SEMINARI E CONVEGNI POLITICA E FILOSOFIA DI FRONTE AL PROBLEMA DEL MALE 14-03-2005 MICHELE NICOLETTI LA POLITICA E IL MALE
Vorrei proporre una sorta
di itinerario sul tema «la politica e il male»[1]
cercando di costruire: 1. una fenomenologia delle forme in cui si manifesta il
rapporto tra la politica e il male; 2. una ricognizione delle possibili forme
di lotta nei confronti del male, che l'agire politico può mettere in atto.
1. Per una fenomenologia del rapporto tra politica e male
Per ricostruire una
fenomenologia del rapporto tra politica e male, mi pare anzitutto essenziale
considerare la politica come un processo complesso e dinamico all'interno del
quale è possibile distinguere due momenti: il momento che definisco esistenziale (1.1.), cioè il momento
attraverso il quale o nel quale un soggetto politico si afferma come soggetto
nella storia - e quindi questo è il momento in cui si pone l'esistenza di un
soggetto politico -, e un momento invece che definirei il momento del suo interno
ordinamento e governo, il momento in cui il soggetto politico si dà una forma (1.2.) per dare stabilità al suo
esserci.
È chiaro che questi due momenti sono connessi in modo molto stretto, anzi sono inscindibili. Si pensi al duplice senso che ha il termine “costituzione”: esso indica tanto la costituzione di un soggetto politico nella storia, ad esempio la formazione dello Stato italiano nell'‘800 o dell'Unione Europea nel ‘900, quanto la sua legge fondamentale. Benché inscindibili, è tuttavia utile, almeno dal punto di vista dell'analisi, distinguere i due piani quando si mette in relazione la politica con l'etica e, in modo ancora più radicale, con il problema del male.
Recuperare la distinzione
tra i due piani è fondamentale, perché consente di porre il rapporto tra
politica e problema del male in modo non statico e astratto, ma all'interno
della concreta dialettica storica. Forse uno dei grandi limiti della nostra cultura
contemporanea è questa incapacità di pensare storicamente, di pensare
dialetticamente questo tema, mentre le grandi riflessioni del passato (da Kant
e Hegel in avanti) mi pare attribuiscano un ruolo fondamentale alla dialettica
storica. Un esempio di approccio analitico che non tiene conto a sufficienza
della processualità storica e quindi della dialettica tra l'affermazione
esistenziale di un soggetto politico nella storia e il suo darsi un ordinamento
interno (così centrale ad esempio in Machiavelli) è quello, pur così
stimolante, offertoci da Norberto Bobbio nel saggio Etica e politica.
1.1. Il male nella
costituzione del politico
Sul primo versante, cioè
sul rapporto tra l'affermazione esistenziale del soggetto politico e il
problema del male, mi sembra utile rifarsi a un testo molto famoso di Hegel, i Lineamenti della Filosofia del Diritto, là dove Hegel discute il rapporto
tra etica e politica e precisamente al paragrafo 337: «Un tempo è stata molto
discussa l'opposizione di morale e politica, e l'esigenza che la seconda sia
conforme alla prima. Qui si addice soltanto notare su ciò in genere, che il
benessere di uno Stato ha una giustificazione del tutto diversa che non abbia
il benessere dell'individuo, e che la sostanza etica, lo Stato, ha il suo
esserci, cioè il suo diritto immediatamente in un'esistenza non astratta, bensì
concreta, e che soltanto questa esistenza concreta, non uno dei molti pensieri universali
tenuti per precetti morali, può essere principio del suo agire e comportamento»
(tr. it. a cura di G. Marini, Roma-Bari 1987, pp. 263-264). Quello che Hegel ci
invita a fare in questo passo è considerare il momento della costituzione del
soggetto politico, quel processo attraverso cui un soggetto, in questo caso uno
Stato, si afferma concretamente nella storia. Nel corso di questo processo non
si può prescindere dal fatto che il bene per il soggetto sia innanzi tutto la
sua esistenza concreta, che non è un elemento dato, bensì è un elemento da realizzare
attraverso l'azione umana.
Nell'esperienza politica
moderna, un soggetto politico si costituisce attraverso la costruzione di
quella forma di potere che chiamiamo “potere sovrano” e che ha due versanti:
l'indipendenza rispetto all'esterno, che esprime il momento
dell'autodeterminazione (1.1.1), e il momento interno della pacificazione di un territorio, attraverso
l'affermazione di una istanza decisionale superiore (1.1.2).
Non è detto che questa
istanza superiore debba interpretarsi necessariamente – secondo la classica
interpretazione di Max Weber - come monopolio della forza di coercizione
legittima. Potrebbe forse anche interpretarsi come istanza giudiziale superiore
da tutti riconosciuta. Ma in ogni caso attorno a questa istanza si costituisce
un'unità politica.
I due momenti -
dell'indipendenza rispetto all'esterno e della pacificazione interna attraverso
l'emergere di un'istanza superiore - sono momenti storici di un processo
continuo in cui i soggetti politici si formano. Questo processo è un processo
dialettico, nel senso che i soggetti politici si affermano attraverso conflitti
e lotte per il riconoscimento: così gli stati nazionali europei o quelli
post-coloniali e così i gruppi sociali.
In questa dinamica di
costituzione del soggetto politico, che cosa è il male per la politica?
1.1.1. Il male è il non-esserci del soggetto politico
Il male, qui, è il non esserci del soggetto politico, quel
male che Hegel denuncia nel suo scritto giovanile sulla Costituzione dicendo
«la Germania non è uno Stato». Ai primi dell'‘800, egli può dire: c'è un popolo
tedesco, c'è una cultura tedesca, ma il modo di esserci della Germania non ha
ancora guadagnato la forma statuale, ossia la forma della pienezza del soggetto
politico sovrano, che si auto-determina rispetto all'esterno e che si afferma
pienamente all'interno rispetto alle sue parti. Qualcosa di simile noi potremmo
dire oggi rispetto all'Europa: è una comunità economica, è una comunità
culturale, ma non è pienamente un soggetto politico. E questo non-esserci – per
chi dovesse credere nell'Europa come soggetto politico - è un male. Male perché
un determinato popolo, un determinato gruppo sociale è in una condizione di
dipendenza dall'esterno o di impotenza rispetto all'interno. Quella condizione
che è stata nei secoli descritta come servitù, come soggezione ad una dominazione
straniera o come situazione di perpetuo disordine interno. È un male essere
soggetti ad altri? In senso assoluto la risposta può essere naturalmente
diversa, ma se la politica ha, come crediamo, a che fare con l'autogoverno di
uomini che si vogliono liberi e si riconoscono uguali pare difficile non
riconoscere come un “male” politico il fatto che una comunità non possa essere
protagonista del proprio destino, non possa decidere liberamente le forme della
propria esistenza, non possa replicare sul piano collettivo quel momento così
fondamentale che è il momento della conquista della personalità morale, momento
in cui ciascuno prende in mano le redini di se stesso.
1.1.2. Il male è la guerra civile
La seconda forma di male
relativa alla costituzione del politico è la guerra civile, ossia quella
situazione di disordine e conflitto interno che dilania in modo sanguinoso una
comunità politica. Per Hobbes, come è noto, la guerra civile è il male assoluto
del politico, la sua malattia mortale, anzi la sua morte stessa (Leviatano, Introduzione). In questo caso
l'esistenza del soggetto politico non è minacciata da un male esterno, ma da un
male interno, ma per questo non meno insidioso. Fin dal suo sorgere la teoria
politica ha scorto nella violenza intestina uno dei mali peggiori del politico:
non a caso molti miti fin dall'antichità ci mettono in guardia sui pericoli
insiti nel dispiegarsi della violenza che proviene dall'interno e non dall'esterno
della società, come dimostrano i racconti relativi alla violenza fratricida
(Caino e Abele, Romolo e Remo) indagati a lungo da René Girard. Lo stesso Stato
moderno è il prodotto della pacificazione interna di un territorio insanguinato
dalla violenza delle guerre civili di religione.
1.1.3. L'esserci del soggetto politico è un male?
Dopo aver sottolineato
come il male fondamentale per un soggetto politico sia il suo non esserci,
potremmo chiederci se anche il suo esserci, il suo concreto affermarsi nella
storia non sia in sé un male. Nel momento in cui un soggetto politico si
afferma, in qualche modo limita altri soggetti, può produrre dei conflitti, può
produrre della guerra. La storia della costruzione degli stati nazionali europei
è una storia di conflitti e, anche all'interno, la pacificazione di un territorio
è stata fatta non senza violenza sulle parti in lotta, come dimostra la
centralizzazione dello Stato moderno, l'umiliazione delle territorialità,
eccetera. Viene alla mente a questo proposito l'interpretazione di Eric
Voegelin che riprende, attraverso Cassirer, la descrizione di Schelling
sull'origine dei popoli. Secondo tale interpretazione i diversi popoli
nascerebbero da un'unica umanità in seguito ad una “crisi” che romperebbe
l'unità originaria. Di questa crisi i diversi popoli conservano traccia nella
loro memoria. E questa traccia è una sorta di 'angoscia' che ne accompagna
l'esistenza: l'angoscia di non essere più il tutto, ma solo una parte, e dunque
esseri finiti, esposti al rischio del finire, al rischio della dispersione e
della morte. È quest'angoscia che li spinge in primo luogo ad allontanarsi gli
uni dagli altri. In questa distanziazione spaziale delle diverse unità, che
rende impossibile la vista dell'altro, l'angoscia della dispersione può acquietarsi.
«Solo con se stesso» ogni popolo può coltivare il sentimento rassicurante di
essere l'unico popolo esistente, di essere, di nuovo, in qualche modo, il tutto[2].
Ma l'angoscia non viene eliminata e anche dopo la dispersione accompagna la
vita dei popoli. Per questo i popoli non solo si distanziano gli uni dagli
altri, ma si stringono al proprio interno, attorno al proprio mito e creano una
serie di istituzioni civili e religiose che possano in qualche modo custodirlo.
Ma tutto ciò non basta ad eliminare la radice profonda di quest'angoscia, che
non è storica, bensì metafisica. L'angoscia della dispersione accompagna la
vita di ogni popolo e può in ogni momento essere risuscitata. A darle
nuovamente fiato può essere proprio quella «vista dell'altro» da cui i popoli
erano fuggiti insediandosi in posti lontani. Nella spartizione dello spazio
scompare la vista dell'‘altro' e nella sua rimozione ogni popolo può coltivare
il sentimento rassicurante della propria unicità. Ma la distanza spaziale è una
garanzia troppo precaria. Lo spazio fisico può essere valicato facilmente: le
migrazioni, di ieri e di oggi, lo dimostrano. E dunque l'altro può
ripresentarsi alla vista: quell'altro che, come me, proviene da una stessa
unità originaria, mi strappa alla credenza rassicurante di essere l'unico
popolo esistente, mi ricorda la mia esistenza finita, il mio essere esposto
alla morte. E allora per placare l'angoscia della dispersione, ecco riemergere
di nuovo la difesa della distanza. La distanza 'spaziale' ora non si esprime
più nell'andarsene gli uni dagli altri, ma nell'espellere o nell'allontanare
l'altro nell'esilio, nel segregarlo in un ghetto o in uno spazio circoscritto.
In ogni caso il riavvicinamento fisico con l'altro ha riacceso l'angoscia e
questa spinge a cercare distanze più profonde. La distanza fisica diviene
distanza 'spirituale'. È sulla base di questa interpretazione del ruolo
dell'angoscia che Eric Voegelin, nel 1933, può leggere la fortuna delle
dottrine razziste: «L'angoscia oggi non può venire acquietata dal fatto che
l''altro' scompare in senso spaziale dalla vista e lascia che la comunità torni
ad essere 'unica' (e non la frazione di un'unità); essa richiede la presa di
distanza spirituale attraverso la fede nella propria elezione, nella
diabolicità dell''altro'; essa esige la pretesa imperiale che erige il proprio
modo specifico di essere a unico modo di vivere vincolante per tutti e valido
per tutti. La comunità particolare supera l'angoscia della propria dispersione
considerando se stessa come il 'mondo' e tutto il resto come 'non-mondo', come
ciò che è perduto di fronte a sé. Nell'angoscia noi riconosciamo le radici più
profonde della nuova idea di comunità nei suoi singoli tratti. Dall'angoscia
deriva l'odio verso l''anti-mondo', che, con la sua semplice esistenza, può
rigettarmi in ogni momento nell'esperienza dell'angoscia»[3].
1.2. Il male e le forme della politica
Il secondo tipo di
problemi, più classico, riguarda il rapporto tra il male e la forma che un
soggetto politico assume nell'ordinamento interno. Qui c'è un male, potremmo
dire, assoluto, che è il male dell'assenza di forma. Abbiamo già detto del male
della guerra civile, si potrebbe aggiungere quello della tirannide. Con
pochissime eccezioni, se c'è qualcosa su cui il pensiero politico mostra una
singolare convergenza è nel considerare la tirannide, nelle sue diverse forme,
un male. Però noi sappiamo, da Platone in avanti, che ogni forma politica può
avere un momento degenerativo e che anche l'aristocrazia e la democrazia – e
non solo la monarchia – possono degenerare.
Potremmo fare lo stesso
esercizio prendendo, anziché la classica ripartizione monarchia, aristocrazia e
democrazia, le forme del politico che Max Weber e Hannah Arendt, per citare due
nomi tra gli altri, ci hanno indicato come specifiche, cioè la forma politica
del rapporto “comando-ubbidienza”, e quella dell'“agire di concerto”.
Allora anche in questa
ripartizione abbiamo delle forme possibili di male. Per Weber, la forma del
male è il potere di coercizione usato in modo irresponsabile, ossia per il
piacere che esso provoca o senza riguardo
alle conseguenze che esso mette in atto. Per Hannah Arendt la forma del male è
invece la negazione della pluralità, la riduzione alla strumentalità, la
violenza, e ancora il non conoscere, il non pensare che ovviamente riguarda il
male radicale.
2. La politica e la lotta contro il male
Passiamo ora a considerare
in quale modo la politica possa contribuire a combattere il male.
2.1. La politica e la negazione del male
C'è una prima
forma di combattimento politico del male che è la sua negazione. L'illusione di
una eliminazione del male per via politica. È, per dirla con Rosmini,
l'illusione perfettista. Ma questa illusione, che pure ha nutrito qualche
rivoluzione, non elimina il male, bensì lo amplifica. «L'ordine sociale più perfetto - si potrebbe dire con De Lubac - può
essere un mondo di anime morte. Ed ha anche qualche possibilità in più di
essere un mondo di morti»[4]. A
ben guardare, proprio il testo dell'Apocalisse, che potrebbe avere ispirato
l'attesa messianica di un regno perfetto sulla terra e i conseguenti tentativi
umani di accelerarne la realizzazione, basterebbe a mettere sull'avviso di
quanto poco una trasformazione della società, anche radicale, sia in grado di
eliminare la debolezza dell'uomo e la facilità con cui egli inclina verso il
male. Così infatti dice il racconto: «Quando i mille anni [del regno di Cristo
sulla terra] saranno compiuti, satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà
per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magòg, per adunarli
per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare» (Ap 20, 7-8).
Dunque dopo mille anni di ordine sociale perfetto, di perfetto governo dei
giusti, anzi del Giusto, dopo il benefico condizionamento di una millenaria
società cristiana, retta da Cristo stesso senza interferenze esterne, è
sufficiente che un diavolo già sconfitto venga liberato per un momento, perché
il numero dei suoi adepti sia come la «sabbia del mare». In un attimo ciò che
in passato si era tanto desiderato e che finalmente si era raggiunto - ossia il
regno di Dio sulla terra -, pare un nulla. Si è vista l'ira di Dio fare
giustizia, si sono visti puniti i malvagi, si è vista la terra finalmente
pulita dal male, si è goduta per mille anni una felicità mondana, ossia non più
guerra, non più fame, non più menzogna e il tenero abbraccio di una vita
sociale libera dall'invidia, e tutto questo d'improvviso è un nulla per intere
nazioni. Il grande seduttore chiama e sterminate masse rispondono. A meditare
su questo racconto pare davvero che nessuna società possa mettere in salvo gli
uomini dalla seduzione del male. In modo più forte non potrebbe essere
descritta l'impotenza della politica, di ogni politica, nella liberazione dal
male.
2.2. La politica e il contenimento del male
Rimossa l'illusione
perfettista restano i tentativi di contenere il male e qui rimando a tre forme
di lotta: la virtù politica, il dualismo istituzionale, la coscienza che
resiste.
2.2.1. La virtù
Il
tema del governo di sé è un elemento costitutivo della dottrina dello Stato
fino a Kant ed esso coincide con il governo delle passioni, dell'ira,
dell'invidia, della cupidigia. È questo un tema che è andato via via
scomparendo nell'‘800 lasciando il campo a un ben più ambiguo ideale del
"grande uomo". Ma una ripresa oggi del tema della virtù in politica
richiede precisamente - come ha indicato con chiarezza Simone Weil - una
purificazione interiore del senso di grandezza. Finché il senso di grandezza,
il desiderio di 'passare alla storia' è dominante nelle azioni umane, non si
riuscirà secondo la provocazione della Weil, a mettere effettivamente al bando
della coscienza umana la tirannide e l'oppressione. Per l'«idolatra della
storia» tutto ciò che passa nella storia ha comunque un suo valore più alto
della grigia quotidiana anonimia, una sua grandezza, qualsiasi male e
sofferenza ciò abbia comportato. Se il solo valore è quello del 'passare alla
storia', Hitler non potrà mai essere cancellato dal nostro orizzonte. Potrà
essere condannato, criticato, vituperato, ma egli continuerà a restare nella nostra storia: «Tutto quel che si vorrà
imporre ad Hitler, non gli impedirà di sentirsi una creatura grandiosa. E
soprattutto non impedirà, fra venti, cinquanta, cento o duecento anni, a un
piccolo ragazzo sognatore e solitario, tedesco o no, di pensare che Hitler è
stato un essere grandioso, che ha avuto dal principio alla fine un destino
grandioso, e di desiderare con tutta l'anima un eguale destino. In questo caso,
guai ai suoi contemporanei. La sola punizione capace di punire Hitler e di
distogliere dal suo esempio i ragazzi affamati di grandezza che vivranno nei
secoli avvenire, è una così completa trasformazione del senso della grandezza,
che necessariamente lo escluda. […] E per contribuire a quella trasformazione
bisogna averla compiuta in noi stessi. In questo stesso momento ciascuno di noi
può dare inizio alla punizione di Hitler nell'interno dell'anima propria,
modificando la distribuzione del sentimento di grandezza»[5].
2.2.2. Il dualismo istituzionale
Nell'‘800 il tema della virtù lascia il passo a quello della
responsabilità. Ma, su questo tema che Max Weber doveva rilanciare in modo alto
come cardine di una "etica del politico", non si possono ignorare le
pagine di Dietrich Bonhoeffer - scritte nell'Etica
quasi come in un contrappunto a Weber. Responsabilità non è solo
"dedicarsi ad una causa", ma "dedicarsi a delle persone".
Responsabilità non è solo "decidere per altri", ma soffrire per altri,
secondo il modello della sostituzione vicaria.
L'agire responsabile è
l'agire che accetta fino in fondo la propria parzialità, il proprio essere
imperfetto, e per questo si sottopone al giudizio di un altro. In questo
sottoporsi a un giudizio sta anche, mi pare, il ruolo fondamentale delle
istituzioni nella lotta contro il male. Ogni esercizio di potere, anche quello
che si vuole sovrano, non può non sottoporsi al giudizio di un'istituzione
altra, una corte, un senato, un tribunale indipendente. Questo è il potere
costituzionalizzato, per dirla con Rosmini il «governo senza orgoglio». L'altro
è potere dispotico.
2.2.3. La coscienza che resiste
Infine vi è
un'ultima forma di lotta contro il male ed è quella rappresentata dalla
“coscienza che resiste” al male e non si piega subendone le estreme
conseguenze. Laddove la storia ha conosciuto il dilagare del male totalitario
ha trovato coscienze capaci di opporvisi in modo, potremmo dire, altrettanto
forte. Per ogni dittatore vi è stato chi ha resistito a questo potere. Sono
stati certamente pochi a farlo ma, come Kant ha rilevato, è sufficiente che uno
solo applichi la legge morale per dimostrare a tutti che era possibile
applicarla. Le figure della coscienza che resiste non hanno solo un valore
morale, ma anche politico, tant'è vero che le nostre costituzioni oggi si
ispirano idealmente anche a queste figure perché riconoscono e tutelano negli
ordinamenti lo spazio della libertà di coscienza come uno spazio fondamentale
per limitare le pretese del potere politico.
Nel suo
rifiutare l'obbedienza a un potere che pretende di dettare ciò che è vero e ciò
che è falso, la coscienza che resiste dichiara che la verità non è una funzione
del potere politico, non è a sua disposizione. Con il suo patire la coscienza
non difende solo le ragioni della verità e della sua trascendenza rispetto ad
ogni politica, ma anche le ragioni della politica e della sua natura solamente
mondana, relativa, fallibile. È così custode e della trascendenza della verità e dei limiti della politica nonché della loro differenza. La rilevanza politica della sua resistenza nella
sofferenza e magari fino alla morte è data dal fatto che la coscienza non solo
proclama a parole che il potere politico non
deve aver potere sulle anime, ma dimostra
nei fatti - con il proprio resistere - che il potere politico non ha un potere assoluto sulle anime,
che c'è qualche cosa che gli sfugge inesorabilmente, che insomma è radicalmente limitato. In ciò è in grado
fattualmente di contenere il male.
[1] Per una
più ampia illustrazione dell'itinerario qui proposto mi permetto di rimandare
al mio La politica e il male, Brescia
2000.
[2] Cfr. E.
Voegelin, Rasse und Staat, Tübingen
1933, p. 153: «Nella teoria di Schelling il distanziarsi nello spazio sarebbe
espressione dell'angoscia di fronte alla perdita del mondo».
[3] Ivi.
[4] H. De
Lubac, Paradossi e nuovi paradossi,
Milano 1989, p. 36.
[5] S. Weil, La prima radice, Milano 1980², p. 196.
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