SEMINARI E CONVEGNI BICENTENARIO DELLA NASCITA DI JOHN STUART MILL 22-11-2006 ANTONELLA BESUSSI LA LIBERTA' E I SUOI PUZZLES
Nel caso di Mill si ha l'impressione che l'omaggio al padre
fondatore non si accompagni quasi mai ad
un adeguato riconoscimento del valore intrinseco del suo argomento per il
liberalismo. Si tratta certo di un argomento che è inevitabile citare nella genealogia,
ma che è spesso trattato con sufficienza perché non abbastanza sistematico né coerente, nella sostanza piuttosto teoricamente
superficiale e filosoficamente povero: un argomento, insomma, che sembra
dovere la sua rilevanza a motivi estrinseci come la passione politica che lo
condiziona o la radicalità di certe sue possibili conclusioni normative. Del
resto, è raro che i dettagli di vita personale siano messi in gioco così
esplicitamente nella valutazione di una filosofia politica come avviene con una
certa frequenza a proposito di Mill (l'infanzia singolare, la fragilità
emotiva, la seduzione intellettuale di una donna ecc.), e questo costituisce
un'ulteriore prova della ricerca di motivi estrinseci
di valorizzazione. Se è vero che a contrastare questo cliché sono intervenute in anni recenti
diverse tendenze di revisionismo interpretativo, non si è quasi mai insistito
sugli aspetti peculiari che rendono il liberalismo milliano distintivo e
insostituibile.
Il punto, infatti, non è attenuare l'apparente incoerenza tra frame utilitarista e liberale o tra richiami normativi alla libertà e al
controllo. Si tratta piuttosto di individuare un tratto unificante, che sia in
grado di dare riconoscibilità e impronta ad una varietà di interessi
e intuizioni non sempre facilmente ricomponibili e talvolta, anzi, attraversati
da profonde tensioni. Dal mio punto di vista il motivo di valutazione
intrinseca dell'argomento milliano per il liberalismo sta in questo tratto
unificante, che sintetizzerei così: non è un argomento apologetico. Primo, il
liberalismo milliano non è convenzionalista né contestualista, ma apertamente
oggettivista; secondo, tende ad aprire percorsi più che a circoscrivere un
territorio, a costruire puzzles e a
segnalare tensioni più che a istituzionalizzare
paradigmaticamente un corpus compatto
di premesse e conclusioni. Proprio questo secondo aspetto è quello che qui
interessa di più, perché mostra una straordinaria capacità di individuare e
trattare senza reticenze le possibili aree di problematizzazione associabili
all'idea di libertà come bene prioritario. Ma nei passaggi di cui intendo
occuparmi a titolo esemplificativo è coinvolto anche
il primo aspetto, il che dovrebbe permettere di cogliere con una certa
completezza il motivo di valutazione intrinseca del liberalismo milliano cui mi
riferisco: d'altra parte, è proprio il rifiuto di giustificare il liberalismo
nei termini di valori ampiamente accettati a produrre difficoltà e dilemmi
caratteristici di argomenti che assumono maggiori responsabilità valutative
proprio perché assumono espliciti impegni normativi.
Vorrei quindi esaminare
due puzzles caratteristici
dell'argomento milliano per la libertà. Uno riguarda la coincidenza
problematica tra libertà e scelta, e da qui conviene partire. Agire liberamente
non significa soddisfare preferenze reali, la scelta volontaria non prova il
consenso, quello che voglio deve sempre essere misurato su quello che vorrei o
potrei volere. In questi passaggi essenziali si riassume il significato
anti-soggettivistico della libertà milliana, intesa anzitutto come autonomia
dai voleri, e come impegno ad allineare ciò che si desidera con ciò che si
desidererebbe se certe condizioni deliberative ideali fossero soddisfatte. La
libertà di cui Mill parla non consiste nell'assenza di ostacoli
esterni alla soddisfazione dei desideri, ma richiede responsabilità per
desideri propri al tipo di persona che si è, e quindi non prende i desideri
come il dato empirico non questionabile a partire dal quale affermarsi.
Decidere se qualcuno è libero significa insomma capire perché vuole quello che
vuole, e se vuole davvero quello che vuole, cioè se i
suoi voleri e desideri sono davvero suoi, nati da lui o da lei (home growth). L'interesse alla libertà,
quindi, non riguarda soltanto la possibilità di tracciare i confini di un'area self-regarding all'interno della quale
l'agente è sovrano: si tratta infatti di valutare come
questa sovranità è esercitata e quindi di uscire da una prospettiva
astensionistica sui voleri individuali, diversamente da quanto accade nel
liberalismo empirico che prende la scelta individuale in quanto fatto
autorevole in se stesso.
La libertà dipende in
definitiva da una visione cognitiva dell'autonomia e coincide con un agire che
è insieme competente e autentico, dove il sapere quello che si fa si unisce al
farlo deliberatamente. Sceglie solo chi agisce secondo le modalità
adeguate e solo chi sceglie è libero. Come nel caso del desiderio, la scelta
non consiste nell'immediatezza di un gesto, ma nell'esercizio di una varietà di
sensi e capacità, dalla percezione al giudizio, dall'attività mentale alla
preferenza morale. Mill apre qui uno dei suoi tipici percorsi di guerra,
mostrando le difficoltà associate al riconoscimento di un valore indipendente
alla scelta, che pure cerca di giustificare. Dire che la scelta vale di per sé
significa evidentemente pensare all'autonomia come a
un requisito neutrale rispetto al contenuto delle opzioni, configurando una
clausola anti-paternalistica assoluta. Purchè la scelta sia proceduralmente
autonoma, insomma, i suoi oggetti non dovrebbero apparire scrutinabili. Ma Mill
è del tutto consapevole che un modello di autonomia
centrato sull'azione è solo apparentemente semplice. Questo non tanto perché vi
sono casi in cui la scelta autonoma non può rivolgersi a
opzioni di tipo auto-abrogativo, modellabili sul paradigma della schiavitù
volontaria, e riconducibili a comportamenti che danneggiamo irrevocabilmente e
permanentemente facoltà e senso di sé di chi li adotta (il che mostra che il
valore della scelta non può essere assolutamente indipendente), ma perché gli
stessi vincoli procedurali che circoscrivono una “buona” scelta alludono a un
inevitabile investimento normativo sul suo profilo qualitativo. Il rifiuto di
difendere la libertà come principio formale e come nozione neutrale al valore
porta con sé il rischio di moralizzare la scelta che la rivela. Mill ha il
merito di assumere questo rischio e di cercare di attenuarne le implicazioni
moralistiche. L'esercizio della libertà non è l'esercizio di una virtù, quindi,
ma l'esercizio di una capacità di secondo ordine e, anche se non consiste nel
preferire solo ciò che vale la pena di volere, dipende in modo cruciale dalla
possibilità di accedere a opzioni significative da
parte di agenti che sappiano scegliere quali interessi e desideri perseguire
(individualità). Se davvero libero è chi è capace di
agire autonomo in questo senso come ci si deve regolare con chi è meno che
davvero libero? Si può rendere conto della possibilità di interferire con
scelte discutibili senza diminuire la libertà di chi subisce l'interferenza, ma
anzi aumentandola? Si può insomma costringere alla libertà?
La questione non si
risolve segnalando i possibili esiti di irrigidimento
della priorità della libertà in una religione laica o in un'ortodossia
autoritaria. Se lo standard della libertà è uno
standard oggettivo, la capacità di agire liberamente può essere valutata
dall'esterno delle singole vite; e se qualcuno è incapace di agire liberamente
senza che intervengano interferenze esterne a facilitarlo, l'ammissibilità di
tali interferenze non dipende dal fatto che si cerca di imporre tirannicamente
un ideale di perfezione individuale, ma dal fatto che gli impedimenti rilevanti
alla libertà sono considerati quelli che agiscono dall'interno, e per
rimuoverli non si tratta semplicemente di intervenire sulle condotte, ma di
cambiare piuttosto le credenze che condizionano le condotte. In
quanto governo degli interessi e desideri immediati, l'autonomia
coincide necessariamente con una concezione gerarchica del sé, perché il sé
empirico è una guida inaffidabile quando si deve andare alla ricerca di una
vita di propria scelta, cioè di un'individualità o di un carattere. Come
dicevo, anche se si trattasse soltanto di far coincidere la libertà con una modalità dell'autogoverno, senza prendere posizione sulle
opzioni, la libertà resterebbe un fatto prescrittivo perché è connessa al
giusto modo di scegliere. Inoltre, se il giusto modo di scegliere non coincide
con un repertorio di opzioni preferibili esclude
tuttavia che alcune lo siano. Non si è liberi perché si scelgono le opzioni giuste, ma ci sono opzioni inaccessibili a chi
intende scegliere liberamente.
Il fatto che la
clausola anti-paternalistica del principio di libertà non abbia valore
incondizionato perché c'è un veto sulla libera scelta di rinunciare
definitivamente alla libertà è in questo
senso davvero indicativo e si capisce perché chi tende a classificare il
liberalismo milliano come una forma di libertarismo radicale finisca per
trattare (paternalisticamente) la presa di posizione sui contratti di cessione della libertà (schiavitù volontaria e matrimonio senza
divorzio) come eccezione irrilevante all'assolutismo anti-paternalista che lo
qualificherebbe. Che si tratti di una conclusione poco
persuasiva è confermato, tra l'altro, dal fatto che la condizione delle donne
nel patriarcato costituisce per Mill un caso esemplare per esplicitare
difficoltà e dilemmi della nozione di scelta. Ma prima di arrivarci bisogna
chiarire qual è l'indicazione più generale che possiamo ricavare dal veto sulla
libera scelta di opzioni auto-abrogative: senza una
tesi su che cosa significhi scegliere bene, infatti, il veto non sarebbe
plausibile. Si potrebbero anzi dedurre i requisiti di una scelta ben fatta
proprio dal veto sulla scelta mal fatta per definizione, che consiste nella
rinuncia definitiva alla libertà. L'impossibilità di cedere volontariamente la
disponibilità di sé fissa il limite della libertà, mettendo scelte che lo superano
fuori dalla protezione della clausola
anti-paternalistica. In questi casi la volontà dei soggetti non è indicativa né
affidabile e può quindi essere contraddetta senza violare il principio di
libertà. Normativamente efficace proprio in quanto
qualificato, l'anti-paternalismo milliano è già delimitato a adulti civilizzati
in pieno controllo mentale-emotivo e immuni da compulsioni o intimidazioni. A
questi soggetti deve essere lasciata la libertà di qualsiasi scelta self-regarding, ma soggetti fatti così
non sceglierebbero mai l'autocancellazione e se lo facessero questo proverebbe
semplicemente che hanno perso lo status
di individui autonomi e capaci di un progetto di sé.
La libertà di scelta, insomma, tende a diffondere individualità e le
restrizioni paternalistiche non ammesse sono quelle che impediscono il
conseguimento di questo obiettivo. Ma
il punto interessante sta nella lettura critica dell'idea di scelta volontaria
che si apre mettendo in questione la volontarietà di scelte auto-abrogative. A
partire dal ben noto esempio del ponte pericolante, Mill ammette che si può
interferire con la libertà di azione di qualcuno
quando si debba accertare se sa a quali conseguenze dannose va incontro e se,
quindi, sta scegliendo come si deve. Nonostante il caso in questione sembri
piuttosto innocuo, connettendo la possibile involontarietà della scelta a un difetto di informazione, è utile a sollevare il
problema di come scegliere tra una visione espansa e una visione ristretta
della volontarietà, muovendosi nella direzione di considerare una sola
dimensione della volontarietà come rilevante a stabilire la rispondenza della
scelta volontaria al criterio della libertà: solo una scelta deliberata,
insomma, è una scelta volontaria. Come nel caso del desiderio e della scelta,
la volontarietà non è una nozione descrittiva perché richiede competenza
cognitiva e consapevolezza degli impegni fondamentali cui un individuo autonomo
deve rispondere, vale a dire i suoi interessi in quanto
persona che avendo un progetto di sé intende espanderlo e promuoverlo
scegliendo e sperimentando. Definendo come permanenti questi interessi, Mill è
in grado di impiegarli anche come unità di misura per stabilire quando qualcuno
agisce in modo che non appare volontario nel senso richiesto perché la volontà
congiunturale li contraddice, come avviene paradigmaticamente nel caso di
scelte auto-abrogative.
In generale, l'attitudine di cautela preventiva rivolta a
verificare se la scelta esprime effettivamente una volontà “vera” dipende
precisamente dall'idea che, se si valuta nella prospettiva
di interessi permanenti caratteristici di individui autonomi, ci sono attività,
valori e scopi intrinsecamente apprezzabili, e quindi una vita che contenga più
di questi ingredienti apprezzabili è oggettivamente preferibile a una vita che
ne contenga meno. Vivere come ci pare significa essere liberi se la vita che
scegliamo articola creativamente o anche idiosincraticamente interessi
caratteristici di individui “progressivi”, vale a dire
capaci di combinare un attaccamento alla mobilità (che coincide con il rifiuto
di assumere impegni non scelti) con il riconoscimento di uno standard oggettivo
di valore. Mostrando che per stabilire che cosa significa scegliere liberamente
bisogna stabilire perché la libertà è un bene, Mill sottolinea
le inevitabili e problematiche connessioni tra una metafisica e una politica
della libertà nel liberalismo, costringendolo successivamente a misurarsi in
termini più e meno reticenti con la questione. Quello che qui conta è che la coincidenza
tra la libertà e un ideale di vita buona permette di
stabilire i casi in cui la scelta è/non è indicativa di libertà. Di per sé,
infatti, e in quanto gesto volontario, la scelta non
prova nulla a meno che non sia sotto il controllo esclusivo da parte del
soggetto nel caso minimo (valore indipendente della scelta) o orientata sulle
opzioni giuste nel caso massimo (valore della scelta dipendente da quello delle
opzioni), a meno che cioè non riveli o protegga l'autonomia dello sceglitore.
In entrambi i casi la scelta deve rispondere a
requisiti che ne condizionano l'accettabilità qualitativa. Da qui viene
l'interesse a scavare nell'opposizione tra consenso e coercizione, e a mettere
in questione la volontarietà come categoria adeguata a rendere conto di “free
agency”. Di qui, anche, la tendenza a sottovalutare l'affidabilità di voleri
che potrebbero essere condizionati da diversi processi di “subjection”. E' per
questa via che le donne nell'argomento milliano arrivano a rappresentare
esemplarmente la condizione di illibertà
caratteristica di soggetti eteronomi, condizione della quale costituiscono però
un caso estremo, non l'unico caso possibile.
Il dominio patriarcale,
infatti, sentimentalizzando l'obbedienza delle donne confonde efficacemente
l'aspetto coercitivo e l'aspetto consensuale della loro subordinazione, allo
scopo di configurare quella che si può considerare appunto una schiavitù
volontaria, vale a dire proprio l'opzione su cui il
principio di libertà impone un veto. Quando Mill osserva che i “padroni delle
donne” non vogliono schiave forzate suggerisce l'inadeguatezza di un resoconto
dell'autonomia femminile che la definisca solo come
possibilità di agire come si vuole senza subire interferenze, ponendo
immediatamente anche la questione della distinzione tra fare quello che si
vuole e fare quello che davvero si vuole, o tra preferenze adattive e
preferenze libere. L'idea di autonomia diventa qui un
indispensabile arnese filosofico per
ragionare intorno alla possibilità di mostrare indipendenza da parte di
creature addestrate a considerarsi dipendenti.
L'adesione delle donne al proprio assoggettamento non dipende infatti soltanto da costrizioni interne, ma
dall'internalizzazione delle ragioni dell'assoggettamento come legittime: ma
poiché si tratta di ragioni eteronome, le scelte che producono non possono
essere considerate indicative di libertà. L'obiezione più forte a questa interpretazione dell'adesione all'assoggettamento
riguarda il carattere potenzialmente paternalistico dello scetticismo che
esprime in merito al significato autentico di una scelta auto-abrogativa. Ho
già sottolineato che questo scetticismo dipende da una
gerarchia di valore tra modi di vivere autonomi ed eteronomi, che riconosce ai
primi un'autorità normativa sui secondi. Gli impegni associati a modi di vivere
eteronomi non possono essere impegni scelti, per cui è
fuori luogo porsi la questione se chi vi si adegua lo fa volontariamente. A
prima vista, in effetti, questa conclusione sembra troppo impegnativa. Esclude
per esempio la possibilità che si agiscano liberamente
impegni tradizionali. Dopo tutto, se la libertà
richiede solo autonomia decisionale non impegna chi decide a nessun corso di
azione. In questo senso, se per ipotesi l'adesione all'assoggettamento non
fosse proceduralmente condizionata non sarebbe
possibile delegittimarla come adattiva. Ma, come ho
cercato di dire, l'argomento milliano insiste appunto su che cosa conta come
distorsione del volere, cercando di estendere l'area delle interferenze nel
processo di scelta percepibili come improprie, e quindi di restringere l'ambito
delle scelte adeguate a superare il test della libertà. Come si vede, il puzzle che Mill costruisce a partire
dall'apparente coincidenza tra libertà e scelta apre un'interessante catena di
domande che riguardano per un verso l'affidabilità delle preferenze espresse, e
quindi il nesso problematico tra liberalismo e
democrazia, coinvolgendo d'altra parte la nozione di “free agency”, e
costringendola a fare i conti con la difficoltà e gli impegni normativi
richiesti dall'esigenza di tracciare un confine netto tra scelta libera e
scelta condizionata.
Il secondo puzzle che
vorrei citare ripropone e complica la questione
relativa alla possibilità di scegliere liberamente una vita non libera. Lo fa
mostrando come sia difficile quadrare l'impegno
liberale all'autonomia individuale con l'impegno liberale al pluralismo dei
modi di vita anche se, per la precisione, l'argomento milliano tende a eludere
questa difficoltà, producendola tuttavia con una certa evidenza. Difendere la
libertà dei Mormoni di vivere a modo loro, e come
gruppo separato, significa difendere una minoranza dalla tirannia dell'opinione
prevalente e da interferenze coercitive di impronta paternalistica. Tuttavia,
il modo di vivere mormone contiene una rilevante violazione del principio di
libertà per le donne, in quanto prevede poliginia:
lasciare liberi i Mormoni significa quindi anche lasciarli liberi di
assoggettare le loro donne. Si pone così con nettezza il caso in cui il rispetto
per il libero perseguimento della diversità culturale si scontra con
l'autonomia individuale. La difesa milliana di una libertà del gruppo anche nel
caso in cui essa potrebbe giocare contro la libertà delle donne che ne fanno
parte è qualificata sotto due aspetti: uno riguarda il consenso delle donne a
restare e l'altro la loro libertà di andarsene se insoddisfatte delle
implicazioni dell'appartenenza. Sul primo punto Mill è nello stesso tempo
radicalmente chiaro nelle premesse e piuttosto ambiguo nelle conclusioni. Il
consenso delle donne al matrimonio, infatti, sembra un dato problematico
relativamente a qualsiasi contratto matrimoniale, che si tratti di essere la
sola moglie o una di quelle possibili, visto che abbiamo a che fare con
creature educate a credere che il loro carattere non preveda “volontà autonoma
o governo di sé attraverso l'autocontrollo, ma sottomissione e arrendevolezza
al controllo degli altri”: il che significa che la volontarietà deve ancora una
volta fare i conti con la questione se i voleri sottoposti a un
ridimensionamento che li aggiusta a circostanze invalidanti possono costituire
indicatori affidabili di consenso volontario o non coprono invece un consenso
estorto. Se l'adesione delle donne al matrimonio è sempre eteronoma, la differenza
tra moralità vittoriana e moralità mormone in quanto
differenza tra una moralità maggioritaria e una moralità minoritaria non
dovrebbe avere alcuna rilevanza ai fini di stabilire la volontarietà
dell'impegno coniugale in questione. Ma l'interesse a
tutelare minoranze da tirannie maggioritarie sembra giocare come
briscola rispetto a qualsiasi altra considerazione e il test della volontarietà
non funziona come dovrebbe in quanto si tratta prioritariamente di evitare che
l'intolleranza verso scelte minoritarie inquini il giudizio. Siccome la tutela
della minoranza prevale sulla tutela delle donne che ne fanno parte,
l'equivalenza tra poliginia e monogamia quanto allo status assoggettato delle donne prevale
sull'interesse a indagare un'articolazione specifica dell'assoggettamento,
precludendosi la possibilità di mettere a fuoco problemi già individuati in un
nuovo contesto. Che i problemi posti dal matrimonio mormone siano estendibili a
qualsiasi altro contratto matrimoniale, infatti, non li elimina in quanto tali, rafforzando se mai l'esigenza di accertare
se le circostanze invalidanti in cui gli impegni sono presi non ne cancellino
la legittimità, visto che non è chiaro fino a che punto siano deliberatamente
sottoscritti. Se, tuttavia, la padronanza di sé è difettosa o indisponibile
quanto alla libertà di restare, anche la seconda condizione prevista da Mill a
tutela della libertà mormone di praticare poliginia, vale a dire la libertà di
andarsene, ne risulta fortemente indebolita. Non mi
riferisco tanto alla difficoltà di attribuire a gruppi minoritari lo status di associazioni
volontarie, nelle quali si entra e dalle quali si esce a piacimento. Il
condizionamento esercitato da impegni comunitari su opzioni
individuali riguarda nel caso specifico la sovrapposizione dell'appartenenza
mormone al trattamento sessista che tale appartenenza prevede: ammettiamo che
le circostanze che rendono il gesto dell'uscita difficoltoso, perché richiedono
di “disincastonarsi” da impegni pensati come costitutivi, lo rendano anche
interessante da esplorare come gesto di libertà. Ma questa possibilità non
cancella la ricaduta problematica delle preferenze adattive sulla stessa
pensabilità dell'opzione “libertà di andarsene” e non
permette di interpretare il gesto di rimanere come segnale di consenso. Inoltre, e soprattutto, se la poliginia massimizza la
libertà (coniugale) degli uomini minimizzando quella delle donne, il modo di
vivere mormone sanziona un'ingiustizia che rimane tale anche se l'uscita la
rende evitabile, e anzi si aggrava dati gli oneri che l'uscita comporta. Non è
chiaro perché in questo senso avremmo a che fare con un problema di potenziale
tirannia culturale. Qui non si tratta, infatti, del pericolo di fraintendere
una cultura differente e minoritaria, interpretandola nei termini etnocentristi
della cultura maggioritaria: se l'assoggettamento è un fatto politico
riconoscibile al variare dei contesti, pensarlo come
un danno da ridurre o neutralizzare non significa accreditare universalismo
tirannico, ma garantire che la libertà di perseguire il proprio bene da parte
di alcuni non sia impedita dal perseguimento del proprio bene da parte di
altri. Per quanto Mill ponga due questioni decisive, quella del consenso delle
donne a pratiche che possono implicare violazione dei loro diritti e quella
dell'uscita dal gruppo come soluzione ai maltrattamenti associati
all'appartenenza, si ha l'impressione che la sua prospettiva perda capacità di impatto per il fatto di restare sospesa tra il valore
della diversità, che deve essere riconosciuto se si aderisce a un'opzione
anti-maggioritaria, e il valore della libertà, che a certe articolazioni della
diversità sembra inevitabilmente antagonistico. Nello stesso tempo questa
sospensione segnala la combinazione instabile tra liberalismo e pluralismo, e
dubbi rilevanti sulla loro compatibilità potenziale. Anche in questo caso
l'argomento evita al liberalismo la reticenza, esponendolo per la stessa
ragione a incongruenze e difficoltà. Ma gli esempi che
ho scelto sono solo indicativi di quanto sia
articolato e composito il tessuto del liberalismo milliano. Leggendo Mill si impara a aprire l'argomento liberale, a individuarne le
tensioni interne, ma anche a riconoscere un modo distintivo di marcare la sua
distanza dall'opinione prevalente.
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