SEMINARI E CONVEGNI LO STATUTO DELLA FILOSOFIA POLITICA 31-08-2007 GIUSEPPE DUSO LA STORIA DELLA FILOSOFIA POLITICA TRA STORIA CONCETTUALE E FILOSOFIA
Se ci si chiede “come scrivere la
storia della filosofia politica” si può correre il rischio di dare per scontata
da una parte la possibilità di un lavoro storico che si caratterizzi per il suo
rapporto neutrale con l'oggetto e per la ricostruzione “oggettiva” dello
sviluppo del pensiero, e dall'altra l'esistenza di un ambito disciplinare,
quello della filosofia politica, che si presenterebbe nella sua specificità
accanto a quella del pensiero politico o delle idee politiche. Inoltre una tale
domanda sembra sottolineare la necessità di indicare il rapporto che la storia
della filosofia politica ha con il problema più generale della storia della
filosofia[1].
Intendo affrontare il problema posto non delineando un ambito disciplinare
specifico, che si collochi accanto ad altri, ma piuttosto indicando un tipo di
lavoro che nasce dall'interrogazione critica di alcune modalità di narrazione
storica (la storia delle idee, o la storia del pensiero politico nella
tradizione dei manuali) e che costituisce l'approfondimento e in parte anche la
modifica di ciò che si può intendere per “Storia concettuale”. Alle spalle del
ragionamento che qui si tenta di sviluppare stanno una proposta, da tempo
avanzata, sul lavoro storico e sulla filosofia e che si riassume nella formula storia concettuale come filosofia politica[2] e
insieme un tentativo di offrire, sulla base di questa proposta
teoretico-metodologica, uno strumento, derivato dal lavoro di ricerca sui
concetti e sugli autori, che sia utile anche didatticamente. Si tratta di un
contributo per la storia della filosofia
politica, che intende differenziarsi sia in genere dalla forma del manuale,
sia, nello specifico dalle storie del pensiero o delle dottrine politiche
esistenti[3].
Il mio tentativo sarà innanzitutto quello di indicare in
modo schematico le difficoltà intrinseche alle modalità consuete di fare la
storia di una disciplina o di una forma del pensiero, a quelle modalità cioè
che si riferiscono ai testi filosofici senza contestualizzarli concettualmente
e senza investire contemporaneamente
della domanda anche le categorie che sono proprie dell'interprete. Passerò in
seguito a delineare i motivi per cui, ai fini di un lavoro di storia della
filosofia politica, è necessario assumere un orientamento storico-concettuale,
che implichi un movimento di pensiero filosofico in atto. Infine intendo
mettere in rilievo alcune specificità dello strumento che si è tentato di
approntare in relazione ad un quadro storico della filosofia politica. È da
tenere presente che si tratta qui di una riflessione teoretico-metodologica
quale ha senso solo in relazione al lavoro concreto di ricerca sugli autori,
sui temi e sui concetti.
1. Contro il presupposto della
storia come piano unitario di sviluppo del pensiero
Ciò che deve innanzitutto essere messo in questione è la
distinzione - che solitamente appare naturale e immediata e sta alla base di
diverse storie del pensiero politico - tra una trattazione storica dei problemi e degli autori e una trattazione teorica della politica. Tale distinzione
è consolidata dall'assetto che hanno preso le discipline accademiche in Italia,
all'interno delle quali appunto quelle storiche deriverebbero il loro statuto
scientifico dalla fedeltà all'oggetto della trattazione e dalla neutralità in
relazione ad esso, mentre quelle teoriche lo deriverebbero dal rigore della
costruzione, dall'assetto che la disciplina ha assunto nel proprio tempo, dalla
capacità di perimetrare il terreno in cui si contendono proposte teoriche
diverse, che appaiono legate a diverse scelte di fini e di valori.
Quello storico viene spesso inteso come un atteggiamento
perenne che l'uomo può avere e di fatto ha avuto nei confronti della realtà. Ma
tale opinione diffusa, assieme a quella della “oggettività” della narrazione
storica viene messa in crisi non appena si rifletta sulla nascita del moderno
concetto di storia. È a questo
proposito essenziale l'attenzione dedicata da Otto Brunner alla soglia epocale
costituita dal tardo XVIII secolo, in cui emerge il senso della storicità
dell'esistenza umana. Esso pervade non solo il sapere storico in senso stretto,
guidato ora dal concetto di storia -
declinato al singolare e inteso come un assoluto, senza ulteriori
determinazioni, cioè come lo spazio evolutivo delle vicende umane - ma anche
tutte le discipline particolari, che cercano nella storia le loro radici e la
loro legittimazione, e si autorappresentano come l'esito chiaro e finalmente
scientifico di percorsi che hanno vissuto fasi complesse e spesso ancora
confuse in relazione al loro esito finale[4].
Se si tiene presente il legame che caratterizza la nascita del concetto di
storia, della filosofia della storia e delle storie speciali (quelle della
letteratura, dell'arte, dell'economia, del diritto, della filosofia e così
via), si comprende come trattazione storica ed assetto teorico delle discipline
non siano in realtà separati tra loro; al contrario, è proprio sulla base di
tale assetto assunto dalle discipline che viene ricostruita la storia del loro
passato. Sono i costituzionalisti che fanno la storia costituzionale, gli
economisti che fanno la storia dell'economia, con la conseguenza che la
concettualità delle discipline moderne risulta costituire l'armamentario con il
quale si vuole intendere manifestazioni passate del pensiero.
Il rapporto tra teoria e storia che in tal modo emerge
mostra di trovarsi - anche se di ciò manca la consapevolezza - alla base della
divisione delle discipline sopra richiamata e viene a minare la pretesa di
oggettività, imparzialità e autonomia del sapere storico che si dedica ad un
settore disciplinare specifico. In effetti a causa di questa proiezione dei
concetti delle moderne discipline sul passato, le fonti del passato vengono
deformate e perse nella loro specificità; con ciò paradossalmente si perde
anche la forza dell'impatto che esse possono avere per noi proprio in quanto altre e diverse nei confronti delle
categorie che caratterizzano le scienze moderne. In quanto ridotte infatti a
mere anticipazioni ancora imperfette del nostro presente perdono in rapporto a
questo e alle sue categorie qualsiasi forza dirompente e problematica. Anche
per fare emergere alcuni punti di riferimento del mio discorso voglio ricordare
lo splendido testo di Otto Brunner La
“casa come complesso” e l'antica economica europea, che, per una storia
della filosofia politica, mi sembra più fruttuoso di interi scaffali di
letteratura secondaria sui classici, in particolare se si tratta di classici
antichi, medievali o della prima età moderna. E questo anche se l'oggetto del
saggio riguarda apparentemente ciò che non è filosofico, e cioè appunto la
sfera dell'oikos e l'antica economica
europea[5].
Qui Brunner mostra come l'economista - per il quale l'economia
ha un significato centrato sull'organizzazione del lavoro e sul mercato, in
consonanza con la scienza moderna dell'economia politica, nata nella seconda
metà del XVIII secolo -, quando si accinge al lavoro di ricostruzione storica,
intenda le opere antiche di economia alla luce dell'assetto moderno della
disciplina. In tal modo l'antica economica
europea appare ai suoi occhi come un complesso di nozioni e di interessi che
riguardano aspetti etici, pedagogici, medici, addirittura religiosi,
all'interno dei quali in modo confuso si affacciano elementi specificamente economici. Ciò che in
questo modo viene frainteso è il pensiero e la realtà di una lunghissima
tradizione che ha la sua radice ancora in Aristotele, per la quale l'economica,
come la politica, è disciplina etica e ha come principio organizzatore il principio del governo, che implica, in
un tutto organico composto di parti, la necessità che si dia azione di
coordinamento e di guida, per il bene delle singole parti e del tutto, sia esso
l'anima singolare dell'uomo, la sfera dell'oikos
o la polis[6].
Una tale storia delle discipline si rivela così non solo
una creazione tutta moderna, ma anche necessariamente portata a fraintendere il
passato, nella misura in cui esso è ridotto ad anticipazione ancora rozza e
incompleta di quell'assetto della disciplina che pretende di avere carattere
universale e di costituire così un'arma ermeneuticamente valida per la
comprensione dello stesso passato. Il grande insegnamento che viene da Brunner
è che non è possibile intendere il passato se non abbiamo la consapevolezza
della parzialità ed epocalità dei concetti che costituiscono la nostra
concettualità e l'assetto disciplinare del presente. Se non si attua questa
analisi critica dei concetti presenti, le fonti del passato vengono fraintese;
non solo: a ciò si aggiunge un danno forse ancora maggiore, poiché dei concetti
con presupposti particolari e magari anche con determinate contraddizioni
vengono ipostatizzati, assumendo così una dimensione universale e una validità
che pretende di estendersi, sia pure comportando una serie di differenze, alle
più diverse epoche storiche.
Una constatazione analoga potremmo fare - concentrandoci
più direttamente sul nostro tema - per la storia della filosofia politica. Il
termine di politica, nell'uso che
oggi ne facciamo, è inevitabilmente connotato dal concetto di potere, sia nella dimensione in cui
questo, come potere legittimo, appare garantire la forma del rapporto sociale
ordinato tra gli uomini, sia in quella dell'attività tesa alla conquista del
potere politico, della sua determinazione e del suo esercizio[7].
Attraverso un tale modo di intendere la politica, le trattazioni di storia del
pensiero politico[8] inseriscono
in un quadro comune le posizioni – che certo si intendono come differenti, ma
in quanto si differenziano all'interno di
una tale concezione della politica – di pensatori antichi e moderni. Basti
pensare a quale uso viene fatto del concetto di potere per intendere la
politica antica e per esprimere la natura dell'arché, o del politeuma
della polis. In tal modo si arriva
spesso ad affermare che nei Greci era naturale,
e trovava la sua giustificazione nei fatti, quel potere che nei moderni è fondato sulla ragione e sull'accordo tra
gli uomini, appunto sulla volontà degli individui che si manifesta nel
contratto sociale[9]. Proprio nel
momento in cui si pensa di essere attenti alla differenza del pensiero greco
nei confronti di quello moderno, si usa come ambito generale e universale, che
dovrebbe contenere quella differenza, proprio il concetto di potere che è moderno, fraintendendo in tal modo il
contesto del pensiero antico. È questo un esempio del modo in cui la scienza
moderna condiziona inconsapevolmente il lavoro storico, fino al punto da
rendere il passato incomprensibile. La fonte antica è in tal modo non solo
fraintesa, ma anche pre-giudicata,
perché l'affermazione di un potere – inteso come rapporto di coazione di una
volontà sulle altre con carattere formale, cioè indipendente da un contesto di
fini così come dai contenuti concreti che di volta in volta il comando può
esprimere – che abbia a suo fondamento la realtà empirica o la situazione di
fatto, non può che suscitare un giudizio negativo da parte dell'uomo moderno,
che ha conquistato i concetti di uguaglianza e di libertà. Inutile ripetere che
in tale caso non solo non si comprende il pensiero antico, ma si assumono
immediatamente i concetti moderni – intesi come valori indiscussi – senza
interrogarli e dunque anche senza comprenderli.
Ho tentato in più sedi[10]
di mostrare come il concetto di potere
sia moderno e nasca insieme con il problema della legittimazione e dunque di quella giustificazione razionale che
implica alla base l'espressione di volontà di coloro che ubbidiscono. Inteso
infatti come rapporto formale tra comando e ubbidienza, indipendentemente dai
contenuti del comando stesso e da un orizzonte di riferimento condiviso, che
permetta di giudicare se il comando sia giusto o no, un tale rapporto non si
può istituire che in un processo di autorizzazione, attraverso il quale
l'autorità è fondata sulla volontà di coloro che ubbidiranno ai suoi comandi.
Un tale concetto è nato, nei suoi due aspetti di fondazione dal basso e di
esercizio assoluto dall'alto, nel contesto delle teorie del contratto sociale. Esso
risulta allora totalmente fuorviante se viene usato per intendere, tradurre e
interpretare ciò che è la politica nei Greci o nella tradizione del pensiero
premoderno.
Derivante da questo è il fraintendimento che si manifesta
quando si accostano la democrazia degli
antichi e quella dei moderni nel
significato di democrazia diretta e democrazia rappresentativa. È evidente che
in questo modo l'elemento unificante è costituito dai concetti di potere – nel senso della sovranità – e
di popolo – nel senso della totalità
dei cittadini - che non permettono di comprendere cos'era la democrazia dei
Greci, la quale, in quanto forma di
governo, implicava un modo di intendere l'uomo e la politica radicalmente
diverso da quello in cui la politica ruota attorno al concetto di potere[11].
Tutte le difficoltà di una storia del pensiero politico che
comporti, più o meno surrettiziamente, un piano unitario di sviluppo traspaiono
nel momento in cui lo scienziato politico, guardando alla politica di
Aristotele al fine di ricostruire il cammino della scienza politica, vi
ritrova, più che lo specifico della politica, una dottrina dell'uomo e della
sua natura[12]. Ciò non
significa in realtà che siamo solo alla preistoria della scienza politica
moderna, bensì che quest'ultima non ha in sé lo strumentario adatto alla
comprensione della filosofia pratica e della politica aristotelica, alla quale
non può essere rimproverata una scarsa attenzione al problema della
legittimazione del potere, come spesso si fa, proprio in quanto, non solo in essa
il potere e la questione connessa della legittimazione, non sono pensabili, ma
anzi potere e legittimazione si impongono precisamente nel momento in cui è
negato il modo di pensare la politica e l'uomo proprio dell'orizzonte
aristotelico.
Certo, il problema di come
sia possibile, per chi è inevitabilmente condizionato dalla concettualità
moderna, comprendere un pensiero che è radicalmente altro dalle categorie che strutturano la politica moderna, è di ardua soluzione; si tratta del
problema in cui si imbatte ogni storico, discusso tanto nell'ambito della Begriffsgeschichte tedesca quanto dallo
stesso Foucault, nel momento in cui egli si pone la questione del rapporto con
una dimensione di pensiero che eccede la concettualità propria del nostro archivio. Su ciò si ritornerà più
avanti, ma per affrontare questo problema è necessario innanzitutto fare
riferimento ai due nuclei critici che mi sembrano necessari per trattare il
tema in questione, di come cioè sia possibile una storia della filosofia
politica: quello di un approccio storico-concettuale e quello della natura
speculativa del pensiero e dunque del significato del filosofico.
2. Oltre la distinzione di sapere descrittivo e sapere
prescrittivo
Nella fase destruens di
questo ragionamento, si può fare ancora una annotazione critica a proposito
dello specifico della filosofia politica in relazione al problema della sua
storia. L'argomento concerne anche la storia del pensiero politico, per
l'aspetto secondo il quale questa, come si vedrà, richiede, per essere pensata
fino in fondo, di trasformarsi in storia della filosofia politica, o per lo
meno di implicarla. Molto spesso la distinzione tra trattazione storica e
approccio teorico alla politica viene riportata a quella tra sapere descrittivo e sapere prescrittivo, e questa stessa
distinzione a quella tra fatti e valori[13].
Nella trattazione storica i pensieri sono ridotti ad oggetti e la loro
conoscenza sembra dover essere connotata da oggettività e imparzialità. La
teoria, d'altro canto, sembra avere un compito normativo nei confronti
dell'esperienza e della prassi. Si può qui ricordare che la distinzione a cui
si fa riferimento è stata fondata epistemologicamente in tempi assai recenti
(Max Weber svolge a questo proposito un ruolo decisivo) e viene tuttavia
utilizzata non solo per intendere il diverso statuto scientifico delle
discipline storiche e teoriche, ma anche per riconoscere il diverso tipo di
sapere che connota le fonti a cui ci si riferisce.
Il fatto
maggiormente rilevante a questo proposito è che a tale distinzione tra sapere
descrittivo e sapere prescrittivo sembra sfuggire proprio lo specifico del filosofico. Ci si chieda, per esempio,
se debba essere considerata descrittiva o prescrittiva l'Etica nicomachea di Aristotele, o la Rechtsphilosophie di Hegel, o addirittura la Repubblica di Platone, che viene spesso intesa come un'opera
normativa per eccellenza, in quanto disegnerebbe l'ottima polis. Mi rendo conto che in quest'ultimo caso il discorso sarebbe
più lungo, in quanto bisognerebbe mettere a fuoco sia lo statuto logico del
disegno platonico della polis, sia
l'identificazione dell'idea con la vera realtà, sia infine l'esperienza come
luogo dell'idea[14]. Mi pare
tuttavia possibile dire che la filosofia (come si esprime significativamente nell'ambito
greco) non comporta una dualità tra realtà e pensiero, tra essere e dover
essere. L'esperienza è quella che emerge nel logos, e d'altra parte non c'è pensiero della politica che si ponga
come una costruzione autonoma che prescinda dall'esperienza. Al di là di un
presunto dualismo di essere e pensiero si tratta di intendere la vera realtà
della cosa, irriducibile alla sua immediata apparenza e datità.
La distinzione tra sapere descrittivo e normativo non
permette di intendere l'oggetto della riflessione in un lavoro di storia della
filosofia politica, e nemmeno la caratterizzazione filosofica che, come si
vedrà, non può non essere propria di un tale lavoro, che può fare storia della
filosofia politica solo interrogandosi sul che cosa è la filosofia politica,
mettendo così in atto una dimensione filosofica del pensiero. A questa
interrogazione radicale, che costituisce la criticità e la libertà del
pensiero, pretendono di sfuggire sia un presunto sapere storico, che non interroghi i suoi oggetti né
i concetti che usa nel tentativo di comprendere tali oggetti, sia una teoria che si costruisca proprio grazie
all'accettazione acritica di presupposti, di scelte di valori, di Weltanschauungen.
Così, se si accosta una storia della filosofia politica
alla filosofia politica, e la prima viene intesa come oggettiva e neutrale e la
seconda come teoria razionale che si pone nella sua autonomia, il rischio è che
si perda la filosofia di cui si vuole fare la storia e insieme il movimento
filosofico di pensiero che dovrebbe caratterizzare la filosofia politica. Il
problema non consiste certo nella mancata estensione alle dottrine del passato
di quell'atteggiamento valutativo che
le concezioni normativistiche vogliono attribuire alla filosofia. È necessario,
piuttosto, che l'atteggiamento di ricostruzione storica colga il filosofico di cui fa la storia,
interrogandosi insieme criticamente sugli strumenti che adopera, e che d'altra
parte la filosofia politica non si ponga come costruzione teorica
autosufficiente, bensì abbia consapevolezza della storicità e contingenza dei
presupposti che caratterizzano il modo comune di intendere la politica e sappia
pensare il problema politico che
nell'esperienza si pone. Cercherò di indicare, in quanto segue, da una parte
ciò che caratterizza l'approccio di storia dei concetti e, dall'altra, ciò che
connota il filosofico, in modo da intendere il legame intrinseco e
indisgiungibile che è ravvisabile tra questi due aspetti del pensiero.
3. Un'analisi storico-concettuale dei temi e degli autori
politici
Per il lavoro storico concettuale
che abbiamo portato avanti in relazione a concetti e ad autori fondamentali
della storia della filosofia politica è stata determinante la riflessione sulla
Begriffsgeschichte tedesca[15],
su Reinhart Koselleck e in modo particolare su Otto Brunner: proprio
quest'ultimo, che è lasciato ai margini dal dibattito contemporaneo, ha offerto
gli elementi critici più rilevanti per un lavoro di storia della filosofia
politica. Beninteso, non c'è filosofia politica in Brunner, così come non c'è
in Koselleck; tuttavia la riflessione sulle loro ricerche, unita alla
problematizzazione del loro metodo, che è divenuta via via più determinata e
netta, ci ha consentito di mostrare la rilevanza per la storia dei concetti della
filosofia politica[16].
Tale rilevanza riguarda innanzitutto l'oggetto del lavoro storiografico, in
quanto nella cosiddetta scienza – o filosofia – politica moderna si trova la genesi di quei concetti fondamentali
che si diffonderanno nel linguaggio socialmente diffuso a cavallo della
rivoluzione francese. Ma un senso più proprio e radicale della filosofia appare
implicato necessariamente nello stesso lavoro di colui che scrive la storia
della filosofia. La storia dei concetti è nello stesso tempo la consapevolezza
critica della loro logica e delle loro aporie: perciò è un movimento di
pensiero filosofico in atto.
Si può qui tentare di delineare, in
modo schematico, alcuni tratti che contraddistinguono una lavoro di ricerca che
tenga costantemente presente una consapevolezza storico-concettuale; come si è detto, essa è nata in rapporto alla Begriffsgeschichte tedesca, ma ha
acquisito una sua autonoma dimensione, nella quale la filosofia assume un ruolo
determinante sia per l'oggetto dell'analisi che per l'atteggiamento del
soggetto della ricerca. Non è il caso di insistere qui nel tentativo di
mostrare come la storia dei concetti, nella direzione della Begriffsgeschichte, sia ben altro da ciò
che il nome spesso fa intendere, quando si concentra l'attenzione su un
concetto e di esso si percorre la storia… spesso dall'antichità ai nostri
giorni. Per intendere non solo il nostro lavoro, ma anche il punto di partenza
della Begriffsgeschichte tedesca,
bisogna intendere nel suo significato la duplice affermazione koselleckiana,
per cui “i concetti non hanno storia” e la stessa locuzione di storia dei
concetti rischia di essere motivo di fraintendimento sul lavoro che è
necessario fare[17].
Il punto di partenza di un tale lavoro storico è costituito dal nostro presente, non nel significato ovvio che tale affermazione può avere –
l'appartenenza al nostro tempo e ai problemi che lo caratterizzano –, ma nel
senso della consapevolezza dei concetti che si sono sedimentati nel linguaggio
che necessariamente adoperiamo: in quello comune, socialmente diffuso, e anche
in quello scientifico. I concetti fondamentali che connotano oggi la politica
appaiono nati nell'epoca moderna; il compito della consapevolezza critica non
consiste allora nella ricostruzione delle modificazioni che i concetti – che
sarebbero in tal modo resi eterni –
hanno subito nella storia, dall'antichità ai nostri giorni, bensì nella
ricostruzione della genesi, della logica – aggiungo: delle aporie – dei nostri concetti, cioè dei concetti
moderni che determinano ancora il significato che le parole assumono nel nostro
presente e che, contrariamente a quanto spesso si tende a pensare, non sono
invece rintracciabili nel corso di una lunga tradizione di pensiero. In questo
senso la ricostruzione dei concetti moderni non è da intendere alla luce della
nota querelle sul punto di inizio
dell'epoca moderna e sui caratteri determinanti della Modernità, ma ha un
significato più determinato e ristretto: si tratta di risalire alla genesi del
nostro modo di intendere l'uomo e la politica, secondo categorie che sembrano
oggi ovvie e da tutti condivise, in modo da costituire il terreno comune anche
di quelle proposte teoriche che pure, per molti versi, si oppongono e si
combattono. Risalire alla genesi dei nostri concetti, riconoscendoli come moderni, porta alla consapevolezza che
non si tratta di concetti che indicano elementi universali, iscritti nella
natura dell'uomo e del suo agire; al contrario, essi appaiono nascere in
opposizione a una tradizione millenaria di pensiero politico così come a secoli
di esperienze umane.
La storia dei
concetti così intesa si differenzia dunque radicalmente da una generica storia delle idee: innanzitutto per la
continuità che la storia delle idee implica proprio nel momento in cui vuole
mostrare le differenze tra momenti storici e dottrine; inoltre, per l'autonomia
che la storia delle idee implica in relazione alla storia complessiva della
società. È da ricordare che la Begriffsgeschichte
tedesca a cui si è fatto riferimento nasce nel seno di una storia sociale complessiva, o storia costituzionale (Verfassungsgeschichte)
intesa in relazione al significato etimologico e più comprensivo del termine costituzione (Verfassung). Ciò resta vero per la consapevolezza espressa dai
fondatori della Begriffsgeschichte,
anche se le trattazioni dei concetti che si hanno nel Lessico storico che da quei presupposti nasce, che porta appunto
come titolo Geschichtliche Grundbegriffe,
spesso smentiscono di fatto questa impostazione metodologica.
In quanto l'analisi dei concetti moderni nasce da
una ricostruzione critica dei concetti che usiamo, la consapevolezza della
epocalità e parzialità di questi concetti rende avvertiti sulla necessità di
intendere le fonti non moderne in relazione al loro contesto e al loro specifico
modo di pensare l'uomo e la dimensione sociale. La consapevolezza storico
concettuale, nello stesso momento in cui evidenza la nascita, nel moderno, di
concetti come quelli di potere, individuo, sovranità, libertà, uguaglianza, popolo, rappresentanza, quali
elementi del dispositivo che permette l'odierna concezione della politica, ci
rende attenti al significato diverso assunto dalla politica classica, anche
quando essa usa le stesse parole che veicolano i concetti moderni.
Per l'analisi del pensiero di un autore è dunque
insufficiente tanto il riferimento al contesto sistematico del suo pensiero
(cosa per altro indispensabile, come si dirà in seguito), quanto la sua
collocazione nel contesto storico, cioè nel dibattito e negli avvenimenti del
suo tempo. È invece rilevante essere avvertiti del contesto concettuale
all'interno del quale egli pensa la tematica politica. Per chiarire questo
punto si può fare un esempio significativo, costituito dal trattato fichtiano
sul Diritto naturale. Fichte intende
pensare la sfera pratica della vita degli individui e della società sulla base
dei principi della sua dottrina filosofica, la Dottrina della scienza, principi che intendono avere una portata
filosofica universale e non essere condizionati storicamente. Per riflettere
criticamente su ciò come oggetto della nostra trattazione storica è tuttavia
necessario tenere presente che, per affrontare il problema della vita in comune
tra gli uomini, di una vita giusta e secondo ragione, Fichte usa lo schema
della scienza del diritto naturale, che dai diritti degli individui deduce il
diritto di coazione e dunque la sovranità dello Stato. Se si è consapevoli che
un tale schema scientifico ha una sua precisa genesi con la moderna scienza del
diritto naturale, e che esso richiede una serie di presupposti per nulla
necessari e universali, ci si può rendere conto che nel Naturrecht il pensiero fichtiano è condizionato dall'assetto
scientifico del suo tempo al di là, forse, di quanto pensi egli stesso. Una
tale consapevolezza desterà una maggiore attenzione nei confronti del mutamento
dell'atteggiamento di Fichte, che progressivamente si renderà conto delle
difficoltà logiche del giusnaturalismo e della sua pretesa di produrre una
totale garanzia nei rapporti tra gli uomini. Il filosofico della filosofia politica fichtiana non verrà allora
ridotto alla configurazione giusnaturalistica che prende in un primo tempo la
sua dottrina, ma si identificherà piuttosto con il movimento di pensiero che la
mette in questione, facendo emergere un più originario problema[18].
Questo esempio, qui solo accennato, serve a comprendere,
inoltre, che riconoscere il condizionamento proprio di una posizione teorica al
di là della consapevolezza in essa presente, non va certo nella direzione di
una concezione storicistica. Non si tratta semplicisticamente di mostrare il
legame di una dottrina con il suo tempo, ma piuttosto di evidenziare il
contesto concettuale all'interno del quale una posizione si pone, per misurarne
il rigore e la radicalità filosofica.
Se si volesse proseguire con gli esempi, si potrebbe
ricordare che il richiamo di Rousseau agli antichi assume un significato
diverso da quello che spesso gli viene attribuito, non appena si intende che il
problema di Rousseau è quello del popolo,
inteso come totalità, e del suo potere,
inteso nel senso della moderna sovranità: un problema impensabile senza Hobbes,
e dunque condizionato dalla logica del dispositivo di pensiero che con
quest'ultimo nasce. Se si è attenti al modo in cui i concetti si pongono, hanno
una loro continuità e anche si modificano, lo stesso pensiero hobbesiano viene
a prendere una rilevanza ben maggiore di quella che gli viene attribuita nelle
storie del pensiero politico, e la logica dei concetti che in esso nascono
appare condizionare anche le posizioni di coloro che esplicitamente ad esso si
oppongono (si pensi alla difesa dell'irresistibilità del potere che è svolta
proprio nel paragrafo intitolato contro
Hobbes nello scritto Sul detto comune
di Kant, o agli elementi hobbesiani che
strutturano il procedimento argomentativo dell'opera di Anselm Feuerbach
intitolata Anti-Hobbes).
Se in una storia concettuale l'attenzione viene posta al
sistema di concetti all'interno dei quali si pensa, piuttosto che alla sola
ricostruzione del pensiero dell'autore, o al contesto storico in cui vive, si
producono risultati sorprendenti. Ad esempio, si giunge a ravvisare nella
rappresentanza politica che si instaura con la prima costituzione francese un
modo di intendere la rappresentanza dell'unità politica, e l'autorità come
prodotto di un processo di autorizzazione, già presente in quel Leviatano che è stato spesso considerato
l'opera di un pensatore assolutista[19].
Oppure si può scoprire che lo stesso termine di imperium quale viene usato da Althusius - autore già del Seicento -
mostra di implicare, per la sua comprensione, nonostante ci sia certo anche un
gran numero di differenze, quel principio
del governo che già era presente nel pensiero di Platone e di Aristotele.
In Pufendorf invece, che pure non vive in un tempo molto lontano da quello di
Althusius (non è dunque decisivo il contesto storico), lo stesso termine di imperium assume il significato della
sovranità moderna, che nasce proprio come negazione di un pensiero della
politica nel quale è significativo il principio del governo[20].
È la consapevolezza della costellazione di concetti implicata a permettere
dunque di intendere il pensiero che ci sta di fronte, al di là di una mera
contestualizzazione storica o della semplice ricostruzione della logica del
testo.
Questi esempi, come pure l'elenco degli autori presenti nel
volume Il potere. Per la storia della
filosofia politica moderna, coinvolgono una serie di personalità che
tradizionalmente costituiscono la sequenza dei filosofi politici moderni. Si
potrebbe dunque pensare che il fine a cui si tende è quello di scrivere una
storia della filosofia politica come parte specialistica di una storia della
filosofia. In realtà non è così, poiché la rilevanza attribuita alla filosofia politica moderna (come si
vedrà in seguito questa espressione verrà ad articolarsi) non deriva da questo
intento, che resterebbe ancora nell'ambito dei presupposti propri della nascita
delle storie delle discipline, in cui il passato è visto alla luce dell'assetto
delle scienze particolari moderne. Anche la storia della filosofia come
disciplina ha una sua nascita nel momento epocale di svolta caratterizzato
dall'imporsi del concetto di storia, di scienza e delle storie speciali, che è
bene evidenziata da Brunner. La massima rilevanza conferita alla versione
giusnaturalistica della cosiddetta filosofia politica moderna è piuttosto
frutto del tentativo di comprendere la specificità dei concetti moderni e il
luogo della loro genesi.
Da questo punto di vista la centralità che nel nostro
lavoro riveste l'analisi della filosofia politica moderna, se da una parte può
essere dipendente da una formazione di tipo filosofico, dall'altra prende le
mosse dal terreno di storia sociale – tenuto costantemente presente – indicato
dalla Begriffsgeschichte tedesca. Se
si parte dalla concettualità politica che è diffusa nel linguaggio sociale e
politico moderno ci si deve porre il compito di comprendere la genesi di questo
orizzonte concettuale. È l'urgenza di questo compito che ci ha spinto a spostare
la soglia di nascita dei concetti moderni, la famosa Sattelzeit, che gli storici tedeschi individuano tra la seconda
metà del Settecento e il primo Ottocento. Si tratta della soglia epocale in cui
parole vecchie prendono un nuovo significato e nascono parole nuove, in cui si
diffonde nel linguaggio sociale, oltre che in quello politico-costituzionale e
scientifico, un modo di intendere l'uomo e la politica basato sui concetti di
uguaglianza e libertà degli uomini, sul ruolo della volontà individuale e collettiva
ai fini della determinazione del potere, sulla necessità della legittimazione
del potere stesso, sulla rilevanza del popolo come soggetto assoluto e sovrano,
sul ruolo della elezione come fonte della costituzione dell'autorità, sulla
rappresentanza come modo di esercizio del potere.
Ora, il nostro contributo è consistito nell'interrogarci
sulla genesi e sulla logica di questi concetti. È tale interrogazione che ha
comportato uno spostamento dell'oggetto dell'analisi. Pur tenendo ferma la
convinzione che le modificazioni del modo di intendere la politica socialmente
diffuso si manifestino a cavallo tra Sette e Ottocento, tuttavia i concetti
fondamentali della politica mostrano di comparire proprio nel crogiolo della
nascita della scienza o filosofia
politica moderna. È la scienza del diritto naturale che inaugura un nuovo
modo di pensare la politica e la società e tende a destituire di valore sia
l'esperienza, sia una lunga tradizione di filosofia pratica. L'analisi dei
concetti politici moderni è stata al centro di molti lavori di ricerca: in
particolare il volume collettaneo sulle dottrine del contratto sociale, il
volume di ricostruzione delle dottrine politiche moderne attorno al concetto di
potere e il ripercorrimento della genesi e delle trasformazioni della
rappresentanza moderna attraverso il pensiero che si snoda da Hobbes a Hegel[21].
Ma su questa linea si sono effettuati molti altri affondi analitici e
monografici, sia su pensatori antichi (Platone, Aristotele) e medievali
(Marsilio, Cusano)[22],
per comprenderne l'alterità nei confronti di quel modo moderno di concepire la
politica che spesso condiziona le interpretazioni del pensiero passato, sia sui
momenti di passaggio tra un modo di pensare alla politica legato ad una lunga
tradizione e la formalità dei concetti moderni[23],
sia su momenti di complicazione teoretica del paradigma moderno che si impone
con il giusnaturalismo[24],
sia sull'imporsi dei concetti moderni all'interno di filoni di pensiero che
intendono proseguire sulle vie della tradizione[25],
o che si pongono come dislocati in relazione al paradigma moderno[26]
o che si propongono di criticarlo[27],
sia infine sugli sforzi, che forse a torto si pretendono riusciti, di superare
le difficoltà proprie della concettualità moderna al fine di pensare la
pluralità politica[28].
Non dunque all'interno dell'astrazione della storia di una
disciplina, ma nel tentativo di intendere la concettualità politica che si è
diffusa nel moderno e che ha informato di sé la società e le costituzioni,
risulta necessaria un'analisi della filosofia politica moderna come si è
configurata tra Sei e Settecento. Ma intendere lo specifico della teoria
moderna, cioè della produzione dei concetti fondamentali che si propagheranno
nella modernità, comporta anche la necessità di soffermarsi sui momenti in cui
la riflessione filosofica risulta essere non tanto produzione di quei concetti,
ma piuttosto loro problematizzazione. Allo stesso fine risulta altrettanto
rilevante esaminare quelle fonti della prima età moderna che non sono riducibili
alla concettualità che si andrà affermando, la filosofia politica della
tradizione, come pure il pensiero politico dei Greci. In tal modo i concetti
moderni vengono a perdere quell'aspetto di universalità che sembra connotarli
(si pensi a diritti, uguaglianza, libertà, potere, popolo, società, stato) non
solo nel loro uso comune, ma anche all'interno della dimensione disciplinare e
scientifica, e si mostrano il frutto di un particolare modo di intendere la
politica, che nasce da una serie di presupposti non necessari e da una
concezione particolare dell'uomo e della scienza.
Un lavoro storico concettuale di questo tipo non consiste
dunque in una neutrale distinzione di concetti e di epoche diverse, ma implica
un movimento di pensiero che interroga radicalmente i concetti moderni, ne
chiede ragione e ne mostra le aporie. Appare in questo modo un significato del
pensare filosofico che non coincide con l'atteggiamento di costruzione
“scientifica” tendente all'incontraddittorietà, quale caratterizza la nascita
di quella che abbiamo chiamato “scienza o filosofia politica moderna”. Storia
dei concetti non è possibile se non si interrogano i concetti diffusi, che si
rivelano essere le doxai con cui
necessariamente dobbiamo confrontarci. Lavoro storico e impegno filosofico si
trovano in tal modo strettamente intrecciati.
4. La rilevanza del filosofico
L'elemento filosofico, che viene
così in luce da un punto di vista soggettivo in relazione a chi compie la
ricerca, deve anche emergere dal lato dell'oggetto dell'analisi se si intende
appunto scrivere storia della filosofia politica. Non è allora sufficiente
quanto si è finora detto: cioè la necessità di mostrare l'ambito concettuale
all'interno del quale un autore si trova ad esprimere la sua concezione politica.
È necessario comprendere il movimento di pensiero filosofico dell'opera
dell'autore esaminato, che non coincide con una sua presunta posizione o
dottrina politica.
Non è possibile intendere la
filosofia politica di un autore se la si intende come una costruzione teorica, che ha una sua interna coerenza e si pone con
una sua autonomia accanto alle altre. Appare necessario mettere in luce il
rapporto che c'è tra la dimensione che viene a prendere la politica e l'intero
delle categorie filosofiche in cui la riflessione politica si pone. È dunque
necessario andare entro e oltre la configurazione che viene ad assumere la
concezione politica per comprendere quale sia il movimento di pensiero che la
innerva: in che cosa consista il sapere filosofico e in che modo si relazioni
alle opinioni diffuse sulla politica, non intendendo porsi come nuova opinione accanto alle altre. Si
pensi alla Repubblica di Platone e alla proposta che in essa
emerge del governo dei filosofi. Spesso le interpretazioni leggono in ciò da un
lato l'espressione di una concezione autoritaria della politica, dall'altro la
costruzione di una comunità politica ideale, del modello della polis perfetta, prodotto appunto della
filosofia. Ma tale modo di intendere è possibile se si pensa che in Platone il
filosofare si identifichi con un sapere consistente nel possesso della verità,
sulla base del quale sarebbe legittimo esercitare potere sugli uomini. È qui da ricordare, in relazione a quanto
sopra si è detto, che in queste interpretazioni manca consapevolezza
storico-concettuale, in quanto gli elementi che qui compaiono - filosofia, sapere e potere – sono
intesi mediante una indebita proiezione di concetti moderni. Ma il rapporto con
la fonte platonica cambia se da una parte si è consapevoli che ciò che noi
chiamiamo potere non riferibile all'arché che si ritrova nei testi
platonici, e inoltre che il sapere filosofico, l'episteme, quale appare nella cosiddetta dottrina della linea
esposta nella parte centrale della Repubblica, non si configura come possesso della
verità, né come sapere il cui rigore consiste nella sua coerenza interna, ma
piuttosto come ricerca in comune, confutazione delle opinioni e rapporto
dialettico con quell'idea che tanto è necessaria e reale, quanto è eccedente il
nostro possesso e la nostra visione. Alla luce del movimento di pensiero che
caratterizza la filosofia platonica, la concezione politica appare ben altra
dal significato che prende nelle interpretazioni sopra indicate o in quelle che
ravvisano nella Repubblica la delineazione
della ottima polis o dell'idea[29].
Si possono portare altri esempi che
mostrino la necessità di intendere la struttura del pensiero filosofico di un
autore per dare ragione del suo pensiero politico[30],
e tali esempi possono riguardare anche l'epoca moderna, non certo riducibile a
quella dimensione del pensiero che emerge nella costruzione di quelli che
chiamiamo i concetti politici moderni,
i quali configurano un modo di pensare la politica che si estende al linguaggio
comune, diventa doxa comune e si
innesta negli apparati costituzionali con cui è organizzata la vita degli Stati
moderni. Si è detto che la logica dell'apparato concettuale che nasce nel Leviatano hobbesiano ha una diffusione
ben maggiore di quella che si potrebbe cogliere facendo attenzione ai diretti
rapporti che i pensatori successivi hanno avuto con la concezione, considerata
assolutista, di Hobbes. Tuttavia a volte la presenza degli elementi costitutivi
del modo hobbesiano di pensare la società non è sufficiente per intendere il pensiero
politico di un autore. È il caso di Spinoza, la cui metafisica della sostanza,
la nozione di potenza, il ruolo dell'immaginazione e il modo di intendere
l'intelletto, impediscono che la concezione politica possa venire intesa
mediante una chiave hobbesiana[31].
Un altro esempio può essere
costituito dal pensiero politico kantiano. La natura del sapere filosofico e il
ruolo che l'idea (in particolare l'idea della libertà) svolge tra la Critica della ragion pura e la Critica della ragion pratica, impediscono
da una parte di ridurre i principi ideali della costituzione repubblicana alle
procedure delle costituzioni democratiche moderne, come fanno molti interpreti,
dall'altra di intendere i termini chiave di diritto,
sovranità, popolo e rappresentanza
immediatamente nel significato che hanno nel dispositivo nato con Hobbes, anche
se elementi della forma politica quale è nata con il giusnaturalismo sono ben
presenti nel suo pensiero. Ma il ruolo che in esso svolge l'idea, e l'idea di
libertà in modo particolare, l'idealità che caratterizza i principi
repubblicani, il rapporto con l'idea che determina il concetto di
rappresentanza in modo tale da non risolverlo nel mero processo di
autorizzazione, come avviene in Hobbes: tutto ciò mostra come il filosofico del pensiero kantiano,
conferisca alla sua Rechtslehre un
significato diverso da quello che sembra ad un primo sguardo caratterizzare la
sua costruzione formale[32].
Una particolare evidenza viene ad
assumere in relazione al nostro problema il pensiero hegeliano. Spesso gli
interpreti si affannano a dibattere attorno alla questione del liberalismo di
Hegel oppure della sua concezione organicistica, olistica, o addirittura
totalitaria. Anche in questo caso non è possibile presentare la sua concezione
politica a prescindere dalla struttura speculativa della sua filosofia: Hegel
stesso avvisa in più punti della sua Rechtsphilosophie,
che è anche dottrina dello Stato, che per intendere quanto egli dice bisogna
fare riferimento alla Scienza della
logica, e che problemi che sembrano legati a situazioni contingenti, come
quello della funzione del monarca, sono piuttosto problemi di logica
speculativa. Se non si intende la natura del procedimento sistematico, la
struttura del sapere e il significato del movimento di Aufhebung che caratterizza la dialettica, non si può comprendere
(prima ancora di pretendere di giudicare) il significato che viene ad assumere
l'eticità, nella quale l'alternativa tra individualismo liberale e statalismo è
negata proprio in quanto i due termini di individuo
e di Stato non sono pensabili nella
loro autonomia e indipendenza reciproca e dunque non si può dare egemonia di un
termine sull'altro. L'eticità, unico ambito reale (spirito oggettivo appunto)
in cui è pensata la politica, è caratterizzata dalla strutturalità della
relazione, da rapporti oggettivi, all'interno
dei quali appare astrazione un individuo pensato come indipendente, allo stesso
modo in cui appare mera utopia – in questo caso nel senso deteriore di un
pensiero che non ha la forza di misurarsi con la realtà - un'istituzione
statale pensata a prescindere dal concreto operare degli individui[33].
Questi esempi vogliono solo
indicare la necessità di comprendere il movimento di pensiero proprio
dell'autore che si pone a tema per poter comprendere il significato della sua
riflessione sulla sfera politica. Ma quel movimento di pensiero è, in quanto
filosofico, particolarmente esigente e costringe l'interprete a pensare attraversando il pensiero
dell'autore. Ciò impedisce di accostare semplicemente una concezione all'altra
nell'ambito di un presunto lavoro storico oggettivo e descrittivo, perché in
questo caso il pensiero dell'autore è perso in partenza, in quanto è ridotto a
dottrina, cioè a costruzione teorica, che avrebbe solo al suo interno il metro
del suo rigore e dunque sarebbe ancorata ad una scelta di partenza che la
condiziona: insomma sarebbe ridotta a mera opinione tra le altre. Ben si
intende che in tal modo quella che si presenta come la descrizione della
filosofia politica di Platone, di Spinoza, di Kant, di Hegel – per limitarsi
agli esempi fatti – in realtà non coglie il suo oggetto, in quanto il pensiero
politico di questi classici si pone per sua natura come superamento del piano
dell'opinione e della mera costruzione teorica[34],
ed è su questa via che bisogna seguirli e saggiarne il rigore.
Tutto ciò mostra allora che, nel
caso della storia della filosofia politica, non è possibile il lavoro dello
storico che non riconosca innanzitutto il filosofico
delle concezioni politiche che incrocia. Ma ciò significa pensare
filosoficamente e dunque fare filosofia
politica in atto. Ciò non significa certo – come porterebbe a pensare
l'accettazione della sopra discussa distinzione tra sapere descrittivo e sapere
normativo - presentare proprie Weltanschauungen
o proprie concezioni della politica,
o valutare i filosofi sulla base di propri pre-giudizi
e proprie scelte e valori, ma piuttosto cogliere il movimento filosofico dei
testi e interrogarsi insieme ad essi su ciò che è filosofia politica.
In un contesto di storia
concettuale, cioè consapevole dei concetti fondamentali che caratterizzano il
modo moderno diffuso di pensare la politica, un atteggiamento di ricostruzione
storica, che sia nello stesso tempo filosofico, comporta una interrogazione di
tali concetti, il coglimento della loro riduttività e delle loro aporie. Se da
una parte nell'esperienza comune, ancora della nostra contemporaneità, concetti
fondamentali quali quelli di diritti
degli individui, uguaglianza, libertà, popolo, potere, sovranità, rappresentanza, sembrano costituire l'unico orizzonte di
pensabilità della politica, dall'altra la ricostruzione della loro genesi e
della loro logica comporta anche, insieme, l'ostensione della loro parzialità e
delle loro aporie. È il dispositivo della forma
politica moderna ad essere criticamente interrogato e a fare emergere con
le sue aporie una domanda originaria che, proprio a causa dei principi divenuti
opinione comune, viene dimenticata o persa nella sua radicalità. Tale
interrogazione della concettualità diffusa e divenuta senso comune, è possibile
anche, come si è indicato, attraverso il ripercorrimento, nella stessa epoca
moderna, di quei momenti filosofici che problematizzano i concetti diffusi,
facendo riemergere, sia pur con modalità diverse, un problema originario.
Attraverso questa problematizzazione è allora la soluzione moderna
relativa alla vita della società e alla giustizia ad essere posta in questione.
Tale soluzione sorse in un momento
in cui era ritenuto tramontato un orizzonte oggettivo e condiviso di ordine e,
legando insieme libertà degli individui e potere della società, ha costituito
un dispositivo concettuale caratterizzato da una razionalità formale che
neutralizzava le possibili e pericolose opinioni diverse su ciò che è giusto.
L'interrogazione di un tale dispositivo coinvolge non solo il concetto di
potere politico o di sovranità, ma, insieme e a maggior ragione, il concetto
che solo ha potuto produrlo, cioè quello, centrale nella politica moderna, di
libertà. Anche questa indicazione deve essere intesa in un senso determinato e
ristretto. Non si riferisce alla centralità della coscienza che caratterizza –
per dirlo con Hegel – la soggettività moderna, né al movimento di pensiero che
per sua natura travalica ogni limite, quanto piuttosto alla formalità e
assolutezza che caratterizza il ruolo svolto dalla libertà soggettiva nella
costruzione moderna della politica. Questo concetto di libertà, che si esprime
nell'arbitrio soggettivo avente come limite solo l'arbitrio altrui, è messo
filosoficamente in questione da pensatori quali quelli sopra menzionati, nei
quali, sia pure in forme diverse, la libertà assume uno spessore irriducibile
alla dimensione formale e alla logica autoreferenziale attribuita alla
coscienza individuale. In questo modo riappare, proprio al cuore della
costruzione moderna l'antica questione della giustizia, che il pensiero del
potere e della sua legittimazione mediante la volontà e l'autorizzazione da
parte degli individui aveva non cancellato, ma posto tra parentesi e sottratto
alla necessità della riflessione[35].
5. Quale il rapporto con il
pensiero politico del passato?
Queste ultime considerazioni ci riportano al problema sopra
accennato, di cui una storia concettuale deve necessariamente farsi carico.
Quanto più forte e motivata è la convinzione che i concetti moderni non servono
ad intendere ma portano piuttosto a fraintendere quel passato che implica un
diverso orizzonte di pensiero, tanto più appare necessario rispondere a una
duplice domanda: su come sia possibile intendere questo pensiero altro, e su che cosa questo pensiero
riesca ancora a comunicarci. Se si mostra lo scarto nei confronti della
esperienza e della tradizione precedente del pensiero che permette la nascita
dei concetti moderni, viene a maggior ragione in primo piano il problema a cui
si è sopra accennato. Se il nostro punto di partenza è il presente, e se i
concetti inevitabilmente sedimentati nelle parole che usiamo sono appunto
quelli moderni, come è possibile comprendere ciò che si colloca in un altro
contesto e che sembra implicare un altro modo di pensare? Per tentare di
rispondere a questo interrogativo bisogna riferirsi alla natura del filosofico
a cui si è già fatto cenno, che
riguarda sia l'oggetto sia lo stesso operare del soggetto della ricerca.
È ben vero infatti che il nostro
pensiero, e anche il lavoro dello storico di cui si è qui parlato, si muovono
all'interno di un linguaggio in cui si sono inevitabilmente sedimentati i
concetti moderni, e con essi un modo di intendere la politica dominato dal
concetto di potere; tuttavia, in luogo di un modo acritico e diffuso di
intendere tali concetti come principi fondamentali per pensare il nostro
presente e per intendere il passato, è possibile assumere un atteggiamento
critico, che veda appunto la parzialità, i presupposti e le aporie di questi
concetti ed apra così alla possibilità di intendere nel loro specifico altri
modi di pensare la politica, come ad esempio quello greco. La via che tenta di
creare un piano comune in cui porre e distinguere, nell'ambito dello stesso
concetto, il pensiero antico e quello moderno, in realtà non fa altro che
ipostatizzare il concetto moderno, portando a fraintendere il passato. Non
sembra proficua nemmeno la via della costruzione di categorie metastoriche che
permettano di conquistare un orizzonte in cui, accanto ai concetti moderni, si
pongono presunti concetti antichi[36].
Anche il tentativo di Koselleck di determinare mediante le categorie di passato e di futuro un ambito di comunicabilità tra il pensiero antico e quello
moderno rischia, contro le stesse intenzioni della storia concettuale, di
ipostatizzare elementi moderni che deformano la comprensione del passato;
soprattutto, un tale tentativo non appare sufficientemente consapevole del
circolo di storia e scienza che pregiudica il pensiero moderno, come ha colto
Otto Brunner[37].
Non è allora la determinazione di
un piano concettuale unitario che ci permette di comprendere un pensiero che è altro e diverso dall'orizzonte concettuale moderno. Piuttosto, è la
questione originaria che emerge dall'interrogazione dei concetti moderni ciò
che noi possiamo rintracciare nello stesso pensiero greco e nella lunga
tradizione che arriva alla prima modernità. Non è, ad esempio, una qualche
unità del concetto di democrazia a
mettere a confronto e a comprendere in sé democrazia antica e moderna (in
questo modo sono proprio i concetti della democrazia moderna ad essere
ipostatizzati); piuttosto, è la consapevolezza critica della particolarità e
anche dei limiti dei concetti che caratterizzano la sovranità e la democrazia
moderna, a permetterci di ravvisare a loro fondamento un problema relativo alla
giustizia nell'agire in comune degli uomini, alla pluralità della comunità e
alla questione del governo, problema che possiamo rintracciare nel diverso modo
di pensare la politica che è proprio dei Greci e di una lunga tradizione di
pensiero.
Le teorie contrattualistiche hanno
il loro punto di partenza nel problema della giustizia e insieme nella
constatazione della diversità di opinioni su di essa. Da ciò il tentativo di
una soluzione formale che disinneschi il pericolo insito nella diversità dei
punti di vista soggettivi. La risposta che nasce tende ad esorcizzare una volta
per tutte i rischi e l'instabilità che questo problema induce nel momento in
cui rimane costantemente aperto. Allo stesso modo, l'elemento conturbante che
deve essere pensato è il fatto che la comunità degli uomini implica che ci sia
governo, e la dottrina moderna lo fa tentando di disinnescare l'alterità che è
propria del governo e del comando: è la volontà di coloro che ubbidiscono che
sta alla base del comando, è il processo di autorizzazione che costituisce
l'autorità. Il potere è, in fondo, di tutti e il comando è il comando che mediante
il nesso di rappresentanza e sovranità ognuno dà a se stesso, rimanendo dunque
libero. Anche qui, come nel caso della questione della giustizia, è il rapporto
di governo ciò che si tenta di pensare e nello stesso tempo di esorcizzare.
Se si è consapevoli che alla base
ed entro la stessa teoria moderna del potere agisce una realtà da pensare
costituita dal rapporto di governo e dalla conseguente costituzione plurale
della comunità, e si annida la questione originaria di cosa sia giusto, allora
nell'analisi della stessa concettualità moderna appare un piano che ci permette
di riferirci alle dottrine del passato senza fraintenderle mediante una
ipostatizzazione di concetti moderni. In altre parole: è l'operazione critica
sui concetti, la riflessione filosofica, che riapre l'orizzonte del problema
politico, come ciò che è sempre di nuovo da pensare, e che permette il rapporto
con il pensiero e con l'esperienza politica del passato.
Un lavoro di storia della filosofia
politica che si muova con una coscienza storico-concettuale e che sia
consapevole della dimensione filosofica del lavoro di ricerca ha come compito
principale la comprensione e l'attraversamento delle fonti, dei testi dei
classici, che devono essere liberati dal peso delle interpretazioni, le quali
spesso usano i testi in relazione a propri fini teorici, o li piegano in ogni
caso ad una concettualità che è loro estranea. Koselleck ricorda che il
rapporto con le fonti – specialmente, si può specificare, con fonti non
appaesate nel pensiero moderno – è uno dei vantaggi della Begriffsgeschichte, anche se ciò non comporta un presunto
oggettivismo e la scomparsa del rapporto con il proprio presente, ma appunto un
rapporto che deve essere consapevole della particolarità e della genesi
determinata dei concetti usati nel presente per pensare la politica.
Una storia della filosofia politica concepita nel
modo in cui si è qui schematicamente delineato, mostra di privilegiare
l'analisi dei testi di filosofia politica e dunque dei classici, piuttosto che
lo studio delle fonti e dei pensatori che hanno avuto rilevanza per la cultura
politica e influenza nei movimenti storici. Ma nei testi classici l'attenzione
va al modo in cui viene costituzionalmente
pensato il vivere insieme degli uomini. Il rapporto con i testi dei classici,
il loro diretto attraversamento, appare elemento primario di una storia della
filosofia politica, che quindi non può ridursi ad una descrizione manualistica, lontana dai testi, e dipendente da
tradizioni interpretative che spesso mancano della duplice consapevolezza che
si è qui tentato di presentare. Anche il pensiero dei diversi autori, che pur è
da attraversare in modo filologicamente determinato, non è isolabile, ma
richiede attenzione al contesto concettuale all'interno del quale si pone; e
neppure é inserito in modo neutrale in una storia della cultura. Il lavoro
dello storico può attingere il suo oggetto solo mediante un atteggiamento
filosofico che interroghi i testi e contemporaneamente si interroghi sul
movimento di pensiero che caratterizza la filosofia politica. Infine, non può
essere posto fuori campo il proprio presente: non nel senso della accettazione
dei topoi diffusi, del senso comune e
del piano costituito dalla scienza del proprio tempo, ma al contrario, in
quello della interrogazione di quei topoi
e della consapevolezza critica dei presupposti delle scienze contemporanee
riguardanti la politica, e del confronto con i problemi che la realtà presente
ci pone.
Come appendice: un tentativo di storia di filosofia
politica[38]
Quanto è stato detto permette di superare le dicotomie attraverso le quali si pensano gli strumenti dedicati al pensiero filosofico e a cui si faceva accenno all'inizio: innanzitutto quella di un approccio storico o di un approccio teoretico al problema politico, o quello tra inquadramento storico e rapporto diretto con i testi dei classici. Un lavoro di questo tipo non sembra potersi identificare con le modalità che informano i manuali di storia del pensiero politico e mostra di trarre vantaggio da un lavoro di ricerca di gruppo, in cui si diano, in modo non univoco, la consapevolezza storico concettuale e l'attenzione all'elemento filosofico della filosofia politica, e nello stesso tempo il rapporto diretto e “specializzato” con i testi dei classici e con i contesti storici. La necessità dell'implicazione di una riflessione filosofica nel lavoro storico e nella presentazione di strumenti che hanno anche una loro valenza didattica è particolarmente rilevante oggi, in una situazione in cui, all'interno dell'Università, spesso si scambia una formazione di base con una mera informazione, che da una parte perde, come si è sopra detto, l'oggetto di cui si vuole fare storia, cioè la filosofia politica, e dall'altra non produce uno stimolo alla riflessione di coloro a cui è destinata, tendendo al contrario a fornire una serie di sia pur minime certezze. Formazione è possibile solo nel momento in cui gli elementi da conoscere sono proposti insieme a strumenti di riflessione critica.
Un tentativo di storia della filosofia politica
nella direzione qui delineata è costituito da Il potere. Per la storia della filosofia politica moderna, che si muove in una direzione assai
diversa da quella dei manuali di storia del pensiero politico e che intende
sottolineare il proprio della filosofia
politica[39], anche se
tale specificità non significa unilateralità o separatezza dall'ambito
complessivo del pensiero e del sapere, né da quello della vita degli uomini e
della società – appunto dalla storia sociale. Si può qui cercare di dare, per
punti schematici, alcuni elementi caratteristici del lavoro, non intendendo
elencare i risultati raggiunti, quanto piuttosto le linee che hanno guidato il
lavoro.
1)
Si tratta di un'opera
unitaria, frutto non solo di un unica linea metodologica, ma anche di un quadro
interpretativo della genesi e della logica dei concetti politici moderni,
comune a tutti gli autori. Essa, tuttavia, si avvale di specialisti che da
tempo svolgono ricerche sui singoli autori e sui singoli periodi presi in
esame. Dunque l'unità dell'impianto (garantito da una consuetudine al lavoro di
gruppo e da alcuni anni di seminari sul tema) si coniuga con una conoscenza
specialistica che non sarebbe possibile nel caso di un unico autore.
2)
I saggi non sono
ristretti alla ricostruzione del pensiero dell'autore trattato, ma - secondo il
metodo della storia dei concetti politici (Begriffsgeschichte)
- sono attenti alle continuità, alle modificazioni, alle complicazioni ed alle
ricomposizioni che i concetti, e le logiche che ne governano l'uso, vengono ad
assumere nei singoli autori. Ciò porta a risultati non raggiungibili dalle
storie del pensiero politico che si fermano al rapporto tra il testo e il
contesto storico.
3)
I riferimenti storici
presenti nei saggi e nelle introduzioni non riguardano tanto gli avvenimenti,
quanto piuttosto le strutture della società, gli assetti costituzionali,
assumendo il termine “costituzione” nel senso più largo (ed etimologico) del
termine.
4)
La divisione in parti
scandisce insieme un periodo storico e la problematica che in esso si afferma
in relazione alla costituzione della società e alla dimensione del potere.
Queste parti indicano nello stesso tempo i nodi teorici e problematici che
governano la logica del potere fino alla nostra contemporaneità (ordine e governo
- potere naturale e potere civile - fondazione e limitazione del potere -
potere costituente e poteri costituiti - pensiero e contraddizioni del potere -
il rapporto tra società e potere politico - la dislocazione del potere e
l'esaurirsi della logica moderna della sovranità)
5)
Nella trattazione dei
classici si tende, più che a presentare un modello di sistema politico, a far
comprendere il movimento di pensiero che rende possibile un determinato modo di
intendere la politica.
6)
La trattazione della
politica centrata sul concetto di potere non delinea una dimensione
“specialistica”, in quanto il concetto di potere risulta legato a una serie di
concetti fondamentali che determinano aree anche differenti da quella politica:
diritti degli individui, uguaglianza, libertà, morale, società, giudizio,
opinione pubblica.
7)
Questa storia della
filosofia politica moderna intende programmaticamente escludere la rassegna di
un grande numero di autori, e qualsiasi tentativo di completezza, concentrando
l'attenzione, con parzialità, su pochi autori, che sono considerati rilevanti
anche per una funzione formativa e per un intento didattico. Non si tratta di
una descrizione, di una narrazione pacifica, ma di un lavoro che tende a
sollecitare criticamente i concetti, a mostrare contraddizioni e aporie: infine
a fare emergere una domanda filosofica con cui il lettore si deve confrontare.
8)
Pur nella loro brevità
e in una dimensione didattica di comunicazione, con un pubblico anche di
studenti, i singoli saggi tendono ad evidenziare l'attraversamento dei testi
fondamentali dei classici, stimolandone la lettura e costituendo per
quest'ultima un quadro ampio di orientamento.
[1] È da
ricordare che il seminario su “Come scrivere la storia della filosofia
politica?” è una tappa di un più ampio lavoro svolto tra la Francia e l'Italia
e riguardante la storia della filosofia (cfr. Y-CH. Zarka (a cura di), Comment écrire
l'histoire de la philosophie, Puf, Paris 2001).
[2] Cfr. G.
Duso, La logica del potere. Storia
concettuale come filosofia politica, Laterza, Bari-Roma 1999, sp. il
capitolo I.
[3] Mi
riferisco al testo collettaneo G. Duso (a cura di), Il potere. Per la storia della filosofia politica moderna, Carocci, Roma 20012.
[4] Cfr. i
saggi di Brunner sulla storia, in particolare Il pensiero storico occidentale, in Per una nuova storia costituzionale e sociale, a cura di P.
Schiera, Vita e pensiero, Milano 1968, pp. 51-74 (ora II ed. 2000), p.202; tale
testo traduce molti dei saggi apparsi in Neue
Wege der Verfassungs- und Sozialgeschichte, Vandenhoeck & Ruprecht,
Göttingen 19682.
[5] O.
Brunner, La "casa come
complesso" e l'antica "economica" europea, in Per una nuova storia costituzionale e
sociale cit, pp. 133-164.
[6] Cfr.
Brunner, La “casa come complesso”, p.
146. Per quanto riguarda il significato pregnante della traduzione del Prinzip der Herrschaft con l'espressione
“principio del governo” cfr. La logica del potere. Storia concettuale
come filosofia politica, Laterza, Bari-Roma 1999, p. 195, n. 58 e il cap.
III dello stesso volume.
[7] Ambedue
questi significati sono ben espressi dal contesto del pensiero weberiano.
[8] Possiamo
parlare in modo più generale di strumenti di storia del pensiero politico, con
la consapevolezza che sono pochi i tentativi che si propongono di affrontare
nello specifico una storia della “filosofia politica”
[9] Si veda
per esempio N. Bobbio, Il modello
giusnaturalistico, in N. Bobbio, M.
Bovero, Società e Stato nella filosofia
politica moderna, Il saggiatore, Milano 1979 (si tratta della voce Giusnaturalismo, in Storia delle idee politiche economiche e sociali, UTET, Torino
1980, IV/1, pp. 491-558; ma già prima, Il
modello giusnaturalistico, “Rivista internazionale di filosofia del
diritto” 1973, pp. 603-622), sp. p. 44.
[10] Si veda
da ultimo Il potere e la nascita dei concetti
politici moderni, in S. Chignola e G. Duso (a cura di), Sui concetti giuridici e politici della
costituzione dell'Europa, FrancoAngeli, Milano 2005, pp. 159-193.
[11] Non è
certo qui possibile dare motivazione di queste indicazioni: rimando ai testi citati
nelle note e, per quanto riguarda la democrazia, a G. Duso (a cura), Oltre la democrazia. Un itinerario
attraverso i classici, Carocci, Roma 2004.
[12] Mi
riferisco a G. Sartori, Politica, in Elementi di teoria politica, Il Mulino, Bologna 1987, p. 241.
[13] Si veda
l'introduzione di M. Bovero a N. Bobbio,
Teoria generale della politica, Einaudi, Torino 1999. Lo stesso Bobbio
tuttavia riconosce la necessità del rapporto tra le due dimensioni, in quanto
“la teoria politica senza storia è vuota e la storia senza teoria è cieca” (ora
nello stesso testo, p. 34). Con la proposta di una storia concettuale che è
anche filosofia politica ho cercato di mostrare come il rapporto sia più
stretto e coinvolga lo stesso statuto logico della filosofia politica e della
storia della filosofia politica.
[14] Rimando
per una prima indicazione a questo proposito a “La rappresentazione e l'arcano
dell'idea”, ora introduzione a G. Duso, La
rappresentanza politica: genesi e crisi del concetto, FrancoAngeli, Milano
2003, sp. pp. 40-50.
[15] Cfr. il
numero di “Filosofia politica” 1997/3, dedicato alla “Storia dei concetti”, con
saggi di Pocock e Koselleck e i lavori sulla Begriffsgeschichte di S. Chignola, in particolare History of Political Thought and the History
of Political Concepts. Koselleck's Proposal and Italian Research, "History of Political Thought", 2002, n. 3,
pp. 1-25.
[16] Una
prospettiva di storia concettuale come quella qui proposta supera dunque quella
disgiunzione tra interesse filosofico e interesse storico che Zarka attribuisce
a Koselleck e alla storia dei concetti (cfr. Y-Ch. Zarka, Que nous importe l'histoire de
la philosophie?, in Id. (a cura di), Comment
écrire l'histoire de la philosophie?, Puf, Paris 2001, p. 23.
[17] Rimando
per il chiarimento di questo punto e per una migliore comprensione del contesto
del presente contributo a Il potere e la
nascita dei concetti politici moderni cit. che è da tenere presente,
insieme al Storia concettuale come
filosofia politica cit. e alle
Introduzioni alle diverse sezioni del libro Il potere. Per la storia della filosofia politica cit.
[18] Cfr. sul
significato di questo condizionamento e sullo sviluppo del percorso fichtiano
G. Duso, La philosophie politique de
Fichte: de la forme juridique à la pensée de la pratique, in “Fichte-Studien”,
Bd. 16 (1999), pp. 191-211.
[19] Cfr. G.
Duso, Rivoluzione e costituzione del
potere, in Il potere cit., pp
203-211 e M. Piccinini, Potere comune e
rappresentanza in Thomas Hobbes, in Il
potere cit., pp. 123-141. Si può ricordare come sia consueto pensare che la
moderna rappresentanza politica sia nata da una lunga marcia di uscita
dall'assolutismo per attingere i lidi di una concezione democratica, liberale e
partecipativa della politica (è significativa in questa direzione l'esordio
della voce Rappresentanza politica a
nome di Maurizio Cotta nel Dizionario di
politica, diretto da N. Bobbio, N. Matteucci e G. Pasquino, UTET, Torino,
1983, p. 954). Se invece si comprende la relazione che sussiste tra la forma
rappresentativa che si instaura con la costituzione francese del 1791 e quel
concetto di rappresentanza che nasce nel XVI cap. del Leviatano, si può meglio intendere la logica unitaria che
caratterizza la rappresentanza moderna contro il pluralismo politico proprio di
un contesto feudale e di prima età moderna, l'abbandono delle differenze a
livello politico, il carattere di assolutezza che rende difficile il controllo,
la scissione tra rappresentante e rappresentato che rende problematico pensare
alla partecipazione. Certo ciò non esclude ma, al contrario, impone di
intendere le differenze che i meccanismi procedurali delle moderne costituzioni
segnano in relazione alla concezione hobbesiana, mostrando una serie di
modificazioni concettuali e strutturali (su ciò si veda sp. il secondo capitolo
del lavoro La rappresentanza politica cit.).
[20] Rimando
al mio saggio Alle origini del moderno
concetto di società civile, in La
logica del potere cit. pp. 87-113 e a quello su Althusius in Il potere cit., pp. 77-94, come pure a
M. Scattola, Ordine e imperium: dalle
politiche aristoteliche del primo Seicento al diritto naturale di Pufendorf, in
Il potere cit., pp. 95-111; dello
stesso si veda l'ampia e importante monografia Dalla virtù alla scienza. La
fondazione e la trasformazione della disciplina politica nell'età moderna,
FrancoAngeli, Milano 2003.
[21] G. Duso
(a cura) Il contratto sociale nella
filosofia politica moderna, Franco Angeli, Milano 19983, Il potere cit. e Id., La rappresentanza politica cit., sp.
cap. II “Genesi e logica della rappresentanza politica moderna”, pp. 55-119.
[22] Cfr. M.
Merlo, Vinculum concordiae. Il problema
della rappresentanza nel pensiero di Nicolò Cusano, Franco Angeli, Milano,
1997 e Marsilio da Padova. Il pensiero
della politica come grammatica del mutamento, Milano, Franco Angeli 2003
[23] Cfr. M.
Scattola, Dalla virtù alla scienza. La fondazione e la trasformazione della
disciplina politica nell'età moderna, FrancoAngeli, Milano 2003.
[24] Cfr. S.
Visentin, La libertà
necessaria. Teoria e pratica della democrazia in Spinoza, ETS, Pisa 2001;
G. Duso (a cura di), Oltre la democrazia
cit.
[25] Cfr. D.
Canale, La costituzione delle differenze.
Giusnaturalismo e codificazione del diritto civile nella Prussia del Î700,
Giappichelli, Torino 2000 e M. Scattola, La
nascita delle scienze dello stato. August Ludwig Schlözer e il pensiero
politico del Settecento tedesco, Milano, Franco Angeli, 1994.
[26] Cfr. M.
Piccinini, Tra legge e contratto. Una
lettura di 'Ancient Law' di Henry Sumne Maine, Giuffré, Milano 2003.
[27] Cfr. S.
Chignola, Società e costituzione.
Teologia e politica nel sistema di Bonald, FrancoAngeli, Milano 1993.
[28] Cfr. A.
Scalone, Rappresentanza politica e
rappresentanza degli interessi, FrancoAngeli, Milano 1996.
[29] Per un
chiarimento rimando ancora alle pagine su Platone citate nella nota 14.
[30] In tal
modo si fa riferimento non solo ad esigenze, ma anche al risultato di ricerche
la cui ricaduta è evidente, oltre che in una serie di monografie, nei due
volumi collettanei sopra ricordati, in modo particolare nel volume Il potere, che vuole fornire un
contributo in direzione di una storia della filosofia politica.
[31] Cfr. S.
Visentin, Potenza e potere in Spinoza,
in Il potere cit. pp. 143-156.
[32] Cfr. G.
Rametta, Potere e libertà nella filosofia
politica di Kant, in Il potere cit.
pp. 253-274, e G. Duso, La libertà
moderna e l'idea di giustizia, “Filosofia politica”, XV (2001), n. 1,
pp.5-28, e con maggiore ampiezza, Id., Idea
di libertà e costituzione repubblicana nel pensiero di Kant. Un itinerario
attraverso i testi, Cleup, Padova 2004.
[33] Cfr. G.
Duso, La rappresentanza politica e la sua
struttura speculativa nel pensiero hegeliano, in "Quaderni fiorentini",
18 (1989), pp. 43-75, M. Alessio, Azione
ed eticità in Hegel. Saggio sulla filosofia del diritto, Guerini e
Associati, Milano 1996, M. Tomba, Potere
e costituzione in Hegel, in Il potere
cit., pp. 297-316, e ora P. Cesaroni, Governo
e costituzione nelle Lezioni di filosofia del diritto di Hegel. Un'evoluzione sistematica, FrancoAngeli, Milano 2006.
[34] Concordo
in questo senso con Zarka quando evidenzia la necessità di intendere quale è la
specificità del testo filosofico che lo rende appunto tale, cioè filosofico:
perciò la storia della filosofia non è riducibile alla storia delle idee o
della cultura ed è necessaria una “storia filosofante della filosofia” (Que nous importe l'histoire de la
philosophie cit, pp. 27, 30 e passim).
[35] Per la
centralità che nel moderno viene ad assumere il concetto di libertà, in luogo
dell'antica domanda sulla giustizia, si veda H. Hofmann, Introduzione alla filosofia del diritto e della politica, Laterza,
Bari-Roma 2003, e il mio La libertà
moderna cit.
[36] Ho
cercato di mostrare che i concetti, nel senso che noi attribuiamo al termine
“concetto”, implicante definizione e funzione determinate all'interno del
sapere e del processo logico di legittimazione del potere, sono solo i concetti
moderni, il che non significa certo perdere la rilevanza di ciò che si dà in un
pensiero non moderno (cfr. il mio Struttura
speculativa del concetto e filosofia politica, in Marino Gentile nella
filosofia del Novecento, a cura di E. Berti, Edizione Scientifiche
Italiane, Napoli 2003, pp.161-178).
[37] Cfr. A.
Biral, Koselleck e la concezione della
storia, “Filosofia politica” 1987, n.2, ora in A. Biral, Storia e critica della filosofia politica
moderna, Franco Angeli, Milano 1999, pp, 251-259; un confronto critico con
Koselleck sul concetto di storia si ha ora in S. Chignola, Concetti e Storia (sul concetto di storia), in Chignola, Duso (a
cura di), Sui concetti giuridici e
politici della costituzione dell'Europa cit., pp.195-226.
[38] Queste
indicazioni intendono rispondere ad una intenzione, espressa nella
organizzazione del convegno, di proporre ed esaminare strumenti nella direzione
della storia della filosofia politica.
[39] Tra le
moltissime storie del pensiero politico non mi sembrano molti i tentativi nella
direzione di questa specificità.
Questo documento è soggetto a una licenza Creative Commons