IL CONVEGNO SIFP Democrazia, sicurezza e ordine internazionale 02/05/2006 Carlo Galli - La legittimità della guerra nell´età globale Carlo Galli, Legittimità della guerra nell’epoca globale (Monte Giove, 19-20 ottobre 2005)

Relazione tenuta al Secondo Convegno della Società Italiana di Filosofia Politica, Democrazia, sicurezza e ordine internazionale (Monte Giove, 19-20 ottobre 2005).

La mia relazione non vuol essere altro che la definizione dei termini del titolo. Sembra assai semplice dire che cosa significhi età globale, che cosa significhi legittimità e che cosa significhi guerra; ma aggiungerò alcune riflessioni che provocheranno un minimo di “complicazione” dei termini.

1. Inizio sostenendo che in questo momento vi è molta legittimità e poca guerra sulla scena globale. Infatti, i discorsi legittimanti della guerra – della è un genitivo sia soggettivo sia oggettivo – sono, oggi, molteplici e incessanti. Nel primo grande trattato di teoria politica dell’età moderna – cioè nel Leviatano di Thomas Hobbes (che nella sua traduzione italiana presso la casa editrice “La Nuova Italia” del 1976 risulta di 700 pagine) – solo quattro brevi passaggi sono dedicati alla guerra. Nel XIII capitolo si parla della guerra, in realtà metaforica perché si intende piuttosto la permanente possibilità di conflitto nello stato di natura; nel XVIII vi è un breve accenno al fatto che il sovrano, fra le altre cose, è il comandante dell’esercito; nel XXI si dice che lo Stato, quando dichiara guerra, non ha nemmeno il diritto di pretendere la leva di massa, tranne nel caso in cui quella guerra non metta in pericolo la stessa esistenza dello Stato; nel XXX ci sono alcune righe finali in cui si dice che i Leviatani sono fra di loro in stato di natura, che coincide col diritto delle genti: il che significa che il rapporto fra Stati è regolato solo dalla coscienza dei principi sovrani (ovvero, da nessuna legge positiva).

2. Oggi invece la guerra, così poco loquace e così poco oggetto di parola in Hobbes, parla molto, e della guerra si parla molto. La legittimazione della guerra è diffusissima, se per legittimazione intendiamo una giustificazione interna ai conflitti che oggi insanguinano il pianeta. Vi sono auto-legittimazioni del conflitto in nome del principio di identità: si fa guerra per affermare la propria identità (che passa attraverso la religione, o la “civiltà”). Altre legittimazioni della guerra si danno nel nome della utilità (le risorse, di tutti i tipi, dal petrolio all’acqua), o della necessità (la geopolitica, per cui la guerra è la necessaria manifestazione della potenza secondo coordinate spaziali che servono ad incrementare la potenza degli attori politici) o della libertà (da esportare, insieme alla democrazia). Sono discorsi tanto interni alla guerra, tanto embedded in essa, che non si sa più se sono discorsi sulla guerra o se sono discorsi della guerra.

Però, vi sono ben poche guerre. Naturalmente, si può dire ciò solo se si assume – come appunto faccio – che “guerra” non sia ogni manifestazione di violenza, ma qualche cosa di specifico, una violenza qualificata. Guerra, infatti, secondo una tradizione che nominalmente è ancora attuale – a livello di diritto costituzionale e internazionale, ad esempio – è un atto pubblico esterno di un’entità sovrana, cioè di uno Stato, al quale atto si giunge attraverso specifiche e complesse procedure, che si rivolge a avversari qualificati (altre entità sovrane), in circostanze, con mezzi e con fini compatibili con l’assetto giuridico internazionale.

Le ultime dichiarazioni di guerra – una delle procedure è, appunto, la dichiarazione di guerra – si sono verificate nella fase finale della seconda guerra mondiale con il cambio di alleanze di Paesi dell’Asse che, data la piega che prendevano gli avvenimenti, si affrettavano a dichiarare guerra alla Germania della quale erano stati alleati. La Guerra di Corea, che pure fu una delle pochissime guerre che abbiano una determinazione formalmente corretta, in realtà fu un intervento deciso dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU perché i Russi non parteciparono alla seduta in segno di protesta e gli Usa, in assenza di una potenza che avrebbe potuto mettere il veto, si affrettarono a dichiarare la “guerra”. In realtà l’Onu non dichiara mai guerra, poiché propriamente interviene per sanare una violazione del diritto internazionale, inteso rigorosamente come diritto di Stati e fra Stati[1].

Tuttavia, di guerre, dal 1945 in poi, ce ne sono state in realtà moltissime, se per guerra intendiamo, in senso generico, “manifestazioni di violenza organizzata, formalmente dichiarata o no, ascrivibile o no a Stati, rivolta o no contro altri Stati”. L’Unione Sovietica invade l’Afghanistan senza dichiarazione di guerra; gli Usa combattono il nord Vietnam sulla base di un’autorizzazione del Congresso che dava al Presidente il diritto di impiegare la forza militare in seguito all’incidente nel golfo del Tonchino. E mentre la guerra che gli Stati Uniti hanno mosso all’Afghanistan è stata non dichiarata al governo afghano ma almeno notificata preventivamente all’ONU come esercizio del diritto di autodifesa, l’ultima guerra, quella che gli Stati Uniti hanno mosso contro l’Iraq, si basa su di un’interpretazione unilaterale e controversa, da parte degli Usa, di una risoluzione ONU.

Quando dico che oggi c’è molta legittimità e poca guerra voglio quindi affermare che perché ci sia una guerra – e non solo una sanguinosa fiction propagandistica – è necessario lo specifico contesto storico-istituzionale, che oggi non c’è più, di un sistema-mondo costituito di Stati sovrani. Certo, formalmente è appunto così, ma la sostanza è che nessuno studioso che voglia descrivere le relazioni internazionali oggi le descrive come un sistema di interazione fra Stati sovrani. La statizzazione del mondo che si è realizzata in parte dopo la prima guerra mondiale e compiutamente dopo la seconda – tanto che oggi nel mondo non vi è alcun territorio che non sia uno Stato sovrano o non appartenga a uno Stato sovrano – è avvenuta proprio perché la forma-Stato stava perdendo il proprio significato pregnante, che esisteva nella misura in cui la forma-Stato non era estesa al mondo intero ma era la figura centrale dello jus publicum europeo (che non è tutto il mondo, ma una porzione di mondo, il centro europeo del mondo). Allora lo Stato era titolare delle relazioni internazionali e il mondo era descrivibile, in certe aree, come un sistema di relazioni statali. Ma oggi la statualità è priva di rilievo internazionale, sia dall’epoca del fronteggiarsi dei due blocchi (le superpotenze non erano Stati) sia tanto più nell’età globale, in cui la territorialità – l’essenza della sovranità statale – ha perso rilievo e significato politico. E quindi la guerra – che in età moderna trae senso dalla statualità – è necessariamente cambiata anch’essa.

3. Ma se anziché definire la guerra a partire dalla sua realtà determinata di atto sovrano di uno Stato (essendo lo Stato un costrutto storico che ha senso soltanto all’interno dello jus publicum europaeum) prendiamo un’altra strada, e cioè ci incamminiamo lungo la via della “guerra giusta”, anche da questo punto di vista ci accorgiamo che nemmeno di essa oggi si può parlare.

Il canone 18 del Concilio Laterano IV (1215) descrive le categorie con le quali si deve pensare alla guerra. Esse sono auctoritas, personae, res e justa causa. E per certi versi hanno una validità di lungo periodo. Auctoritas significa: chi sono coloro che possono dichiarare guerra? In quell’epoca si distingueva fra guerra privata e guerra pubblica: la guerra privata (caso poco interessante) sorgeva quando un individuo veniva aggredito nella persona o nei beni e allora poteva respingere l’aggressione; la guerra pubblica era quella che veniva fatta dalle persone che hanno potestas ed era un atto potestativo collettivo, di persone che agivano per la comunità che sta alle loro spalle (ma non attraverso le logiche moderne dell’autorizzazione). Con personae si indicavano le categorie di persone che potevano combattere: non c’era la differenza fra civile e militare, che ha senso soltanto nella modernità, ma ci si preoccupava di coloro che potevano combattere e di differenziarli rispetto a coloro che non potevano. Scattavano, così, le proibizioni: i canonici non potevano fare guerra, ma non si poteva fare guerra nemmeno ai poveri contadini, ai villici; la guerra era tendenzialmente limitata al ceto nobiliare. Res indicava poi l’obiettivo della guerra: la guerra, all’interno della res publica christiana, deve avere un obiettivo definito. Il XX secolo è costellato, invece, di guerre fatte per vedere che cosa succede. La prima guerra mondiale [2]è scoppiata semplicemente perché i calcoli di tutte le potenze mettevano in conto la possibilità della guerra; e in Germania il grande dibattito sui fini di guerra avviene nel 1916-1917, a guerra ben cominciata, quindi. Per quanto concerne la seconda guerra mondiale, Hitler, come ha dimostrato Hillgruber[3] non aveva una strategia e l’ha costantemente improvvisata secondo le circostanze. Nel caso della guerra in Vietnam gli americani non sapevano che cosa volevano; per quanto riguarda la guerra in Iraq, ne parleremo tra breve. Al contrario, il Concilio Laterano IV, poiché esisteva un contesto di norme certo che non si poteva pensare di sovvertire, interpretava la guerra come un problema pratico-empirico, come un’azione che doveva servire a qualche cosa di preciso, a un obiettivo determinato (ad esempio, riprendersi un feudo, una città).

Infine, la justa causa. E qui si aprono i problemi della guerra giusta. Già in Paolo l’incompatibilità fra la guerra e l’esser cristiani appare circondata da molte riserve, almeno potenziali: quando egli dice (Lettera ai Romani, XIII) che il potere deriva da Dio e che “non invano porta la spada” (cioè la porta per punire il male) già si legittima, in un’ottica cristiana, l’uso politico della violenza. Certo, fino a Tertulliano una corrente di Padri e di apologeti, sosteneva che al cristiano non è nemmeno lecito trarre in giudizio un altro uomo, e tanto meno far la guerra. Ma, dopo il grande patto costantiniano fra Impero e Chiesa, la legittimazione cristiana della guerra diviene una necessità e trova in Agostino (Contra Faustum manichaeum e De civitate Dei) la propria prima grande formulazione in termini di bellum justum. Agostino reinterpreta e trasforma l’apparato concettuale dell’antichità pagana, essenzialmente Cicerone (De officiis, II), che parlava di bellum justum atque piissimum: ma dove l’oratore voleva significare con ciò una guerra dichiarata e condotta secondo lo jus fetiale, cioè secondo le regole religiose, rituali e giuridiche dei romani, Agostino invece sostiene che la guerra giusta è quella che si fa non per sé ma per gli altri, cioè, a parte l’autodifesa, per una causa giustificabile alla luce della morale cristiana. Se c’è questa, allora licet militare.

Di lì iniziano le tappe dell’elaborazione cristiana della guerra giusta, che ben presto deve affiancare alla giusta causa anche altri parametri. Una prima e importante è il Decretum Gratiani (II, 23), una raccolta di canoni; segue di poco la sistematizzazione di Tommaso (IIa-IIae, XL), per il quale la guerra è un peccato contro la carità, ma può essere giusta se ha una giusta causa. E questa è, per Tommaso, una precedente culpa da punire. Inoltre è necessaria la retta intenzione, cioè appunto l’intenzione di fare giustizia di una culpa, non l’odio né l’avidità.

La formulazione standard della guerra giusta attraverso il basso Medioevo che passa attraverso i canonisti e i legisti, e anche attraverso i romanisti, è quella del domenicano Raimondo di Peñafort (circa 1240), che teorizza il divieto di guerra per gli ecclesiastici, la giusta causa, lo stato di necessità (non si può far guerra se non quando si sono esperite tutte le altre vie per ottenere la riparazione della colpa), la esclusiva finalità del recupero dei beni o della difesa della patria, l’obiettivo generale della pace, la retta intenzione, l’assenza di odio e di vendetta, l’obbligo che la guerra sia condotta sotto l’autorità della Chiesa quando riguarda le questioni di fede, e, negli altri casi, sotto l’autorità del principe. Questa complessa nozione di guerra giusta implica che esista l’ordine dell’Essere, che questo sia un ordine morale, e che sia conosciuto agli uomini. Quando l’ordine morale dell’essere è turbato, allora per ripristinarlo si ricorre alla guerra giusta, che risulta così l’esecuzione di una sentenza a tutti comprensibile: tutti capiscono che l’ordine esiste e che è stato turbato, e poi tutti capiscono quando l’ordine viene ripristinato. L’evidenza è tale che non c’è nemmeno bisogno della terzietà: uno dei contendenti è anche al tempo stesso un giudice, è parte in causa e parte sopra la causa. Questa guerra giusta implica un contesto istituzionale e categoriale molto preciso.

Di guerra giusta si parla anche quando all’inizio dell’età moderna le condizioni che rendevano comprensibile il concetto di guerra giusta vengono meno (cioè quando si scopre l’America, quando la res publica christiana va a pezzi per la Riforma e poi per il nascere degli Stati, quando non sussiste più nemmeno formalmente l’autorità indiscussa del papato). Il De jure belli di Francisco de Vitoria[4] è appunto una teoria della guerra giusta elaborata dopo la scoperta dell’America e dopo che il papato non ha più auctoritas (politica), che si fonda su uno scenario nuovo, su categorie nuove e, tuttavia, conserva il vecchio fine di chiarire le circostanze nelle quali, e solo nelle quali, una guerra non è una colpa ma è anzi il giusto ripristino di un ordine a situazione di ordine infranto. La sua teoria della guerra giusta ha origine dalla domanda fondamentale – posta nella Relectio de Indis – “perché la Spagna è in America, a quale titolo?”. Il re di Spagna fondava il proprio dominio trans-atlantico sulla bolla Inter cetera con cui Alessandro VI, in quanto dominus orbis, istituiva la raya assegnando le terre appena scoperte alla Spagna e al Portogallo, al di là e al di qua di un certo meridiano. Invece questo è un titolo sbagliato, secondo Vitoria, perché il Papa non è dominus orbis, ovvero perché i signori della terra sono i popoli che li abitano. La scoperta di una grande porzione di mondo che non ha niente a che fare col cristianesimo dimostra che non esiste più la res publica christiana e che l’aristotelismo – per cui l’uomo è naturalmente politico, senza la mediazione della religione e del Papa – va preso sul serio e esteso a tutto il pianeta. Quindi il re di Spagna non può avere dal Papa il dominio sull’America, che spetta agli indigeni. Né la guerra del re di Spagna contro i messicani può essere legittimata dalla differenza di fede: è infatti costante insegnamento della Chiesa che nessuna guerra sia legittimata da questa differenza. La Chiesa chiede per sé il diritto di libera attività missionaria, e cerca aiuto presso le potenze cristiane se la libertà di propagandare la fede le è vietata, ma questo non vuol dire che si fa una guerra per convertire. La giusta causa della guerra degli spagnoli è invece che gli indigeni americani non valorizzano il loro territorio e non permettono ai più intraprendenti spagnoli di valorizzarlo, cioè bloccano la circolazione dell’umanità sul pianeta e il libero godimento e la libera fruizione da parte di tutti gli uomini delle ricchezze del pianeta. L’autarchia è peccato. Ecco perché Vitoria è stato interpretato come un liberista ante litteram nella seconda metà del XIX secolo, quando fu riscoperto dagli autori anglofoni e protestanti. Le gentes hanno diritto all’autogoverno, al dominium, che però non è inteso come proprietas, cioè come jus utendi et abutendi et excludendi alios.

“Guerra giusta” in Vitoria implica, insomma, che sia possibile trovare un discorso moralmente giustificato e condiviso da ogni essere razionale (le gentes) per legittimare una guerra, e per prevederne la fine. Guerra giusta è un nesso fra logos e violenza in cui la seconda è sottomessa al primo, il che è reso possibile non solo da un’astratta justa causa belli ma da un nomos concreto, e a monte da una dottrina condivisa sull’ordine dell’Essere, garantita in ultima istanza da un’omogenea interpretazione del fondamento divino. Una dottrina che in questo caso è un aristotelismo allargato e quasi universalizzato (perfino i Turchi non sarebbero estranei al consensus gentium, in linea di principio, benché storicamente siano ormai dei nemici intrattabili) e liberato dall’ecclesiasticismo, anche se non giunge ancora a comprendere una teoria moderna dei diritti naturali soggettivi. Ma di lì a poco Dio non sarà più il fondamento di senso dell’orizzonte politico, e sarà anzi il fattore di divisione mortale: le guerre giuste (che sono guerre di punizione e non di annichilimento) diventeranno così guerre sante – le uniche guerre sante che la tradizione cristiana abbia praticato apertamente, cioè le guerre contro il nemico interno, contro l’eretico – come si può vedere sia da parte cattolica sia da parte protestante. Le Vindiciae contra tyrannos (testo ugonotto del 1579)[5] alla tertia quaestio mettono in evidenza la piena sovrapposizione del concetto di nemico col concetto di criminale: nemico è il criminale e il criminale è il nemico e di solito costui è il tiranno, ossia il monarca che si sottrae al patto col popolo (o che viola il patto fra il popolo e Dio). L’unica giustizia concepibile è l’eliminazione del nemico. Da parte cattolica avviene lo stesso: le medaglie, coniate da papa Gregorio XIII per celebrare le stragi della notte di San Bartolomeo (1572), recano scritto pietas excitavit justitiam e mostrano Ercole che taglia la testa dell’Idra. Pietas – l’atteggiamento di obbedienza nei confronti del deposito della fede, e quindi nei confronti della Chiesa – excitavit justitiam “ha suscitato questa giustizia, l’esecuzione sommaria degli empi”. Queste sono le guerre di religione, per neutralizzare le quali si è dovuto rinunciare al concetto di giustizia, cioè inventare lo Stato moderno, monopolista della giustizia in quanto suo creatore e interprete (il che implica l’equazione fra giustizia e ordinamento giuridico positivo, e quindi anche l’estraneità dello Stato moderno rispetto alla “guerra giusta”).

Questo svuotamento è avvenuto lungo vie non solo laiche[6], ma anche religiose: e questo lo dobbiamo ai gesuiti. Infatti, mezza generazione dopo Vitoria, i gesuiti spostano il cuore dell’argomentazione e passano dal trattare il bellum justum alla justa causa belli: questa, per Vitoria, non rende automaticamente giusta la guerra. L’ottica di Vitoria non si riduce infatti alla giusta causa, ma ha bisogno di concepire l’esistenza di un ordine morale oggettivo dell’essere, un oggettivo turbamento di quell’ordine e una successiva e oggettiva restituzione dell’ordine. Vitoria sa bene che in Europa i principi fanno la guerra gli uni contro gli altri credendo ciascuno, anche in buona fede, di avere ragione: per lui la giusta causa deve essere causa probabilis, cioè oggettivamente “dimostrabile” (questo significa probare) per via sillogistica (a parte il caso di ignoranza invincibile). I gesuiti, invece (sia Ayala, sia Molina, sia Suarez), spostano il concetto di causa probabilis a significare – come nel nostro lessico corrente –, appunto “probabile”, cioè non “vera” ma soggettivamente “verosimile”. Anche se ovviamente non si può sostenere che la cultura gesuitica non conosca l’ordine oggettivo dell’essere, tuttavia è vero che sull’oggettività della giusta causa prevale l’interpretazione che ne danno i principi sovrani. Se questi sbagliano, se la vedranno con Dio: su questa terra vale l’interpretazione della causa justa probabilis da parte del sovrano.

Quella dei gesuiti fu una grande apertura di credito agli Stati – senza però che essi arrivassero a riconoscere l’autonomia sovrana della politica –, ai quali fu chiesta in cambio un’alleanza, volta soprattutto alla persecuzione degli eretici; da parte loro, i sovrani si sentirono legittimati a impadronirsi del concetto di guerra giusta, a strumentalizzarlo e a relativizzarlo, a confonderlo sempre più con quello di guerra “corretta” o “ufficiale” (bellum solemne), cioè a trasformarlo in qualcosa di assai diverso dalla guerra giusta di Vitoria, ma non a dismetterlo del tutto. Tutti gli autori moderni, perfino Vattel (il teorico settecentesco della guerre en forme) continuano ad argomentare in termini di bellum justum, anche se in realtà il termine è svuotato, perché manca il sostrato di senso che dà senso al bellum justum, cioè manca la justitia in senso oggettivo. Non dal punto di vista verbale, ma da quello concettuale, la teoria tradizionale della guerra giusta lascia il posto, nella piena modernità (in realtà, lo snodo è già presente in Grozio), alla teoria dello justus hostis[7] la guerra ha da essere giusta non per le cause oggettive che la determinano, ma per la soggettività di chi la combatte: Stati sovrani che reciprocamente si riconoscono, e che sono gli unici a poter interpretare la “giustizia” di una guerra, che quindi quando muove da loro è sempre presunta. La guerra fra Stati sovrani è bellum utrimque justum, e si attua la piena differenziazione tra nemico e criminale: il primo è solo esterno, sottratto al diritto (può essere combattuto, ma non giudicato), il secondo è solo interno, soggetto al diritto dello Stato (può essere giudicato, ma non combattuto: è oggetto di polizia, non di politica). Anche senza bellum justum, si conserva, nella dottrina dello justus hostis, il primato del logos sulla guerra, della politica razionale sullo strumento-violenza: un primato non più morale ma storico e logico. Anche qui, insomma, si manifesta un concreto ordine del mondo, un nomos, diverso da quello della res publica christiana ma non meno efficace. Anche qui la guerra è giustificata, ma anche controllata: può iniziare, ma deve anche finire.

Durante la Rivoluzione francese, al contrario, riesplode il bellum justum in senso proprio. Secondo i giacobini, la Francia nel 1792 ha contro di sé le potenze dell’Europa che vogliono fare la guerra giusta contro la rivoluzione, ma che sono a loro volta injustissimi hostes, nemici ingiustissimi[8]. Cessa la guerre en forme, la guerra settecentesca, che non prevede la confusione di nemico e criminale, e le potenze reazionarie vedono i francesi come criminali da giustiziare in quanto regicidi (e in senso lato deicidi); mentre i rivoluzionari si sentono in dovere di combattere non tanto una guerra giusta tradizionale – cioè una guerra intesa come ristabilimento dell’ordine dell’essere oggettivamente esistente e oggettivamente turbato – ma una guerra giusta ideologica, fondata non sull’Essere da tutelare ma sul dover essere, sull’ordine nuovo di giustizia da instaurare, contro i criminali-tiranni di tutta Europa. E’, questa, la prima esportazione degli “immortali principi” della democrazia, la cui intrinseca potenza manifesta il suo lato polemogeno perché non conosce, in linea di principio, confini, e tende a espandersi a macchia d’olio nel mondo conducendo guerre che squalificano l’avversario (che è il regno delle “tenebre”, da scacciare con la “luce”).

Tutto ciò è stato faticosamente ri-neutralizzato dallo Stato, che però ne è risultato incapace di “stabilità”. Infatti, lo Stato di Clausewitz (e anche quello di Hegel, che esibisce le proprie interne contraddizioni con ben altra complessità, ma che in ogni caso non le supera e anzi ne “muore”, nella Weltgeschichte) è ormai consapevole di contenere, all’interno del proprio ordine, un tremendo disordine strutturale e costitutivo: un disordine che per Clausewitz prende il nome di popolo. “Il cieco istinto dell’odio e dell’inimicizia” corrisponde infatti al popolo, uno degli elementi – insieme al condottiero militare, capace di affrontare il caso con la “libera attività dell’anima”, e al governo, che riconduce la guerra a “strumento” della ragione politica – di quello “strano triedro” di cui è fatta la guerra secondo Clausewitz (Della Guerra, I, 1, 28). E’ il potere ctonio del popolo ciò che è esploso nella grande rivoluzione francese, e che per tutto l’Ottocento viene in un qualche modo esorcizzato: è il potere rivoluzionario e costituente delle armi il vero fantasma che si aggira per l’Europa del XIX secolo. Ed è anche ciò che viene ri-neutralizzato; lo Stato nazionale, infatti, pur sapendo ormai di avere dentro di sé la guerra, crede di poterla gestire, e arriva perfino ad armare i cittadini (mentre era dogma dello Stato moderno disarmarli) pensando di poter tenere sotto controllo la nazione in armi. Il che gli riesce, fino al decisivo tornante della prima guerra mondiale: una guerra che segna il massimo di presa e di controllo dello Stato, della politica, sulla guerra e sul popolo in armi, e al contempo l’esplosivo sottrarsi di questo all’ordine statuale.

In realtà nella Grande Guerra si forma un “magma vulcanico” (Jünger) in cui si confondono e si esauriscono le categorie moderne: la pace e la guerra, il conflitto e il lavoro, la tecnica, la produzione e la distruzione, la macchina e l’uomo, l’ordine e il disordine. Anzi, l’ordine (nuovo) si forma proprio grazie alla potenza devastante della tecnica, della guerra e delle masse (La mobilitazione totale, 1930) e risulta un ordine post-umano, estraneo alle logiche securitarie del soggetto e quindi anche allo Stato, che di quelle logiche è l’espressione razionale. E anche il popolo in armi, le masse armate, non è certo il soggetto attivo portatore della guerra, ma è solo una delle occasioni del suo scatenarsi: anzi, della guerra diviene la vittima principale. La guerra produce forme, sì, ma non umane; è energia nichilistica fuori controllo che percorre e deforma la tecnica e la politica, la società e lo Stato, la guerra, nella prima metà del Novecento, non è legittimata: si legittima da sé, come nuova forma della vita politica, come morte che nichilisticamente e insuperabilmente divora la Vita. I regimi totalitari vivono, uccidono e muoiono non tanto, a rigore, facendo “guerra” ma incarnando un dominio che è anche, al contempo, sterminio. La loro è “guerra totale” perché illimitata, ignara delle distinzioni fra Stato e società, fra civili e militari, che sono appunto saltate per sempre. E’ la persistenza di questo “magma” il vero filo conduttore del periodo che va dalla prima alla seconda guerra mondiale, passando attraverso i totalitarismi, i quali non sono altro che la prosecuzione della guerra dentro la pace: o, meglio, la commistione inestricabile di pace e guerra (come dimostra infatti la totalitaria confusione fra nemico e criminale).

Dopo la seconda guerra mondiale si è formato, è vero, un equilibrio instabile, la guerra fredda; ma se si è placata la furia della tempesta totalitaria, non è stato possibile disinventare i suoi ritrovati, e porre rimedio a tutte le sue possibili conseguenze: soprattutto al superamento dello Stato, al venir meno della differenza fra civili e militari, al presentarsi della guerra solo apparentemente ancora come “affare di Stato”, da regolare in sede Onu, ma in realtà come potenziale sterminio dell’umanità, senza differenza fra civili e militari, i cui mezzi sono sostanzialmente monopolizzati da due superpotenze post-statuali. Nel mondo duale – il mondo si è riempito di Stati durante la guerra fredda, a causa della decolonizzazione, ma l’elemento realmente importante era che gli Stati erano incapsulati in uno spazio duale, scandito da un principio ordinatore, del tipo cuius regio eius oeconomia – la guerra tradizionale, ormai, era crimine internazionale; ma la guerra reale, la guerra atomica, era semplicemente impossibile. Implicava infatti minacciare di distruzione l’intera umanità, l’intera popolazione mondiale, senza più alcuna distinzione fra civili e militari, ovviamente. E infatti, in certe aree (il Nord del mondo), ci fu la pace, l’assenza di conflitto; e nel resto del mondo, guerre atroci ma limitate quanto a obiettivi, e tenute bene o male sotto controllo dalla logica duale delle superpotenze.

4. Giunti attraverso questo lungo periplo all’oggi, c’è da chiedersi perché si torna a parlare di guerra giusta, di legittimare la guerra globale. E la risposta deve passare attraverso la constatazione che quell’universo del Due che garantiva non la pace ma un equilibrio – razionale ma irragionevole, anzi folle, mad (l’acronimo di Mutual Assured Destruction) – non c’è più; e che l’effetto della guerra fredda è stato di ibernare alcune categorie e concetti moderni facendo credere che fossero ancora efficaci per descrivere la realtà. Ciò vale soprattutto per lo Stato. Della cui esistenza, certo, non si può dubitare, perché detiene ancora il monopolio della legittimità della politica; cioè perché i popoli ancora ci credono. E perché, pur con problemi, all’interno hanno ancora qualche efficacia: perché esiste ancora lo Stato sociale.

Il punto è che lo Stato durante la guerra fredda era veramente un mammut ibernato nel ghiaccio: sciolto il quale, cioè scioltisi i due blocchi, si scopre che il mammut è morto. L’età globale è infatti un’età di disordine, in cui tutta la concettualità politica moderna non descrive più la realtà. Quello che prima non potevamo constatare perché c’erano i due blocchi a portare ordine nel mondo, oggi invece lo constatiamo perché quelli non ci sono più e lo Stato da parte sua, non riesce a realizzare la sua ratio essendi, che era appunto (ma in un’altra epoca) portare ordine nel mondo. E se non fa questo può continuare ad esistere, come fece il Sacro Romano Impero fino al 1806, ma con un’esistenza politicamente inefficace.

Oggi noi siamo davanti a un mondo in cui non ci sono guerre perché non ci sono Stati, né c’è efficacia delle categorie moderne. C’è circolazione della violenza, naturalmente, ma – appunto a causa della “crisi dei confini” (cioè degli Stati) – questa è tanto incontrollata che ho definito l’età globale quella caratterizzata dalla “mobilitazione globale”, cioè quella in cui le forme politiche collassano definitivamente, e in cui “tutto può succedere ovunque, in ogni momento”[9].

Se alla luce di quanto è successo dopo il 1989-1991 (crisi dell’impero sovietico e crisi dell’Urss), e soprattutto dell’11 settembre 2001 – quando l’età globale cessò definitivamente di essere l’età dell’oro, della new economy e delle guerre umanitarie, e diventò l’età del ferro, delle guerre antiterroristiche per la democrazia –, ci chiediamo, ancora una volta, dove stia la differenza fra pubblico e privato, fra interno e esterno, fra civile e militare, fra Stato e società, fra nemico e criminale, fra pace e guerra, ci accorgiamo che queste differenze non sono efficaci, che non riescono a descrivere l’essenza, e nemmeno l’apparenza, delle cose di questo mondo.

In realtà ogni analisi ravvicinata della nostra esperienza presente ci mostra un nuovo “magma” – post-totalitario perché mancante della caratteristica di aperta e centralizzata volontà di comando sterminatore tipica del totalitarismo ma non per questo meno denso e oscuro – in cui quelle categorie vanno a fondo. L’entità pubblica chiamata Stati Uniti d’America è in guerra mortale contro un’entità non pubblica chiamata, forse, Al Qaeda; e metà del pianeta è percorsa da guerre combattute da eserciti mercenari, cioè privati. Della distinzione fra civile e militare, poi, non si può più parlare, non soltanto per quello che si è detto, ma perché in una società complessa non è possibile una guerra contro i militari. La guerra è in realtà contro i civili: il rapporto fra morti militari e morti civili nella prima guerra mondiale era di 1 a 8, nella seconda era di 8 a 1. Non esiste, da molto tempo, una guerra contro i militari; anzi il ruolo meno insicuro in caso di guerra è essere militare. Già dai bombardamenti terroristici degli Alleati nell’ultima guerra, contraltare della guerra terrestre di sterminio razziale dell’Asse e di sterminio sociale dell’Urss, fino al caso estremo della deterrenza nucleare – che si fondava sul tenere in ostaggio le città del nemico –, questa realtà si prolunga a quello che vediamo oggi in Iraq: è evidente che da decenni ormai per far la guerra a un regime si deve annichilire un’intera società. Che sia saltata la distinzione fra Stato e società, fra civili e militari, significa, in concreto, anche questo.

In questo contesto di confusione, la guerra giusta, la legittimazione della guerra in età globale, poggia da un lato sulla difesa dei diritti umani, cioè sull’affermazione anche armata della democrazia occidentale (e ciò fino dai tempi delle guerre balcaniche), dall’altro sulla negazione del nemico, sulla lotta al terrorismo. La guerra giusta, quindi, non intende ripristinare le differenze moderne fra nemico e criminale, né quelle fra interno e esterno, o fra pubblico e privato; e da questo punto di vista è essa stessa post-moderna, pur volendo realizzare alcune generiche idealità moderne. La guerra giusta, oggi, consiste in verità nella violenta differenziazione di valore fra guerra e terrorismo, fra democrazia e dittatura, fra diritti umani e loro negazione fondamentalistica: quindi la guerra giusta – con la sua logica dei valori, con la sua svalorizzazione del nemico – aderisce al mondo di guerra dell’età globale, alla sua conflittualità fra morali sempre più semplificate. Anche contro la volontà esplicita di uno dei due schieramenti, è interna alla guerra globale, e fa quindi parte del problema, non della soluzione.

Contribuisce infatti essa stessa a far perdere la differenza fra guerra e terrorismo, e non perché i valori dichiarati dall’uno non siano per larga parte dell’umanità, comprese larghe porzioni dell’Islam, preferibili ai valori dichiarati dell’altro (gli standard della civiltà occidentale, in astratto, sono ovviamente preferibili a quelli dei fondamentalisti islamici a vocazione terroristica). La questione, invece, non verte sui valori, ma se la loro differenza, che c’è, sia rilevante nella determinazione e nella gestione della guerra globale, o se invece ciò che emerge dal conflitto di valori non sia sempre e solo il conflitto: se cioè, dopo tutto, le due motivazioni nella pratica non si equivalgano, in quanto servono solo a legittimare ogni comportamento, sia per gli uni sia per gli altri. La tortura per affermare i diritti umani, l’assunzione a priori del nemico come primum logico e pratico per ridare razionalità e sicurezza al mondo, sono infatti dei cortocircuiti, delle aporie, che dimostrano, tragicamente, che il disordine globale attrae in sé ogni tentativo di ordine che non lo riconosca appieno e che, al contempo, non se ne distacchi radicalmente.

Il punto è che ospitare la violenza nel logos è possibile solo all’interno di un contesto comprensibile da tutti e condiviso da tutti. Quando San Tommaso parlava di “bellum justum” tutti sapevano che cosa voleva dire, e lo stesso valeva ancora per Vitoria; e perfino agli inizi delle guerre ideologiche, Saint-Just o la Santa Alleanza ne parlano come di un concetto comunicabile. Perfino il “politico” di Schmitt – che è il contrario di bellum justum, ma che rappresenta un altro modello di coinvolgimento, in massimo grado, della violenza nel logos, e che è un principio d’indeterminazione interno, e insuperabile, alla politica – ha ancora un senso per il fatto che, in realtà, altro non è se non l’origine, oscura, dell’ordine dello Stato. Oggi mi sembra invece che il nesso logos/violenza sia tanto indeterminato da non essere recuperabile in alcun modo, né come “politico” (ma non ne posso parlare in questa sede) né come “guerra giusta”. Per quanto riguarda quest’ultima questione, infatti, ci si trova oggi di fronte al proliferare di infinite pretese di guerra giusta – in certi casi di “guerra santa”, che è cosa ancora diversa – che prefigurano in realtà una guerra giusta infinita, indeterminata nel tempo e nello spazio. E ciò deriva anche, più specificamente, dal fatto che i valori di fondo dell’Occidente (quelli che oggi l’Occidente mette in campo contro il terrorismo islamico) si presentano come coincidenti con “il senso morale dell’umanità”, che è appunto un criterio iper-indeterminato, che può essere utilizzato e brandito come arma di una guerra senza fine. E che può essere invocato da chiunque, dato che non è un elemento ordinativo, che non fa riferimento ad alcun ordine concreto, ad un nomos che consenta a tutti di comprendere che cosa sia, politicamente, “il senso morale dell’umanità”.

Il che significa, detto in altro modo, che non riesco a condividere l’argomentazione, che pure apprezzo e ammiro, di coloro che parlano dell’esperienza politica di oggi dicendo “siamo in mezzo a un guado”; l’immagine del guado, infatti, implica una precisa successione: una solida riva del fiume (il passato), la travolgente corrente del fiume (il presente), e, prima o poi, certamente non senza sforzi e pericoli, un’altra riva del fiume, un saldo approdo futuro: una nuova teoria, un nuovo ordine. Insomma, la metafora del guado sottolinea sì i rischi del presente, ma all’interno di una filosofia della storia dopo tutto progressista, che confida in un telos ragionevole e sensato: il mondo di oggi è descrivibile come un passaggio – possibile, e da assecondare attivamente con la ragione e con la pratica – da una condizione di statualità a una di cosmopolitismo.

Preferisco[10] invece descrivere l’età globale con l’immagine della palude, delle sabbie mobili, come l’età di una incertezza non garantita, di una insicurezza che si manifesta nell’inesorabile affondare delle parole e dei concetti moderni, che offrono solo illusori punti d’appoggio alla riflessione filosofico-politica, e che la fanno in realtà sprofondare con sé. Preferisco descriverla come l’epoca dell’assenza di un nomos, come l’epoca di una spazialità nuova, paradossale, irrappresentabile, non descrivibile attraverso l’opposizione fra l’estensione e la puntualità, fra l’universale e il particolare, ma attraverso il “glocale”, cioè il fatto che ogni punto della sfera terrestre è immediatamente esposto alle logiche del Tutto. Questo nuovo mondo va quindi ri-pensato nelle sue complesse dimensioni e nei suoi rapporti, e si dovrà rinunciare allo sguardo sovrano dall’esterno del filosofo calcolante e legittimante, cioè alla rappresentazione politica dello spazio e alla disposizione/valutazione strategica dei soggetti che lo abitano, al calcolo morale e al contempo utilitaristico sul male minore o sulla felicità maggiore che possono derivare dalla guerra, per privilegiare invece, della filosofia, una collocazione interna, partecipata, compromessa (l’unica possibile, in realtà). Ci si dovrà coinvolgere apertamente (per non rimanere coinvolti surrettiziamente e ideologicamente) e procedere a un’analisi fenomenologica lucida (per non cadere nell’utopismo, che nessuno desidera praticare), cioè capace di esperire radicalmente la confusione fra ordine e disordine, fra guerra e pace; e, se a un “fuori”, a un approdo, si dovrà dopo tutto pensare – verso il cosmopolitismo, o qualcosa di simile –, preferisco immaginarlo non come un passaggio in avanti, come un superamento dialettico del presente (che sarebbe una ripresa delle logiche progressiste moderne), né, naturalmente, come una restaurazione dell’epoca degli Stati e della loro “vera” guerra (che sarebbe un’adesione alle logiche reazionarie, anch’esse moderne), ma come un passo di lato, come una mossa spiazzante. Ossia, preferisco pensare che si debba assumere, quale punto di vista metodologico, che il problema oggi non consista nel definire le condizioni di una guerra giusta, ma di trovare il modo di disincagliare il pensiero dalla guerra, il logos dalla violenza. Che si debba dare per esaurito l’assunto “realistico” che la guerra abbia in sé una capacità morfogenetica.

La mossa da fare, probabilmente, è praticare una genealogia critica della guerra e della violenza (cioè anche di tutte le condizioni grazie alle quali in un certo Paese è diventato dittatore qualcuno contro il quale si decide, poi, di muovere una “guerra giusta”), praticare una sana diffidenza verso quelle che si propongono come facili vie d’uscita da una situazione ipercomplessa come è quella dell’età globale, non impegnarci a descrivere le condizioni in cui una guerra è giusta ma a spezzare la catena delle cause, a rompere la continuità del nesso fra guerra e politica, tanto più radicalmente quanto più pervasivamente lo si vede all’opera. Insomma, poiché la guerra – o meglio ciò che passa come tale – ha una tale potenza, una tale autonomia, una tale capacità di autogiustificarsi, oggi, in un contesto intellettuale, morale, istituzionale così slabbrato, così non condiviso, forse al logos filosofico non resta che disincagliarsi dalla violenza, procedere al proprio disarmo – che non vuol dire cecità davanti alla violenza –, e estendere la propria critica non solo alle macchine da guerra più scoperte e ideologiche, alle logiche del “conflitto di civiltà”, ma anche all’utilizzazione polemica dei diritti umani, al loro piegarsi ai fini del dominio mondiale.

Insomma, se la guerra giusta è un modo per fare la guerra, per esporre il pensiero alla guerra, attraverso la morale, forse vale la pena tentare la mossa teorica e pratica di negare alla guerra la nostra filosofica capacità argomentativa, quale che sia. E di prepararci invece al compito immane, e di sconvolgente difficoltà, di pensare ciò che resta finora impensato: la pace.



[1] L”Onu nasce per far co-esistere gli Stati al prezzo della cessione dello jus ad bellum, fatto salvo il diritto di auto-difesa e solo per respingere l”aggressore fino al confine, anche se oggi cerca di legittimarsi ridefinendosi in termini meno statualistici, di cui appunto larger freedom – pubblicata il 21 marzo del 2005 sul sito ONU – dà un esempio, sia pure largamente de jure condendo.

[2] Cfr. G. E. RUSCONI, Rischio 1914, Il Mulino, Bologna 1987

[3] Cfr. A. HILLGRUBER, La strategia militare di Hitler, Milano, Rizzoli, 1986

[4] Cfr. F. DE VITORIA, De jure belli, Laterza, Roma-Bari 2005.

[5] Cfr. S. J. BRUTUS, Vindiciae contra tyrannos, La Rosa, Torino 1994.

[6] E” stato un giurista come Alberigo Gentili a sostenere nel 1612 (De jure belli libri tres) che la debolezza della natura umana, immersa nelle tenebre, impedisce di essere assolutamente certi della giustizia o dell”ingiustizia di una causa di guerra, con le ovvie conseguenze formalistiche e relativistiche (è giusta la guerra dichiarata da chi ne ha l”autorità, cioè dai principi, secondo le dovute forme).

[7] Cfr. C. SCHMITT, Il Nomos della Terra, Adelphi, Milano 1991.

[8] Cfr. E. DI RIENZO, Il diritto delle armi, Angeli, Milano 2005.

[9] Cfr. C. GALLI, Spazi politici, Il Mulino, Bologna 2001.

[10] C. GALLI, La guerra globale, Laterza, Roma-Bari 2002.



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