SEMINARI E CONVEGNI BICENTENARIO DELLA NASCITA DI JOHN STUART MILL 22-11-2006 IAN CARTER GLI SCOPI DELL'ESISTENZA E IL MILL DI ISAIAH BERLIN
L'utilitarismo è una teoria morale
essenzialmente antipluralista. Per l'utilitarista esiste un unico valore
ultimo, al quale sono riducibili tutti gli altri valori: la felicità. Possiamo
discutere della definizione della felicità – se essa consiste in un semplice
stato mentale di piacere, misurabile secondo il felicific calculus, se
essa è invece una qualità meno omogenea tale che dobbiamo
ponderare i diversi tipi di felicità, o ancora, se si tratta della
soddisfazione di desideri delle persone (incluso anche il desiderio di una
persona di soffrire). Ciò che non si mette in dubbio, comunque,
è l'idea per cui la felicità degli individui (a volte chiamata anche il loro
“benessere” o semplicemente la loro “utilità”) è, alla fine, l'unica cosa che
conta. Certo, ci sono altri scopi nella vita, altre cose a cui miriamo, altri beni rispetto alla felicità. Ma tali beni non
hanno valore se non per il fatto che, per quanto
indirettamente, sono utili al fine di produrre benessere per le persone. Così,
valori politici quali l'eguaglianza, la giustizia, la libertà, e anche valori
personali quali l'amore, la famiglia, la carriera, sono tutti riducibili, in quanto valori, all'utilità. Sono valori perché sono
strumentali alla produzione di utilità. Nel momento in
cui cessano di produrre utilità, cessano di essere dei valori.
Per l'utilitarista classico, sia
nel caso in cui siamo motivati dall'autointeresse sia in quello in cui abbiamo
lo scopo morale di perseguire imparzialmente gli interessi di
tutti, il fine dell'azione deve essere la massimizzazione dell'utilità –
rispettivamente, la massimizzazione dell'utilità di noi stessi o la massimizzazione
di quella della collettività. Inoltre, dal momento che il fine dell'esistenza
umana è uno solo, non esistono conflitti tra valori. Certo non di rado
gli esseri umani si sentono costretti a scegliere tra valori fra loro in
conflitto – per esempio, fra i fini politici della libertà e dell'eguaglianza,
o fra i fini personali della famiglia e della carriera – ma in realtà, non
trattandosi di altro che beni che producono utilità in quantità variabili,
l'individuo deve solo fare un calcolo per vedere quale dei due beni “in
conflitto” produce maggiore utilità nella situazione concreta in cui si trova,
e scegliere di realizzare quel bene piuttosto che l'altro. L'idea comune per cui, compiendo l'azione che produce maggiore utilità,
finiamo per sacrificare un valore per un altro, non è altro che una reazione
emotiva e irrazionale alla necessità della scelta (individuale o morale) –
reazione che scambia erroneamente i beni strumentali per dei valori intrinseci.
Non vi è nessuna perdita di valore in una scelta che massimizza l'utilità; vi è
solo la perdita di un qualche bene strumentale che, in maniera contingente, si
è trovato in una certa situazione concreta a non essere utile, perché
concorreva con un altro bene maggiormente produttivo di utilità.
John Stuart Mill abbracciava questa
visione degli scopi dell'esistenza umana? Molti aspetti sia della sua vita e
del suo pensiero suggeriscono una risposta affermativa. Spesso, infatti, Mill viene collocato senza ulteriore qualifica al centro di un
filone di pensiero inglese che, benché liberale in senso politico, pone il
benessere come unico fine moralmente valido e, in questo senso, rifiuta il
pluralismo dei valori. I suoi mentori più forti sono Jeremy Bentham e il padre
James Mill, la cui visione razionale e utilitaristica dell'agire morale Mill
afferma di aver ereditato e le cui dottrine non ha mai ripudiato
esplicitamente. Nonostante Mill difenda con passione ideali politici diversi
dal benessere – i casi più noti sono quelli della
libertà di espressione e dell'emancipazione femminile – egli cerca sempre di
ricondurli esplicitamente all'utilità generale che, nel lungo andare, sarebbe
favorita dalla loro realizzazione.
Anche gli utilitaristi di oggi – sebbene meno numerosi di una volta ce ne sono
ancora nel campo della filosofia politica e soprattutto nell'economia del
benessere – dichiarano spesso di ispirarsi a Mill nel riconoscere la necessità
di accordare un certo peso normativo alle pretese degli individui al
riconoscimento dei loro diritti e delle loro libertà. Tuttavia, con poche
eccezioni, tale apprezzamento milliano della libertà e dei diritti non viene accompagnata da dubbi di natura fondamentale sullo
sfondo teorico monista, e in tutto ciò essi non vedono nulla di
contraddittorio.
Isaiah Berlin ci ha dipinto
un'immagine diversa di Mill (vedi John Stuart Mill e gli scopi
dell'esistenza, in I. Berlin, Libertà, Feltrinelli, Milano 2005; i
numeri di pagina citati in seguito si riferiscono a questo saggio). Sulle
questioni del primato dell'utilità e del conflitto tra valori, benché la
maggior parte delle affermazioni esplicite di Mill suggeriscano
le risposte dell'utilitarismo classico (o di qualche variante milliana di tale
dottrina), un'altra voce di Mill – una voce più nascosta ma anche più consona
al suo carattere e ai valori che aveva maggiormente a cuore – si può sentire
sia nella condotta della sua vita personale, sia negli stili di argomentazione
e le prese di posizione sostanziali in scritti quali il Saggio sulla libertà.
Berlin ammette che, se chiedessimo a Mill stesso quali
sono gli scopi ultimi dell'esistenza umana, egli risponderebbe in maniera
utilitaristica: direbbe che l'unico fine ultimo è la felicità e che ogni altro
bene è un mezzo per la felicità. Ciononostante, secondo Berlin l'aspetto della
vita umana che Mill valorizza maggiormente è non tanto la
produzione di benessere quanto la varietà e la ricchezza dello sviluppo
della personalità umana in tutti i suoi diversi aspetti. In questo senso, egli nutre sentimenti vicini a quelli degli individualisti
romantici dell'ottocento, apprezzando l'unicità degli individui, i tratti che
rendono ogni individuo diverso dagli altri e in qualche modo speciale.
Viceversa, i disvalori per Mill, sempre seguendo Berlin, risultano essere non
tanto il dolore, la sofferenza o la non soddisfazione dei desideri, come sarebbero stati per gli utilitaristi classici, quanto gli
opposti dei valori appena citati: l'uniformità (vedi il lamento famoso nel Saggio
sulla libertà del fatto che, sempre di più, gli esseri umani leggono gli
stessi libri, fanno le stesse cose, vedono le stesse cose …); la conformità
(una delle principali fonti di preoccupazione per Mill è la pressione sociale
in tal senso); l'ordine (vedi il disprezzo di Mill per chi pianta gli alberi in
fila e li taglia in modo da renderli uniformi); lo schiacciamento della
personalità umana in un modello predefinito (una deliberata malformazione che
Mill paragona in maniera suggestiva a quella che veniva inflitta ai piedi delle
signore cinesi).
Per Berlin, questa voce alternativa non è certo quella dell'utilitarismo
classico. Nonostante Mill continui ad affermare l'empirismo dei suoi maestri
Bentham e James Mill, e nonostante si opponga, come loro, a
ogni forma di dogmatismo e trascendentalismo, a un certo punto del proprio
sviluppo intellettuale ed emotivo egli abbandona, implicitamente se non
esplicitamente, le premesse secondo le quali l'utilità è l'unico valore
intrinseco e l'agire razionale si basa soltanto sul calcolo dei gradi di
utilità prodotti dalle varie alternative a disposizione. Ci sono altri valori
intrinseci, quali l'individualità e la diversità, la spontaneità e la libertà,
la verità e la giustizia. Il vero Mill è, dunque, un pluralista che accetta la
realtà del conflitto morale.
A sostegno della sua interpretazione
Berlin cita, oltre alla serie ben nota di affermazioni
libertarie nel Saggio sulla libertà (alcune delle quali abbiamo appena
ricordato), le campagne politiche condotte da Mill stesso. Mill ha combattuto,
per esempio, a favore dei diritti dei popoli coloniali di autogovernarsi,
della libertà di parola a Hyde Park, e della legislazione a favore degli
operai. “Ciò che è comune a tutte queste cause non è un presunto nesso diretto
con il principio della massima felicità”, scrive Berlin, ma la connessione con
la libertà e la tolleranza: “il fatto di ruotare,
invariabilmente, attorno al problema dei diritti umani” (p. 230). Il valore
fondamentale che motiva tali politiche è, per il Mill di Berlin, quello di
aumentare le opportunità a disposizione delle persone, e con queste le
possibilità di esplorare nuove forme di vita e di rivalutare ed eventualmente
anche cambiare il proprio carattere.
Perché Mill non può rispondere a questa insistenza da parte di Berlin sull'importanza, nelle
sue azioni e nel suo pensiero, dei valori della libertà, dell'individualità e
della diversità, semplicemente sottolineando ancora una volta il valore strumentale
di questi ultimi come mezzi per l'utilità sociale? Come abbiamo già detto, è
certamente possibile per l'utilitarista affermare altri valori – in particolare valori politici quali la libertà,
l'eguaglianza e la giustizia – come valori intermedi, valori che
impongono agli individui certe strutture di vincoli che hanno come conseguenze
tipiche certi comportamenti che favoriscono, nel lungo andare, aumenti della
somma di felicità umana nel mondo.
La replica di Berlin consiste
nell'osservare che le argomentazioni utilitaristiche di Mill a favore della
libertà (e a favore di altri valori affini) sono in
molte parti estremamente deboli. Cerchiamo ora di chiarire il modo in
cui, secondo Berlin, tale osservazione possa rivelare
qualcosa di interessante sulle opinioni in materia di valore del “vero Mill”.
Prendiamo in considerazione, come
esempio illustrativo, il commento di Berlin sull'argomento di Mill che collega
tolleranza e verità. La tolleranza e la discussione aperta, inclusa la
discussione libera di idee che giudichiamo sbagliate o
immorali, portano benefici, secondo Mill, perché lo scontro aperto ma civile
tra idee contrastanti rappresenta la via migliore verso la scoperta della
verità, e l'emergere della verità nella società tende a portare, a sua volta, a
incrementi di utilità sociale. Il presunto legame empirico tra libertà e
progresso scientifico e morale ha avuto una certa
presa sull'immaginazione liberale, perfino nel novecento (si pensi, ad esempio,
agli scritti di Karl Popper). Tuttavia, come spiega Berlin, mentre l'incontro
aperto delle idee e la concorrenza tra loro può essere
una condizione necessaria dell'emergere della verità, esso potrebbe non
costituirne una condizione sufficiente: “può accadere che la verità resti in
fondo al pozzo e che nel frattempo vinca la causa peggiore, con danni enormi
per il genere umano” (p. 238). Siamo così sicuri che in ogni situazione in cui,
per esempio, si scontrano liberamente opinioni razziste e progressiste, vincerà
il lato progressista? Siamo proprio certi che “nelle società liberali i
demagoghi e i bugiardi, le canaglie e gli individui accecati dal fanatismo vengono fermati in tempo, e alla fine confutati?” (p. 238). Se nello scontro aperto delle idee finirà per prevalere il
lato razzista, i progressisti dovranno convertirsi al razzismo? O possono concludere, in maniera più plausibile dal loro punto di
vista, che lo scontro aperto delle idee non permette sempre che vincano le idee
migliori?
L'esempio di argomentazione
appena discussa illustra una strategia più volte adoperata da Berlin nel
sollevare dubbi sulle presunte motivazioni utilitaristiche di Mill. Ogni
argomentazione di stampo utilitaristico a favore di una certa azione o politica
deve basarsi su certe tesi empiriche riguardo ciò che
tenderà, in date situazioni concrete, a massimizzare l'utilità. Di conseguenza,
possiamo sempre porre all'utilitarista la seguente domanda: “Se tali tesi
empiriche si rivelassero, per qualche motivo, false, allora abbandoneresti tale
azione o politica?”. Se si tratta di un vero utilitarista, a
una simile domanda egli dovrebbe rispondere in maniera affermativa: l'utilità
viene massimizzata attraverso questa azione solo in quelle
circostanze empiriche; dunque, se le circostanze empiriche fossero diverse,
sarebbe probabilmente un'altra azione a massimizzare l'utilità. La stessa
domanda si può porre anche a Mill, in reazione alla sua giustificazione della
libertà attraverso il legame empirico tra tolleranza e
emergenza della verità: “Immaginiamo delle circostanze specifiche in cui
sappiamo che lo scontro aperto delle idee non porterebbe all'emergere
della verità, o almeno delle circostanze in cui il bilancio delle probabilità
suggerisce che non lo farebbe. In questo caso, saresti contro la
libertà di parola?” Certo Mill può rispondere che tali circostanze non si verificano mai nel nostro mondo. Tuttavia, siamo capaci
di immaginare un mondo, diverso dal nostro mondo ma abitato comunque da esseri umani come noi, in cui tali circostanze
si verificano. Dunque, non è privo di senso chiederci
quale azione favoriremmo in tale mondo. Se la
domanda non è priva di senso, Mill è tenuto a rispondere. Formulata in questi
termini, la tesi di Berlin è che, se accettasse di compiere un simile
esperimento mentale, Mill dovrebbe ammettere di favorire la libertà di parola
anche a prescindere dalle conseguenze. Ammetterebbe che per lui la libertà
individuale è una questione di principio, non solo un
modo per massimizzare l'utilità sociale.
Lo stesso non si può dire di
Bentham o James Mill. Come scrive Berlin, questi “credevano nell'educazione e
nella legislazione come vie verso la felicità; ma se fosse scoperta una via più
breve, sotto forma di pillole da ingoiare … essi avrebbero benissimo potuto
accettare questa scoperta come un'alternativa
migliore, perché più efficace …” (p. 227). Per il Mill di Berlin, invece,
l'educazione e il perseguimento della verità, come la libertà e la giustizia,
sembrano avere valore anche laddove non massimizzino la felicità: dopo tutto,
meglio essere un Socrate insoddisfatto che un maiale
soddisfatto.
Ecco un altro esempio della stessa
strategia argomentativa: è possibile almeno in principio per un
utilitarista classico accettare la tesi conservatrice
secondo la quale è meglio concentrarci sulla preservazione dei benefici
esistenti perché di fatto, data la nostra incertezza e fallibilità, la
probabilità di effettuare miglioramenti attraverso i cambiamenti sociali è
minore di quella di produrre danni. Al contrario, “Mill avrebbe rifiutato senza
esitare un simile argomento” (p. 232, corsivo mio). Il vero utilitarista
può confutare la tesi conservatrice solo sulla base
del rigetto della sua premessa fattuale (la probabilità di produrre danni
piuttosto che miglioramenti). Secondo Berlin la confutazione di Mill è
piuttosto un rifiuto di principio, che dà per scontato il valore della
riforma in direzione liberale.
Vi è un famoso esempio di argomento anti-utilitarista che vale la pena di citare in
questo contesto, perché esso presenta una struttura esattamente analoga a
quella delle argomentazioni appena menzionate di Berlin. Si tratta
dell'argomento fornito da Robert Nozick nel terzo capitolo di
Anarchia, stato e utopia. Il filosofo americano ci chiede di
immaginare una macchina – la “macchina dell'esperienza” – che ci permetterebbe
di avere tutte le esperienze che vogliamo. Basta programmare la macchina con i
propri desideri (per esempio, di mangiare i pasti più buoni del mondo, di
vedere tutti i migliori film, di diventare un calciatore famoso, di vincere il
premio Nobel …), attaccare gli elettrodi alla propria testa e vivere il resto della vita legati alla macchina. La macchina farà
sì che l'individuo attaccato abbia l'esperienza di fare tutte queste
cose, mentre nella realtà egli non farà niente.
Come nel caso
appena citato dell'ipotetica “pillola da ingoiare”, l'effetto dell'esercizio
mentale di immaginarsi attaccati alla macchina dell'esperienza è quello di isolare
quel valore che l'utilitarista classico sostiene come unico valore intrinseco
(l'esperienza della felicità) da tutte le altre cose apparentemente buone che,
nel nostro mondo, tendono ad accadere insieme a quel valore – cose come
l'autonomia, il fatto di compiere delle azioni, il fatto di formare e mettere
in atto un piano di vita. Se queste altre cose hanno un valore per
l'utilitarista, esso deriva interamente dall'unico valore intrinseco
(l'esperienza della felicità). Dunque, il vero
utilitarista non dovrebbe sentire nessuna perdita di valore attaccandosi alla
macchina. Rifiutando un mondo in cui le persone si attaccano a macchine
dell'esperienza, scopriamo, se non lo sapevamo già, di non essere degli
utilitaristi. Se sapevamo già di non essere
utilitaristi, scopriamo esattamente perché.
Esempi come quello di Nozick mostrano l'importanza, per i filosofi morali e politici, di
costruire modelli di pensiero discostati da mere interpretazioni della realtà
storica – l'importanza di immaginare che i fatti siano diversi, manipolando
tali fatti in modo da realizzare in maniera ipotetica solo certi valori e non
altri. Frainteso da alcuni filosofi storicisti come
eccessivamente “astratto”, tale metodo aiuta a mostrarci la struttura di un
sistema di valori storicamente affermato. Proprio
interrogandoci sul valore di mondi che sappiamo non esistere e perfino non
poter esistere, possiamo chiarirci le idee su quali sono i valori fondamentali
per noi in questo mondo. Naturalmente, maggiore è la precisione
analitica con cui i modelli irrealistici vengono
costruiti, maggiore è la loro efficacia nel chiarire la struttura dei valori
che di fatto noi affermiamo.
Torniamo al Mill di Berlin, che abbiamo lasciato di fronte al seguente dilemma: se continua
ad abbracciare l'utilitarismo, dovrà ammettere che in certe circostanze
empiriche sarebbe contrario alla libertà, e questo è probabilmente per lui
controintuitivo; se, invece, afferma il valore della libertà in ogni
circostanza empirica, dovrà abbandonare l'utilitarismo e affermare il valore
intrinseco della libertà.
A mio avviso, l'ammissione
antilibertaria di voler sopprimere la libertà (nel caso in cui essa non
favorisse l'emergere della verità), non è l'unica risposta riconoscibilmente
utilitarista a disposizione di Mill. Vi è un altro modo di rispondere agli
esperimenti mentali della pillola della felicità e
della macchina dell'esperienza, che non costringe ad ammettere che la libertà
ha valore intrinseco. Mill può affermare che la libertà (o la diversità, o
l'individualità, o l'educazione …) ha valore solo in quanto
contribuisce alla felicità, ma allo stesso tempo negare che simili obiettivi
secondari siano tali in quanto mezzi per la felicità. Esiste una terza
via tra valore intrinseco e valore meramente strumentale: la tesi di Mill sul
rapporto fra gli obiettivi secondari e il valore ultimo della felicità può
essere non tanto che i primi sono mezzi al secondo – una tesi causale che
pone un rapporto contingente tra valori – quanto che i primi costituiscono,
in parte, il secondo – una tesi analitica che pone un rapporto concettuale tra
valori.
In questa terza ottica, più vicina
forse a una prospettiva aristotelica sui fini della
vita, la felicità viene concepita come un valore complesso, che consiste
nella realizzazione della libertà, della diversità, del pieno sviluppo
delle facoltà dell'individuo, e così via. Se crediamo
che la libertà abbia “valore costitutivo” in questo senso, anziché valore
meramente strumentale, allora quando ci chiediamo “perché” la libertà ha
valore, la nostra risposta non deve necessariamente fare riferimento alle
condizioni della felicità in senso causale, ma può individuare delle condizioni
della felicità in senso costitutivo. Così, alla domanda se preferiremmo la
pillola della felicità rispetto all'educazione, o se preferiremmo attaccarci
alla macchina dell'esperienza anziché tentare di vivere le nostre vite in
maniera autonoma, possiamo rispondere in negativo, e senza per questo affermare
necessariamente che l'educazione o la libertà hanno un
valore intrinseco. La ragione perché rifiuteremmo la pillola
o la macchina dell'esperienza può stare, invece, nel fatto che i valori
secondari (della libertà, dell'autonomia, dell'educazione …) fanno parte
di ciò che noi consideriamo felicità. Dunque, per definizione la
pillola o la macchina dell'esperienza non possono
rendere felici. Viceversa, non può esistere un mondo completamente infelice se
tale mondo contiene educazione e libertà; e ciò è vero non in senso causale, ma
in base alla definizione della felicità.
Non è
implausibile ipotizzare una tale risposta da parte di Mill. Come nota
Berlin stesso, egli crede che la felicità sia un valore “complesso o
indefinito”, realizzabile attraverso la soddisfazione di desideri di tipi diversi
e anche imprevedibili. Scrive Mill, nel terzo capitolo del Saggio sulla
libertà: “Gli uomini sono così diversi nei loro motivi di gioia, nelle
sensibilità al dolore, nel modo e nei mezzi, fisici e morali, in cui li esplicano, che se non esiste una corrispondente diversità
nei loro modi di vivere non ottengono la felicità che spetta loro …”. Lo stesso
Berlin riconosce questa complessità della concezione milliana della felicità, e
accenna indirettamente all'idea del valore costitutivo dei suoi elementi. Berlin
afferma che per Mill, a differenza di Bentham, esistono fini quali l'onore, la
dignità, la coltivazione di se stessi, l'amore per la bellezza, e così via. Ma tali fini sono da interpretare come “altrettanti
strumenti di un singolo fine universale, la felicità? O
sono forse sue specie? Mill non lo dice mai chiaramente” (p. 231,
corsivo mio). L'idea per cui la felicità sia troppo
complessa e indeterminata da perseguire direttamente, con la conseguenza che
essa andrebbe perseguita solo attraverso obiettivi secondari, è compatibile sia
con l'idea che tali obiettivi abbiano valore strumentale (per quanto
non-specifico), sia con l'idea che abbiano valore come elementi costitutivi
della felicità (cioè, come “sue specie”) – elementi che sono più facilmente comprensibili,
oltre a essere più facilmente e più sicuramente raggiungibili.
Nel suo cenno all'eventuale
risposta del valore costitutivo appena delineata,
Berlin suggerisce, in chiave critica, che essa salva l'utilitarismo solo al
costo di renderlo una teoria vacua. Soprattutto, sembra salvarlo solo al costo
di abbandonare, a tutti gli effetti sebbene non in nome, il monismo valoriale.
Se la felicità consiste nella realizzazione di una pluralità di valori, allora
il “valore complesso” della felicità appare non essere in realtà un singolo
valore, ma un singolo nome che diamo alla pluralità
dei valori. In ogni modo, siamo ormai lontani dalla visione dell'agire morale
sostenuta da Bentham e James Mill, dove l'utilità rappresenta una meta
sufficientemente semplice e specifica da poter permettere il suo raggiungimento
attraverso la ponderazione razionale delle alternative
in termini di tale meta. Di conseguenza, continuare a negare il valore
intrinseco della libertà (o dell'autonomia, o dell'educazione …) sembra porre
Mill di fronte a un altro dilemma: o l'utilitarismo
definisce la felicità in maniera ristretta e determinata (per esempio, come il
piacere nel senso di Bentham), nel qual caso rimane ancora esposto a esempi
controintuitivi come quelle della pillola della felicità o della macchina
dell'esperienza; oppure egli concepisce la felicità in maniera più larga e
indeterminata, in modo da includere tutti quei beni esclusi dalla pillola e
dalla macchina dell'esperienza, nel qual caso non è più così chiaro cosa vuol
dire essere utilitaristi, perché non è più chiaro quali posizioni sul valore
l'utilitarismo esclude.
Mentre è vero che la soluzione del
valore costitutivo degli obiettivi secondari annacqua di molto le pretese
utilitaristiche di Mill, tuttavia non è chiaro che questa concessione apra
automaticamente la porta a una ulteriore tesi
fondamentale sui valori che Berlin ritiene di trovare in Mill leggendo tra le
righe del Saggio sulla libertà. Il pluralismo
radicale, che Berlin difende personalmente e attribuisce anche a Mill,
comporta non solo l'esistenza di una pluralità di fini della vita, ma anche la
realtà di dilemmi morali genuini, di conflitti tra valori essenzialmente
incompatibili, di situazioni in cui l'agente è costretto a compiere “scelte
tragiche” con perdite inevitabili di valore. La ragione di questo
pluralismo radicale dei valori sta, per Berlin, nell'incommensurabilità
dei valori in conflitto. Benché Berlin creda che i diversi
valori morali abbiano una valenza oggettiva, egli ritiene che sia impossibile
trovare una singola scala su cui misurare la loro importanza relativa. I
valori fondamentali non sono confrontabili. Libertà ed eguaglianza, giustizia e
utilità, amore e patria – ci sono situazioni di scelta in cui questi valori
entrano in gioco ma dove non è possibile ponderarli in
termini di relativa importanza. La scelta tra loro è arbitraria, e la perdita
del valore non scelto è tragica e irrimediabile.
Berlin non dice esplicitamente che
Mill crede nell'incommensurabilità dei valori, ma attribuisce a Mill una tesi
equivalente: che non esiste, neanche sul piano puramente teorico, una “risposta
finale” al problema di ordinare i diversi valori in conflitto. Secondo Berlin,
le argomentazioni di Mill sul valore della libertà possono funzionare “solo
partendo da alcuni presupposti fin troppo evidenti in Mill, che egli se ne
rendesse conto o no”. Tra questi, dobbiamo includere il fatto “che la
conoscenza umana è, di principio, sempre incompleta e fallibile; che non
esiste una unica verità visibile a tutti”; che “la
convinzione, comune agli aristotelici, a moltissimi scolastici cristiani e ad
altrettanti atei materialisti, che esista una natura umana fondamentalmente
conoscibile, … è una convinzione sbagliata” (p. 239, corsivo mio). Infatti,
“l'intera concezione milliana della natura dell'uomo risulta
fondata … sul fatto che per lui la vita umana è il luogo dell'incompletezza,
dell'autotrasformazione e della novità perpetua” (p. 240). Così, la natura
dell'uomo è essenzialmente tale che la relativa importanza dei suoi vari fini
nella vita non può essere decisa definitivamente, neanche in via di principio.
Non esistono risposte finali alle questioni sull'importanza dei fini, perché
l'uomo è un essere i cui fini sono non solo molteplici e variegati ma anche necessariamente
incompleti e in continua trasformazione. La commensurabilità dei valori viene esclusa da Berlin, dunque, in base a ciò che egli
ritiene essere la concezione milliana della natura umana.
L'attribuzione a Mill del
pluralismo radicale (nella forma della tesi dell'incommensurabilità dei
vari scopi dell'esistenza) rappresenta un passo in più rispetto
all'interpretazione di Mill come pluralista non radicale –
l'interpretazione per cui Mill riconosceva il valore
non solo strumentale ma anche costitutivo della libertà, dell'individualità,
della varietà, della verità e così via. I vari cenni di Berlin, più o meno espliciti, alla tesi dell'incommensurabilità, vanno dunque
distinti dalle altre ipotesi interpretative trattate finora.
Mill abbracciava una
concezione pluralista della felicità, e in questo senso i fini della vita erano
per lui molti, non uno. Fin qui, Mill rimane un pluralista, ma non
necessariamente un pluralista radicale, perché il fatto di riconoscere che i
diversi fini della vita sono molti non implica necessariamente la tesi per cui tali fini sono incommensurabili tra loro. In
particolare, non lo implica necessariamente se si afferma, come abbiamo visto
avrebbe potuto fare Mill, che i vari fini della vita sono in
realtà costitutivi di un singolo fine complesso e aperto. Se i
vari fini sono fini in virtù del fatto di costituire elementi della felicità,
essi possono essere fini in teoria confrontabili,
proprio in termini del ruolo più o meno importante che ciascuno gioca nella
realizzazione della felicità. Questa osservazione può anche aiutare a
rispondere alla critica di Berlin all'idea della felicità come valore
complesso. Tale tesi non è vacua, anche se essa non è conforme all'utilitarismo
classico: il concetto di felicità serve non solo come un nome che si dà a una pluralità di fini, ma anche come un criterio che
permette, in via di principio, di confrontare la loro relativa importanza. Una
simile interpretazione di Mill rimane incompatibile con la tesi
più radicale di Berlin secondo la quale Mill non riconosce nessun
contenuto determinato al concetto di natura umana, ma non per questo
l'interpretazione è da scartare.
Se la felicità è un valore aperto, è
naturale che lo siano almeno alcuni dei valori secondari che la compongono, e
che tali valori-componenti includano dunque cose come la libertà, la
spontaneità, l'educazione, lo sviluppo della personalità umana in diverse
direzioni, e così via. Tuttavia, finché l'apertura della
felicità è circoscritta dal contenuto non completamente indeterminato della
natura umana, essa non preclude la possibilità di confrontare la libertà,
l'educazione e così via in termini del loro peso nel contribuire alla felicità.
I valori aperti non sono incommensurabili solo perché aperti.
Per chi afferma il valore
costitutivo degli obiettivi secondari, la commensurabilità di tali obiettivi
può rimanere impossibile nella pratica, data la diversità dei desideri
dell'uomo, la complessità dello stesso concetto di felicità, e il fatto
cruciale della fallibilità dei tentativi di
comparazione dei fini. Tali premesse epistemiche possono escludere la
correttezza, nella pratica, di calcoli di felicità e di confronti tra certi
suoi componenti. Non per questo, però, dobbiamo
affermare il pluralismo radicale di Berlin, rifiutando anche in via di
principio l'esistenza di una risposta su come andrebbero combinati o ordinati questi vari componenti. La natura umana può comunque avere abbastanza contenuto per determinare, in via
di principio, una ponderazione o un ordinamento degli obiettivi secondari.
C'è di più, perché Berlin non
sembra fermarsi nemmeno all'interpretazione di Mill come pluralista radicale.
Non solo il Mill di Berlin considera il conflitto morale un problema al quale
non esiste una soluzione teorica; a un certo punto
Berlin sembra sostenere che, per Mill, un mondo in cui esistesse una tale
soluzione sarebbe un mondo qualitativamente inferiore al mondo attuale in cui (grazie
alla verità del pluralismo radicale) una tale soluzione non esiste: “egli dà
per scontato che una simile soluzione finale sia impossibile e lascia capire
che non è neanche desiderabile” (p. 240, corsivo mio). Questo punto si può
riformulare come tesi metateorica circa l'incommensurabilità: è una tesi
sul valore dell'incommensurabilità dei valori.
Avendo distinto chiaramente tra le
diverse tesi interpretative di Berlin, possiamo constatare
che alcune sono più plausibili di altre. Le osservazioni di Berlin sulla
debolezza delle argomentazioni utilitaristiche a favore della libertà rimangono
penetranti e importanti: penetranti, perché esse rivelano una convinzione
profonda sulla natura del valore che Mill stesso non rende esplicita circa
l'esistenza di fini diversi dall'utilità; importanti, perché esse hanno delle
conseguenze notevoli in termini di indebolimento
dell'utilitarismo di Mill. Abbiamo visto, infatti, che l'apparente convinzione
di Mill sul valore di questi altri fini può essere mantenuta in maniera
coerente solo abbandonando l'utilitarismo (nel caso in cui a questi altri fini venga attribuito un valore intrinseco), oppure annacquando
di molto il significato del monismo e l'enfasi sul calcolo razionale (nel caso
in cui a questi altri fini venga attribuito un valore costitutivo). A
differenza di queste prime osservazioni, però, quelle di Berlin
sull'impossibilità teorica di commisurare i fini della vita e sulla non
desiderabilità di farlo, non rivelano in maniera certa una
convinzione profonda da parte di Mill stesso. Si tratta di affermazioni sulle credenze di Mill che potrebbero essere
vere o non vere – tesi interpretative a sostegno delle quali non troviamo
indizi chiari, né nei testi milliani né in quelle che possiamo ipotizzare
fossero le premesse fondamentali dell'autore sulla natura del valore.
Alla luce di quanto detto, in
merito agli scopi dell'esistenza sembra ragionevole concludere
attribuendo a Mill due tesi di tipo pluralista. In primo
luogo, Mill assume una tesi pluralista di tipo concettuale, secondo la
quale la felicità è un valore complesso e aperto. Tra le motivazioni di
questa prima tesi troviamo le idee per cui la verità
ha “molte facce”, che la natura umana è estremamente variegata e soggetta a
cambiamenti futuri, che l'uomo è fatto da un “legno storto” di cui “non può
uscire nulla di interamente dritto” (parole di Kant spesso citate da Berlin).
Non è plausibile attribuire a Mill il punto di vista per cui
gli obiettivi secondari non sono che mezzi per una felicità concepita in maniera
più ristretta. In secondo luogo, Mill assume una tesi pluralista di tipo epistemico,
secondo la quale le conoscenze limitate degli uomini e la loro fallibilità nel
compiere il calcolo utilitaristico spinge ad affermare
la valenza di una pluralità di obiettivi secondari come fini dell'agire umano,
obiettivi che hanno valore non solo strumentale ma anche costitutivo, e che,
presi singolarmente, risultano per noi più semplici, comprensibili e
raggiungibili. Anche su questo piano epistemico, Mill si allontana notevolmente
dai suoi insegnanti Bentham e James Mill, abbracciando una visione molto più scettica dei poteri di previsione delle scienze
sociali.
A queste due tesi interpretative
Berlin ne aggiunge altre due, che fanno parte della
visione berliniana del pluralismo. In primo luogo, la tesi concettuale appena
menzionata viene rafforzata dall'affermazione
dell'incommensurabilità dei valori – vale a dire, dell'impossibilità anche in
via di principio di misurare l'importanza relativa dei diversi fini della vita.
La tesi dell'incommensurabilità rende in un certo senso
superflua la tesi epistemica appena menzionata, che eliminava la stessa
possibilità del calcolo, ma per la ragione contingente delle conoscenze
limitate. In secondo luogo, viene aggiunta una tesi
metateorica sulla desiderabilità dell'incommensurabilità dei valori così
concepita.
Le due tesi aggiuntive risultano probabilmente coerenti con una certa forma di
liberalismo politico, e vengono esposte in maniera brillante e affascinante nei
vari scritti di Berlin. Tuttavia, mentre le prime due tesi pluraliste, di
natura concettuale ed epistemica, rappresentano le premesse indispensabili di
un'interpretazione di Mill che prenda sul serio le sue
profonde convinzioni sul valore della libertà, lo stesso non si può dire delle
due tesi del pluralismo radicale. (Altra questione è la coerenza logica di un
Mill pluralista non radicale. Può darsi che qualcuno riesca
a dimostrare la necessità, una volta accettate le prime due tesi, di accettare
almeno la terza se non anche la quarta. Tuttavia, tale dimostrazione rimane,
nel migliore delle ipotesi, incerta, e non può costituire una base per inferire
l'esistenza di certe convinzioni profonde da parte di Mill.)
Forse abbiamo tutti
una tendenza a proiettare sui nostri pensatori preferiti – sugli autori
che amiamo e che riteniamo i nostri alleati filosofici – certi punti di vista
che sono in realtà solo nostri. John Stuart Mill fu uno dei pensatori più
stimati da Berlin, e le idee del primo hanno certamente ispirato, in parte, gli
scritti del secondo sulla libertà e sul pluralismo dei valori. Ma i due pensatori rimangono distinti, e la visione
radicalmente pluralista affermata da Berlin continua a rappresentare un punto
di vista piuttosto singolare, ancora alieno alle correnti principali del
liberalismo anglosassone.
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DI ISAIAH BERLIN