SEMINARI E CONVEGNI LO STATUTO DELLA FILOSOFIA POLITICA 31-08-2007 RAIMONDO CUBEDDU LA FILOSOFIA POLITICA. UN PERCORSO E UNA MAPPA (MOLTO) PERSONALE
Il
proposito di illustrare come intenda la “filosofia politica” implica una
riflessione critica sul mio percorso e, come purtroppo avviene ad una certa
età, espone al rischio di scambiarla con quel che si è fatto o con quel che si
sta facendo. Vi chiedo quindi scusa se inizio con una breve nota autobiografica
che ha anche il fine di mostrare come, quanto, e in pochi decenni sia cambiata
la nostra disciplina.
Ho
debuttato –guidato dalla sicura mano di Giuliano Marini (che con grande
liberalità mi incoraggiò a coltivare interessi diversi dai suoi)– in quella che
allora veniva chiamata la “repubblica delle lettere” (ed ora “mercato delle
idee”), quando nell''accademia' vigevano norme di comportamento diverse da
quelle odierne, ed esistevano grandi, orgogliose e coese ‘famiglie' coi loro
‘quarti di nobiltà'. Ho esordito studiando Popper ed un tema allora di moda:
quello dello ‘storicismo'. Col tempo i miei interessi si sono ampliati più di
quanto si siano modificati (come sapete, la tradizione del Classical Liberalism è, forse ossessivamente, rimasta al centro dei
miei interessi). Prima Strauss, poi gli esponenti della Scuola Austriaca e il
loro liberalismo, ed infine l'interesse per la tradizione del diritto naturale,
per la relazione tra tempo ed aspettative individuali, per l'analisi delle performances istituzionali (interesse,
questo, coltivato in stretta collaborazione con Alberto Vannucci), e la
rivisitazione di alcuni momenti della tradizione liberale italiana.
Non ho abbandonato, né rinnegato
nessuna di tali esperienze, anche perché, sulla spinta del desiderio di
approfondirle o di rivisitarle, ci sono tornato più volte, sovente su
sollecitazione di colleghi. Mi accorgo così di aver cercato di conciliare la
modernità con la critica radicale che ad essa veniva rivolta da Strauss, e di
aver cercato di arricchire la filosofia politica con esperienze conoscitive
sull'azione umana che provenivano da altri ambiti disciplinari come quello
della scienza economica.
Di qui la convinzione
che la filosofia politica sia il complesso passaggio dall'opinione alla
conoscenza delle cose politiche, che il suo problema sia sempre quello di
conciliare “un ordine che non sia oppressione con una libertà che non sia
licenza”, e che il miglior ordine politico sia auspicabile quanto
irrealizzabile stante la diversità di conoscenza tra gli individui. Tutto
questo mi ha anche reso disponibile a non escludere che Platone, Maimonide e
Tommaso, per fare degli esempi, possano aver inteso la natura delle cose
politiche meglio dei moderni e di noi contemporanei, ma anche che essi, o per
lo meno alcuni, si siano accorti di cose di cui i “pre-moderni” non si erano
accorti, e si siano imbattuti in problemi nuovi ed inaspettati. Ciò mi ha
spinto a considerare le distinzioni accademiche come accidentali, e a cercare
di cogliere l'aspetto filosofico-politico della condotta umana anche in
discipline come quella economica, tenendo ben presente che la dimensione teorica
dei ‘grandi' non coincide necessariamente con la disciplina che hanno
insegnato.
Di qui sia
l'interesse per le questioni inerenti la libertà individuale e per le possibili
forme della sua espressione politica (il problema delle “istituzioni della
libertà”), sia l'attenzione per i
‘fallimenti' della filosofia politica.
Sono così diventato
critico nei confronti dell''ottimismo liberale' e dell'esito del tentativo
della democrazia di produrre ordine tramite un'educazione di massa. In questo
modo mi sono imbattuto nella questione delle “aspettative soggettive di tempo”
e in quella, connessa, della crescente differenziazione tra “tempo individuale”
e “tempo delle regole e delle istituzioni”. Ma soprattutto mi sono occupato del
modo in cui la filosofia politica ha affrontato il tema dell'incertezza e del
fatto che i tanti tentativi di produrre ordine accelerando i processi politici
con strumenti coercitivi si sono dimostrati, più che fallimentari, tragici. L'incertezza si configura oggi come il nostro grande tema, e non soltanto
perché certezze consolidate –come quelle della distinzione tra sfera privata e
pubblica, e tra religione e filosofia politica– stanno rivelando tutta la loro
fragilità.
Per rendersi conto di
quanto la situazione sia cambiata basta pensare che molti dei pensatori e dei
problemi che sono ora al centro della nostra attenzione fino a pochi decenni fa
erano sconosciuti o trascurati.
Ancora
nel 1961, in Freedom and the Law,
Leoni, come tanti altri liberali –e non dico di quanti liberali non erano, vale
a dire dei più– includeva il faro fra
quei beni pubblici che non potevano che essere prodotti dallo
stato in regime di monopolio.
Poco più di un decennio dopo, nel
1974, quella collocazione –che implicava, o legittimava, una certa dimensione
dei compiti e della funzione della filosofia politica, perché riguardava una
questione centrale come la definizione e la produzione dei ‘beni pubblici' e
quindi la natura delle scelte collettive– è venuta meno, e successivamente ne
son venute meno molte altre.
Mi riferisco,
ovviamente, a due saggi apparsi in quell'anno: The Market for Goods and the Market for Ideas, e The
Lighthouse in Economics. Con essi Coase mostrava come la categoria dei beni
pubblici fosse più incerta di quanto si pensasse, e che certi beni pubblici non
soltanto potevano, ma erano già stati prodotti dal mercato. Inoltre, cosa altrettanto
importante per noi filosofi politici, egli metteva anche in luce che se non si
poteva governare il mondo delle idee (quello della libertà di pensiero e di
ricerca), era per lo meno illusorio pensare che le idee non avessero influenza
sulle aspettative individuali e sociali, e quindi anche sulle modalità di
produzione e sui criteri di distribuzione dei beni.
Ma noi filosofi
politici quei saggi (se mai li abbiamo letti) non li abbiamo meditati
abbastanza. Quantunque già in quegli anni, anzi da decenni, parlassimo di
‘fine' dello stato, della sovranità e della stessa politica, eravamo in realtà
impegnati a parlare di qualcosa di diverso.
La scossa, per noi che
generalmente eravamo sordi a quanto avveniva nel campo delle scienze sociali
teoriche (accusate talora d'essere anche poco ‘filosofiche'), non venne da
Coase, né da Arrow (il quale aveva paventato quella inquietante figura del
“dittatore benevolente” che metteva in discussione concetti rassicuranti come
quelli di ‘ottimo paretiano' e di ‘bene comune'), e neanche da Hayek (il quale
già negli anni Trenta aveva mostrato come una pianificazione democratica fosse
impossibile per via del fatto che nessun potere avrebbe potuto modificare e
sintetizzare la conoscenza, i talenti e le aspettative diffuse casualmente
nella società).
Venne da Rawls, e fu salutare soltanto fino ad un certo punto: sia perché
indusse a credere che la filosofia politica contemporanea si identificasse con
la teoria della giustizia sociale, sia perché ciò ebbe l'effetto di ritardare
l'attenzione su altri ed importanti pensatori contemporanei, ad esempio
Oakeshott, e, più in generale, per altre tradizioni come, ad esempio, quella
del conservatorismo. Per troppo tempo avevamo continuato a pensare alla
filosofia politica come ad una disciplina autosufficiente e, per di più, anche
chi allargava i proprî interessi alla sociologia e alla scienza politica,
ricevendone sovente il biasimo di qualche collega, si arrestava davanti
all'economia.
Credo che tutti
sappiate che i discorsi di Rawls non mi hanno mai convinto. Ma questo non mi
impedisce di riconoscere che la scossa
salutare venne lui e da quanti da noi lo introdussero (ciò che, con una
ricaduta nell'autobiografia, mi induce a pensare di essere l'unico rimasto
indenne da ‘tossine rawlsiane', come, del resto, marxiste).
E quindi via: quasi tutti ad occuparci di giustizia
sociale, della funzione dello stato nell'allocazione di diritti e di opportunità
secondo criteri di utilità sociale, e a disquisire sulle sue caratteristiche,
ma pure di universalismo, di utilitarismo, di cosmopolitismo, di diritti e di
cittadinanza.
Rawls e Habermas ci
hanno immunizzato da altre scienze sociali teoriche, e tuttavia sarebbe
interessante sottoporne le dottrine al vaglio del cosiddetto “teorema di
Coase”. Sta di fatto che, con poche
eccezioni, non eravamo molto interessati a quanto, nato tra gli economisti,
si stava estendendo alle altre scienze sociali teoriche. Pensavamo che le
acquisizioni concettuali sull'azione umana che esse avevano messo in luce in
quello scorcio finale del XX secolo fossero di scarsa rilevanza per la
filosofia politica.
A concetti come
quello di ‘frammentazione sociale della conoscenza', di ‘costi di transazione',
di ‘vincoli formale ed informali', etc., venne riservata scarsa attenzione (ed
ancora una volta sarebbe da vedere cosa ne resta di certe teorie della
cittadinanza o del multiculturalismo se le si indaga dal punto di vista dei
‘costi di transazione'). Ebbero, è vero, maggiore fortuna quelli di ‘asimmetria
conoscitiva' e di ‘fallimenti del mercato'; ma appunto perché consentivano di
criticare il ‘processo di mercato'. Certamente i fallimenti del mercato
esistono, ma sono maggiori o minori di quelli di altre istituzioni sociali,
come la politica?
Tale isolamento
produsse un “rifugio nell'etica”. Ma non fino al punto di chiedersi se la
coercizione potesse essere giustificata filosoficamente. La teoria delle
istituzioni, ed il conseguente progetto di elaborare criteri diversi di
valutazione delle medesime, attraeva assai poco. Giustizia sociale ed etica
pubblica erano le parole chiave dei ‘laici', e bene comune e solidarietà
quelle dei credenti.
Dopo di che, ma si
tratta di pochi anni fa, attenuatasi l'infatuazione per la giustizia sociale
–alla quale l''iniezione' di Habermas ha dato un sollievo soltanto momentaneo–
ci siamo, sia pure per poco, innamorati del progetto di governare la globalizzazione. E qualcuno anche di qualche
stravagante filosofo francese.
Pur consapevoli dei
limiti della politica (sia interna, sia internazionale), della crisi dello
stato e della sovranità, abbiamo così coltivato l'illusione di poter governare
il mondo ispirandoci a criteri di eticità e con lo strumento dei diritti umani. E di lì un'altra
infatuazione. Tanto più travolgente, quanto più ne era e ne resta misterioso
l'oggetto. È vero che qualcuno aveva detto che essi erano sinonimi di Natural Rights, ma poiché quelli
lockeani non piacevano più di tanto, ci siamo mobilitati per crearne degli
altri.
Ma quei diritti
umani, purtroppo, avevano il difetto, e contemporaneamente il rassicurante
pregio, di dover affidare la propria realizzazione alla politica; ovvero ad uno
strumento sul quale iniziavamo a nutrire più di un dubbio. Garantirli,
comunque, non ci bastava più; e la gratificazione di poter finalmente ridare un
senso alla politica metteva la sordina ai dubbi sulle sue reali possibilità.
Abbiamo sognato che l'etica avrebbe salvato la politica e legittimato il suo
uso di strumenti coercitivi. Se non eliminato, il mercato, fallito il progetto
di pianificarlo e di razionalizzarlo, poteva essere redento con robuste
‘iniezioni' di etica, di giustizia sociale, di diritti umani. Soltanto più
tardi ci siamo resi conto che l'etica
stava cedendo il posto alle etiche,
che un mondo pullulante di etiche speciali e di diritti privi di doveri si
stava rivelando un mondo confuso ed incerto, ed infine che la politica non era
più in grado di controllare il dilagare di aspettative e di credenze più o meno
irrazionali e di far fronte al conseguente incremento dell'incertezza.
Il mondo
stava cambiando e non ci seguiva: quelli che pensavamo fossero ‘diritti' si moltiplicavano
incessantemente, mutavano in continuazione, ed ognuno pensava di aver diritto ad aggiungerne degli altri. La
categoria diventava così ingovernabile.
Nel
frattempo, anche la stessa globalizzazione si stava dimostrando ingovernabile.
Inizialmente, ci eravamo illusi che il suo governo consistesse
nell'esportazione dei valori e delle istituzioni della cultura liberal occidentale ma, quando ci fu
fatto capire che non era il caso, la buona creanza suggerì di non insistere.
Ciò
nonostante, nel ‘mondo globalizzato' il
mercato dei beni si stava rapidamente trasformando nel mercato della conoscenza
tramite un processo che seguiva delle regole e, non si capiva dove e come, ne
creava di nuove. Talora difficilmente comprensibili ed accettabili. Questo
aveva delle conseguenze anche per noi. Per secoli, infatti, stato e politica
son stati considerati prevalentemente come modalità complementari per produrre
regole e per accelerare, e per ‘governare', i processi sociali verso un fine (o
una pluralità ordinata in maniera gerarchica) ritenuto possibile ed
auspicabile. Ma nel mondo globalizzato questo compito appariva sempre più
difficile; la ‘fame di regole' non veniva soddisfatta dai farraginosi e lenti
processi della loro produzione legislativa, e il prodotto finale poteva essere
insipido, cattivo, inutile, e talora anche dannoso. Mancavano gli strumenti
teorici e pratici per fare qualcosa di meglio e di diverso dall'inflazione
legislativa. La coercizione, lo strumento purtroppo abituale, non bastava.
Negli ultimi decenni
stato e politica stanno così manifestando una marcata e crescente difficoltà ad
assolvere al compito di ‘razionalizzare' le aspettative e di ‘produrre
certezza'. Sia in relazione al suo sempre più alto costo; sia in relazione a
risultati che, per svariati e sovente contraddittori motivi, appaiono sempre
meno soddisfacenti.
Siamo
così indotti a chiederci se –e
soprattutto in una situazione in cui: a) il lasso di tempo che intercorre tra
una qualsiasi scoperta scientifica e la sua diffusione sociale tende a
restringersi; b) il tempo impiegato
dalla politica a compiere delle scelte collettive è in costante e generale
crescita; c) le aspettative
individuali si formano in contesti socio-culturali che hanno sempre minori
relazioni con quelli in cui si esprimono politicamente; e, d) le grandi innovazioni e modificazioni riguardanti la vita
individuale e sociale tendono a realizzarsi fuori dalla sfera pubblica– non si
imponga un ripensamento della politica come attività prevalentemente di governo e se sia ipotizzabile e
possibile distinguere la politica dalla forma istituzionale, lo stato, in cui
si è finora espressa.
Oggi
iniziamo a renderci conto che quel ‘nobile obiettivo' iniziale era
eccessivamente ambizioso e che i tentativi della filosofia politica e della
politica di ‘progettare' un mondo razionale ed etico, e di governarlo, si
stavano mostrando vani quando non fallimentari. Forse, di fronte alla
circostanza che sta affiorando, ovvero che i grandi cambiamenti son sempre meno
prodotti della politica, sarebbe meglio limitarsi a dei costanti tentativi di ‘ridurre l'incertezza'; ad evitare, nei
limiti del possibile, e senza cadere in un immobilismo anch'esso deleterio, i
danni prodotti dalle “conseguenze non-intenzionali” ( o dalle ‘esternalità
negative') dell'azione umana. Per quanto si sia consapevoli di quanto poco il
proposito sia affascinante e gratificante –soprattutto se si tien conto che gli
sviluppi vertiginosi della scienza e della conoscenza di incertezza ne stanno
producendo veramente tanta– dobbiamo renderci conto che è improcrastinabile
modificare il nostro progetto iniziale.
La
politica, e di conseguenza la filosofia politica, si trovano infatti nella
spiacevole condizione di dover subire scelte e cambiamenti cui, al massimo,
hanno soltanto contribuito, e che non
tarderanno a produrre i frutti in un contesto reso imprevedibile dal crollo dei
miti del Novecento e dal drastico ridimensionamento del tentativo della
democrazia liberale di produrre educazione ed eguaglianza.
Al
loro posto ci si imbatte in una realtà sociale sempre più caratterizzata da
asimmetrie conoscitive, da vincoli formali e da valori comuni sempre più
diversificati, sempre più tenui, e perciò sempre più fragili, che stanno
relegando un numero crescente di individui nella funzione di consumatori (di
beni, di informazioni e di servizi) dotati però di aspettative tanto estese
quanto irrealistiche, e rivendicanti ‘diritti' privi di doveri che si stanno
rivelando non complementari ed incontenibili democraticamente. Una dinamica che
finisce per dar vita ad una massa di cittadini dotati di strumenti decisionali
per esprimere socialmente e per rappresentare politicamente la propria
crescente incapacità di distinguere ciò che può essere realizzato dal mercato,
dalla politica, dalla tecnologia e, in generale, dalle istituzioni, da ciò che
è invece irrealizzabile (se non altro nel breve periodo).
Il tutto avviene
contemporaneamente al crescere della consapevolezza che le istituzioni della
democrazia politica non dispongono di strumenti decisionali adeguati a
governare tale situazione, e che quelli che adopera sono in realtà
terribilmente lenti rispetto alla velocità del cambiamento tecnologico e alla
sua diffusione. Fallito il progetto di un'educazione
di massa, la democrazia politica non soltanto non è riuscita a debellare
l'ignoranza. Per di più, e a causa della sua inefficienza, si trova prigioniera
della stupidità prodotta da quel
fallimento.
Di qui gli interrogativi sul futuro della politica e dello stato, il
chiedersi se uno dei due potrà sopravvivere, ed eventualmente in quale forma,
alla scomparsa dell'altro, e la domanda: quale ruolo può svolgere oggi la
filosofia politica?
Il fatto è che siamo così avvezzi a identificare la teoria politica con
lo stato che fatichiamo ad immaginare la possibilità della politica senza lo
stato. Si tratta comunque di una possibilità con la quale è il caso di
misurarsi per via della circostanza che, mentre lo stato è una forma storica di
organizzazione politica che può essere cambiata, per ora (e nonostante tutti
gli sforzi dei Libertarians), la
possibilità che si possa fare a meno della politica non è stata dimostrata in
maniera convincente.
Da decenni si assiste a rivoluzioni scientifico-tecnologiche che hanno
delle evidenti implicazioni politiche, ma che non sono delle rivoluzioni
politiche in senso tradizionale perché tendono sempre più a compiersi
esternamente al contesto decisionale della sfera pubblica. Per di più, forse,
nessuno aveva previsto che potessero avere conseguenze tanto vaste, e neanche
che potessero proporsi come soluzione di problemi di cui non si aveva
percezione, e che, accanto a nuovi problemi, avrebbero prodotto anche nuove ed
altrettanto inaspettate opportunità.
Quale potrà allora essere la funzione della nostra vecchia e cara
filosofia politica, in un mondo in cui non potrà più avere la parola decisiva
sulla nascita e sulla diffusione delle idee? Il nostro è infatti un mondo in
cui le idee -delle quali è ormai impossibile controllare politicamente e
socialmente i processi di nascita e di diffusione- tendono sempre più rapidamente a
trasformarsi in conoscenza, e di qui in nuove opportunità ed inedite
aspettative le quali, a loro volta, si distribuiscono in maniera casuale ed
instabile, dando vita, altrettanto rapidamente, a fenomeni sociali che talora
chiedono qualcosa alla politica, e che talaltra, e sempre più spesso, la
respingono e la fanno apparire superflua.
A quest'insieme di circostanze bisogna aggiungere che a rendere le cose
ancor più complicate o, forse più schiettamente, a peggiorarle, è il fatto che -per
effetto (ma non solo) della frammentazione sociale prodotta dal modo in cui
tale accelerazione ridistribuisce il tempo nella società (fenomeno per certi
versi analogo a quello della distribuzione casuale della conoscenza messo in
luce da Hayek)- gli individui tendono a sviluppare
nuove e non sempre complementari aspettative. Pertanto, il numero dei cittadini
che condividono i medesimi ‘vincoli informali' tende a diminuire per il fatto
che le scelte individuali generatesi in conseguenza di tale fenomeno non sono
necessariamente complementari e possono dar vita a nuovi ‘vincoli informali', i
quali implicano nuove regole e nuovi ‘vincoli formali' (quello che North
definisce ‘processo di cambiamento istituzionale').
Quale filosofia politica è allora possibile in una società in cui i vincoli
formali son talmente tanti e mutevoli che
si stenta a conoscerli anche parzialmente (e quindi a rispettarli), ed in cui i
vincoli informali tendono a diventare
sempre più tenui e mutevoli?
Sembra quasi giunto il momento di
abbandonare quel passato di ottimismo nel quale si credeva e si sperava che il
progresso della conoscenza, sia scientifica, sia morale, avrebbe risolto in
maniera armonica i contrasti derivanti dalla scarsità di beni, o che
l'incremento e la diffusione della conoscenza avrebbero ridotto i contrasti
derivanti dalla loro scarsità; se non altro razionalizzandone la distribuzione.
Erano gli anni in cui la politica si sentiva onnipotente; e in cui da molti era
ritenuta tale.
Come se non bastasse –e persino questo sta avvenendo sempre più spesso–
quando la politica riesce a ‘regolare' e a distribuire le conseguenze positive
e negative connesse alla diffusione sociale di tali novità, la normativa appena
varata viene superata da ulteriori novità le quali sovente la rendono inutile
e, nella prospettiva dello sviluppo, talora anche dannosa. Per quanto tali
novità possano essere di tipi diversi e provenire da disparati ambiti della
creatività umana, esse mettono comunque in luce due cose.
La prima è che la politica,
preso il ‘dono' dell'innovazione, della progettualità e dell'imperio, sembra
ridursi ad elaborare criteri di distribuzione (che possono essere ispirati da
ideali religiosi, etico-ugualitari, libertari, di utilità sociale, o altri
ancora), ossia a regolare gli effetti, più o meno previsti e/o desiderati, di
‘iniziative' altrui.
La seconda è rappresentata
dalla circostanza che il tempo in cui gli individui si aspettano (e, sempre più
spesso, pretendono) che vengano
soddisfatte le loro pretese tende sempre meno a coincidere col tempo impiegato
dalla politica a compiere delle scelte e a produrre norme capaci di regolare
situazioni in maniera non specifica o contingente.
Il che sollecita una riflessione su
una serie di circostanze:
1. che la
conoscenza e le aspettative tendono a sorgere, a svilupparsi e a diffondersi
seguendo modalità ingestibili dalla politica;
2. che la politica si mostra sempre più in affanno
nel controllare le ripercussioni della pratica delle religioni e delle
confessioni tradizionali dell'Occidente, e nell'inserire nel suo contesto di
valori e di regole sociali individui e gruppi appartenenti ad altre religioni;
3. che è forse giunto il momento di chiedersi se le
modalità in cui avvengono le decisioni politiche –sempre quelle teorizzate
dalla tradizione del costituzionalismo liberale e dalla teoria milliana del
governo– siano ancora efficienti e valide in un mondo che da allora ha subito
tanti e così radicali cambiamenti;
4. che se fino a pochi decenni fa si pensava che la
politica dovesse occuparsi della distribuzione dei beni e restare estranea alla
circolazione e alla diffusione delle idee e alle ‘aspettative soggettive di
tempo', ora si avverte vieppiù chiaramente che tale posizione è più
difficilmente sostenibile, perché la diffusione delle idee produce asimmetrie
conoscitive che rendono sempre più tenui i ‘vincoli informali' (o valori
condivisi) all'interno di un'‘associazione politica'; modifica in continuazione
le aspettative e i valori individuali e sociali; pone sempre nuove, onerose e
contraddittorie domande alla politica;
5. che l'uso degli strumenti coercitivi fondati su
scelte collettive deliberate da un'autorità sovrana tende a diventare sempre
più difficile, gravoso e meno efficace per via del fatto che la conoscenza (e
quindi lo sviluppo economico) tende a collocarsi dove ritiene di trovare
l'ambiente migliore;
6. che, se si accetta questa logica, la politica può
avere un futuro soltanto se si trasforma in una modalità di rallentamento del
cambiamento (che può avere anche degli effetti salutari in quanto concede più
tempo per capire e per adeguarsi ai cambiamenti), ma il cui costo è la
dislocazione dell'innovazione in ambienti ad essa più favorevoli, mentre il
risultato è che si lasciano inalterate le aspettative individuali e sociali
(per via della facilità di diffusione della conoscenza e di accesso alla
medesima), e che si riduce drasticamente la quantità di risorse a disposizione
della società e della politica.
In altre parole, gli stati che
non riescono a seguire i ritmi del cambiamento vengono saltati dai suoi effetti
positivi pur recependone quelli negativi: crescita esponenziale delle
aspettative individuali e sociali non complementari e, sempre più spesso, prive
pure di realismo.
Filosofi politici e politologi devono pertanto prendere atto del fatto
che, con un armamentario normativo diventato inadeguato, non possono pensare di
dirigere la politica. Soprattutto, è opportuno che essi inizino a chiedersi
quali siano le reali conseguenze del fatto che se i fenomeni sociali sono fenomeni culturali, e non naturali, essi
non soltanto non tendono spontaneamente verso una sola direzione, ma, molto spesso, non tendono ‘naturalmente'
verso nessuna direzione e, tanto meno, verso il meglio. Inoltre, se anche tendessero alla progressiva
realizzazione di una sorta di ‘ottimo paretiano', tale processo non avverrebbe
nei tempi richiesti da una parte più o meno ampia delle componenti della
società. Detto altrimenti, per via delle diverse capacità di percezione, esso
non potrebbe realizzarsi simultaneamente per tutti.
Quello su cui intendo richiamare l'attenzione è, in definitiva, che se la conoscenza e le aspettative individuali
sono caratterizzate da una dimensione temporale che non corrisponde a quella
delle istituzioni e, in particolare, a quello della politica, il loro
‘governo' diventa quasi impossibile. Inoltre, in tali circostanze, la politica
può fare ben poco perché non è immaginabile che una forma decisionale, la quale
non può che avere una delimitazione geografica, possa controllare fenomeni di
nascita, diffusione, affermazione e cambiamento di conoscenze tanto complessi
ed estesi. A meno di non introdurre forme molto sofisticate e costose di
controllo e di coercizione le quali, comunque, richiederebbero un ‘consenso
sociale' oggi inimmaginabile, e avrebbero la conseguenza di allontanare da
quell'area statuale molte energie intellettuali e scientifiche.
Se il fine delle istituzioni è quello di produrre certezza o
indicazioni attendibili in merito alla possibilità di realizzazione (ossia ai
costi e al tempo necessario) delle aspettative individuali e/o sociali, la
politica si trova ora nella disagevole situazione di dover prendere atto della
propria incapacità di produrre quel tipo di certezza.
Essa, come aveva messo in luce Hegel a proposito della filosofia, “arriva sempre
troppo tardi”; e per di più ormai sappiamo che le dinamiche della storia
universale non sono né razionali, né etiche e che, per di più, non possono
essere rese tali.
All'incremento del bisogno sociale di certezza finisce così per
contrapporsi una crescente incapacità della politica di produrne nel tempo
atteso dagli individui. Una situazione che a sua volta genera ulteriore
incertezza e pertanto, anche se può apparire paradossale, maggiore domanda di politica. E così, non soltanto chi pensava di
potersi liberare, se non della politica, per lo meno dello stato, va incontro a
una cocente delusione. Soprattutto coloro i quali, avendo immaginato che stato
e politica fossero progettualità e accelerazione, si trovano a dover prendere
atto che sono invece, e soltanto, di tentativi, più o meno bene organizzati, di
ridurre l'incertezza. Ciò nonostante,
e per quante critiche possano essere rivolte allo stato, non si è ancora pensato a come e con che cosa sostituirlo; e
neanche a come superare i ‘dilemmi della democrazia'.
Il ruolo che il tempo svolge
nelle vicende umane è stato così a lungo trascurato nelle scienze sociali che
anche nel linguaggio comune si dice che “le buone regole producono buoni
risultati”. Purtroppo senza specificare quando.
Soltanto recentemente gli studiosi delle scienze sociali si sono resi conto del
fatto che gli individui e i gruppi (più o meno organizzati) tendono sempre più
a chiedere alla politica risposte ai proprî bisogni soggettivi in un lasso di
tempo di cui, ovviamente, vogliono essere anche ‘ottimi giudici'.
In altre parole, non rassegnandosi più ai tempi della politica perché
ritenuti a torto o a ragione troppo lunghi, un numero crescente di cittadini
occidentali non si chiede più se le proprie aspettative siano legittime,
plausibili, o realistiche, se siano ordinabili in maniera gerarchica e
compatibili con altre aspettative sociali, e non si pone neanche il problema di
mantenerle nel tempo (ciò che rappresenterebbe comunque un vantaggio). Chiede
alla politica (come del resto ai santi)
di tutto, e rimane a dir poco insoddisfatto se le sue richieste vengono
dilazionate o eluse.
Alle origini di questo fenomeno è probabilmente la scomparsa della
distinzione tra diritti individuali universalizzabili (che dovevano essere
garantiti, assicurati, o realizzati dalle istituzioni politiche) ed aspettative
individuali che, nella loro forma soggettiva, dovevano essere realizzate
autonomamente dagli individui stessi nella ‘sfera privata' e in un contesto di
norme generali ed astratte.
Chiedendo allo stato di occuparsi di ogni questione e di realizzare
ogni aspettativa, la distinzione pubblico/privato è così caduta; e la politica
si è trovata a doversi occupare di tutto e ad essere valutata non per la sua
capacità di fornire a prezzi accettabili beni pubblici e certezza, ma per la
sua capacità di soddisfare, indipendentemente dai costi, ogni tipo di
soggettivo e transitorio desiderio.
È così diventato pressoché impossibile evitare di chiedersi quali siano
le reali capacità della politica di risolvere situazioni caratterizzate da una
marcata asimmetria nella distruzione della conoscenza nella società, e se la
teoria democratica sia adeguata a tempi così complessi e caratterizzati sia dal
frequente mutare della conoscenza, sia del restringimento del tempo in cui
avvengono le sue ricadute sociali. Tant'è che, e non soltanto da parte di chi
non ama le scelte pubbliche, ci si chiede se esse possano essere ancora
affidate alla selezione dei componenti di organi decisionali fatta da un
elettorato il quale, se non prevalentemente in condizione di ‘stupidità',
decide, per lo meno, in condizione di ignoranza.
Si avverte, in altre parole, la necessità di un ‘qualcosa' sulla cui
base selezionare le preferenze, e i
tempi della loro realizzazione. Anche perché, quando quel ‘qualcosa' manca,
l'incertezza si trasforma in uno stato di disordine che non è sostenibile a
lungo, e che, a sua volta, genera una maggiore richiesta di politica. Esiste
una relazione tra il grado di incertezza percepita e la disponibilità a spendere
per ridurla. Ma non essendo razionale o fissa, bensì dipendente dalla
percezione soggettiva dell'incertezza, la politica non può produrre razionalmente certezza. Da un altro e
complementare punto di vista, la scarsità, o addirittura l'assenza di valori comuni,
o di ‘vincoli informali', complica, o può rendere impossibile, un calcolo
economico-razionale per quanto riguarda la ‘produzione di sicurezza' in
relazione a minacce, o a comportamenti umani e ad eventi naturali ritenuti
avversi.
Tale impossibilità accresce, anche in maniera irrazionale, sia il
bisogno di sicurezza ogni qual volta si avverta una minaccia (o se ne abbia
sensazione), sia la richiesta, a questo punto anch'essa irrazionale, di
politica; e induce quest'ultima a dilatare le proprie competenze nel vano
tentativo di vincolare le scelte e le apprensioni individuali ad improbabili
criteri di razionalità o di giustizia, a norme rigide, o a stabilirle essa
stessa sperando così di ridurre la complessità delle scelte e le conseguenze
prima menzionate.
In tal modo filosofia e scienza politica si sono entrambe rassegnate a
dover riflettere sulle ripercussioni politiche di mutamenti esogeni alla
politica, e hanno perso molta di quell'aura di credibilità che derivava
dall'essere in grado di elaborare criteri di distinzione sui comportamenti,
sugli ideali, sulle ideologie e sulle istituzioni sociali e politiche.
I classici avevano previsto che la separazione della tecnologia e
dell'economia dall'etica, dalla religione e dalla politica avrebbe prodotto
conseguenze nefaste, ed una diffusa incertezza che rende attuale il male
endemico della tirannide. Ma questa è la situazione con cui bisogna misurarci
senza illuderci di poter governare scienza ed economia (diventate nel frattempo
un tutt'uno) con gli strumenti dell'etica, della religione e della politica.
Certamente possiamo sondare la possibilità di tornare indietro e di annullarci
nei grandi sistemi del passato, ma per poterlo fare con successo dovremmo anche
dimostrare che Nietzsche aveva completamente torto, che sia possibile tornare
alla Great Tradition della legge
naturale, e che l'acquisizione della conoscenza possa avvenire senza costi
differenziati, e quindi contemporaneamente per tutti gli individui. Possiamo
cercare di dimostrare che i moderni hanno torto, ma non possiamo illuderci che
il futuro della filosofia politica sia quello di rifugiarsi nei classici
lasciando il presente ad un incontrollato dilagare di aspettative e di
incertezze. Possiamo pensare che esista un mondo governato da leggi, ed
indipendente da noi, ma non siamo poi così sicuri che avrebbe più senso di
quanto ne abbia il nostro, l'instabile e casuale assemblaggio dei nostri
errori.
Viviamo così una situazione in cui rimpiangiamo un diritto naturale
‘laico', forse perché tardiamo a vedere i “pubblici benefici” dei “vizi
privati”, e per di più siamo incapaci di creare una moralità individuale e
pubblica che –per quanto meno elevata di quella dei classici (sorretta dal
concetto di virtù), e più laica di quella cristiana (fondata sul concetto di
redenzione dal peccato)– sia, se non altro, sufficientemente stabile da dar
vita ad uno standard ideale che possa consentire di valutare comportamenti ed
aspettative individuali e sociali. La scommessa moderna era infatti di credere
che una società potesse sopravvivere senza quelle teorie della virtù, forse
idealizzate e date per condivise, che avevano in vario modo caratterizzato la
filosofia politica pre-moderna. Abbiamo rinunciato al progetto machiavelliano
di creare la virtù perché (e giustamente) ci sembrava inaccettabilmente e
coercitivo, e siamo diventati sufficientemente saggi da non creder più di
poterla derivare dallo studio della storia. Ed ora, all'inquietante ombra del
pessimismo di Hobbes, non ci resta che vedere se quelle virtù non-classiche e
non-cristiane –ma forse indispensabili– potranno nascere ed affermarsi come si
afferma un ‘ordine di mercato': non come “teoria
soggettiva della virtù”, ma come “teoria
delle virtù soggettive”. Ma per sapere se sarà vincente ogni scommessa richiede
tempo. Al momento il risultato è incerto, e non possiamo escludere che per
poter porre argine all'incertezza sarà indispensabile tornare ad una condizione
in cui il ‘tempo delle regole' abbia la prevalenza su quello individuale, la
virtù sul libertinaggio e la conoscenza sull'ignoranza. Ma
senza dimenticare che “… they, that would
rivive/A Golden Age, must be as free,/For Acorns, as for Honesty”.
I classici sapevano che le caratteristiche degli esseri umani erano
diverse e che l'acquisizione della conoscenza, della saggezza e della virtù ha
un costo individuale e richiede un contesto sociale determinato e stabile. Noi
non possiamo contare su quest'ultima condizione e giustamente (e non si tratta
di una conquista da poco) disdegnamo l'immobilismo sociale che ne è condizione.
Ma il nostro errore è soprattutto quello di pensare di poter accollare il costo
di quel processo alla società e di risolverlo tramite la politica.
E in questo i filosofi politici sono stati meno saggi dei teorici del
mercato i quali in qualche modo, ma non si sa per quanto tempo ancora, sono
riusciti ad eludere il problema che oggi ci assilla, vale a dire come superare
le “conseguenze non intenzionali” prodotte dal fallimento del tentativo della
democrazia di debellare la stupidità tramite il processo di educazione di
massa.
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