SEMINARI E CONVEGNI HANNAH ARENDT TRA TOTALITARISMO E DEMOCRAZIA 12-03-2007 ERICA ANTONINI TOTALITARISMO E DEMOCRAZIA IN HANNAH ARENDT Queste note propongono alcune considerazioni sul rapporto tra totalitarismo e democrazia in Hannah Arendt:

Queste note propongono alcune considerazioni sul rapporto tra totalitarismo e democrazia in Hannah Arendt:

1. in particolare, in primo luogo si evidenzierà la caratterizzazione arendtiana del totalitarismo come fenomeno comportante non un eccesso di politica bensì la manifestazione più evidente della scomparsa della politica stessa, intesa nel suo senso più autentico ed elevato di “spazio pubblico”, interpretazione che fornisce utili indicazioni su come ricostruire la sfera pubblica democratica proprio a partire dalle macerie del totalitarismo;

2. quindi, si tenterà di individuare potenziali forme di espressione dello “spirito” e del “progetto” totalitario nella società e nella cultura contemporanea, tendenze per così dire “pretotalitarie” riscontrabili anche nell'ambito delle nostre liberaldemocrazie.

1. Riguardo il primo punto elencato, una delle intuizioni arendtiane più singolari e più ricca di indicazioni per l'interpretazione della realtà contemporanea è indubbiamente l'aver pensato il totalitarismo non come manifestazione di un eccesso di politica, contrariamente a quanto si potrebbe intuitivamente rilevare, bensì come la dimostrazione della scomparsa della politica intesa nel suo senso più elevato. Nel primo caso, se il totalitarismo è pensato come eccesso di politica, o come politicizzazione estrema, la critica del totalitarismo e l'uscita dal totalitarismo si orienteranno verso il “disinvestimento” nei confronti della politica, ritenuta responsabile del male totalitario. Se, al contrario, il totalitarismo è pensato come la distruzione della politica, e con essa il tentativo di distruggere il legame politico e la condizione politica dell'esistenza, alla fine dell'esperienza totalitaria si tratterà di ricreare la politica, di riscoprirla, affermandone al tempo stesso l'irriducibile consistenza e dignità (Abensour 1999).

L'interpretazione arendtiana si configura come uno degli esempi più efficaci di quest'ultimo orientamento. Partendo dunque da una concezione del totalitarismo come scomparsa della politica, le più importanti categorie filosofico-politiche sviluppate dall'autrice nelle opere successive a Le origini del totalitarismo, come è stato notato, “traggono parte del loro significato dal configurarsi come concettualizzazioni speculari e contrarie a quelle nozioni che l'autrice utilizza per la comprensione del fenomeno totalitario. All'atomizzazione degli individui della società di massa, che in qualche modo prelude al ben più radicale isolamento di campi di concentramento, sembra infatti opporsi l'insistenza sull'appartenenza ad uno spazio politico comune; ad un potere sospinto dalla logica dell'esclusione e del dominio totale, un potere plurale che esclude distinzioni verticali; alla ferrea logica dell'ideologia, che sussume e cancella gli individui e gli eventi particolari, il rilievo dato alla singolarità e alle differenze; alla totale estinzione della libertà e volontà umane, all'interno di un comportamento reso seriale, l'azione pensata in termini di imprevedibilità e novità assoluta” (Forti 1994, pp. 15-16). La riflessione arendtiana approda in tal modo alla dissociazione della politica dal dominio e alla riscoperta del senso della politica nell'idea di libertà.

Proprio in relazione a questo aspetto, dopo il crollo del comunismo il pensiero di Hannah Arendt è stato opportunamente riscoperto come teoria critica del momento post-totalitario. Se, infatti, il totalitarismo porta alle estreme conseguenze la necessità di eliminare gli “spazi pubblici” tra gli uomini, di contro l'esperienza delle società post-totalitarie in Europa centro-orientale ha dimostrato quanto centrali e auspicabili siano la ricostruzione della società civile e della vita associativa per il successo della democrazia. Dall'autrice apprendiamo come una società totalitaria inizi a subire una trasformazione quanto più cresce il numero, la frequenza, la portata e l'intensità delle forme di relazione sociale che costituiscono una sfera pubblica alternativa. In tal modo, la sociologia politica degli spazi pubblici e associativi, derivabile dalla teoria arendtiana del totalitarismo, possiede una grande validità empirico-analitica per ripensare le condizioni di trasformazione delle società totalitarie, anticipando la rigogliosa letteratura contemporanea sui processi di transizione dai regimi non democratici alla democrazia: una molteplicità di spazi pubblici costituisce infatti la condizione necessaria per l'instaurazione di una società civile indipendente e vigorosa, componente indispensabile di qualsiasi cultura democratica (Benhabib 1996).

Di più. Molte indicazioni arendtiane sulla necessità di preservare la dimensione partecipativa della politica e di consentire l'esercizio di una cittadinanza autenticamente attiva, contro la partitocrazia e l'apatia del cittadino degradato a elettore, restano parametri preziosi per valutare la democraticità dei sistemi esistenti, nonché fondamentali stimoli ad approssimarsi a forme sempre meno imperfette di democrazia. Tra gli altri, in una delle sue accezioni, il concetto di “spazio pubblico” arendtiano richiama opportunamente l'attenzione sulla necessaria presenza, in politica, di spazi pubblici accessibili in cui, grazie al dibattito, le opinioni individuali possano depurarsi dei particolarismi per diventare autenticamente rappresentative, accogliendo i punti di vista altrui. Un'indicazione fondamentale affinché i tentativi di “ingegneria costituzionale” non perdano di vista l'importanza di riferirsi a tali “spazi dell'opinione”.

Un'altra importante indicazione arendtiana ai fini della ricostruzione della sfera pubblica democratica a partire dalle macerie del totalitarismo sta nell'esortazione, oggi particolarmente avvertita, a ripensare la sfera pubblica “oltre lo stato-nazione”, ideando forme di cittadinanza che scindano la questione del godimento dei diritti umani universali da quella dell'appartenenza nazionale. Il totalitarismo ha infatti fatto leva, tra l'altro, su quello che Arendt definisce uno dei fenomeni più moderni, la diffusione su larga scala di una massa di apolidi, di individui, cioè, privati della patria, della protezione del proprio governo, dello status giuridico e, conseguentemente, scrive l'autrice, “di un posto nel mondo che dia alle opinioni un peso e alle azioni un effetto” (Arendt 1951, trad. it., p. 410).

Tutto ciò come effetto della disintegrazione degli imperi alla fine della Prima guerra mondiale e dell'introduzione, con i trattati di pace, di una separazione in ogni stato tra il cosiddetto “state people”, detentore della sovranità nazionale, e le minoranze, in cui si riflette la pretesa, per Arendt politicamente e moralmente assurda, di creare stati-nazione etnicamente omogenei dalle macerie di società multinazionali. Esaminando le contraddizioni sorte tra il principio dei diritti umani universali e quello della sovranità nazionale, l'autrice lamenta dunque la trasformazione dello stato moderno da strumento di governo della legge e di protezione dei diritti umani di tutti i cittadini in strumento di perseguimento del solo interesse nazionale, cioè dei bisogni e degli interessi di un solo gruppo.

Da ciò si può trarre l'esortazione, particolarmente attuale, a ideare forme di cittadinanza “oltre lo stato”, che scindano, cioè, la questione dei diritti umani da quella dell'appartenenza nazionale. Il controverso dibattito contemporaneo sul rapporto tra multiculturalismo, cittadinanza e democrazia sembra proprio strutturarsi intorno alla necessità di tradurre concretamente in una nuova formula il tipo ideale della forma politica in Hannah Arendt, l'isonomia tipica dell'antica polis, consistente nella conquista dell'uguaglianza, davanti alla legge comune, di esseri che restano sostanzialmente diversi. Un'eguaglianza, dunque, inseparabile dalla differenza.

2. Vengo ora al secondo punto, relativo alla possibilità di individuare forme di espressione dello “spirito” e del “progetto” totalitario nella società e nella cultura contemporanea.

Il totalitarismo può apparire oggi un fenomeno storico chiuso, e pertanto non più utile a interpretare il presente, soprattutto in relazione all'universo liberaldemocratico.

Al contrario, come Hannah Arendt ci ha ben indicato, il totalitarismo, piuttosto che un'anomalia o un accidente storico, è qualcosa di intrinsecamente connaturato allo sviluppo della società moderna, è una delle possibili risposte a quelle questioni poste dalla modernità a cui le democrazie non sono riuscite a trovare soluzioni. E ciò è dimostrato da fatto, molto significativo, che esso è storicamente scaturito sia dalle contraddizioni di una rivoluzione comunista quale quella sovietica, sia dalla crisi della democrazia parlamentare come Weimar. Dunque, nessun sistema politico contemporaneo può ritenersi del tutto immune da questo rischio degenerativo.

Già nel 1964 Marcuse descriveva la società capitalistica a tecnologia avanzata come una società che “sa domare le forze sociali centrifughe a mezzo della tecnologia piuttosto che a mezzo del terrore, sulla duplice base di un'efficienza schiacciante e di un più elevato livello di vita” (Marcuse 1967, p. 8).

Ancora, dalla seconda metà degli anni '70 del secolo scorso, alle riflessioni sulla possibilità di resistenza politica e morale nei paesi che andavano allentando la rete del totalitarismo facevano eco, in Occidente, i moniti circa le potenziali minacce totalitarie all'interno di società che trionfalmente si proclamavano democratiche. In particolare, nelle analisi dei post-strutturalisti francesi il pericolo di un totalitarismo silenzioso, senza terrore e violenze eclatanti, senza un'ideologia ufficializzata e propagandata, è insito in ogni norma e istituzione edificata in nome della razionalizzazione dell'ordine; è implicito nei diversi “micropoteri” e nelle pratiche di disciplinamento che minacciano di continuo una libertà costitutivamente anarchica (Foucault); è nascosto in ogni progetto globalizzante che intende sopprimere le differenze, in ogni egemonia dell'universale eretta sulla negazione del singolare (Lyotard). Un totalitarismo, quello paventato da questi autori, il cui concetto, pur non dotato di grande valore euristico, può però servire a “non far abbassare la guardia”, a ricordare che, se gli eventi totalitari non sono stati un male necessario dell'Occidente, non sono nemmeno riconducibili a una parentesi storica che appartiene esclusivamente al passato.

Lo stesso Domenico Fisichella, nella riedizione, qualche anno fa, del suo noto volume sottolinea come “la stagione dell'economia globale stimoli più di un osservatore al recupero dell'idea di totalitarismo, dopo una fase nella quale, viceversa, la conclusione del ventesimo secolo sembrava anche coincidere con la fuoriuscita definitiva di tale idea dal repertorio delle scienze sociali. La difficile controllabilità – nei suoi effetti civili – delle straordinarie e tumultuose innovazioni tecnologiche specie nel campo delle comunicazioni e dell'informazione; una rete di relazioni finanziarie planetarie tese a tassi crescenti di concentrazione delle risorse materiali, simboliche e potestative; una distanza che si accentua tra quanti assumono le decisioni pubbliche cruciali e quanti se le trovano imposte; in pari tempo una miscellanea sempre meno contenibile di demagogia e attenuazione di un realistico spirito critico; tutto ciò dà il senso di un contesto che induce analisti, polemisti e soggetti politici a recuperare l'assunto teorico del totalitarismo come paradigma interpretativo per un presente in via di delineazione e per un avvenire in via di preparazione”. Il problema principale per le società avanzate a regime democratico è quello di una involuzione verso forme di potere oligarchico-demagogico: “se l'autentico carattere della rivoluzione totalitaria è di essere una rivoluzione dall'alto, è difficile sostenere che, nella società delle comunicazioni di massa e delle più sofisticate tecnologie a disposizione del potere politico, la rivoluzione dall'alto sia ormai uno sbocco impossibile” (Fisichella 2002, p. 1).

Proprio a questo proposito è possibile individuare potenziali forme di espressione dello “spirito” totalitario nella società e nella cultura contemporanea, tendenze per così dite “pretotalitarie” proprie anche delle nostre liberaldemocrazie. In primo luogo, l'intuizione arendtiana che identifica l'elemento caratterizzante dell'ideologia totalitaria con il principio della coerenza logica – al di là dei mutevoli contenuti propri delle sue manifestazioni storiche – consente di individuare nuove forme e tecniche di espressione della logica totalitaria in molteplici fenomeni del nostro tempo. Tra gli altri, l'affermarsi, come valori dominanti nelle relazioni sociali, della ragione strumentale e della logica economicistica e di un potere mediatico sempre più autoreferenziale e, soprattutto, i pericoli insiti nelle “società del controllo”, dove le tecnologie avanzate permettono di sorvegliare elettronicamente gli individui e di coordinarne agevolmente le attività sociali su larga scala. Tendenza, quest'ultima, esasperata dai recenti tentativi di contrastare nuove minacce globali, quale quella terroristica, mediante l'applicazione di vincoli in grado di ridurre la mobilità anche delle persone fisiche e la protezione della loro sfera privata, misure all'origine, peraltro, di un articolato dibattito sull'opportunità di rimettere in discussione alcuni diritti e libertà fondamentali in nome di un più elevato livello di sicurezza.

Ciò chiama altresì in causa una particolare riconfigurazione tardomoderna dei rapporti di potere, che ha visto nascere la cosiddetta “biopolitica”, in riferimento a una nuova tecnica, emersa nel corso del XIX secolo, che investe l'uomo in quanto essere vivente. Riprendendo proprio le analisi di Hannah Arendt sulla preoccupazione centrale dell'uomo moderno per il processo vitale della specie, Michel Foucault sottolinea come la politica sia stata progressivamente pensata in funzione della protezione della vita. Il biopotere si distingue, infatti, dalla sovranità statale classica per la sua attenzione alla “produttività” della vita, che spinge ai margini la preoccupazione della morte”. Una delle più massicce trasformazioni del diritto politico nel XIX secolo è infatti consistita nel completamento del vecchio diritto di sovranità – far morire o lasciar vivere – con un altro, che lo attraverserà e modificherà, quello di far vivere e lasciar morire. In tal modo il potere giunge a “prendere in gestione” la vita e l'uomo in quanto essere vivente, secondo un processo, per così dire, di “statalizzazione del biologico”. Tramite questa nuova “tecnologia di potere”, da applicare al nuovo “corpo molteplice” costituito dalla “popolazione”, si tratterà di modificare o ridurre gli stati morbosi, prolungare la vita, stimolare la natalità e soprattutto approntare dei meccanismi regolatori che, all'interno di una popolazione globale, con i fenomeni aleatori che l'accompagnano, siano in grado di determinare un equilibrio, stabilire una sorta di omeostasi, assicurare delle compensazioni. In breve, si tratta di installare dei meccanismi di sicurezza attorno a quanto di aleatorio vi è in ogni popolazione di esseri viventi.

Suggestione particolarmente interessante e attuale per Foucault è quella secondo cui, per quanto siano state le esperienze storiche di totalitarismo a esasperare i meccanismi del bio-potere, investendo del dominio il corpo stesso – del singolo e della popolazione –, tale gioco è iscritto effettivamente, in misura variabile, nel funzionamento di tutti gli stati moderni. Con l'avvento della società tardomoderna, infatti, il controllo sociale non avviene più attraverso una rete di dispositivi che producono e controllano costumi, abitudini e pratiche produttive tramite istituzioni disciplinari ma si estende al di là dei luoghi strutturati delle istituzioni, diventando sempre più immanente al sociale e diffuso nel corpo dei cittadini. Un totalitarismo “altro”, dunque, meno visibile ma non meno insidioso – che tenta di fissare lo status quo restringendo la libertà individuale, che amplia il controllo del tempo e dello spazio e militarizza la vita collettiva – che intende, in breve, modellare le società sulla falsariga delle “istituzioni totali”, di goffmaniana memoria. L'esortazione è, pertanto, a far emergere e contrastare il potere là dove esso è più invisibile e più insidioso, a cogliere pertanto non soltanto le forme istituzionali più evidenti del potere, ma altresì i meccanismi polivalenti di controllo che si manifestano in ogni forma di delimitazione dello spazio sociale.

Un rapido accenno va anche fatto al fenomeno del fondamentalismo, inteso come forma estrema di politicizzazione della religione, laddove il movimento fondamentalista conquista il potere politico per realizzare i principi religiosi nella società e nello Stato. Ciò lo distingue dal totalitarismo come forma di sacralizzazione della politica, laddove l'ideologia, vera e propria “religione politica”, conferisce carattere sacro a un'entità tipicamente terrena – lo stato, il partito, la nazione, la razza – rendendola oggetto di culto e devozione, tramite una vera e propria liturgia (Gentile 2001).

Al di là di questa e altre rilevanti differenze, in entrambi i fenomeni – così come negli altri precedentemente indicati – è possibile intravedere la persistenza di un “progetto totalitario”. Progetto che si declina nella pretesa di propugnare un “pensiero unico”, un'interpretazione unilaterale della realtà e della storia, che comporta un disprezzo per l'esperienza concreta e per tutto ciò che può contraddire la logica dell'ideologia totalizzante, che spiega tutto a partire da una premessa data per assiomatica. E se, per citare Hannah Arendt, nel “mondo comune” si manifesta la fondamentale condizione umana della pluralità, la fine di tale mondo comune “è destinata a prodursi proprio quando esso viene visto sotto un unico aspetto e può mostrarsi in una sola prospettiva” (Arendt 1958, trad. it., p. 43).

Dunque, l'esito totalitario è uno dei rischi immanenti allo sviluppo della società contemporanea, per cui è quanto mai opportuno – richiamando anche le molteplici suggestioni arendtiane – mantenere feconda la riflessione sul tema e alta la vigilanza sulla qualità delle nostre democrazie.

Riferimenti bibliografici

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Aron R. (1944), L'avenir des religions séculières, in “La France Libre”, luglio-agosto; ora in S. Forti (a cura di), La filosofia di fronte all'estremo. Totalitarismo e riflessione filosofica, Torino, Einaudi, 2004, pp. 3-32

Benhabib S. (1996), The Reluctant Modernism of Hannah Arendt, London, Sage

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Goffman E. (1961), Asylums. Essays on the social situation of mental patients and other inmates, New York, Anchor Books, Doubleday & Company, Inc.; trad. it. Le istituzioni totali: i meccanismi dell'esclusione e della violenza, Torino, Einaudi, 1968

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Erica Antonini insegna Scienza Politica e Sociologia dell'Amministrazione presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Sociologia della cultura e dei processi politici. Ha pubblicato le monografie Hannah Arendt. Nostalgia della polis o modernismo politico? (Jouvence, Roma, 2002, Premio AIS Francesco Pardi 2003) e Il progetto totalitario. Politica e religione nella cultura moderna (Milano, FrancoAngeli, 2006) e numerosi contributi in volumi collettanei e articoli in riviste internazionali. Ha curato, con Carlo Mongardini, un'antologia di scritti di Friedrich H. Tenbruck (Sociologia della cultura, Bulzoni, Roma, 2002) e il volume collettaneo Testimonianze sul capitalismo (Bulzoni, Roma, 2006)

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