ARTICOLI E SAGGI 29/06/2006 Brunella Casalini - La teoria lockiana della tolleranza. Una rilettura
Quella che si intende proporre
qui è una lettura degli argomenti lockiani a sostegno della tolleranza quale
via di accesso al tema dell’ordine politico, della legittimità dell’azione
politica e dei suoi limiti in una società caratterizzata - come direbbe Rawls -
dal fatto del pluralismo. La via che si intende seguire consente di mettere a
frutto tanto le conclusioni teorico-politiche elaborate nei Two Treatises of
Government, quanto le considerazioni sviluppate nell’Essay Concerning
Human Understanding sulla funzione fondamentale della credenza e della
probabilità nella vita pratica. La teoria della tolleranza lockiana e i suoi
limiti appaiono espressione, da un lato, di quelle che l’autore considera le
condizioni minime necessarie per far sussistere il legame sociale in una
società in cui sono venuti meno o sono entrati in crisi i vincoli tradizionali,
dall’altro, della sua particolare interpretazione della natura del conflitto
religioso e delle circostanze in cui si rende impossibile annullarne le conseguenze
negative. Circostanze in cui non è possibile far ricorso a quella che a Locke
si presenta (già dal 1667) come la soluzione più efficace e meno gravida di
conseguenze socialmente negative: non l’uniformità, che anzi può essere causa
di una degenerazione dello scontro religioso in conflitto violento e
distruttivo per lo stato, ma la competizione tra attori religiosi privati di
influenza sul potere politico e la moltiplicazione delle loro ragioni di
rivalità e di conflitto. Una soluzione che allontana Locke da Hobbes,
nonostante alcuni punti di partenza condivisi, primo tra tutti la
preoccupazione per il tema delle credenze socialmente pericolose e il comune
anticlericalismo[1].
La mia ricostruzione della teoria
della tolleranza lockiana parte da un luogo classico: l’Epistola de
Tolerantia. Al contrario di altri testi lockiani, in particolare dei
Due trattati sul governo, intorno ai quali si è svolto un intenso e
meticoloso lavorio storiografico e filologico, al fine di identificarne la
precisa data di stesura, l’originario ordine delle parti, gli inserimenti e le
successive revisioni, la lettera sulla tolleranza rimane ancora, per molti
versi, un testo di cui è difficile ricostruire la genesi e le influenze. Uscita
anonima in latino nel 1689, viene subito tradotta in inglese da William Popple,
con il probabile tacito consenso dell’autore. Alle sue spalle c’è una lunga
meditazione sul tema dei rapporti tra stato e religione, iniziata con i
giovanili Two Tracts on Government del 1661-62, dove si rifiuta qualsiasi
ipotesi di tolleranza, proseguita con la svolta del 1667 che porta alla stesura
di varie versioni dell’abbozzo del Saggio sulla tolleranza, mai dato
alle stampe dall’autore, e di un altro importante manoscritto lockiano,
risalente al 1681, conosciuto col titolo Critical Notes upon Edward
Stillingfleet’s Mischief and Unreasonableness of Separation, in cui viene
anticipata la visione della chiesa quale associazione volontaria[2].
La lettera viene scritta in Olanda nel 1685, in un contesto nazionale particolarmente
felice dal punto di vista della convivenza tra diverse religioni. Locke, che
era stato costretto all’esilio nel
1683, negli anni olandesi ha l’opportunità di gettarsi come mai prima nello
studio della teologia, forse anche per l’influenza dell’amico van Lymborch,
importante teologo della chiesa rimostrante, al quale la lettera è dedicata.
Dallo stesso Philip van Lymborch, e dal gruppo dei suoi amici olandesi (cfr.
Marshall 1994, p. 367), probabilmente, Locke mutua l’idea espressa nell’incipit
dell’epistola: l’idea della tolleranza quale essenziale virtù cristiana, una
concezione polemica verso i sostenitori della teoria agostiniana del compelle
intrare, che sulla base di una frase desunta dal Vangelo di Luca (14, 23)
legittimava i cristiani all'uso della forza per costringere gli eretici
all'ortodossia. Un argomento vicino a quello
sviluppato da Pierre Bayle nel suo Commentaire philosophique sur le ces
paroles de Jésus Christ, Contrain-les d’entrer; ou l’on preuve, par plusiers
raisons demonstratives, qu’il n’y a rien de plus abominable que de faire des
conversions par la contrainte: et ou l’on réfuse tous les sophismes des
convertisseurs à contrainte, & l’apologie que St. Augustin a faite des
persécutions (1686), opera che Locke risulta aver acquistato e letto, ma in
un periodo immediatamente successivo alla stesura dell’Epistola (Wootton
2003, p. 96).
Qualche ulteriore importante
indicazione sull’occasione da cui nasce l’opera ci viene offerta dalla data
della sua stesura: quel 1685 che è l’anno della revoca dell’editto di Nantes,
che segna la ripresa ufficiale della sanguinosa persecuzione degli ugonotti
voluta in Francia da Luigi XIV, e dell’ascesa al trono d’Inghilterra di Giacomo
II. Quel Giacomo, fratello di Carlo II, la cui aperta professione di
cattolicesimo aveva scatenato la c.d. exclusion crisis del 1679, una
crisi politica che aveva presto abbandonato le aule parlamentari e si era
trasformata in un vero e proprio complotto, il cui esito fallimentare avrebbe
portato all’esilio di Shaftesbury, alla condanna a morte di Sidney e alla fuga
in Olanda dello stesso Locke. Di un Locke che la storiografia ci restituisce
come un uomo prudente fino all’eccesso, ma la cui cautela trova una più che
ragionevole giustificazione nel suo coinvolgimento in molti importanti
avvenimenti della storia politica inglese della seconda metà del Seicento,
almeno a cominciare dal momento in cui incontra Shaftesbury, nel 1666.
Lasciando da parte le questioni
legate alla genesi dell’opera, si può constatare che la fortuna contemporanea
della lettera sulla tolleranza si deve più alla filosofia politica che alla
storia delle dottrine politiche. E’ in ambito filosofico politico, e più in
particolare nell’ambito della discussione contemporanea sulla tolleranza, quale
principale virtù liberale, e sui limiti del liberalismo (parafrasando il titolo
di un’opera di Susan Mendus), che si è sentito il bisogno di tornare a
interrogare il testo lockiano, per verificare la possibilità di proporne una
riattualizzazione, seppure con le opportune revisioni e correzioni, o
argomentare le ragioni di un suo necessario superamento. Su questa strada si
sono mossi filosofi politici contemporanei quali: Jeremy Waldron, Susan Mendus,
Richard Vernon, Paul Bou-Habib e Alex Tuckness.
Vorrei qui riprendere la disamina
della Lettera sulla tolleranza che Jeremy Waldron ha proposto in un
importante saggio del 1988, ripubblicato nel 1991 nel volume dedicato a A
Letter Concerning Toleration in Focus, dal titolo: Locke, toleration
and the rationality of persecution, per arrivare a una lettura volta
soprattutto a far emergere lo spirito radicale con cui Locke affronta il tema
dei rapporti tra chiesa e stato, uno spirito che in una prospettiva liberale è,
mi pare, tutt’altro che superato, sebbene alcuni aspetti della teoria lockiana
possano risultare oggi insoddisfacenti. Se, infatti, non può non risultare
deludente che il discorso lockiano non sia un discorso sulla libertà di
religione e, più in generale, sulla libertà di pensiero, rimane ancora viva
l’esigenza sentita da Locke, da un lato, di fissare i confini tra l’attività
delle chiese e l’attività dello stato, dall’altro di leggere la limitazione del
potere dello stato in termini che ne fanno emergere il costante bisogno di
rispondere ad una domanda di giustificazione pubblica.
Secondo Waldron l’Epistola de
tolerantia contiene una “linea argomentativa principale” che ruota intorno
al tema dell’irrazionalità dell’intolleranza: la persecuzione religiosa sarebbe
semplicemente irrazionale. A tale conclusione Locke arriva, secondo Waldron, a
partire da una definizione dello stato che s’incentra sulla peculiarità dei
mezzi di cui esso dispone: “Locke – scrive Waldron - come Weber, definisce lo
stato in termini dei mezzi caratteristici a sua disposizione” (Waldron 1991, p.
101): sia nel Secondo Trattato che nell’Epistola, la
caratteristica saliente del magistrato è il suo potere di fare le leggi e
sostenerle con l’uso della forza, weberianamente diremmo con il monopolio della
forza fisica legittima. Secondo Waldron, “Il fatto che i governi e i loro
pubblici ufficiali operino per mezzo della forza, diversamente da altre
organizzazioni, è la premessa fondamentale e la base della distinzione tra
chiesa e stato” (ivi, p. 102). Dopo aver così definito lo stato, l’argomento
lockiano prosegue sottolineando come i mezzi a disposizione del magistrato,
cioè le leggi, le sanzioni, e la spada, non siano “capaci di produrre una
genuina credenza religiosa nelle menti dei cittadini che sono ad essi soggetti”
(ivi, p. 103). Poiché la vera fede ha origine solo da un’illuminazione
interiore; essa non può essere ottenuta con la coercizione, con pene corporali,
e quindi lo stato, che procede attraverso il comando e la forza, non può avere
tra le sue funzioni la promozione della vera religione. I fini dello stato
devono essere limitati al perseguimento del bene e della prosperità della
società su questa terra. Locke sembra, così, secondo questa lettura, più
interessato alla razionalità del persecutore che al rispetto di coloro che
potrebbero esserne le vittime.
Questa linea argomentativa,
secondo Waldron, ha due elementi di debolezza: 1) sostiene una difesa solo
strumentale della tolleranza: non dice mai che la intolleranza è un male, ma
solo che è irrazionale; 2) si regge su premesse discutibili. Se anche fosse
vero che le credenze religiose non possono essere mutate con strumenti
coercitivi, perché la coercizione può piegare la volontà, ma non può farmi
credere in cose diverse da quelle in cui credo, le condizioni che influenzano
l’attenzione, la selezione e la concentrazione, e costituiscono le premesse per
il formarsi delle credenze, possono essere manipolate e tale manipolazione,
sostenuta dalla minaccia dell’uso della forza, può indurre indirettamente ad un
mutamento delle convinzioni. Se un uomo è costretto a leggere la Bibbia o il
catechismo sotto la minaccia della pena di morte, l’effetto di questa minaccia
può avere come esito indiretto il fatto che egli cambi la propria opinione.
Poiché sembra che “la forza può essere utilizzata a scopi religiosi con questi
mezzi indiretti, non può essere condannata come irrazionale in tutte le
circostanze” (p. 116). Se si accetta questa linea di ragionamento - suggerisce
Waldron - allora si vede come tutta la teoria di Locke poggi solo sulla credenza
protestante nella necessità di una fede sincera, ovvero di una fede che si è
formata senza che siano intervenuti fattori esterni volti a condizionare o
manipolare la configurazione di stati mentali; il che apre tutta una serie di
difficili e problematiche questioni filosofiche su cosa si debba intendere per
processo autonomo di formazione delle idee - questioni alle quali Locke non dà
risposta (cfr. ivi, pp. 117-119).
L’interpretazione di Waldron non
sembra rendere totalmente merito al testo lockiano. Quella che Waldron
considera la sua principale linea argomentativa appare in realtà come parte di
una lunga catena di argomenti, in cui, per altro, la delimitazione dell’ambito
di azione del potere politico costituisce solo un momento. Altrettanto fondamentale
nel progetto di tolleranza lockiano è, infatti, la definizione, per nulla
scontata, che egli offre della chiesa. Aspetto quest’ultimo di solito
stranamente trascurato dalla letteratura, con qualche importante eccezione
(cfr. Champion 2002, Harris 2002, Wootton 2003).
La definizione che Locke dà dello
stato non è incentrata, come vorrebbe Waldron, esclusivamente sul monopolio
legittimo della forza, altrettanto centrale è la questione dell’origine del
potere politico. La domanda corretta dalla quale si deve partire non è: di
quali mezzi si serve lo stato e quali obiettivi si possono ottenere loro
tramite; ma: da dove potrebbe derivare il potere del magistrato in materia di
religione? Chi potrebbe aver delegato al magistrato l’autorità su un bene che non è di questo mondo? Non
Dio, è la prima risposta di Locke: “Non lo è stata da Dio, poiché non risulta
in alcun luogo che Dio abbia attribuito a uomini una tale autorità sugli
uomini, da poter costringere altri ad abbracciare la loro religione” (Locke
2005, I Lettera, p. 136). Sappiamo perché Dio non può aver concesso una simile
delega al potere del magistrato dalla lunga disamina del Patriarca
contenuta nel Primo trattato sul governo, dove a partire da una lettura
filologica del testo ebraico del Genesi Locke insiste sul dato della
pluralità degli uomini, insiste non sulla realtà dell’uomo, ma su quella
dell’umanità: non ad Adamo Dio dà il potere sulla terra, ma agli uomini, il che
originariamente significa ad Adamo ed Eva, e per estensione all’umanità intera (Locke,
I, cap. IV). Dio crea gli uomini liberi e uguali: non esistono rapporti di
subordinazione naturali. Se Dio avesse delegato al magistrato un potere sulla
coscienza dei sudditi e sulla loro capacità di giudizio, che rimane il
principale palladio della loro libertà anche una volta entrati nella società
civile, non li avrebbe creati liberi e moralmente uguali. Il potere politico
nasce da un mandato, da un patto fiduciario con cui gli uomini delegano al
magistrato il potere di salvaguardare solo quei beni la cui sicurezza
rimarrebbe incerta nello stato di natura. L’uomo naturale ha la capacità di
costituire il governo civile senza il soccorso e il sostegno divino, e lo crea
come un dispositivo per mettere la forza della comunità a sostegno della legge
naturale. La vita politica per Locke non dipende da nient’altro che dalla
natura umana (cfr. Harris 2002, pp. 199-208). La domanda che ci si deve porre,
allora, secondo Locke, sembra essere la seguente: il bene “salvezza dell’anima”
è un bene che i cittadini ragionevolmente potrebbero consentire di delegare al
magistrato? Quali garanzie sarebbe in grado egli di offrire rispetto al
raggiungimento di quell’obiettivo?
Su questa linea di ragionamento
si colloca la questione dell’uso della forza come strumento irrazionale per il
perseguimento della salvezza dell’anima. Come abbiamo già visto, se solo la
fede sincera è la vera fede, quello che la violenza ottiene per Locke può
essere al massimo un comportamento ipocrita. Se il magistrato, d’altra parte,
usa non la legge e la sanzione che la sostiene, ma la persuasione, il risultato
del suo operare, seppure lecito, perché ogni uomo ha diritto di usare la
persuasione, sarebbe incerto, com’è incerto il compimento di ogni tentativo di
convincere l’altro. Locke offrirà un’illustrazione molto efficace di ciò nella Seconda
lettera sulla tolleranza con l’aneddoto dei due fratelli Reynolds:
“entrambi studiosi, uno protestante, l’altro papista, che, dopo uno scambio di
scritti, si convertirono entrambi: talché nessuno dei due, per quante
argomentazioni si sforzasse di adoperare, riuscì a ricondurre suo fratello alla
religione che egli, dal canto suo, aveva ritenuto di aver ragione di
abbracciare” (Locke 2005, II Lettera, p. 205)[3].
“[...] anche
ammesso che l’autorità delle leggi e la forza delle pene fossero efficaci a
convertire gli spiriti umani – scrive esplicitamente Locke – , pur tuttavia ciò
non gioverebbe affatto alla salvezza delle anime” (Locke 2005, I Lettera, p.
137). Quale sarebbe, infatti, il risultato della nostra decisione di delegare
un potere in materia di religione al magistrato? Sarebbe un esito paradossale:
la salvezza del cittadino dipenderebbe dal luogo in cui egli nasce: la via
stretta che porta alla salvezza dell’anima, perché unica è la vera religione, si
restringerebbe ancora di più. “Tra tante opinioni diverse che i sovrani nutrono
in materia di religione, si avrebbe necessariamente che quella via angusta e
quella porta stretta che conduce in cielo sarebbe aperta a pochissimi, e per
giunta in una regione soltanto, e inoltre (che sarebbe in tutto questo la cosa
più assurda e indegna di Dio) la felicità o la sofferenza eterna sarebbero
dovute unicamente a quel caso che è la nascita” (ivi, pp. 137-138). Certo, così
accade per lo più nella realtà. Nei fatti è il caso che spesso decide la
religione di un individuo, a seconda del paese dove nasce. Locke, tuttavia, non
sta parlando di ciò che è, ma di ciò che dovrebbe essere, delle ragioni che
possono essere chiamate a giustificare una delega di poteri in una materia
estranea alla vita terrena. Per arrivare a credere che è opportuno delegare al
magistrato un potere in materia di religione devo avere buone ragioni, ragioni
fondate sulla chiara evidenza che quella sia la via che offre maggiori
probabilità di ottenere il bene della salvezza dell’anima.
Nella successiva Terza lettera
sulla tolleranza, Locke rafforzerà quest’argomento nel tentativo di
rispondere alle critiche di Jonas Proast[4].
Se il sovrano conosce la vera religione e la vera religione porta alla salvezza
dell’anima perché – si chiedeva Proast-
dovrebbe astenersi dall’imporla per via legislativa? Di fronte a questa
obiezione, che sembra anticipare le posizioni di coloro che sottolineano il
carattere paradossale della tolleranza[5],
Locke risponde non solo sottolineando che il magistrato, come qualsiasi altro
uomo, non può avere conoscenza, certezza, ma solo opinione, fede, convinzione
in materia di religione (cfr. Locke 2005, III Lettera, p. 274), ma anche
mettendo in luce le conseguenze che deriverebbero dall’universalizzazione del
principio proposto da Proast[6],
ovvero del principio per cui “ogni
magistrato che crede la sua religione vera è tenuto a usare la forza per
indurre ad essa gli uomini” (ivi, p. 273):
“[…] poiché tutti i magistrati
che credono vera la loro religione sono tenuti a usare la forza per condurre ad
essa i loro sudditi, come se fosse vera effettivamente, e poiché la maggior
parte delle religioni nazionali che ci sono al mondo sono erronee, se la forza
di cui si fa uso per condurre gli uomini alla religione nazionale, punendo i
dissenzienti, è in qualche misura efficace, sia la sua efficacia quella che si
vuole, indiretta e a distanza, se così vi piace, è probabile che essa faccia
venti volte più male che bene; perché delle religioni nazionali che ci sono al
mondo, a voler parlare con misura, ce ne sono più di venti sbagliate per una
giusta” (ivi, p. 542).
Il cittadino che deve decidere se
è razionale delegare al magistrato la salvezza della propria anima, si trova a
dover operare una scelta in una situazione di incertezza attraverso un calcolo
di probabilità (cfr. Wootton 2003, p. 103). Alcune illustrazioni del problema
proposte nella Lettera sulla tolleranza sono particolarmente efficaci.
La prima si serve del paragone tra il bene salvezza dell’anima e i beni che,
senza sollevare particolari obiezioni, siamo generalmente disposti a collocare
nella sfera privata e sui quali, anzi, riteniamo fondamentale che la scelta sia
lasciata ai singoli cittadini. Perché diamo per scontato, si chiede Locke, che
quando “si tratta di questioni di famiglia, di beni, di salute fisica, ciascuno
ha pieno diritto di valutare per proprio conto il suo interesse, e gli è
consentito di scegliere ciò che crede meglio” (ivi, p. 147), mentre ci
comportiamo diversamente quando si tratta di questioni religiose? La risposta è
che, mentre pensiamo esistano più strade verso la felicità, la ricchezza o la
salute, riteniamo che esista una e una sola strada verso la salvezza. La
differenza tra le due situazioni è, però, solo apparente, dato che non sappiamo
quale sia quell’unica via che conduce a Dio. Se vista in questa prospettiva la
situazione di chi vuole ottenere la salvezza dell’anima è paragonabile a quella
di una persona gravemente malata, affetta da una malattia la cui “cura è unica
e per giunta sconosciuta” (cfr. ivi, p. 149). Sarebbe ragionevole in quella
situazione affidare al magistrato la scelta della medicina, solo perché è una
medicina unica e che “tra tante differenti non si sa quale sia”? No, risponde
Locke, perché il giudizio del magistrato, la sua capacità di ricerca e di
riflessione non sono superiori a quelli di ognuno di noi; ed è, invece,
assolutamente certo che la sollecitudine che il singolo ha verso la propria
salute e la salvezza della propria anima è superiore a quella che può averne il
magistrato.
“Io affermo – scrive Locke – che
quell’unico angusto sentiero che conduce al cielo non è più noto al magistrato
che ai privati cittadini; e perciò io non posso seguire con sicurezza una guida
che, mentre può ignorare la via giusta tanto quanto me, d’altra parte
certamente non può non essere meno sollecito della mia salvezza di quanto lo
sia io stesso” (ivi, p. 151).
Quale compensazione può darmi il
magistrato in caso di un suo errore circa la vera religione? In una situazione
di incertezza posso decidere di seguire l’ordine del magistrato di fare il
mercante, perché, se la scelta risulta sbagliata, “egli ha la possibilità di
risarcirmi abbondantemente in altro modo del tempo e della fatica perduta con
il commercio” (ivi, p. 150). La situazione, tuttavia, è abissalmente distante
nel caso della perdita di un bene che non appartiene a questo mondo: “[…]
rispetto alla vita futura le cose non vanno in questo modo. Se faccio un
cattivo investimento in quel campo, se ad un certo punto mi trovo senza
speranza, il magistrato non può in nessun modo risarcirmi del danno, rendere
più lieve la mia disgrazia, e non può riportarmi nemmeno parzialmente, e meno
che mai completamente, alla situazione di prima” (ibidem).
La natura fiduciaria del potere
del magistrato implica non solo che il suo ambito è delimitato da ciò che i
cittadini possono ragionevolmente ritenere più garantito se protetto dalla
forza della legge, anziché dall’arbitrio del giudizio individuale, ma anche che
ogni intervento del legislatore dovrà essere accompagnato dal sostegno di una
giustificazione pubblica che possa legittimarlo di fronte alla cittadinanza.
Come hanno sottolineato con sfumature diverse Vernon e Tuckness, Locke anticipa
in modo implicito nella Lettera sulla tolleranza il tema della “ragione
pubblica”, tema che viene sviluppato in forma più articolata nelle lettere
successive (in particolare nella terza e quarta lettera), scritte in risposta a
Jonas Proast. L’intolleranza, la persecuzione, l’uso della forza in materia di
religione, “è irrazionale perché incoerente con l’uso pubblico della ragione”
(Vernon 1997, p. 35).
Il bisogno di una giustificazione
neutrale dell’uso del potere politico, la necessità di far emergere la
differenza tra il punto di vista del privato cittadino e quello del
legislatore, è sottintesa già in alcuni punti della Lettera sulla tolleranza.
Scrive, per esempio, Locke: “[…] ammettiamo che sia una cosa di sua natura
indifferente lavare con l’acqua un neonato. Concediamo anche che sia lecito al
magistrato ordinare con una legge che sia fatto, purché egli sappia che un tale
lavaggio è utile a guarire o a prevenire una malattia a cui i bambini vanno
soggetti, e ritenga altresì che la cosa sia tanto grave da richiedere un
editto. Sosterrà forse qualcuno che il magistrato ha lo stesso diritto di
ordinare con una legge che i neonati siano lavati da un sacerdote ad una fonte
consacrata, per la purificazione delle loro anime? O che siano iniziati a
qualche rito sacro? Chi non vede al primo sguardo che le cose sono differenti
da ogni punto di vista? Basta supporre che si tratti del figlio di un giudeo, e
la cosa parla da sé” (Locke 2005, I Lettera, p. 156).
Il
legislatore non può intervenire senza aver ponderato il proprio intervento e
aver trovato ragioni pubbliche che possano giustificarlo, allontanando da esso
il sospetto di parzialità e di discriminazione religiosa verso particolari
gruppi. Il problema lockiano non è tanto quello di sottrarre aprioristicamente
spazi all’intervento del legislatore, di individuare ambiti in cui in linea di
principio non è permesso legiferare, quanto piuttosto quello di indurlo ad
agire in conformità alla legge di natura, col consenso dei cittadini, un
consenso che si ottiene anche grazie alla virtù dell’astensione nella
regolamentazione di comportamenti inessenziali all’ordine politico ed evitando
un sovraccarico di leggi, laddove i comportamenti individuali sembrano dotati
di una loro autonoma interna normatività[7].
E’
un’esigenza forte di giustificazione dell’esercizio del potere che porta Locke
a insistere sul fatto che “non è sufficiente che [il magistrato] pensi soltanto
che tali imposizioni e tale rigore siano necessari, od opportuni, deve aver
seriamente e imparzialmente considerato e discusso del fatto che lo siano o no”
(Locke, 2006, Saggio sulla tolleranza, p. 99). E’ sempre questo il
motivo per cui nel Secondo trattato si sottolinea l’importanza di un
legislativo che sia costituito da un corpo collettivo effettivamente
rappresentativo. Come ha sottolineato Waldron in The Dignity of Legislation:
il “vantaggio epistemico” dell’affidare il potere legislativo nelle mani di
un’assemblea rappresentativa consiste, per Locke, nel fatto che è il ragionare insieme, il confronto delle
posizioni, nella ricerca di una soluzione rispettosa della legge di natura, che
rende meno probabile la prospettiva di una legislazione ingiusta e parziale
(Waldron 1999, p. 81). Se le decisioni del legislativo, una volta entrati in
società, devono essere prese a maggioranza, ciò non significa che quanto la
maggioranza decide sia di per sé espressione di una ragione pubblica. Deve
esserci stata una seria discussione e un confronto in vista di una soluzione
imparziale, capace di tener conto sia dell’interesse generale, sia delle
ragioni che potrebbero renderla accettabile in una conversazione in cui è stata
rispettata la regola fondamentale della ragione, che insegna (anche senza
riferimento a Dio) una legge di reciprocità tra esseri che appartengono alla
stessa comunità umana e che non hanno rapporti di subordinazione naturale tra
loro, i quali, per Locke come per Kant (cfr. Simmons 1992, p. 41), non possono
fare uso strumentale gli uni degli altri. Gli uomini, dice infatti, Locke non
sono “stati creati gli uni ad uso di altri” (cfr. Locke II trattato, § 6).
Se letta in questa prospettiva la
teoria lockiana della tolleranza non può essere accusata né di proporre una
soluzione incentrata su una particolare concezione della natura della fede, che
richiede un’accettazione interiore e sincera, né di proporre una difesa solo
strumentale della tolleranza, fondata sull’argomento dell’irrazionalità della
forza. La ragione pubblica offre una giustificazione morale della tolleranza
quale virtù pubblica, accettabile anche da individui che professino religioni
diverse.
La visione della “ragione
pubblica” lockiana, d’altra parte, a differenze di quella rawlsiana - come ha
sottolineato Vernon - non impone una selezione preventiva, non ci costringe a
mettere tra parentesi le nostre private visioni comprensive del bene. Come
emerge soprattutto nella III lettera sulla tolleranza, Locke è ben
lontano dal presupporre che i cittadini possano mettere da parte tutte le loro
credenze, per poi costruirne di nuove riflessivamente: “Non è che tutti
conoscano il dubbio di Descartes, o possano accedervi, spogliando i loro
pensieri di tutte le opinioni, fino a ricondurli a princìpi autoevidenti, su
cui poi fondare tutte le convinzioni future” (Locke 2005, III lettera, p. 452).
Non è necessario e non è possibile che gli individui azzerino tutte le loro
credenze, e il legislatore non deve pretendere che essi abbiano solo credenze
riflessive. L’effetto sarebbe, infatti, simile a quello prodotto dal “vento che
voleva portar via il mantello a quel viaggiatore, il quale, quanto più forte il
vento soffiava, tanto più forte si stringeva il mantello addosso” – descritto
nell’Essay on Human Understanding (cfr. Locke 1988, vol. 2, p. 813).
Quanto detto non significa,
tuttavia, che l’ordine politico lockiano possa fare completamente a meno di
alcune premesse pre-politiche. L’incipit della Epistola de tolerantia,
che propone una giustificazione della tolleranza interna al cristianesimo, che
fa della tolleranza una virtù cristiana, mostra certamente un Locke per il
quale il piano culturale non è meno importante di quello politico. Come ha
ipotizzato Tarcov, se Locke fosse stato vivo oggi, forse, avrebbe proposto
oltre alla ragionevolezza del cristianesimo, la ragionevolezza dell’islamismo,
dell’ebraismo, del paganesimo, dell’induismo (Tarcov 1999, p. 183).
L’insistenza lockiana nel Saggio sull’intelletto umano sull’importanza
dell’acquisizione di un corretto metodo di formazione delle opinioni e quella,
presente negli scritti pedagodici, sulla virtù della civility vanno
senz’altro in direzione di una riforma morale. In un contesto di crisi della
tradizione, quale quello dell’Europa del Seicento, se Locke non ritiene che
l’individuo debba e possa cancellare tutto il suo patrimonio di convinzioni,
certo è convinto che si ponga con più urgenza il problema del formarsi delle
credenze (cfr. Wolterstorff 1996), delle condizioni che ne consentono una più
corretta formazione, dei contesti in cui più facilmente matura una disposizione
alla loro revisione e delle situazioni che viceversa facilitano il consolidarsi
di credenze negative e socialmente pericolose o lo sviluppo di atteggiamenti di
chiusura e di maggiore indisponibilità a rivedere le proprie convinzioni.
Se in Locke troviamo
un’anticipazione del tema della ragione pubblica, la sua posizione non è
riducibile né a quella del liberalismo neutralista né a quella del liberalismo
perfezionista contemporaneo (cfr. Tuckness 2002); e ciò non solo perché la
presenza della legge di natura costituisce un criterio sostantivo che non può
essere ignorato nelle scelte pubbliche, ma anche perché tra ambito della
giustizia e ambito dell’etica individuale si dà non una completa separazione,
né una totale sovrapposizione, ma una possibile area di parziale
sovrapposizione[8]. Si deve
poter contare, per Locke, su un insieme minimo di regole morali non
istituzionali, informali, condivise o comunque diffuse, in particolare si deve
poter fare affidamento sulla credenza nel valore della civility e,
ancora di più, del mantenere le promesse. Quest’ultimo è prioritario rispetto a
qualsiasi altro valore, perché condizione essenziale per la giustizia e il
riconoscimento dei diritti individuali. L’insistenza di Locke sul valore del
mantenere le promesse porta alla luce la
preoccupazione di trovare in quel principio un valore condiviso in grado
di rifondare il vincolo sociale e comunitario in una società di estranei, in
cui sono venute meno le condizioni di omogeneità religiosa e culturale; così
come l’importanza della civility rimanda alla necessità di trovare nuove
regole di comunicazione tra eguali, che consentano di gestire forme di
disaccordo e di conflitto senza cadere in derive polemogene. Come si arriva ad
ottenere queste condizioni? Il compito sembra essere per Locke in parte
culturale e in parte istituzionale; le istituzioni in parte presuppongono
alcune virtù “pubbliche” in parte possono indirettamente contribuire a crearle.
E’ proprio in relazione al compito che le istituzioni possono avere
nel favorire indirettamente la diffusione di certe regole informali che si può
chiamare in causa la riflessione di Locke sulla chiesa. La chiesa non è nella
realtà, ma deve essere concepita dalla stato secolare sotto il profilo
giuridico come una “libera società di uomini che si uniscono volontariamente per
adorare pubblicamente Dio nel modo che credono gradito alla divinità al fine
della salvezza delle anime”. Una società “libera e volontaria” in cui non si
nasce, ma si sceglie di entrare e dalla quale in ogni momento è possibile
uscire. Se andiamo a vedere la distinzione weberiana tra “setta” e “chiesa” ci
rendiamo conto del radicalismo della proposta lockiana: quella che sta
descrivendo non è la chiesa, perché nella chiesa si nasce, ma una realtà
sovrapponibile alla dimensione elettiva della setta. Una proposta che all’epoca
sarebbe stato accettata forse solo dagli anabattisti e dai sociniani, ma che
certo era tutt’altro che condivisa. Se lo stato si comporta verso le chiese
come verso libere e volontarie società di uomini, se non concede privilegi e
posizioni di rendita ad alcune di esse rispetto alle altre, come in Inghilterra
accadeva verso la chiesa anglicana e in Francia verso quella cattolica, allora,
il conflitto religioso, secondo Locke, non rappresenta una minaccia per lo
stato. Non è la pluralità delle religioni a costituire un pericolo, ma il
clero, le strutture di potere di chiese gerarchiche, forti di rendite di
posizione, che mescolano tra loro
religione e politica. Il pericolo è rappresentato dal rischio di situazioni
monopolitistiche in ambito religioso (su questo punto la posizione di Locke è
vicina a quella dei Levellers[9]).
Qualora le chiese fossero state tutte costituite da associazioni libere e
volontarie, uguali di fronte alla legge, senza situazioni di monopolio, senza
trattamenti privilegiati verso alcune e persecuzioni verso le altre, il
pluralismo religioso da solo secondo Locke avrebbe annullato ogni loro
pericolosità, e avrebbe indotto le chiese stesse ad agire da strumento di
controllo e moralizzazione le une delle altre. Cito qui un passo dal Saggio
sulla tolleranza, ma lo stesso concetto ritorna nella Lettera sulla
tolleranza:
“Se poi ogni gruppo di uomini riuniti in un'associazione o
in una corporazione distinta dal pubblico non dovesse essere tollerato, tutti
gli statuti delle città, specialmente delle grandi città, dovrebbero venire
subito soppressi. Gli uomini uniti dalla religione hanno tanto poco interesse
contro il governo quanto quelli uniti dai privilegi delle corporazioni, anzi
forse ne hanno di meno. Di questo sono sicuro: sono meno pericolosi in quanto
sono più sparpagliati e non organizzati in quel tipo di ordine. Le menti degli
uomini sono così sottili e scrupolose se si tratta dell'interesse eterno che,
quando sono indifferentemente tollerati e la persecuzione e la forza non li
porta ad unirsi, tendono a dividersi e suddividersi in tanti piccoli corpi e
sempre con la più grande inimicizia verso coloro da cui si sono separati o
verso coloro a cui la loro posizione è più vicina, sicché essi si controllano a
vicenda, e il pubblico può non avere timore di loro finché godono di un'eguale
comune protezione e giustizia. Se l'esempio dell'antica Roma (dove così tante
diverse opinioni, dei, e modi di culto erano promiscuamente tollerati) ha alcun
peso, abbiamo ragione di ritenere che nessuna religione può divenire agli occhi
dello stato sospetta di cattive intenzioni, finché il governo per primo con un
trattamento parziale nei suoi confronti, diverso da quello verso gli altri
sudditi, non dichiara le sue cattive intenzioni verso coloro che professano
quella fede, e ne fa così un'affare di Stato” (Locke 2006, Saggio sulla
tolleranza).
Lo stato non può riconoscere nel
papismo una religione come le altre perché: 1) la chiesa cattolica è una
struttura di potere, 2) è governata da quel principio di infallibilità papale
che sopprime nel credente lo sforzo critico e il senso di responsabilità (virtù
individuali essenziali per il corretto funzionamento delle istituzioni), 3)
giustifica la violazione delle promesse e la possibilità di non mantenere i
patti stretti con persone non appartenenti alla religione cattolica.
In parte simili a queste, in fondo, sono le motivazioni che
stanno dietro l’intolleranza lockiana verso gli atei. Sappiamo che Pierre Bayle
nei suoi Pensieri sulla cometa (1682) era andato su questa strada molto
oltre Locke: una società di atei non solo era possibile e immaginabile, secondo
Bayle, ma essa poteva non essere peggiore di una società di credenti. Lo
sguardo degli altri, il giudizio altrui, il timore della disapprovazione e la
ricerca dell’approvazione, secondo Bayle, potevano costituire freni morali
sufficienti a garantire una pacifica convivenza nel rispetto reciproco. Locke
non sottovaluta nella sua opera il ruolo di quella che egli chiama “legge
dell’opinione e della reputazione”, e non trascura i meccanismi
dell’approvazione sociale, sulla scorta degli insegnamenti di Pierre Nicole e
di Cicerone, tuttavia questi non sembrano sufficienti per potersi fidare della
parola dell’ateo. Perché? La risposta che ci offre è sbrigativa,
insoddisfacente, e sembra rimandare ad un’argomentazione più ampia che non
troviamo nei suoi testi, che si può solo tentare di ricavare dalle sue
incertezze sulla possibilità di formulare una teoria morale completamente
svincolata da premesse teologiche. Il non credere in Dio, si potrebbe dire,
priva l’ateo di quello spazio interiore della coscienza, di quella molteplicità
interiore del sé, che Locke descrive con la metafora del tribunale: un foro
interiore in cui l’uomo è chiamato nella solitudine e anche al buio a
rispondere delle proprie azioni. Tale spazio, prodotto da quella che con le
categorie della psicologia di Mead potremmo descrivere come la scissione
interna del Self in I e Me, è una condizione necessaria
per la genesi del senso di responsabilità individuale e, quindi, per potersi
vincolare alle promesse.
A proposito della scissione interna del sé, vale
forse la pena ricordare qui che autori assolutisti come Bodin e Hobbes avevano
affermato l’impossibilità di un potere sovrano limitato proprio in base al
principio per cui il sé non può essere diviso: il principe è e non può non
essere legibus solutus, in
quanto: “a will cannot be bound by himself” (cfr. T. Hobbes, Leviathan,
cap. XXVI), non può imporre obblighi a se stesso. Locke, per contro, a sostegno
del potere costituzionale limitato, riprende quelle dottrine medievali per cui
la capacità di legare se stesso, di assumere obblighi verso se stesso, è
dimostrazione della onnipotenza stessa di Dio[10].
[1] Il punto
è certamente delicato e il modo in cui si affronta il rapporto Hobbes/Locke
dipende molto dal rilievo che si intende dare alla diversità delle soluzioni
proposte, o piuttosto ai comuni timori e alle comuni preoccupazioni. Non
mancano posizioni interpretative che partono dall’ipotesi per cui tra
l’erastianesimo hobbesiano e la tolleranza lockiana la tensione sia solo
apparente. Cfr., per esempio, Champion 2002.
[2] Il titolo
non è lockiano. Il manoscritto di 168 pagine, parte della Lovelace
Collection, non ha titolo. Esso risulta scritto per lo più per mano di
Tyrrell, e solo in alcune parti direttamente da Locke. Si è a lungo ritenuto
che fosse opera di entrambi, ma Marshall ha sostenuto con argomenti convincenti
che Locke soltanto è da ritenersene l’autore (Marshall 1994, pp. 97-110). Il
manoscritto, di cui è stato pubblicato un breve estratto da Victor Nuovo (Nuovo
2002, pp. 73-39), contiene una prima completa formulazione della teoria
lockiana della chiesa. Sulla stretta continuità tra la Lettera sulla
tolleranza e le note su Stillingfleet, cfr. Marshall 1994, p. 358.
[3] Locke
ritorna sul caso dei fratelli Reynolds anche nella Terza e Quarta lettera sulla tolleranza (cfr.
Locke 2005, p. 580 e 765).
[4] Dopo la
pubblicazione della Lettera sulla tolleranza, Locke si trovò a dover
affrontare un’aspra polemica con Jonas Proast, cappellano di All Soul College a
Oxford, che nel 1690 pubblicò The Argument of the Letter Concerning
Toleration Briefly Consider'd and Answer'd. Locke rispose, a distanza di
pochi mesi, con la sua Seconda lettera sulla tolleranza, firmata con lo
pseudonimo Philanthropus. Seguì una replica di Proast nel 1681 con un
breve scritto di circa 29 pagine, intitolato Third Letter concerning
Toleration, al quale Locke replicò con il lunghissimo testo della sua terza
lettera (1692). A quasi vent’anni di
distanza Proast intervenne di nuovo contro la teoria della tolleranza lockiana
con un’opera intitolata A Second Letter to the Author of the Three Letters
for Toleration, firmata Philochristus, suscitando la quarta e ultima
lettera di Locke, che rimase incompleta al momento della sua morte avvenuta nel
1704 (cfr. Nicholson 1991, pp. 163-164).
[5] Molti
autori contemporanei sottolineano il carattere paradossale di questa virtù
liberale: non è paradossale, si chiedono, il fatto che si consideri una virtù
il lasciare che venga compiuta un’azione o espressa e diffusa un’opinione che
non si approva, che si giudica moralmente sbagliata? Perché dovrebbe essere una
virtù, o addirittura un bene in sé, permettere, non interferire e non
ostacolare ciò che si considera cattivo, sbagliato?
[6] Per
Locke, è un segno distintivo della verità di un principio il fatto che esso non
“si addice soltanto ad un certo paese, o partito” (cfr. Locke 2005, III
Lettera, p. 406).
[7] Sul
problema degli ambiti di azione del legislatore e sui suoi limiti, cfr. Fagiani
1983, pp. 356-360.
[8] E’ questo
un punto molto problematico degli scritti sulla tolleranza lockiani. Nel Saggio
sulla tolleranza Locke sostiene che lo stato non deve intervenire per
punire i vizi dei cittadini, imponendo
particolari prescrizioni morali, punendo o premiando comportamenti morali, a
meno che essi non siano considerati necessari alla preservazione della società.
Nel Saggio sulla tolleranza scrive: “Ci sono stati che hanno reso
legale il furto per coloro che non si facessero cogliere sul fatto; e forse a
Sparta era una cosa non colpevole rubare un cavallo come lo è in Inghilterra
vincere una gara di cavalli. Avendo il potere di fare regole per il
trasferimento della proprietà da un uomo all'altro, il magistrato può stabilire
qualsiasi norma, purché sia universale, eguale, non violenta, e conforme
all'interesse e al bene della sua società, come lo era quella legge di Sparta,
che, avendo una popolazione guerriera, trovò così un modo non sbagliato per
insegnare ai propri cittadini la vigilanza, il coraggio, e l'attività. Faccio
quest'osservazione di passaggio, per mostrare quanto il bene dello stato sia
criterio di tutte le leggi umane, quando sembra limitare e alterare l'obbligo
persino di alcune leggi divine, e cambiare la natura del vizio e della virtù.
Perciò il magistrato che potrebbe rendere innocente il furto, non potrebbe
rendere legale lo spergiuro e il non mantenere la parola data, perché
distruttivi dell'umana società” (J. Locke 2006, Saggio sulla tolleranza).
Questa posizione lockiana diviene ancora più scivolosa nella III lettera
sulla tolleranza (cfr. Marshall 1994, pp. 376-383).
[9] Per la
posizione dei Levellers in tema di rapporti tra Stato e religione, cfr. Houston
1999.
[10] Cfr. Holmes, 1988, pp. 210-215. Per quanto riguarda l’affermazione per cui gli obblighi della legge di natura sono vincolanti per Dio stesso, cfr. Locke 2006, II trattato, § 189 e I trattato, § 6.
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Il presente testo è una rielaborazione della relazione presentata presso la sala Ferri, Gabinetto Viesseux, martedì 21 marzo 2006, nel ciclo di incontri intitolato “Conflitto e ordinamento”, organizzato dal Laboratorio nuova Buonarroti, gruppo Quinto Alto e dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Firenze.
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