SEMINARI E CONVEGNI LA LIBERTA' E I SUOI LIMITI 23-05-2007 LUCA ALICI LIBERTA' DEL VOLERE E LIBERTA' DEL POTERE
1. Premessa
Il tema della libertà
costituisce senza dubbio un filo rosso eminente della riflessione di Paul
Ricoeur, sul quale si annodano molti dei suoi itinerari e dei suoi scritti.
Proprio per ciò il compito di renderne conto risulta arduo e domanda una
necessaria limitazione di campo: quello che vorrei fare, allora, è affrontare
la questione della libertà, laddove essa permette di intercettare e mettere in
relazione da un lato la filosofia della volontà di Ricouer e dall'altro la sua
riflessione politica; la libertà, cioè, come scoglio sul quale si incontrano la
problematica fenomenologica ed antropologica della volontà e quella politica e
giuridica del potere.
Scrive Ricoeur in Filosofia della volontà, datato 1950,
che la “necessità è essenzialmente ambigua: ciò che è condizione è al tempo
stesso limite, ciò che mi fonda è anche ciò che mi distrugge”[1].
In un testo quasi contemporaneo – siamo nel 1955, il contributo si intitola Il paradosso del potere – egli afferma
che lo “Stato è Volontà. Si potrà sottolineare finché sarà necessario la
razionalità che giunge alla storia tramite la politica – questo è vero; ma se
lo Stato è ragionevole nelle intenzioni, esso avanza attraverso la storia a
forza di decisioni”[2]. Ecco due
citazioni (lontane nel tempo, ma non per questo distanti tematicamente
dall'esito successivo della riflessione ricoeuriana, di cui costituiscono una
sorta di problematizzazione embrionale) che possono essere considerate un po'
come le colonne d'Ercole di questa riflessione, non solo intrecciate
retoricamente da un condiviso linguaggio del paradosso, ma accomunate dal
medesimo problema del rapporto tra libertà, volontà e necessità. Cercherò
dunque di evidenziare quello che in Ricoeur è un approccio simile a due ambiti
così apparentemente lontani, la volontà del singolo e quella del politico –
avvicinati da quel residuo fenomenologico che è la dialettica agente-paziente –
e di abbozzare un'ipotesi intepretativa che non sfoci in un esito impolitico,
quanto piuttosto in uno capace di attestare la pertinenza antropologica dello
spazio politico – in nome di una libertà finita e responsabile.
2. La libertà del volere, o della libertà serva
Il primo momento intercetta, ovviamente per sommi capi, la
traiettoria ricoeuriana che procede dalla fenomenologia eidetica, centrata
sulla sfera della volizione, all'antropologia filosofica, connotata dalla
sproporzione e dalla fallibilità: la fenomenologia del volontario e
dell'involontario – che si cercano, si appoggiano l'uno sull'altro, si
necessitano e si limitano – rappresenta il primo imprescindibile riferimento
per rendere conto di quel fragile equilibrio che connota la condizione umana –
incastonata tra finito ed infinito, immanenza e trascendenza, bontà e colpa – e
di quella libertà solamente umana che ne costituisce la dote preziosa e
frangibile. Non si tratta di ripresentare sotto vesti nuove un dualismo
altrimenti rifiutato (basta rinviare a tutta l'articolata critica ricoeuriana
al cogito cartesiano e alla soggettività moderna per evitare di cadere in
tentazione), ma dare integralmente conto di una disparità interna alla
condizione umana, che si rivela essere paradossale convivenza di azione e
passione, iniziativa e ricettività, assolutezza e relatività, grandezza e
miseria, che Ricoeur definisce “indipendenza dipendente”[3]:
un render conto che prima riporta alla luce l'imprescindibile reciprocità tra
volontario e involontario e quindi ricostruisce, a partire da essa, le
strutture e le storture della condizione umana e della sua libertà finita.
Cosa sono dunque il volontario e l'involontario? Il residuo
fenomenologico di una epoché lontana
da ogni approccio meramente epistemologico o intellettualistico, che
restituisce l'assetto puro di un soggetto carnale e agente. Da un lato il
volontario. Ricoeur vi riconduce qualsiasi azione che leghi la coscienza ad
un'intenzione[4]: esso trova
espressione nelle tre forme della decisione (che poggia su dei motivi),
dell'azione (che innesca dei poteri), del consentimento (che acconsente alla
necessità)[5];
il volere che ognuno di noi è
considerato quindi da differenti punti di vista: quello della legittimità,
dell'efficacia e della pazienza. La progressiva manifestazione del volontario
deve però far fronte all'irrompere dell'involontario, che la volontà non può
“né progettare né porre in movimento”[6].
Ricoeur ne distingue due diversi tipi: l'involontario assoluto e assolutamente
necessitante (vita, inconscio, carattere), che io non scelgo e nel quale mi
trovo, e, quindi, connotante strutturalmente ogni esistenza (tanto che Ricoeur
ne parla nei termini di prefazione
della mia umanità); l'involontario relativo (i bisogni, i poteri), non necessitante,
ma che sollecita e inclina congiunturalmente, potremmo dire, la mia volontà.
Senza potermi
soffermare su ognuno di essi, ciò che mi preme comunque evidenziare è il quadro
complessivo di quella che si delinea come un'architettura in cui il “volere […]
dà ordine al molteplice dell'involontario”[7]
e l'involontario, da par sua, è l'ambito dell'azione in cui il soggetto stenta
a riconoscersi protagonista. Una dialettica costituiva della condizione umana,
intrinsecamente aperta, in cui rispettivamente il bisogno, l'emozione,
l'abitudine – per citare alcuni volti dell'involontario – acquisiscono senso
compiuto solo in riferimento ad una volontà che sollecitano ed inclinano, e la
volontà, a sua volta, li determina mediante la scelta e il consentimento. Ricoeur
pone dunque sulla ribalta della riflessione filosofica l'integralità della
volontà al cospetto del proprio limite[8],
compresa la carnalità, così come la presenza ineliminabile di un involontario
che si oppone al volontario, anche se comunque lo accompagna sempre: emergono,
al contempo, le strutture fenomenologiche dell'umano nella loro purezza
(volontario e involontario non disgiunti ma intellegibili solo nel loro
reciproco rapporto) e la fragilità di quell'equilibrio sempre richiesto alla
condizione umana, la cui “esistenza si fa avanti mediante il doppio movimento
della spontaneità corporea e della padronanza del volere”[9].
L'azione, in cui si
incontrano il volontario e l'involontario, e la libertà, che si raffronta alla
necessità, sono come gli assi cartesiani all'interno dei quali Ricoeur inquadra
il passaggio dalla padronanza descrittiva della fenomenologia eidetica
all'empirica della volontà: un tragitto che dalla purezza passa alla foschia
dell'imperfezione attraverso uno schema triadico e dialettico (l'affermazione
originaria, la differenza esistenziale e la non risolta mediazione[10]),
che finisce per rendere conto di una triplice sproporzione, dal teorico al pratico all'affettivo[11],
e condurre al punto più intimo dell'antropologia filosofica ricoeuriana,
laddove il luogo della “sproporzione” diviene espressione della fallibilità. Il fragile rapporto di
volontario e involontario s'incarna storicamente nella non-coincidenza
dell'uomo con se stesso, nella non compiutezza della condizione umana e presta
il fianco alla tentazione del male: il sé fallibile, animato dalla dialettica
di volontario e involontario, diviene al contempo vittima del male stesso, che
ne lacera i tessuti, e suo responsabile, in quanto il male ne contamina la
fallibilità.
Ricoeur parla di una
natura umana originariamente non malvagia e del male come di una possibilità
storica inscritta nella limitatezza umana: occorre "comprendere
insieme e come in una sovraimpressione la destinazione originaria della bontà e
la sua manifestazione storica nella cattiveria; per quanto originaria sia la
malvagità, la bontà è ancora più originaria”[12].
Il male non è mai originario[13],
ma s'incontra nella “«spontaneità assoluta dell'azione»”[14]
e nel rischio di un'ammaliante seduzione: “il male, anche positivo, anche
potere di seduzione, per quanto colpisca e infetti, non potrà mai fare
dell'uomo qualcosa di diverso dall'uomo; l'infezione non può essere una
defezione, nel senso che le disposizioni e le funzioni che fanno l'umanità
dell'uomo siano disfatte, distrutte al punto da produrre un'altra realtà
diversa dalla realtà umana”[15].
Se il
volontario e l'involontario costituiscono le figure di una dialettica
irrisolvibile, la fragilità e la fallibilità rappresentano la realtà
antropologica di tale dinamica e, in quanto tali, il luogo di inserzione del
male, affrontato a partire dal suo manifestarsi all'uomo e dal suo essere
scelto: “se il male fosse contemporaneo all'origine radicale delle cose,
rimarrebbe il fatto che soltanto il modo in cui esso sollecita l'esistenza umana lo rende manifesto”[16].
La fragilità è infatti occasione e possibilità del male[17],
origine[18]
(pur se non stato originario[19])
ed infine capacità[20]
L'incontro
con il male è dunque inscritto nella costituzione limitata dell'uomo, ma nulla
legittima l'identificazione della finitezza con il male: “tanto la sproporzione
quanto la mediazione, che tiene insieme finitezza e infinito, segnalano
unicamente la fragilità dell'uomo in tutte le sue relazioni conoscitive,
pratiche, affettive”[21].
Dato che la sproporzione, la fallibilità, la limitatezza si offrono alla
tentazione del male, possono creare le condizioni affinché la fisiologica
debolezza divenga patologica affezione, ma dato che “la struttura dell'uomo
esibisce soltanto la fallibilità, non l'antecedente ineluttabile dell'errore e
della colpa, non vi si rintraccia alcunché che legittimi l'identificazione di
finitezza e male. Siamo nell'ordine della possibilità, non della realtà, e
nulla nell'uomo «spiega» il passaggio dall'una all'altra”[22].
La filosofia riflessiva non riesce ad illuminare l'opacità del male e deve
quindi trasfigurarsi in ermeneutica dei simboli e dei miti, unici custodi del
segreto del male e della sua origine[23]:
l'eidetica e l'empirica divengono poetica[24].
Ma “il concetto di fallibilità include la possibilità
del male in un senso ancora più positivo: la ‘sproporzione' dell'uomo è potere di fallire, nel senso che rende
l'uomo capace di fallire”. “La
fragilità non è soltanto il «luogo», il punto d'intersezione del male, e
neppure soltanto l'«origine» a partire dalla quale l'uomo decade; è la
«capacità» del male. Dire che l'uomo è fallibile è dire che la limitazione
propria ad un essere che non coincide con se stesso è la debolezza originaria
da cui il male procede. E, tuttavia, il male non procede da questa debolezza se non per il fatto che si pone”[25].
In questo
confine fra strutture fenomenologiche e condizione antropologica si gioca il
ruolo della libertà, di una libertà solamente umana, di una libertà serva.
a)
Volontario e involontario, apertura e confine convivono infatti nell'idea e
nella sfida di quella che Ricoeur riconosce come una “libertà solamente umana”,
che poggia su un'insuperabile fragilità ed è consapevole del peso della
necessità, “negazione pratica della
libertà, di cui spezza la possibile ampiezza”[26].
Si delinea l'orizzonte di una libertà che cerca le proprie ragioni in una
situazione di limitatezza, si cimenta con i propri fallimenti, si realizza
negando e consentendo alla necessità, in quella che è al contempo una rivolta
prometeica in nome di una fragilità non necessariamente incompatibile con la
finitezza e una sottomissione alla necessità che non cancella la libertà. La
libertà “trova nell'azione e non nella nullificazione il suo senso e la sua
condizione di espressione”[27];
la libertà diviene incarnata e il corpo, “mentre ne rende possibile la
creatività, raccoglie tutti gli elementi di passività che confinano all'inerte
puro”[28];
la libertà assoluta, sartrianamente intesa, crolla sotto tre impossibilità:
quella di totalità, di trasparenza assoluta, di autoposizione.
b)
Proprio tale approdo ad una “libertà solamente umana” permette di dare senso e
chiarezza al modo in cui Ricoeur affronta il legame tra male e libertà. Egli
non si espone fino all'esplorazione dell'origine radicale del male, ma si
sofferma piuttosto sul luogo in cui il male appare e da cui può essere
osservato: luogo per essenza, quello della tangenza tra finitezza ed
infinitezza, della libertà solamente umana per l'appunto: sceglie un punto
prospettico, nella consapevolezza di non poter accedere, se non miticamente, a
nessun altro focolaio del male che non sia quello dell'umanità dell'uomo; da
tale punto prospettico svincola qualsiasi semplicistico riferimento
all'opposizione fra libero arbitrio e determinismo[29],
“situato dallo stesso lato della libertà nell'antinomia della causalità; guarda
al male come ad “una modalità, un'affezione della libertà”[30],
“un'inclinazione contratta dal libero
arbitrio”[31]. “Questa
decisione di comprendere il male per mezzo della libertà – scrive Ricoeur in Finitudine e colpa – è essa stessa un
movimento di libertà, che prende su di sé il male; la scelta del punto di
prospettiva è già l'affermazione di una libertà che si riconosce responsabile,
che dichiara di considerare male il male commesso, e confessa che dipendeva da
lei che non lo fosse”[32].
Ricoeur
decide dunque di fissare un punto di partenza, ovvero l'atto con il quale il
male è assunto dall'uomo su di sé, come “ciò che crea il problema; non […]
punto di arrivo, ma di partenza”[33].
A monte di ciò può esservi solo un discorso mitico o simbolico che si
approssimi al “tragico” del male, mentre a valle si incontra una libertà carica
di responsabilità, perché la colpa succede ad una libertà e la volontà
colpevole diviene una libertà asservita[34].
Ciò non significa ritenere esaustiva una visione etica del male, e quindi
un'interpretazione secondo la quale il male è ripreso, nel modo più completo
possibile, nella libertà, per la quale il male sarebbe un'invenzione della
libertà: in primo luogo, perché vi è il rischio di perdere la profondità a
vantaggio di una presunta chiarezza; secondariamente, perché significherebbe
parlare di una natura umana originariamente malvagia.
c) La
libertà umana è quindi un paradosso di iniziativa e recettività, determinazione
e indeterminazione, universalizzazione e individualizzazione, consenso e
necessità[35]: è una
libertà creata, sempre accompagnata da recettività e passività. E tale libertà
non è solo fallibile, ma anche colpevole: è servum
arbitrium, la cui servitù è esistenziale, non essenziale; “mette in corto
circuito l'idea di arbitrio, che non può significare altro che libera scelta,
libero arbitrio, sempre intatto e giovane, sempre disponibile – e l'idea di
servitù, che è l'indisponibilità stessa della libertà”[36].
È arbitrio, e dunque imputabile, ma anche servitù, poiché indisponibile a se
stessa[37];
“è un atto dell'uomo – come è stato osservato –, perché l'atto di legare viene
dall'uomo stesso, ed è precisamente l'atto di legare se stessi, [ma] è anche
uno stato, perché questo stesso atto si tramuta in stato, cioè in una
situazione subita, in servitù. Il servo arbitrio è la situazione voluta
dall'atto dell'uomo […], la sua responsabilità alienata”[38].
La condizione umana è dunque l'incontro e la comunanza di
una possibilità illimitata e di una parzialità costituita[39],
con il connotato dell'intermediarietà, il rischio della precarietà e la
paradossalità di un libero arbitrio prigioniero: la “vivente-non-necessità di
esistere”[40] di colui
che è libero ma non condannato alla libertà.
3. Attività e passività
Quale allora il nodo
tematico di passaggio da questa regione della libertà a quella più propriamente
politica, legata al potere? Indubbiamente la dialettica di attività e
passività, che si rintraccia sia tra i residui fenomenologici della volizione
sia nelle pieghe del fenomeno politico. La nuova soggettività integrale, a cui
si è fatto cenno fin qui, costituita dalla tensione tra padronanza di sé e
consenso alla necessità, pulsa infatti del medesimo battito che anima la dinamica
politica: la sistole dell'azione compiuta e la diastole dell'azione subita.
Due precisazioni
allora sono necessarie.
a) L'agire ed il
patire non riguardano pregiudizialmente due differenti protagonisti (l'agente e
il paziente), di cui il secondo è ridotto a vittima potenziale del primo: anzi,
a ragione della reversibilità dei ruoli, ogni agente è il paziente dell'altro
(“affetto”, quindi, dal potere esercitato su di lui dall'altro; “investito”,
allora, della responsabilità di una azione da subito segnata dalla
reciprocità), in una rapporto costitutivo di reciprocità e al tempo stesso di
asimmetria.
b) La passività, in
sé, non è espressione di un'impotenza, ma occasione di incontro con l'alterità
e occasione per riaffermare come il sé non possa occupare la posizione di
fondamento. È tale dissimmetria, legata indissolubilmente alla relazione tra
agente e paziente, che Ricoeur cerca di rendere fertile, nel senso della
“passività di scoprirsi già nel mondo, in una cultura determinata, all'interno
di un determinato corpo sociale”, ma anche una passività che può dirsi
“‘gioiosa' di scoprirsi beneficiari
di un dono – e, più profondamente, la passività di scoprirsi già all'interno di
un orizzonte di senso e di parola che ci è altro,
e di un fondo d'essere, al tempo stesso attivo e potente, sul quale si
staglia la nostra vita, con le sue speranze, i suoi scacchi, i suoi sogni, le
sue gioie e le sue delusioni”[41].
E se da un lato ogni
momento del volontario tiene unite l'attività e la passività costituendo
l'ennesimo segnale di una libertà soltanto umana, impedendo al sé di
autofondarsi, dall'altro lato l'esperienza di una decisione subita ed inferta
tocca gran parte della riflessione sul potere – sulla sua origine, sul suo
fondamento, sulla sua applicazione -, in quanto esercitato da qualcuno su
qualcuno, in quanto distruzione della capacità di agire di un soggetto ad opera
di qualcun altro, così come, dall'altro lato ancora, conduce alle soglie
dell'idea di giustizia nello scacco che passa attraverso la sofferenza inflitta
e nell'aspirazione ad equiparare pazienti e agenti dell'azione.
Ecco dunque che questo nodo in cui
si intrecciano la singolarità del volere e l'arbitrarietà del potere piega la
questione della libertà su un versante nuovo del discorso, che concerne l'attestazione
fenomenologica dell'alterità: non si tratta più di guardare semplicemente alla
passività come negazione della libertà, bensì come anteriore ad essa, il suo
utero. “Non è la libertà che rivela l'ulteriorità della passività, ma è la
passività che fonda la libertà; l'alterità viene prima ed è anzi costitutiva
della stessa identità”[42].
La passività si configura dunque come occasione per sperimentare “la
straordinaria complessità e la densità relazionale della metacategoria
dell'alterità”[43], proprio per
il fatto che l'incontro con l'alterità è “esperienza di passività e raffronto
con essa: l'altro si pone come differenza, estraneità, limite”[44].
La dialettica agire-patire permette dunque di aprire la riflessione sulla
libertà al rapporto con l'altro da sé, scoprendo l'alterità attraverso un
patire che non è un subire e attestando la possibilità della relazione in una
dissimmetria fondamentale, che non impedisce il rapporto reciproco. La
dimensione politica del potere è però l'ambito in cui tale possibilità incontra
le sue fisiologiche difficoltà.
4. La libertà del potere, o della violenza
legittima
La questione diviene eminentemente
politica nella misura in cui la dialettica agente-paziente tocca il nervo
scoperto dell'origine e della legittimità del potere: se il potere è infatti il
diritto di imporre l'obbedienza, viene subito alla luce il lato asimmetrico e
gerarchico di una nozione che mette di fronte chi comanda e chi obbedisce:
l'agente apparentemente legittimato a fare violenza; il paziente costretto a
subire una decisione presa da altri. Ricoeur s'interroga, cioè, sulla
possibilità di una violenza legittima all'interno della sfera politica[45],
che si esprime sia nelle sue origini storiche che nella quotidianità della sua
esistenza, sancendo un monopolio che trasforma la potentia in potestas. E
rintraccia il medesimo dilemma in ambito strettamente politico e in quello
giuridico, in particolar modo penale.
a) Dal punto di vista politico egli
evidenzia principalmente due espressioni del paradosso del potere: le
dialettiche di forma e forza, e di verticalità ed orizzontalità. La prima
concerne l'origine dello Stato e l'affermazione storica del potere; la seconda
tocca invece la costruzione quotidiana della vita politica.
Vi è storicamente un conflitto che
ha assegnato forma lecita al potere, generato le istituzioni e lasciato la
cicatrice della violenza originale; un potere che si è fatto definire
contemporaneamente “come forza in quanto detentore della violenza legittima, e
come forma, in quanto sottoposto alla regola costituzionale sotto l'egida della
quale la sua violenza instauratrice si è lasciata umanizzare e
istituzionalizzare”[46].
Il nostro Stato di diritto vive, dunque, del tentativo di mediare la forza di
una “violenza iniziale – instauratrice abbiamo detto” e la forma di una
organizzazione istituzionale connotata da una “violenza residua che ciascuno
può percepire all'opera nella forza di polizia, a vantaggio della quale i
cittadini sono stati progressivamente privati del potere di vendetta, espropriati
in qualche modo delle relazioni private di violenza. Questa è la principale
fragilità del potere politico, fragilità in certo senso istituzionale e
costituzionale”[47]. Il potere
costituisce il collante tra queste due dimensioni, con il rischio che il fondamento
della sua conquista iniziale resti ineliminabilmente violento e la sua
legittimità insondabilmente oscura. Una forza che incontra il problema della
forma, laddove le viene chiesto di regolarizzare e formalizzare la sua origine
in un monopolio della costrizione fisica legittima; come tale, è potere di
alcuni su tutti, potere fisico di costringere che coincide con un potere morale
di esigere.
Una seconda espressione di fragilità si
origina dall'incontro tra una relazione verticale di dominio ed una relazione
orizzontale connotata dal «voler-vivere-insieme», tra il gerarchico e il
conviviale, “nella misura in cui l'autorità, generata dal rapporto gerarchico,
tende a mascherare, se non addirittura ad inibire e soffocare il
«voler-vivere-insieme», autentica fonte del potere”[48]:
da un lato la passione del dominio, dall'altro la funzione autentica di messa
in ordine ed unificazione. La fragilità del politico vive tra questi due assi
cartesiani della propria convivenza: il legame orizzontale della cooperazione e
il legame verticale del dominio. È questo il secondo grande paradosso che
attanaglia la politica: il rapporto verticale fra governanti e governati e il
rapporto orizzontale fra gruppi rivali nella distribuzione del potere politico”[49];
“la dimensione verticale del dominio – per mantenere il vocabolario di Max
Weber – e la dimensione orizzontale del voler vivere insieme, evocata vivamente
da Hannah Arendt”[50].
b) Sul piano in cui il potere
incontra il giuridico e il giudiziario, si ritrovano in Ricoeur, sotto una
nuova angolatura, la questione della violenza e il paradosso della forza:
riappare cioè quella violenza minima istituita dallo Stato, che, nella “sua
forma più elementare e allo stesso tempo più irriducibile” ha la
caratterizzazione “della violenza a carattere penale. Lo Stato punisce; in ultima analisi, è lui che ha il
monopolio della costrizione fisica; ha infatti tolto agli individui il diritto
di farsi giustizia da soli; ha preso nelle proprie mani tutta la violenza
diffusa, ereditata dalla lotta primitiva dell'uomo contro l'uomo”[51].
In questo caso l'immagine che ci permettono di incastonare la
problematizzazione ricoeuriana è quella legata alla razionalità della pena, in
relazione alla vendetta e alla sua logica: il paradosso di qualcosa di massimamente
razionale (un ordine che renda impensabile la vendetta) che diviene
massimamente irrazionale (in quanto sofferenza inflitta); una pena che finisce
solamente per sopprimere, mediante una imposizione, la colpa.
Senza soffermarmi sui caratteri che
il filosofo francese riconosce alla vendetta sul piano di una sua derivazione e
connotazione mitica[52],
mi preme evidenziare in questa sede come Ricoeur ravvisi, nell'irruzione di un
potere che arriva a mettere ordine ad un istinto, la difficoltà di ciò che si
manifesta sì come la rimozione del penale dal civile, ma che in realtà finisce
per sostituire una violenza con un'altra. Occorre perciò superare l'inganno
nascosto dalla vendetta, che, “invece di rettificare il rapporto tra me e
l'altro sopprimendo la sofferenza ingiusta distrugge la relazione stessa con
l'alterità e quindi le condizioni di ogni giustizia”[53];
qui Ricoeur è consapevole di quello che è in sostanza il medesimo paradosso che
attanaglia Pascal: “l'eguaglianza dei beni è giusta, ma non potendo far sì che
sia forza obbedire alla giustizia, si è stabilito che sia giusto obbedire alla
forza; non potendo dare forza alla giustizia si è giustificata la forza,
affinché la giustizia e la forza fossero insieme”[54].
Siamo davvero molto vicini al
medesimo approccio con cui Ricoeur si è avvicinato alla tematica politica,
ovvero la sottolineatura di una forza che diviene istitutrice di società, ma
che porta comunque con sé la cicatrice, in ultima istanza, di un atto di
imposizione, “in virtù del quale la società priva gli individui del diritto e
del potere di fare giustizia a se stessi – l'atto per mezzo del quale la
potenza pubblica confisca per se stessa questo potere di dire e di applicare il
diritto”[55]. E ciò
avviene sia nello spazio del dibattimento – chiamato ad assegnare una giusta
distanza tra pena e colpa e l'autentica identità di vittima e colpevole – sia
in quella di una presunta razionalità della pena – che nei fatti con una
decisione pone fine al confronto. La pena implica un soffrire e un male sia fisico
che morale: rappresenta l'imposizione di una volontà che colpisce un'altra
volontà. “All'origine del «subire» c'è il «far subire»; si dice infatti:
comandare la pena, infliggere la pena” e “il senso della pena, in quanto
connessione del subire e del far subire, sta nell'equivalenza presunta tra il
male sofferto e inflitto da una parte, e il male commesso, quale per lo meno è
stato giudicato da un'istanza giudiziaria, dall'altra”[56].
La razionalità del castigo che incontra l'irrazionalità di un male inflitto,
l'azione di sopprimere un male commesso per mezzo di un male subito.
In questo contesto
che ruolo ancora gioca la libertà? Essa s'inserisce “fra la produzione di senso
allo stato nascente e la produzione di costrizione allo stato costituito”[57];
sia che lo Stato la fondi con la sua razionalità, sia che essa limiti le
passioni del potere con la sua resistenza. Ciò implica prioritariamente due
precisazioni.
a) Innanzitutto
Ricoeur non parla di una destinazione perversa del potere: “io non comprenderei
il potere come male se non potessi immaginare una destinazione innocente del
potere a partire dalla quale esso è decaduto. Io posso rappresentarmi
un'autorità che si proponga di educare l'individuo alla libertà, che è il
potere senza la violenza; in una parola, posso immaginare la differenza tra il
potere e la violenza […]. Attraverso questa immaginazione, questa utopia, io
scopro il potere come originariamente inerente all'essere-uomo; allontanandosi
da questo senso, rendendosi estraneo, alienato, in rapporto a questo senso del
potere non violento l'uomo si allontana da se stesso”[58].
b) In secondo luogo è
necessario aprirsi ad una dimensione nuova, in cui si mettano in circolo la
libertà della seconda persona e la libertà impersonale oggettiva
dell'istituzione” (essa è “nello stesso tempo istituente e istituita: in altre
parole, essa è e non è, nello stesso tempo, la nozione prima, poiché presuppone
di essere costituita dalle libertà dei soggetti che interagiscono nella storia,
ma nello stesso tempo è la condizione trascendentale, perché la libertà possa
porsi”[59]),
cercando una continuità tra Aristotele e Rousseau (è necessario resistere a due
possibili itinerari: “il primo che ingrandirebbe la razionalità del politico,
con Aristotele, Rousseau e Hegel, e l'altro che porrebbe l'accento sulla
violenza e sulla menzogna del potere, secondo la critica platonica del
«tiranno», l'apologia machiavellica del «principe» e la critica marxista
dell'«alienazione politica»”[60]).
Occorre cioè ripensare “tutte le istituzioni in funzione di un unico criterio:
la realizzazione e lo sviluppo della libertà”[61],
andare oltre il paradosso ponendo al centro la relazione, il legame sociale e
il ruolo fondamentale che la città ricopre per restituirle la pienezza che le
spetta e, con essa, la realizzazione di tutte le potenzialità umane.
Vi è, dunque, alla
base un'opera di mediazione tra le singole libertà e la vocazione relazionale,
di cui l'istituzione si fa portatrice quale supporto essenziale per “vincolare
e raccogliere in una comunità coesa una molteplicità di individui altrimenti
estranei tra di loro e privi di una identità comune”[62].
Tornano allora il riferimento all'altro da sé, la dimensione pubblica
dell'azione e la vocazione della dimensione politica quale “luogo privilegiato
e forma necessaria di realizzazione integrale dell'uomo come persona e
cittadino”[63], che
consente di far incontrare “l'asimmetria del faccia a faccia e la reciprocità e
la simmetria di fronte alla legge e nello stato”[64].
La necessità del
politico è innanzi tutto la necessità della deviazione attraverso il lontano,
per apprendere in tutta la sua pienezza e densità umana il rapporto con altri”[65].
Il politico “è la mediazione essenziale, attraverso il rapporto del sé con
l'altro come terzo, tra le capacità che definiscono la persona sul piano
antropologico e l'effettuazione storica, istituzionale, comunitaria della
persona”[66]. Sotto
questo punto di vista si è lontani da una duplice deriva: sia dalla concezione
della politica come unica origine dell'umanità; sia, al contempo, da una idea
del politico quale semplice strumento di garanzia. In Ricoeur “il legame
politico non appare aggiunto a un soggetto di diritto già costituito in se
stesso e per se stesso prima di entrare nel legame politico”[67],
ma finisce per ricoprire “la funzione ineludibile di condurre le capacità
originarie dell'umano alla loro piena realizzazione, al loro livello di
effettuazione storica”[68],
grazie ad una articolazione dell'agire umano che permette il riconoscimento
reciproco. L'istituzione ufficializza e regolamenta un vero e proprio
cambiamento dell'interazione tra le persone, legittimandolo in virtù di uno
specifico e sano rapporto con la libertà: “comprendere la libertà è darle un
senso politico e che, dall'altra parte, la istituzione, non solo politica, va
intesa nel suo rapporto intrinseco alla libertà”[69].
In questa cornice la
libertà diviene il terreno sul quale è possibile superare l'incontro
paradossale tra ragione e costrizione, razionale e storico[70],
potere morale di esigere e potere fisico di costringere[71],
progettando un nuovo itinerario, che sappia affrontare il tema dell'alterità e
della relazione nel suo spettro ampio e costitutivo, evitando ogni
indistinzione tra l'altro e il ciascuno, tra colui che è senza volto e colui
che è senza diritti. Solo in una politica così concepita è possibile
l'ampliamento dell'esigenza fondamentale dell'etica, e cioè la libertà: solo
una politica che permetta il mutuo riconoscimento può offrire prolungamento,
consistenza e consolidamento all'esigenza di libertà che ne è il movente
essenziale. Il politico offre all'etico una sfera di esercizio, prolungando “la
seconda esigenza costitutiva dell'intenzione etica, l'esigenza del mutuo
riconoscimento – quella che mi fa dire: la tua libertà vale quanto la mia. Ora,
la dimensione etica del politico consiste appunto nella creazione di spazi di
libertà”[72].
Questo riferimento esplicito alla
libertà, indissolubilmente legato alla figura del terzo, indica dunque un primo
tratto di strada nella direzione del superamento della “contraddizione non risolta di razionalità e potenza”[73],
di cui l'istituzione stessa deve farsi carico: solo la consapevolezza di
un'adesione libera può limitare la violenza e può permettere il riconoscimento
di una uguaglianza di fondo; solo la certezza di una promozione piena e
integrale di ogni membro della comunità politica come persona può far accettare
l'idea di una necessaria adesione libera.
5. Conclusione
Come uscire allora da
queste impasse senza rimanere nel
linguaggio pur fecondo del paradosso? Come può la libertà serva non essere
paralizzata dai propri limiti? E come può il potere neutralizzare la carica
esplosiva di violenza che ne connota l'origine e l'esercizio?
Mi limito ad indicare
due vie.
a) Occorre
innanzitutto seguire Ricoeur per un ulteriore tratto di strada, che dalla
libertà serva conduce alla capacità e al mutuo riconoscimento, e quindi ad una
libertà che rinvia ad altro da sé, e che dal potere-su guida al potere-in-comune,
che educa alla libertà. Ricoeur accetta la sfida di dare fiducia alla
finitezza, di trasformare la crisi in impegno, di interpretare la fragilità a
partire dalla condizione di possibilità della sua libertà, trasfigurando la
fallibilità in capacità e riconoscendo un surplus di fiducia alla finitezza. In
un incontro fecondo tra la sproporzione pascaliana, l'impegno mounieriano e la
condizione marceliana dell'homo viator,
in un crogiuolo fecondo tra una sproporzionalità inaudita, una incarnazione
situata e valorizzata, una condizione itinerante, egli accetta la sfida di
edificare sull'intrascendibile sproporzione tra finito ed infinito, per cui la
sproporzione non diviene impossibilità, ma anzi capacità, per l'appunto. È la
via che conduce dall'uomo fallibile all'uomo capace, passando attraverso lo
sforzo, la tensione, l'attitudine, ma soprattutto la relazione con altri,
poiché, proprio la fallibilità e la capacità, incastonate nella polisemia
dell'essere, rivelano già la necessità fondante dell'alterità. Ciascun soggetto
si fa autenticamente persona solo conciliando la sua aspirazione alla vita
compiuta con l'originaria apertura all'altro: la persona come capacità
d'incontro e la reciprocità come essenza della relazione.
Ecco perché la
libertà intesa come servo arbitrio non diviene vuota contraddizione tra potere
e dipendenza, autonomia e relazione, ma incontra il limite dell'altro da sé da
subito, originariamente, quale vincolo imprescindibile. La preziosità
dell'umano si accompagna alla sua fragilità e ad una relazionalità che rivela
la cooriginarietà di sé e altro da sé.
È il medesimo vettore
che guida Ricoeur nella sua ulteriore riflessione politica: il paradosso del
potere non conduce alla sterilità dell'aporia ma si rivela produttivo nella
misura in cui investe in due itinerari possibili: dalla violenza del potere al
suo connotato partecipativo; dalla violenza della pena alla sua natura
ricostruttiva del legame sociale. Il politico deve configurarsi come lo spazio
in cui la reciprocità dei legami raggiunge la sua portata più ampia, includendo
anche l'asimmetria dei ruoli e coinvolgendo il terzo lontano e distante. Ciò
porta con sé una nuova gerarchia nella considerazione del rapporto tra intimo e
pubblico, privato e sociale, in quanto l'individuo non risulta formato
interamente prima del suo ingresso in società e trova anzi nel politico un
servizio reso alla sua fallibilità e alla sua potenzialità. Solamente in questo
contesto il potere su del politico
può divenire poter-in-comune e
perdere il suo connotato mistico e mitico. Centrale in questo senso è il valore
del legame sociale, che costituisce il nuovo soggetto della riflessione sulla
giustizia: il riferimento che offre pienezza ad una equa distribuzione e
consente di far incontrare le problematiche della vittima, del colpevole e
della legge. Ricoeur, da questo punto di vista, tratteggia la possibilità di un
fondamento altro del diritto, che non sia riconducibile né alla sola auctoritas che pone le norme, né alla
eteronomia del diritto, quanto piuttosto alla relazione. Solamente su questo
sfondo si può riuscire a tenere insieme la sfera del colpevole, quella della
vittima e quella della legge.
Si coglie a questo
punto tutta la pertinenza antropologica della dinamica politica in Paul
Ricoeur, nel momento in cui ci accorgiamo che in fondo la prossimità diviene il
caso limite e il sociale l'orizzonte che assegna senso e completezza
all'intimo. La politica garantisce allora non solamente continuità tra
prossimità ed estraneità, ma un legame nuovo che ”recupera per questa via la
sua funzione alla vita personale”[74]:
l'uomo non può eludere la politica perché altrimenti elude la propria umanità,
nella sua grandezza e colpevolezza. Avviene cioè solo in tale ottica la
definitiva trasfigurazione del politico, liberato dalla prigionia di un
paradosso che rischiava altrimenti di divenire aporetico: il potere sull'altro
da sé diventa piuttosto offerta del sé, in virtù di un terzo che solamente ora
può assumere quella densità che lo salva da un deriva hobbesiana.
Infine è necessario
provare ad andare oltre Ricoeur, senza limitarsi ad un'accettazione inevitabile
della dialettica e del paradosso che la muove, ma richiamandosi, in virtù di
una reciprocità costitutiva e in nome di una reciprocità da costruire, a quel
«noi originario» che domanda una solida ontologia della relazionalità, per attestare
la non originarietà della violenza.
È
questa la sfida sulla quale mi fermo, concernente la possibilità di rinvenire
una sorta di benevolenza legata alla somiglianza tra uomo e uomo e ad un debito
di riconoscimento che dobbiamo assolvere l'un l'altro per realizzarci
autenticamente e pienamente; dinanzi a tale sfida, però, sembra necessario un
nuovo fondamento, in un noi lontano da ogni fusione organicistica e da ogni
stantio sostanzialismo, che sia origine della nostra natura, fondamento dei
nostri diritti, possibilità di una costruzione pacifica del legame sociale. Se
è possibile pensare la reciprocità a tal punto vasta da includere una
dissimmetria originaria, come già è quella di me a me stesso, e una
dissimmetria di ruoli, come quella che mi segna nei confronti dei diversi volti
dell'altro, non è forse che nella relazione con altri, in un noi da rinnovare
quotidianamente, lontano dalla tentazione del male e della violenza, troviamo
anche il compito etico e politico del nostro impegno? Nasce e può nascere solo
su questo sfondo l'idea di una anteriorità
del noi, che risulta il referto primario del vissuto, che mi completa e mi
obbliga, e che l'ultimo Ricoeur esprime ricorrendo alla figura del mutuo
riconoscimento: una mutualità che ci origina, nella misura in cui vi siamo
immersi e indebitati, e una mutualità che ci obbliga, nella misura in cui è
chiamata a tutelare l'insostituibilità di ciascuno.
Come
Ricoeur ha cercato di superare i paradossi del politico, oltre lo stallo della
dialettica tra forza e violenza, trovando un ancoraggio nuovo nell'abbandono di
ogni matrice individualistica, così noi oggi siamo chiamati ad assumerci la
responsabilità di una riflessione politica che chiede una matura e compiuta
ontologia dell'interrelazionalità investendo nei termini di una tensione e di
una intenzionalità costituente, che non abbia timore dell'ontologia.
Nell'ottica di questi
spunti e di tali sfide l'esplicazione dei due paradossi della libertà – quello
individuale e quello politico – non si arena nella tragedia dello stallo, ma
nell'epica di un investimento che cerca una conciliazione tra libertà,
fragilità e responsabilità, la quale non conduca ad un divorzio tra libertà e
politica, ma anzi ritrovi nei meandri del privato le medesime dinamiche del pubblico,
in nome dell'impossibilità di ottenere un potere assoluto dell'uomo su se
stesso così come sugli altri e della necessità di svelare quella reciprocità
originaria che ci costituisce e ci obbliga. Non solo, dunque, una libertà
assoluta che sia affrancamento dalla politica; non solo, dunque, una libertà
imposta che sia vittima della politica, bensì una libertà serva e responsabile
che sola può raccordare l'umanità dell'uomo e la sua politicità, perché capace
di misurarsi con il limite e di comprendere la propria dipendenza.
[1] P. Ricoeur, Filosofia della volontà 1. Il volontario e l'involontario, trad.
it. di M. Bonato, Marietti, Genova 1990, p. 349.
[2] Id., Il paradosso politico, in La
questione del potere. L'uomo non-violento e la sua presenza nella storia,
trad. it. di A. Rosselli, Costantino Marco Editore, Lungro di Cosenza 1992, p.
79.
[3] Id., Filosofia della volontà 1, cit., p. 478.
[4] Cfr. Ivi, p. 45.
[5] Cfr. Ivi, p. 337.
[6] Ivi, p. 11.
[7] Ivi, p. 9.
[8] “L'uomo è
uomo – scrive ancora Ricoeur - perché ha il potere di far fronte ai bisogni e
talvolta di sacrificarli. Questo deve essere costituzionalmente possibile, cioè
iscritto nella natura stessa del bisogno. Se non posso disporre del bisogno
come mancanza, posso respingerlo come ragione di agire. E' in questa prova
estrema che l'uomo mostra la sua umanità […]. La non soddisfazione dei bisogni
può non soltanto essere accettata, ma essere scelta sistematicamente” (Ivi, p. 95).
[9] Ivi, p. 136.
[10] Cfr. M. Chiodi, Il cammino della libertà. Fenomenologia, ermeneutica, ontologia della
libertà nella ricerca filosofica di Paul Ricoeur, Morcelliana, Brescia
1990, p. 153.
[11] Così
Ricoeur: “il momento di fragilità della coscienza in generale era, come si
ricorderà, l'immaginazione trascendentale, intellettuale e sensibile ad un
tempo; ma l'immaginazione trascendentale, punto cieco della conoscenza, si
superava intenzionalmente in ciò che le era di fronte (la cosa); anche la
sintesi della parola e dell'apparenza è sintesi nella cosa, o, piuttosto,
nell'oggettività della cosa. Il secondo momento di fragilità era quello del
rispetto; esso corrispondeva al progetto del sé, della persona; ma la
costituzione paradossale, sproporzionata, del rispetto si superava
intenzionalmente nella rappresentazione della persona che era ancora una specie
di sintesi oggettiva e «oggettuale». Il «cuore», l'animo, è il momento fragile
per eccellenza; il cuore inquieto; in lui s'interiorizzano tutte le
sproporzioni che abbiamo visto culminare nella sproporzione della felicità e
del carattere” (P. Ricoeur, Finitudine e colpa, trad. it. di M.
Girardet, Finitudine e colpa, Il
Mulino, Bologna 1970, pp. 164-165).
[12] Ivi, p. 241.
[13] “Il male
non è nulla, non è semplice mancanza, semplice assenza d'ordine, ma è la
potenza delle tenebre, è «posto»; in questo senso è qualcosa da «togliere»” (Ivi, p. 413). Così a tal proposito in La natura e la regola: “la radicalità
del male è in sovrimpressione sull'originalità del bene” (J.P. Changeux, P. Ricoeur, La natura e la regola. Alle radici del
pensiero, tr. it. M. Basile, Raffaello Cortina Editore, Milano 1999, p.
293).
[14] P. Ricoeur, La libertà e il male, tr. it. F. Turoldo, in AA.VV., La libertà del bene, a cura di C. Vigna,
Vita e Pensiero, Milano 1998, p. 29.
[15] Ibidem.
[16] Ivi, p. 61.
[17] Così
Chiodi: “la fragilità è il punto di minore resistenza, da cui è più facile per
il male penetrare nell'uomo” (Chiodi,
ll cammino della libertà, cit., p.
156).
[18] “Ciò vuol
dire che il male non è esteriore all'uomo, ma trae origine dalla sua
sproporzione. Esso nasce a partire dalla fragilità dell'uomo” (Ibidem).
[19] “Questo
originario innocente è la fallibilità senza la colpa e questa fallibilità è
solo fragilità, debolezza e niente affatto caduta” (Ibidem).
[20] “In tal
modo, la sproporzione nell'uomo risulta essere il suo potere di fallire.
Inversamente, a questo punto, il male appare sotto un'altra valenza: non più
come un salto, ma come una sorta di compimento della debolezza umana” (Ivi, p. 152).
[21] O. Aime, Senso e essere. La filosofia riflessiva di Paul Ricoeur, Cittadella
Editrice, Assisi 2007, p. 18.
[22] Ibidem.
[23] Cfr. Ivi, p.
19.
[24] Ricoeur
parla di un'impossibilità di un accesso diretto all'esperienza del male e ciò
motiva la sua attenzione per una simbolica del male, che costituisce al tempo
stesso l'origine e l'approdo di una riflessione che voglia rendere conto di
come il male sia entrato nel mondo
attraverso l'uomo. La “porta stretta” attraverso la quale si insinua il male
non può illuminare l'origine del male stesso, che resta un mistero insondabile:
di fronte ad esso il registro della spiegazione lascia il posto a quello del
simbolo, la dimostrazione cede al mito, la comprensione si limita
all'allegoria. Si può provare a rendere conto del pervertimento storico della
finitudine, ma non della tragicità del male, che il mito può raccontare e
nessun sistema spiegare: si può pensare il male a partire dal simbolo e
riflettere sul male nell'ottica di una demitologizzazione ermeneutica. In
questa ottica si giustifica il molto spazio che il filosofo francese ha
dedicato alla narrazione mitica della colpa, quale unica via percorribile.
[25] Ricoeur, Finitudine e colpa, cit., p. 242. Emerge già un concetto, quello di
“capacità”, inteso come “esperienza di un potere che s'impadronisce dell'uomo”
(Ivi, p. 320), il quale sarà
particolarmente centrale, sia all'interno della strutturazione generale delle
argomentazioni del filosofo francese, sia, in particolare, nello sviluppo della
mia analisi. Traspare da queste affermazioni quello che è il problema
principale, a mio avviso, della riflessione ricoeuriana e che ritroveremo
costantemente riemergere man mano che verranno sviluppate le diverse direzioni
della sua prospettiva: quale matrice può vantare una solidità tale da sostenere
la priorità e l'originarietà del potere
di riuscire rispetto al potere di fallire?
Quale fondamento ontologico, non solo consapevolmente assunto, ma
teoreticamente affrontato, si può candidare a giustificare l'opzione per la capacità positiva piuttosto che per la capacità negativa?
[26] Id., Filosofia della volontà 1, cit., p. 349.
[27] Aime, Senso e essere, cit., p. 31.
[28] Ivi, p. 54.
[29] Cfr. Ricoeur, La libertà e il male, cit., p. 21.
[30] Ibidem.
[31] Ivi, p. 28.
[32] Id., Finitudine e colpa, cit., p. 62.
[33] Ibidem.
[34] Cfr. Id., Filosofia della volontà 1, cit., pp. 29-30. “Sono io che mi rendo schiavo, io do a me stesso la colpa che mi toglie il dominio di me stesso” (Ivi, p. 30).
[35] Cfr. Chiodi, Il cammino della libertà, cit., pp. 128-132.
[36] Ricoeur, Finitudine e colpa, cit., p. 409.
[37] Cfr. Id., La libertà e il male, cit., p. 31.
[38] Chiodi, Il cammino della libertà, cit., p. 181.
[39] Cfr. Ricoeur, Finitudine e colpa, cit., p. 140.
[40] Ivi, p. 234.
[41] L. Altieri,
“Je est un autre”, “Je est un autre”. Una lettura del Parcours de la Reconnaissance di Paul Ricoeur, «Per la filosofia. Filosofia e insegnamento», 61
(2004), p. 96.
[42] L. Pialli, Fenomenologia del fragile: fallibilità e vulnerabilità tra Ricoeur e
Levinas, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1998, p. 50.
[43] O. Mongin, Il concetto di attestazione, in AA.VV., L'io dell'altro. Confronto con Paul Ricoeur, a cura di A. Danese,
Marietti, Genova 1993, p. 47.
[44] A. Rigobello, Impegno ontologico e maieutica dell'altro, in AA.VV., L'io dell'altro. Confronto con Paul Ricoeur,
a cura di A. Danese, Marietti, Genova 1993, p. 69.
[45] Con “lo
Stato compare una qualche violenza
che ha i caratteri della legittimità”
(P. Ricoeur, Le problème de la violence, «Foi et education», 40 (1957), p. 8).
[46] Id., Le sfide e le speranze del nostro comune futuro, in Persona, comunità e istituzioni. Dialettica
tra giustizia e amore, ECP, San Domenico di Fiesole 1994, p. 113.
[47] Ivi, p. 114.
[48] Ibidem.
[49] Id., Sé come un altro, trad. it. di D. Iannotta, Jaca Book, Milano 1993,
p. 363.
[50] Id
La persona: sviluppo morale e politico, trad. it. di G. Piana, in AA.VV., L'idea di persona, a cura di V.
Melchiorre, Vita e Pensiero, Milano 1996, p. 172.
[51] Id., Stato e violenza, in La
questione del potere, cit., pp. 41-42.
[52] Mi limito
a rinviare, per quanto concerne questo tema, al saggio Interpretazione del mito della pena, edito in Id., Il conflitto delle interpretazioni, tr. it. R. Balzarotti, F.
Botturi, G. Colombo, Jaca Book, Milano 1977.
[53] Pialli, Fenomenologia del fragile, cit., p. 83.
[54] B. Pascal, Pensieri, opuscoli e lettere, trad. it. di A. Bausola, Rusconi,
Milano 1978, fr. 238, pp. 489-490. Non si tratta a mio avviso di una simile
coincidenza e di un mio uso “strumentale” della parole di Pascal, ma ritengo
piuttosto che ci troviamo di fronte all'ennesimo punto di contatto di
un'influenza, quella pascaliana su Ricoeur, che ritengo fondamentale pur se non
così esplicitamente dichiarata, e che senza dubbio meriterebbe un'attenzione
più attenta e approfondita.
[55] P. Ricoeur, L'atto di giudicare, in Il
Giusto. Vol. 1, trad. it. di D. Iannotta, Effatà Editrice, Cantalupa
(Torino) 2005, p. 193.
[56] Id., Interpretazione del mito della pena, cit., p. 368.
[57] Id., La memoria, la storia, l'oblio, trad. it. di D. Iannotta, Raffaello
Cortina, Milano 2003, p. 314.
[58] Id., Finitudine e colpa, cit., p. 210.
[59] Chiodi, Il cammino della libertà, cit., p. 538.
[60] Id., Il paradosso politico, in La
questione del potere, cit., p. 70.
[61] Id., Le conflit: signe de contradiction ou
d'unité?, in AA.VV., Contribution et
conflits: naissance d'une société, Chronique sociale de France, Lyon 1971,
p. 201.
[62] S. Ricotta, Giustizia, intersoggettività, istituzioni, in AA.VV., Forme della reciprocità, a cura di Luigi
Alici, Il Mulino, Bologna 2004, p. 230.
[63] Ivi, p. 209.
[64] Ivi, p. 216.
[65] P. Ricoeur, La persona: sviluppo morale e politico, cit., p. 166.
[66] Ivi, p. 173.
[67] Ivi, p. 166.
[68] Ivi, p. 167.
[69] Chiodi, Il cammino della libertà, cit., p. 536.
[70] Cfr. P. Ricoeur, Etica e politica, in Dal
testo all'azione. Saggi di ermeneutica, trad. it. di G. Grampa, Jaca Book,
Milano 1989, p. 386.
[71] Cfr. Id., Stato e violenza, cit., p. 42.
[72] Id., Etica e politica, cit., p. 389.
[73] Id., Les aventures de l'Etat et la tâche des
chrétiens, «Christianisme social», 66 (1958), p. 457.
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