la
colpa, così come noi l'abbiamo conosciuta nell'occidente, non poteva essere
estrapolata dall'orizzonte religioso, anche la religione “doveva” essere fatta
rientrare nell'ordine antico, “superato” della rappresentazione. E la politica
invadeva la scena ma perdeva l'ancoraggio alla religione, in sostanza
accompagnandosi alle nuove scienze in lotta per l'emancipazione dalla
filosofia. Il professor Ferrara, ci ha già indicato ad esempio quale è stata
una delle vie contemporanee per separare le scienze umane dalla teologia: la
sociologia di Durkheim cerca di lavorare sul religioso o sul sacro senza attribuire
significati salvifici alla sfera della rappresentazione, cioè della
metabolizzazione teoretica del problema del male. Esiste anche un'altra ipotesi
di lavoro, quella della fenomenologia, fatta poi propria, sebbene con significative
“deformazioni”, dall'ermeneutica, che tenta di affrontare il male attraverso
l'estrapolazione dall'osservazione della vita di regole che però funzionano
solo se rientrano nel campo della storicità, che cioè non esistono in quanto
costitutive di contenuti, ma come regolative di esperienze.
Sono convinto che il
predominio autoritario della politica sulla religione e sul diritto naturale è
stato possibile solo nella misura in cui si sono perse le fila di quel processo
di laicizzazione della vita e della società che aveva le sue origini nel
cristianesimo, anche si era storicamente sviluppato in conflitto con il potere
religioso e con la teologia positiva. Una politica senza laicità è contraria
alla storia e all'uomo, solo una politica veramente e sanamente laica riuscirà
a non rimanere schiacciata dalla razionalità astratta o dalla dogmatica
religiosa, così da divenire quella “scienza intermedia” del limite che è stata
rivendicata più volte da molti protagonisti della cultura contemporanea, tra
cui dal compianto Ricoeur che insisteva sempre sul carattere aporetico del
discorso sul male. Troviamo una svolta anche in teologia: anche Barth si
confronta con il tema del male radicale. Già Kant aveva sostenuto l'insocievole
socievolezza dell'umano, ma Barth, che pure è un teologo sistematico e, quindi,
dovrebbe esercitare la prima strategia, quella del pensato, ripropone il tema
del male radicale negando che esso appartenga alla strategia della sensibilità
e della coscienza. In un famoso articolo della sua Dogmatica, egli parla di quella teologia che rinuncia alla
totalizzazione sistematica e in un capitolo dal titolo “Dio e che cosa?”
risponde: “das Nichtige” introducendo così la nozione di teologia spezzata,
cioè radicalmente diversa da quella teologia che “doveva” farsi carico della
negatività dell'esperienza umana. Il nulla si distingue radicalmente
dall'aspetto negativo dell'esperienza umana perché quest'ultimo ha un senso
solo alla luce del disegno di perfezione pensato e voluto da Dio, che è il tema
che aveva interessato prima Leibniz in termini filosofici e poi Hegel in
termini teologici e di filosofia della storia.
Merita anche di andare a
riprendere per un attimo le opere di Leibniz, il tutore della teodicea moderna.
Come è noto egli aveva impostato il problema in questo modo: ci sono tre tipi
di male; metafisico, fisico e morale. Nei Saggi di Teodicea del 1714 il quadro del male metafisico è molto chiaro,
mentre i problemi sono annidati al livello degli altri due mali. Siamo
nell'ordine del pensato, quindi nell'ordine della grande rappresentazione,
della metabolizzazione del male attraverso uno sforzo di comprensione, di
costruzione del mondo attraverso la filosofia e la teologia. Il male metafisico
non è null'altro che l'imperfezione delle cose, o, meglio, la limitazione
originaria della creature. Queste, in quanto create, sono imperfette perché
sono limitate e questa imperfezione, per sua natura contingente, non può essere
confusa con il peccato originale che viene dopo. In un punto in cui parla dell'imperfezione
radicale delle creature egli annota (Th. § 389) non plus ultra, a conferma che un fondamento del male è necessario,
ma che il fondamento non coincide con la sua epifania e tanto meno con le sue
manifestazioni nell'ordine dell'umano. Leibniz scrive che “il fondamento del
male è necessario, ma non lo è il suo sorgere, che è contingente. E' cioè
necessario che i mali siano possibili mentre è contingente che essi siano
attuali (Grua, I-126,127, II-364,486). Il male metafisico è quel non plus ultra oltre il quale non si può
andare, che non ha niente a che vedere con la colpa, che non ha niente a che
vedere con il “noi faremo”: si pone in quella zona limite tra perfezione del
possibile e il passaggio di alcuni di questi possibili alla realtà. Il male fisico
dipenderebbe invece dal male morale, eppure c'è chi commette il peggior male
morale e non soffre. Perché invece soffrono molto, fisicamente, coloro che, poveretti,
si conducono correttamente, non commettono il male morale, ecc.? Questo è il
vero problema leibniziano: nella rappresentazione generale e razionale del
mondo il male fisico gli esplode tra le mani. Quello che doveva essere l'ultimo
nella gerarchia dei mali, dopo il male metafisico e il male morale, gli crea il
massimo di difficoltà: rappresenta un'irriducibilità al pensato e, per di più,
se si coniuga al fatto che non corrisponde pedissequamente alla colpa morale,
la sofferenza vissuta diventa uno strumento devastante per quello che riguarda
la vita degli uomini. Nei suoi Essais de Théodicée ,Leibniz ha inserito
due o tre passaggi strepitosi in cui si chiede se il fatto di non essere
riusciti a ribaltare il problema della giustizia sul male fisico, che eccede il
pensato e anche la colpa morale, non rimetta in discussione l'intero impianto
teodiceico.
Il vero problema di fondo
non è tanto quello del male in sé, ma quello dell'esistenza del male tra noi,
il nostro essere vittime e carnefici allo stesso tempo. L'impossibilità di far
coincidere il male morale col male fisico apre alla sofferenza un destino
terribile che la porta subito, attraverso la scala del fondamento razionale
dell'etica, ad assumere la forma di ciò che si ritorce su Dio e sulla
leggibilità del mondo! L'unica prospettiva per non fare dell'esperienza diretta
del male lo strumento della distruzione delle premesse razionali del mondo è
dunque quella di distinguere l'ambito del religioso dalla gestione della vita
mondana, cioè dall'ambito del politico. L'uomo può soffrire: può rapportare, se
vuole, la sua sofferenza alla colpa nei confronti del Signore; può farsi carico
delle proprie e delle altrui sofferenze e donare la propria vita, ma non potrà
mai pretendere che ciò diventi la misura per tutti. Può chiedere a tutti il
rispetto, ma in quanto membro di una comunità “laica”dovrà adoperarsi affinché
né la religione né l'antireligione pretendano di governare il mondo.
Per completare il discorso
e per comprendere meglio l'efficacia del lento processo di laicizzazione che ha
interessato l'Occidente, dopo aver visto le difficoltà che in epoca
contemporanea ha generato il suo venir meno o comunque il suo interrompersi a
causa anche dell'accelerazione dei processi sociali di secolarizzazione, è
necessario valutare per un attimo l'importanza che tale processo ha avuto
proprio sul piano politico in alcuni passaggi storici decisivi. Il più vicino a
noi ha il suo fulcro nelle rivoluzioni americana e francese, l'altro che citerò
lo ha nella riforma di Lutero. Li lega un rapporto di discendenza diretta: il
padre delle costituzioni moderne è stato Lutero; sono stati i protestanti, non
i cattolici a scrivere i testi fondamentali per la democrazia. E lo sono stati
per la necessità di separare la loro riforma teologica dalla forma storica
dell'assolutismo politico-religioso a matrice cattolica.
Partiamo da una lunga
citazione di Jean-Jacques Rousseau, utile per far vedere quale fu la diversità
degli esiti dell' instaurarsi violento di nuovi regimi politici, come avvenuto
con le rivoluzioni del Settecento. Il filosofo ginevrino nel Contratto sociale scriveva che “la
religione, considerata in relazione alla società, che è o generale o
particolare, può anch'essa dividersi in due specie: cioè la religione dell'uomo
e quella del cittadino. La prima, senza templi, senza altari, senza riti,
limitata al culto puramente interiore del Dio supremo e ai doveri eterni della
morale, è la pura e semplice religione del Vangelo, il vero teismo, e ciò che
si può chiamare il diritto divino naturale. L'altra, professata in un solo
paese, dà ad esso i suoi dèi, i suoi propri patroni tutelari; questa religione
ha i suoi dogmi, i suoi riti, il suo culto esterno prescritto da leggi: a
eccezione della nazione che la segue, tutto è per essa infedele, straniero,
barbaro; i doveri e i diritti dell'uomo non vanno al di là dei suoi altari.
Tali furono tutte le religioni dei primi popoli, alle quali si può dare il nome
di diritto divino civile o positivo. Vi è una terza specie di religione, più
bizzarra, che dando agli uomini due legislazioni, due capi, due patrie, li
sottomette a doveri contraddittori, e impedisce loro di poter essere nello
stesso tempo devoti e cittadini. Tale è la religione dei Lama, tale quella dei
Giapponesi, tale il cristianesimo romano. Si può chiamare questa la religione
del prete. Ne deriva una specie di diritto misto e insocievole che non ha nome.
A considerare politicamente queste tre specie di religioni, tutte hanno i loro
difetti. La terza poi è così manifestamente cattiva che sarebbe un voler
perdere tempo indugiare a dimostrarlo. Tutto quello che rompe l'unità sociale è
sbagliato; tutte le istituzioni che mettono l'uomo in contraddizione con se
stesso sono sbagliate. La seconda è buona in quanto riunisce il
culto divino e l'amore delle leggi, e, facendo della patria l'oggetto
dell'adorazione dei cittadini, insegna loro che servire lo Stato significa
servirne il dio tutelare. È una specie di teocrazia, nella quale l'unico
pontefice deve essere il principe, e gli unici sacerdoti i magistrati. Morire
per il proprio paese equivale in tal caso ad andare al martirio; violare la
legge significa essere empio; e sottoporre un colpevole all'esecrazione
pubblica significa votarlo alla collera degli dèi: Sacer estod. Ma è
cattiva in quanto, essendo fondata sull'errore e sulla menzogna, inganna gli
uomini, li rende creduli, superstiziosi, e soffoca il vero culto della divinità
con un vano cerimoniale. È anche cattiva, quando diventando esclusiva e
tirannica rende un popolo sanguinario e intollerante: esso respira allora in un
clima di assassinio e di massacro e crede di fare un'azione santa uccidendo
chiunque non ammetta i suoi dèi. Ciò mette un tal popolo in uno stato naturale
di guerra con tutti gli altri, assai dannoso per la propria sicurezza. Rimane
dunque la religione dell'uomo o il cristianesimo, non quello d'oggigiorno, ma
quello del Vangelo, che è del tutto differente. Con questa religione santa,
sublime, vera, gli uomini, figli dello stesso Dio, si riconoscono tutti
fratelli, e la società che li unisce non si dissolve neanche con la morte. Ma
questa religione, non avendo alcun legame particolare con il corpo politico,
lascia alle leggi la sola forza che esse traggono da se stesse senza conferirne
loro alcun'altra; e con ciò uno dei grandi vincoli della società particolare
resta senza effetto. Inoltre, invece di far sì che i cuori dei cittadini si
affezionino allo Stato, li distacca da esso come da tutte le cose di questo
mondo. Non conosco niente di più contrario allo spirito sociale”, (Il
contratto sociale o principi del diritto politico, 1762, Einaudi, Torino
1994, pp. 176-177). La Rivoluzione americana aveva già preso atto delle
difficoltà sollevate da Rousseau, e non solo da lui: nel primo emendamento alla
Costituzione americana, approvato quattro anni dopo la sua promulgazione, si
legge, in forma diretta, quasi brutale, che tra Stato e Chiesa non esiste né
può esistere un rapporto, se non di totale indipendenza. La Costituzione
francese, invece, ha rovesciato l'ipotesi del filosofo ed ha tentato di
realizzare il sogno dei rivoluzionari, cioè creare un'unica religione civile,
la propria, al servizio della quale ogni mezzo era lecito, la lama della
ghigliottina ma anche la penna del diritto e la potenza dell'organizzazione
pubblica.
Il caso di Lutero è ancora più delicato e
significativo. Per Lutero la politica non fu meno importante che per i
rivoluzionari che vennero dopo di lui. Ma da rifondatore di una fede in un
contesto come quello rinascimentale non poteva ovviamente adottare né la
soluzione americana né quella francese, ma affrontare il problema di un fondamento
comune tra la morale laica e la morale religiosa. E siccome l'unica morale
religiosa allora dominante era quella cattolica e il cattolicesimo trovava il
suo compimento, ovviamente ai suoi occhi negativo, proprio nel predominio
politico e mondano, Lutero di fatto sposò con convinzione la tesi della laicità
della politica e di conseguenza la tesi della piena autonomia morale del
credente, impostando un tipo di società religiosa a fondamento laico.
Illuminante è a questo proposito la critica che secoli più tardi, in pieno
Novecento, un filosofo cattolico come Max Scheler poteva fare della morale
protestante. Scheler poteva affermare ad esempio che Kant commetteva lo stesso
errore che aveva commesso il suo padre putativo, Lutero: separare l'uomo
interiore dall'uomo esteriore generando la contrapposizione tra una religione
formale, esteriore, e una religione autentica, interiore e dunque predisponendo
il pensiero moderno ad una sorta di autoassoluzione circa il peccato. Ma chi
fornisce la prova dell'interiorità? Anche se si vuol distinguere tra uomo
interiore e uomo esteriore l'interiorità è dal punto di vista teoretico e
pratico valutabile solo quando si traduce in azione. Solo l'azione, e il
comportamento concreto, possono dar ragione di un'originaria condizione di
coscienza. Un'altra critica a Lutero, dello stesso genere ma proveniente da un
non credente, è quella formulata da Marcuse. Egli, volendo affermare l'assoluta
libertà dell'individuo, criticava Lutero perché diceva che è libero soltanto
l'uomo interiore liberato dalla Parola e dunque per Marcuse si tratta ancora
una volta di un uomo condizionato che non è mai soggetto pienamente autonomo
della propria prassi, che sarà sempre qualcosa di esteriore e di relativo.
Entrambe le accuse a Lutero e all'origine del protestantesimo si fondano
sull'argomento per il quale la prassi sarebbe stata espunta, o separata
dall'ordine di fondazione della realtà e, quindi, sarebbe stata tolta all'uomo
la preoccupazione della coerenza tra l'ordine del pensato e l'ordine dell'agito.
In realtà noi sappiamo che tutta la filosofia moderna, sia francese che
tedesca, ha cercato in tutti i modi proprio di restaurare la prassi all'interno
dell'orizzonte della dialettica del pensato e dunque di chiudere la pericolosa
deriva apertasi con la rottura religiosa e teologica del Cinquecento.
È tuttavia proprio vero che Lutero sostiene questa
distinzione così radicale tra ambito interiore ed ambito esteriore? Per quello
che si dice e si può leggere c'è da fare attenzione. La filosofia cristiana,
sia cattolica che protestante, ha sempre avuto la preoccupazione importante di
combattere ogni tentazione gnostica per la quale le opere e l'interrelazione
tra gli uomini e il creato sono funzionali alla salvezza, alla costruzione
dell'uomo nuovo e del mondo nuovo. La teologia cristiana ha invece difeso il
principio antignostico della continua lotta tra bene e male e del valore civile
delle opere che hanno finalità eminentemente laica, funzionali come sono al
servizio delle convenienze. Lutero in questo è molto chiaro, come si evince dal
suo De libertate christiana del 1520. La guida per il retto agire è
fornita dall'amore per il prossimo e non da un precetto religioso e tanto meno
da una deduzione di principio. Né il bene né il male sono conoscibili in sé.
L'amore di Dio aiuta contro le sofferenze, ma non è vero che, se io capisco il
senso della sofferenza, io riesco a risolvere il problema rappresentato dalla
sofferenza stessa. La Fede e la Carità sono due temi diversi e, come la fede
non dà accesso ad un assoluto, ma ad una speranza, così la carità ci obbliga ad
andare oltre il rispetto formale delle regole ed aggiunge una preoccupazione
nuova all'agire del cristiano. Quindi c'è tutta l'ipotesi
anti-intellettualistica: l'etica dell'atto non esprime il bene assoluto, ma il
rapporto ad una condizione relativa mondana. Calvino, in un passo molto bello
della Istituzione della dottrina cristiana (II,VIII,§ 9) affermò ad
esempio che non basta astenersi da ogni violenza contro qualcuno ma che “
bisogna guardare al di là, per comprendervi anche l'aiuto necessario per
conservare la vita del prossimo con tutti i mezzi possibili. Il Signore
proibisce di ferire il prossimo… perché vuole che la sua vita ci sia cara e
preziosa e dunque richiede anche i servizi della carità…”.
Lutero mantiene aperta
l'opposizione, la polarità, tra quell'uomo giusto, che non necessariamente è
l'uomo più santo, e l'uomo più santo, che non è necessariamente l'uomo più
giusto. E questo è un fondamento importante da cui partire, per riflettere sul
principio di laicità. Il valore di quello che io sono è in Dio e solo in lui:
tutto il resto appartiene all'ordine della giustizia che è per definizione
relativa e umana: il padre della Riforma protestante scrive che, come
“aristotelici loquuntur, sumus in fieri sancti et non in facto esse” (WA, 40,
II, 532, 35) e che accanto alla giustizia assoluta di Cristo, dono per
eccellenza, l'unica giustizia di cui si possa parlare è quella umana, sempre
perfettibile. Come dice con efficacia Sergio Rostagno nel bel saggio che ho
tenuto presente (Laicità, riforma ed etica, in E. Bein Ricco (a cura di)
Libera chiesa in libero stato?, Claudiana 2005, p. 101) “si è trattato
di una mossa di grande portata” perché la secolarizzazione moderna trova il
proprio fondamento proprio nell' aver posto la chiesa e la società umana sullo
stesso piano, peccatrici e insieme responsabili di ciò che è in fieri.
La laicità è dunque un
concetto decisivo per il problema del male: attraverso la sua chiarificazione
arriviamo a cogliere non soltanto il limite di tutti gli assolutismi, ma la
necessità che la condizione umana sia gelosa custode anche di una concezione
dell'etica, che, senza presupporre la rinuncia a ciò che si crede, riesca a
mettere a disposizione di tutti ciò che discende di buono dall'amore e dalla
fede. La laicità è un concetto di secondo livello, che non si confonde né con
il potere e nemmeno con l'idea, che ne sono i presupposti, e che sta in mezzo
tra la strategia del pensato, della rappresentazione, e la strategia della
cura, della prevenzione del male e dell'attesa del bene: opera rivalutando e
nobilitando nella storia tutto ciò che è proprio della condizione umana a patto
che essa sia considerata in modo non strumentale. La laicità può porsi al
servizio sia di istanze della coscienza religiosa dell'uomo sofferente che di
quella civile del cittadino pensante. Una sincera esperienza religiosa esige
una forte dose di laicità e di prudenza, ma una laicità senza esperienze
autenticamente religiose è come un guscio vuoto, a perdere.
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