ARTICOLI E SAGGI 15/05/2006 Giuseppe Casale - Dalla prima alla seconda Roma. Una (dis)continuità ecumenica
Un teismo
inclusivo
L’età moderna ha percepito la propria distanza dalla
classicità, talvolta rivendicandola, talvolta deprecandola. Ma argomentando
quasi sempre su fraintendimenti. Anche la cosiddetta “nostalgia dell’antico”,
tra l’altro, si è ridotta a vagheggiare un comunitarismo nevrotico che, nella
lotta alla liberaldemocrazia, travisa il senso dell’appartenenza. Di qui, la
sindrome del nostro tempo: sia che si omologhi l’umanità intorno alle pulsioni
elementari, sia che si perori una “metafisica dell’internazionalismo”, comunque
si ignorano gli archetipi del vivere sociale. Sicché né le bombe, né i recenti
fatti di Parigi, ci convincono a discutere di integrazione senza falsi pudori.
A tal punto che, in clima di global age,
non riusciamo ancora a capire cosa davvero implichino multiculturalismo,
multietnicismo e via dicendo.
Diversamente, l’imperialità romana cercò di
articolare le ragioni del conflitto, disinnescandole sul piano di una
religiosità civile (non di Stato, giacché non dottrinale), rispettosa della
complessità esistenziale, nella consapevolezza che una civiltà, per fiorire,
necessita, al suo interno, di una naturale diversificazione nella
compartecipazione. Non è un caso, infatti, se un Romano come Cicerone poté
comprendere la parentela, significativamente etimologica (da legere), tra religio e lex[1]:
due parole, un’unica matrice, colta nel momento (s)elettivo, implicante una
scelta di tutti quegli elementi in grado di erigere la Città quale utopia:
piuttosto che il non-luogo (ou-topos), il buon-luogo (eu-topos).
Evidentemente, un popolo consta non di un’accozzaglia di uomini, ma di un
insieme cospirativo riunito intorno alla legge, in virtù del con-sentimento
dell’utile, quale sensorio – nonché ricaduta effettuale – del bene e del giusto[2].
Sul finire della repubblica, l’Arpinate intese
ritemprare il patto suggellato da Romolo, primo augure dell’Urbe. In altri
termini, il simbolo attraverso cui la società potesse re-interpretare se
stessa. Tale fu il foedus, la libera
federazione di individui che garantì, per secoli, le specificità strutturali.
Suo fondatore fu un coetus, di cui il
dio Quirino divenne gemmazione mitopoietica: un procedere assieme (co-ire)
di uomini che, già uniti nella dimensione gentilizio-tribale, assecondarono la
propria volontà ordinatrice, e cominciarono col legittimare, reciprocamente, i
rispettivi culti, al fine di costituirsi in unità politico-giuridica. Vale a
dire, per inaugurare una struttura “aperta” che, come un fecondo nerbo
guidante, avrebbe accompagnato la coscienza pubblica. Difatti, il
riconoscimento di identici progenitori – veri o fittizi che fossero –
rappresentò l’avvio per innestare idealmente, nel mito agnatizio, la ben più
estesa familia communi iure. In
effetti, in virtù di tale substrato, si poté osservare nel nemico d’un tempo il
nuovo concittadino. Il racconto del sinecismo coi Sabini era chiaro: per
pervenire al più ampio sodalizio, la cittadinanza gentilizia dovette modulare,
nella discendenza larica, la cifra per coordinare lo ius sanguinis col contenuto di una nuova civicità, condivisa tra
soggetti con-sorti, nel segno di una comunanza, di tipo etico-cultu(r)ale che,
da allora in poi, sarebbe stata richiesta ai socii. Certamente, sino a trascendere l’imputazione genetica in
un’unità valoriale di intenti, leggi e armi.
Da allora, la Città avrebbe accolto, nel suo pantheon, le divinità di genti governate
e alleate. Soffermiamoci sull’evocatio,
il rito con cui si incorporava il nume tutelare del popolo avversario. Ebbene,
dopo la capitolazione, seguiva la solennità dell’exauguratio, che estingueva una realtà giuridica preesistente,
trasferendo la sacertà dal fano autoctono al sito “federale”: non una
profanazione, non una sconsacrazione, ma una pratica inclusiva grazie alla
quale lo sconfitto, per nulla discriminato, si ritrovava, insieme col
vincitore, sul terreno di una nuova condivisione[3].
Questo, non per semplice tolleranza, giacché la
verità era avvertita come una, e una soltanto. Relativistico e parziale,
invece, sarebbe stato pretendere di averne una “in tasca”, sciorinare “ricette”
salvifiche e accampare diritti in nome di una divinità a “proprietà privata”,
da chiamare in causa (con un “Egli lo vuole”) per rendere indiscutibili le
imprese dei suoi eletti. Men che meno s’era in presenza di indifferentismo,
considerando il vaglio cui erano sottoposti i culti da introdurre nel pomerio[4].
Si riteneva necessario, infatti, esaminare la loro compatibilità con l’essenza
quiritaria. In caso negativo, potevano benissimo “sopravvivere” altrove, ma non
dimorare proprio nel cuore della romanità, snaturandone i contenuti. Sta di
fatto che, pur non essendo creduti tutti egualmente potenti, gli dèi di cui si
aveva notizia erano creduti comunque “veri”. Mano a mano che si procedeva
nell’espansione, i pontefici aggiornavano gli elenchi degli indigitamenta: anche per questo, i
Romani ignorarono il proselitismo. Mai proscrissero gli altrui culti, imponendo
i propri. E mai incorsero nella barbarie, chiamando, anzi, i sacerdoti feziali
a ufficializzare le dichiarazioni di guerra e gli accordi di pace, per
accertarne la conformità a norme sacrali assurte, così, al rango di diritto
inter e sovra-nazionale. Alla base v’era quella tensione all’universalità che,
sola, spiega come Roma, ancor prima di nascere, avesse una natura imperiale.
Sì, a partire da quando il padre Enea irradiò il proprio carisma indoario nel
luogo in cui l’autoctonia italica incontrava la mercatura etrusca e l’estetica
magnogreca. Questo fu l’antefatto che preordinò la fondazione romulea,
leggendaria per i meriti, storica nella realizzazione: come dimostrato dai
ritrovamenti sul Palatino, l’Urbe davvero “nacque in un sol giorno”, per poi
insistere su un ordito a maglie elastiche, chiamato a inglobare i destini
dell’orbe, fautore di ogni dignità antropologica, alla cui luce nessuno si
sarebbe mai sognato di uccidere in nome di un dio, di considerare il diverso
come nemico metafisico, né di convertire intere popolazioni a colpi di scure.
Chiaramente, nulla a che vedere con le teocrazie cesaropapistiche, né, tanto
meno, con l’odierno imperialismo che, delocalizzando l’applicazione degli
assiomi protezionistici, persegue la riduzione del mondo a sistema unico,
inteso come ordine puramente tecnico-economico, attraverso l’eliminazione delle
identità.
La spiegazione dello schema psico-religioso romano
impegnò Cicerone sul piano filologico e giuridico, per recuperare i relitti di
una eredità che temeva disperdersi in un oblio primariamente semantico. Questo
il motivo che lo spinse a rinvenire l’origine della religio in relegere,
ossia nella rilettura (si intenda verifica), scrupolosa quanto conservativa,
delle pratiche cultuali. Così, nel rito, riconobbe il metalinguaggio che,
cristallizzato nel simulacro della deità formalistica, svelava i pilastri del
giudizio etico. Consapevole di ciò, l’Arpinate non mancò di additare le origini
del diritto nell’ufficio dei pontefici, cioé dei “facitori di ponti” che,
collegando i villaggi sulle sponde del fiume, creavano comunità,
istituzionalizzandone i ritmi in norme. Ma nulla si sarebbe potuto senza il
vicendevole adempimento degli obblighi, consacrati innanzi a Giove Fidio. In
concreto, a ogni sorta di foedus si
premise la fides, che è,
bilateralmente, fiducia nell’altro e fedeltà-lealtà, quindi integrità e
coscienza stessa, manifesta in chi onora la parola data attenendosi alle
consegne[5].
Era tipicamente romano, infatti, considerarla irrinunciabile nell’amicizia, nel
matrimonio, nelle alleanze, nei trattati e in qualsiasi altro negozio giuridico
e commerciale. Ancor più rigorosamente, essa regolava posizioni diseguali
(patrono e cliente, vincitore e vinto, magistrato e amministrato, giudice e
imputato etc.). A questo numero di relazioni il sacerdote assegnava il crisma
dell’unitarietà, notificando la volontà del popolo a contrarre un accordo col
nume, perché rendesse intangibile la piattaforma di intersoggettività che la
animava. In tutto ciò non v’era niente di pietistico, dato che, anziché
scongiurare, si imponeva agli déi di abitare nelle mura, per rispettare
l’impegno preso. Solo allora, la convivenza tra l’umano e il divino avrebbe
espresso, exotericamente, l’inerire della sostanza alla forma, della materia
allo spirito, della quantità alla qualità[6].
D’altronde, amministrare il fas equivaleva a fissare gli stereotipi – nel senso letterale di
“impronta durevole” – che sublimassero l’efficacia dell’ordinamento: tanto
estesi, per siglare l’intesa societaria, quanto profondi, nella misura in cui
l’adesione avrebbe qualificato l’autoidentificazione nelle sorti cittadine.
Persino la venerazione dei Mani familiari e dei Penati della casa era avvertita
come atto di interesse comune, giocando da protagonisti nel consesso. Tale
ottica si mostrava inconciliabile con la superstitio,
ossia con l’uso di chi, con fare “privatistico” e anodino, trascorreva le
giornate pregando per sopravvivere (superstites,
appunto) alle sventure o alla morte, semmai fosse stato possibile accaparrarsi
un tranquillo oltretomba. E comunque, al di sopra di ogni devozione, si ergeva
la triade Giove–Marte–Quirino, immagine delle tre funzioni (regale-sacerdotale,
militare e produttiva) che già avevano strutturato le antiche società
indoeuropee, e di cui pure restava rimembranza nella grecità d’ascendenza
dorica[7].
Al loro coordinamento sovrintendeva la dea Concordia, personificando la
comunione d’intenti tra i ceti[8].
Grazie a essa si poteva aspirare alla libertas,
che non era “libertà da” – così come il nostro giusnaturalismo insegna –, bensì
“libertà in e per”: possibilità di inferire, dal modulo corporativo, il diritto
a dare un senso metaindividuale alle proprie fatiche, immortalandole in seno a
una coesione artefice di ben più alte glorie.
In considerazione di quanto detto, Cicerone poté
inserire la religione tra le componenti della tradizione, campo di verifica dei
valori sperimentati, comportando il senso di una continuità che giustificava il
quotidiano. O, meglio, religione e tradizione vennero a unirsi essendo, la
prima, gamma dei tentativi per relazionarsi al numinoso, la seconda,
introiezione e conservazione dei significati “scoperti”. Tale sequenza offriva
modelli così vari che, riflessi nelle caratterizzazioni politeistiche, creavano
spazi di esperienza per tutti i contenuti umani, la cui asseverazione
testimoniava i cardini del senso comune su cui basare la civicità. Per cui,
l’appartenenza costituiva una questione capitale. La vita degna di essere
vissuta era un privilegio spettante a quanti facessero parte della civitas. Il contrario sarebbe consistito
non tanto nella morte fisica, quanto nell’“essere fuori”. Usando il linguaggio
aristotelico: chi fa a meno della Città è un dio, oppure una bestia, non certo
un uomo.
Dèi e uomini imperiali
A regolare la vita civica, effettivamente, era la pax deorum, una “pattualità” che, per i
migliori, si traduceva in autocoscienza, favorendo la verticalità dell’Io
finito e altresì consentendo di percorrere la via evolutiva del compimento
umano, in modo niente affatto soggettivistico. A ogni archetipo era associato
un volto divino. Uno stilema o, meglio ancora, un’effigie marmorea, tanto
decisa nella sua funzione anagogica, quanto lontana dalla diseducativa e
ridicola teologia di Omero. Per non parlare, infine, dell’estraneità agli
spasmi tellurici di certa religiosità mediterranea, contro le cui scompostezze,
senza incorrere nel moralismo, si adoperò il Senato: non per reprimere, né per
scatenare la “caccia alle streghe”, ma semplicemente per disciplinare,
arginando le ricadute patologiche negli spiriti degli adepti, autorizzati alle
pratiche in determinati periodi dell’anno e nottetempo.
Da un punto di vista psicodinamico, la pietas non prevedeva l’adattamento
passivo a uno stimolo di paura, né il salto estraniante,“cupio dissolvi” nel mistero indifferenziato (mistica), ma la
graduale maturazione dei livelli di consapevolezza (ascesi), come
magistralmente espresso nel Somnium Scipionis: elevazione verso il Principio, di cui rendere conto dinanzi alla
comunità, nella sede di una illuminata azione pubblica. Il tabernacolo
rappresentava l’immagine istituzionale di questo spirito: nella tenda ove il
presidente, prima di convocare il comizio, si ritirava per assumere i presagi,
non si respirava inquietudine per l’avvenire, ma desiderio di assicurare
l’agire imminente per ogni sezione societaria compresa nella cittadinanza. Con un
simile stato d’animo, annualmente, i magistrati si recavano alla tomba del
Troiano, nei pressi della quale si ergeva un tempio federale, dotato di 13
altari, ognuno a indicare i villaggi riuniti in Lavinio.
A maggior ragione, chi incarnasse l’unità ontologica
della cittadinanza rivestiva un ruolo nomotetico, mostrando il discrimine tra
lecito e illecito, posto a fondamento del circolo ermeneutico tra elaborazioni
legislative e “sensibilità popolare”. In questo modo, la spiritualità
soggettiva non si sarebbe rarefatta nella trascendenza, ma avrebbe ricercato la
propria radice in simboli universalmente ordinanti. Ciò è facilmente
comprensibile se si pensa alla possibilità di decriptare la prisca spectio, praticata nello scrutare il
volo degli uccelli (auspicium: aves-specere),
nel momento speculativo della saggezza, che, in fondo, è sapere agere, tutt’uno di sapienza e prudenza. Si trattava,
insomma, di un rapporto simile a quello registrabile tra alchimia e filosofia
ermetica, secondo cui la magia, al di là degli equivoci e dell’ignominia di cui
venne fatta oggetto, specifica il tentativo di agire sul reale, così da
connettere interiore ed esteriore, corporeo e spirituale, contingente ed
eterno. Il che trova un ulteriore omologo nella theoria degli Elleni, il corteo che avanzava con gli occhi fissi
alla statua del dio (theon-orao), di cui ci resta uno sbiadito
ricordo nella processione del santo patrono. Questo indugiare con lo sguardo
implicava una riflessività liturgica risolta in stato di massima veglia, prodromica
rispetto alla giusta condotta sociale. Tant’è che Platone stabilì la sintesi di
teoresi e prassi nel filosofo re, il cui esercizio sovrano si nutre della
“religione dei principi primi”: divaricare pensiero e azione era un non-senso,
a fronte dell’unicità esistenziale, davvero inconcepibile senza l’attributo
politico. In fondo, la contemplatio
non era forse la pratica con cui l’augure, ripartendo un’area (dalla stessa
radice *tem-, “tagliare”,
“delimitare”, il templum), stabiliva
dove fosse propizio erigere la “casa del dio”? Dalla riflessione di costui
scaturiva l’edificio-scenario di un’essenza, simbolicamente fissata in un luogo
e offerta alla coscienza dei più. Egualmente dotato di “fisicità”, anche il
procedimento giudiziale, allora come oggi, si chiamò “rito”, celebrato, “alla
presenza” della giustizia, in un recinto tutelato al pari di chi vi entrasse in
contatto.
Avvalendosi di tale esegesi, Cicerone reinscrisse,
nel ruolo del governante, l’antica funzione ierofantica: risalire al pleonasma ius fasque voleva dire ricongiungere il
diritto secondo ragione al suo fondamento “natural-divino”. Tali furono le
premesse per rinvenire, nel fas, la
conformità della condotta rispetto a un ordine superiore, disvelato alla recta = perfecta ratio di un Numa o di un qualsiasi altro saggio reggitore[9].
In breve, al detentore di quanto, sulla scorta della pedagogia
socratico-platonica e per il tramite di Polibio, fu definito humanitas, concetto di una natura umana
in tutta la ricchezza dei suoi elementi emotivi, volitivi e intellettivi,
sviluppati e composti in una personalità armonica. In chi, insomma, incarnasse
l’ottimo uomo, dotato di una regola non scritta, ma intimamente vissuta, in
grado di riverberare la propria eccellenza sull’intero cittadino. La virtus – cioè la qualità di “essere vir” – avrebbe comportato, piuttosto che
la medietà geometricamente “tiepida” tra eccesso e difetto, una saldatura degli
opposti, così da potere posizionarsi in prospettiva “centrale” («in medio stat virtus») ed emulare Giano
bifronte nel volgersi, contemporaneamente, a diverse costellazioni di valori,
coniugate nella forza integrale del carattere. Non gradi di una stessa
disposizione, bensì sintesi etica che, attraverso l’autocontrollo, avrebbe
fatto impegnare, alla massima intensità, l’attitudine più appropriata, a
seconda dell’esigenza circostanziale. Inoltre, su scala estensiva, ciò
permetteva di colmare il divario tra gli esempi dei mores maiorum, scegliendo quale carta giocare senza compromettere
l’incontro tra le generazioni: nel riproporsi della tradizione, vecchi e
giovani apparivano come coetanei, figurando gli stessi personaggi prima come
allievi, poi come maestri. Segnatamente, dall’affiancamento nel tirocinium fori si otteneva una
formazione di tipo non solo “tecnico”, ma anche politico e morale. Il pupillo
imparava a venerare la patria e a sviluppare, in sé, consiglio e fortezza;
l’educatore, invece, sentiva di guadagnarsi l’immortalità: una volta
accertatosi di aver saldato il debito con la patria, allora sì che poteva
imparare a morire, per poi vivere nella memoria comunitaria, sullo sfondo
dell’altrui gloria. Questa sorta di cooptazione impediva agli anziani di
irretirsi nella gerontocrazia, mentre incanalava la giovanile volontà di
potenza sui tracciati della ponderazione. Addirittura, essa era capace di
coinvolgere, con sincerità, l’homo novus,
di estrazione non nobile, conciliando l’emancipazione con la fedeltà alle
istituzioni. Così, gli antichi costumi, pur intatti nella sostanza, si
adeguavano ai tempi, suggerendo gli accorgimenti per ridurre gli slanci
dell’irrazionalità collettiva ai progetti ordinativi dell’aristocrate-asceta,
dominatore degli istinti suoi e dei governati. Soltanto in questa prospettiva
capiamo come l’atarassia stoica, a Roma, si depurasse da ogni accento di
rinuncia, indicando, in quanto despicientia,
quella distanza che assicura uno stabile possesso dell’esistenza – quindi
imperturbabilità, costanza e fortezza interiore – senza disperdere l’attimo
nell’accidente emozionale: le passioni non vanno represse, ma amministrate,
fino a situare le contingenze in un quadro di più ampie vedute, tale da cingere
le vicende della Città e captare le categorie universali che, di quelle
vicende, sono le matrici.
Dunque, scevra di lirismo romanticoide, inattaccabile
dall’esterno, la gravitas delle anime
“pesanti” aveva ragione d’esser cara a Giove Statore, nel momento in cui si
rendeva veicolo (attivo!) del fato quiritario. In questo, nessun determinismo,
nessun provvidenzialismo. Nella romanità, infatti, il vero storico non si
esauriva in un evento, seguendo un sentiero unilineare, ma si stabiliva di
giorno in giorno, mai prescindendo dalle potenzialità di qualsiasi ente,
animato o meno. La personalità autarchica, saggiando l’ontologia del corso
mondano, ne avrebbe tratto il massimo vantaggio. Ovviamente, nei limiti di
quanto concessogli dalla sua propria indole, giacché «a quelli che chiedono solo a sé ogni bene, nulla, che necessità di
natura comporti, può sembrare un male»[10].
In particolare, per quanto riguardava l’Urbe, la costruzione del futuro passava
per le mani dell’auctor: se il
demiurgo platonico “cavalcò” Ananke
per vincere il caos primordiale, egli, dal canto suo, convogliava plasticamente
gli umori verso un obiettivo unitario, mutando l’informe nella forma e
certificando le relazioni visibili della Città. Nel farlo, doveva avvalersi
dell’oratoria, dosando gesti e parole nel guidare un riluttante materiale
umano, affinché le eccitazioni trapassassero in quiete, e viceversa, in
funzione dei propositi civilizzazionali[11].
Persuadere, infatti, non è che avviare l’anamnesi
dei principii che, latenti, vivono nelle menti “bicamerali” e, tuttavia, sono
da quest’ultime apprezzati soltanto in una voce “rivelatrice”, quasi
provenissero dall’esterno. Per suscitarli, si abbisogna d’una percezione
stereoscopica dell’ambiente, la medesima che sosteneva, altresì, lo ius dicere del pontefice e del pretore.
Del resto, assegnare un nome al fatto o all’atto individuava non la parola, ma
la cosa stessa, evocata ed espressa attraverso quel che la faceva esistere,
cosicché indicatore e indicato finivano per apparire simultanei. Nel momento in
cui la giuris-dizione definiva e
fondava, pronunciare il titolo di una res
significava, in certo qual modo, creare un qualcosa nell’universo civile,
sancendo una regola o dandone applicazione, così come l’energia aristotelica,
nel mondo fisico, “fa nascere” una pianta. Di qui, la necessità di individuare,
con precisione, il nomen/numen appropriato alla situazione: la
divinità era tanto reale quanto le colonne del tempio, modellate sui tronchi
della selva da essa abitata (nemus).
Lo dimostra il fatto che il genio romano, non indulgendo a fantasticherie, ebbe
come mitologia la sua stessa storia, giacché gli fu chiara, sin dagli albori,
la vocazione ad attualizzare il proprio “impero interiore”. Nella sua
significazione lessicale, l’auctoritas
richiamava una forza germinativa, un accrescimento col valore di risultato
acquisito, perfettamente disponibile a reificarsi in fenomenologie future.
Ecco, dunque, l’importanza di demandare al magistrato l’interpretazione
auspicale, segno di quella differenziazione gerarchica riflessa
nell’attribuzione delle competenze. Era, in pratica, il prodotto del risalente
potere di ogni pater familias,
preminenza legittimata dall’ufficio di “aggiungere valore” e, quindi, di
convalidare le deliberazioni del clan. La rilevanza dei principes civitatis, custodi-promotori – quindi, autori – del bene
pubblico, si esplicava nel governo e nella difesa del gruppo, memoriale dell’opera
fondativa, reiterata ogni qual volta la politica comunitaria veniva fissata in
norme. Nulla di più lontano dalla semantica avalutativa dell’autorità dei
moderni, costretti – cosa affatto sintomatica – a inventarsi la distinzione
rispetto all’“autorevolezza”. Diversamente, la politicità romana (ri)conosceva
una primazia immediatamente sentita legittima nelle sue manifestazioni
istituzionali, che trovava risposta in una drammatica assunzione di
responsabilità. La medesima con la quale si invitavano i nuovi concittadini a
“domiciliarsi” nei cerchi concentrici della società, innervati dalla
gratitudine emancipatrice (charitas)
con cui le clientele rispondevano alle cure (caritas) dei patrocinatori, sino a rifrangersi nel rapporto
simpatetico tra popolo e Senato. Ognuno, nel proprio ruolo, si sarebbe provato
nella giustezza, cooperando per dotare la Città delle migliori provvidenze[12].
Di rimando, quest’ultima si sarebbe incaricata di mediare con la teodicea
trascendente, conferendo “a ciascuno il suo”. E lo avrebbe fatto tramite le
personalità di vertice, quali i cesari divinizzati dopo la morte (l’appellativo
divus smentisca i luoghi comuni sulla
divinizzazione). Tuttavia, verosimilmente, tale compito fu sempre connaturato
all’idea di autorità, memore di Romolo, invitto dai dissidenti, rapito dai
superni e tra loro assiso. Il mito era lì, a insegnare che al grande d’animo
basta il cenno per superare la ferocia[13].
Dal celebre XXI Aprile, fu la toga, non le armi, a
guidare l’estensione (civitas augescens)
in senso spaziale e temporale (aeternitas
Romae), accogliendo, intorno al primigenio focolare dei Quiriti (coviri), un numero sempre maggiore di
individui. Proprio dal fano di Vesta – simbolo della capanna tribale e deposito
di contratti e testamenti – Cicerone trasse il documento dell’imperialità
pagana. La dea non risultava propriamente raffigurata, poiché la stessa fiamma,
da conservare accesa a rappresentare la vita di Roma, teneva luogo a qualsiasi
altro espediente iconico: era l’ombelico crono-assiale dell’Urbe, punto per il
quale passava il disegno della civilizzazione. Racchiudeva in sé la continuità
palindromica tra passato (della compattezza familistica), presente
(societario), futuro (ordinatamente performativo)[14].
Tra Urbs e Sion: il monoteismo paolino
Ora, è il caso di comprendere se, come e in qual
misura, gli esiti di una simile civiltà riuscirono a confluire in quel che poi
sarebbe stato il cattolicesimo (katholikos:
universale), appunto, romano. Riteniamo che la chiave di volta risieda proprio nella
figura di Paolo di Tarso. Nel I secolo d.C., l’Impero, estendendosi nel
Mediterraneo, andava ereditando la situazione tipica dell’ellenismo. Dopo
l’epopea di Alessandro, l’anonimo suddito del diadoco aveva progressivamente
imparato a ritirarsi nella propria coscienza. Non semplice disaffezione, ma
addirittura estraniamento dai destini pubblici. Ormai, anche in qualità di
provinciali romani, molti ignoravano l’orgoglio di una partecipazione secondo i
ranghi. Il termine “cosmopolita” non indicava più la carica chiamata a ordinare
la Città, bensì l’individuo che, silentemente inserito nella massa, accoglieva
con indifferenza l’euangelium,
l’editto programmatico del principe e del Senato. Filosofie del disimpegno si
accompagnarono a religioni pelasgico-misteriche, volte ad assicurare, al
singolo, una felicità escatologica ultramondana. In questo clima, già
attraversato dal giudeo-platonismo di Filone Alessandrino, si inserì la
predicazione paolina.
In Paolo operarono sinergicamente tre paradigmi: fu
ebreo di obbedienza farisaica, uomo culturalmente immerso nell’ellenismo e,
infine, cittadino romano.
Il primo gli accreditò la continuità col mondo
veterotestamentario, consentendogli di trasporre nella instituenda
organizzazione ecclesiastica la rigidità sinagogale. Il monoteismo, infatti, è
naturalmente dogmatico, assoluto, vigilante sull’eterodossia: per definizione,
non può tollerare, in quanto non si dà raccordo con chi non ammetta il solo dio
ammissibile, che si definisce “geloso”. O lui, o niente.
Oltretutto, la conoscenza delle scritture gli
permise di aderire, nella sostanza, allo spirito con cui, sin da Davide, si
cercò di conferire un plausibile assetto istituzionale al patto (berith) divino, acquisendo elementi del
summodeismo ugaritico, babilonese e faraonico, di cui gli Ebrei ebbero continua
e diretta esperienza. Una volta ammantato di caratteri cosmici lo “Yahweh degli
eserciti”, “forte in battaglia”, l’ordine ebraico resistette anche alla fine
della pur breve unità (1004-926 a.C.), durata sino a quando le dieci tribù
settentrionali, vessate dalla tassazione e in rivolta contro l’esotismo di
Salomone, non ricusarono la dinastia davidica, ridando vita a un Regno di
Israele separato da Giuda. Gli esilii non ne dissolsero la Weltanschauung, bensì la adeguarono agli eventi. Dio non poteva
aver fallito, pentendosi dell’alleanza; la sua potenza si misurava in base ai
successi di una particolare nazione. Ragionevolmente, alle inadempienze di
quest’ultima doveva imputarsi il decadimento. Motivo per cui, perduto il
dominio terreno, la categoria della “promessa” venne rimodulata dalla
generazione dei profeti “metaempirici”, eredi dello yahwehismo nomade
antimonarchico. La cifra fu in senso escatologico, trasfigurando gli accenti
imperiali dei salmi in un futuro metastatico, con tonalità pure
esistenzialistiche, vieppiù sviluppate nella letteratura sapienziale della
diaspora. Così Paolo, da parte sua, completò l’opera, saldando l’unzione
davidica con la topica del “servo sofferente”, eliminando sia l’autobiografismo
del profeta inascoltato, sia il vanto di un popolo che, seppur dominato, si
riscattava al pensiero dell’elezione divina. Nella coincidenza paolina tra
sovrano e vittima sacrificale, invece, il sangue avrebbe liberato un Israele
d’adozione, di nuova marca e ben più esteso. Per dirla con Eric Voegelin: «Il Figlio di Dio, il Messia di Yahweh, non
era più il capo di un clan giudaico. La casa di Davide trasformata nella casa
di Dio Padre, che il Figlio avrebbe costruito usando l’uomo come materiale»[15].
Lo sciovinismo nazionalistico, perciò, si risolse in un compiuto deismo
universale.
In effetti, Elia, se da un lato derise l’impotenza
del Baal Melqart e dei suoi oracoli, dall’altro ammise la divinità del Baal
Zebul di Ekron, pur rivendicando il monopolio di Yahweh sulla genìa di
Giacobbe. Saul fu definitivamente
esecrato quando destò lo spirito di Samuele, tramite la negromante di Endor,
evocatrice degli elohim,
dèi-fantasmi. Soprattutto, nei proclami dello Shemà, la singolarità (Adonai
ehad) non esclude, di per sé, l’esistenza di altri numi, suggerita
dall’aggettivo “nostro” (Adonai elohenu),
nonché dal comando di votare al genocidio le popolazioni sconfitte, onde
impedire la contaminazione[16].
Di contro, sempre nel Deuteronomio,
sono contenute attestazioni a valenza monoteistica. Simili oscillazioni si
spiegano considerando le retrodatazioni operate dagli anonimi autori biblici,
preoccupati di attribuire gli scritti ai personaggi della storia sacra, perché
si ritenessero autentica “parola di Dio”. Sappiamo, per esempio, che l’ultimo
libro del Pentateuco, molto
probabilmente, fu composto durante il governo di Manasse (692-639 a.C.), dietro
l’impulso dei discepoli di Michea, in modo da avvalorare l’autorità profetica
mediante l’antecedente mosaico, valevole come sorta di “mito costituzionale”.
Con ciò, si vuole semplicemente affermare che espedienti del genere costrinsero
i redattori a ricorrere alle scenografie di una mentalità compatta, più o meno
remota, tipica di un’etnia alla ricerca di stanzialità identitaria, lungi dallo
Sheol della sottomissione e della
dispersione. Il verbo paolino ebbe bisogno di tali accorgimenti? Ovvio che no.
La maturità dei tempi gli consentì di menzionare entità infere e celesti, dal
momento che la certezza dell’unicità divina derivava da una fonte “di prima
mano”. Intendo l’Incarnazione stessa, annunziata come eterno presente, al di là
della suasione storiografica, la quale, tutt’al più, fu lasciata alla
testimonianza evangelica. Per chiarezza, si può dire che, col primato del
Messia, non sarebbe stato più possibile confondersi: non dèi, bensì forze del
bene e del male.
Cristologia ed ellenismo
Veniamo al secondo elemento. L’Apostolo nacque a
Tarso, snodo mercantile e fiorente centro di cultura stoico-orfica. I messaggi
di Gesù non avevano pretese speculative, predicando la beatitudine del povero
in spirito. Al posto della ragione, i Vangeli ponevano la fede di chi crede
senza aver visto. Ben presto, però, realisticamente, il cristianesimo dovette
ricorrere alla filosofia. A coloro che non avevano ascoltato il Maestro, non
potevano bastare le catechesi di semplici latori. Per affermarsi, conquistare e
difendersi, occorreva proprio quel che mancava: dottrina e sistema. Il Tarsense
trovò tutto ciò nel contesto in cui s’era formato. Fu così che il suo
cristianesimo ebbe presto la meglio su quello, di tipo giudaico, dei primi
discepoli – il quale nemmeno dovrebbe chiamarsi tale, dato che non consacrava
ancora il Nazareno in qualità di Kyrios
e Christos. Con Paolo, la fede rimase
formalmente la medesima, ma, di fatto, procedendo nell’occidente dell’ecumene
romana, assunse nuovi contenuti.
Sulla formazione della teologia paolina, non sono da
escludere influssi essenici, platonistici, pitagoreggianti ed egizi,
probabilmente recepiti nel periodo in cui l’Apostolo, immediatamente dopo la
“folgorazione”, si trattenne nella Nabatene (o Arabia Petrea), elaborando il
proprio statuto dottrinale[17].
Soprattutto, nella temperie sincretica, un valido ausilio fu rinvenuto
nell’orfismo popolare, diffusissimo dal Regno dei Nabatei sino a Damasco,
persino a Gerusalemme. I caratteri di Zagreo-Dioniso furono così ricelebrati
nella cristologia: generato da Zeus e dalla vergine Kore, trasformatore
dell’acqua in vino, presentava tratti talmente affini alla biografia evangelica
che lo stesso Giustino, successivamente, messo nell’angolo dall’evidenza,
affermò che Satana, ascoltando i profeti, ne inventò il mito e lo diffuse anche
in Medio Oriente prima dell’anno zero, per confondere le menti[18].
Difatti, come non notare lo straordinario parallelismo col Messia? Il fanciullo
degli orfici, ucciso dai Titani e poi asceso al cielo, avrebbe permesso agli
iniziati, partecipi ai riti di comunione (agape),
di risorgere in lui, liberandoli dalla tomba corporale: nel dualismo tra carne
titanica e anima dionisiaca, sarebbe prevalsa la seconda natura. Ed ecco Paolo,
secondo il quale l’esperienza del Gesù storico coincideva col Cristo, capo del
corpo mist(er)ico. Quest’ultimo, formato da quanti, ammessi
all’iniziazione-grazia battesimale e al sacrificio eucaristico, giustificati
per fede, avessero superato la psyche
nel pneuma, la carne del Primo Adamo
nello spirito dell’Ultimo Adamo[19].
Inquadrata entro l’idea pneumo-palingenetica, la
predicazione paolina appare tanto estranea alla mentalità giudaica, quanto, per
certi versi, vicina alla cultura post-alessandrina. Il Libro degli Atti narra le
volte in cui Paolo fuggì dai Giudei, rischiando di finire lapidato come
Stefano, protomartire per antonomasia. Si volse dunque a Occidente, confermando
una topica avulsa dal messianismo nudo e
crudo. Esemplare è il tanto equivocato discorso all’Areopago: la riserva
dei filosofi ad ascoltarlo di nuovo
non prova inattitudine alla comprensione[20].
Gli stoici, segnatamente, dovettero concordare sulla resurrezione dei morti,
giacché sostenitori del rinnovamento cosmico (ekpyrosis). Non si sottovaluti, inoltre, l’implicito rinvio alla
pneumologia di Cleante, rispetto al dio ignoto, e a Zenone, riguardo alla
incircoscrivibilità “edilizia” del divino[21]. Insomma, occorre proprio ipotizzare un
epistolario con Seneca, per spiegare certe più o meno formali convergenze?
Fondazione della Chiesa romana: l’idea
di Paolo e l’epilogo di Agostino
Dicevamo, infine, della romanità, di per sé evidente
nell’opzione onomastica del Saulo divenuto Paolo, nativo di quella Cilicia ove
lo stesso proconsole Cicerone volle dare applicazione ai suoi canoni di
buongoverno. L’Apostolo più volte si vantò della cittadinanza, e la eresse a
scudo, per sfuggire ai tribunali di Caifa. Dire «civis Romanus sum» lo salvò dai ceppi, sino a quando Nerone,
ricattato dai sinedriti – simile a un Pilato redivivo –, non gli risparmiò più
il supplizio. Le ragioni dell’accanimento patito dagli ex correligionari
risiedevano proprio nella denazionalizzazione del Messia, trasvalutato da
liberatore a redentore. Il Dottore delle genti, infatti, intuì l’impellenza di
fuoriuscire dall’angustia israelitica, entro cui il cristianesimo sarebbe stato
facilmente soffocato quale eresia (vedi Giovanni il Battista). Coerentemente a
tale disegno, reputò “spazzatura” la propria ascendenza, risalente a Beniamino,
per giunta apostrofando i giudeizzanti come “cani”, “cattivi operai” e
“idolatri del ventre”[22].
Di questi ultimi, in particolare, comprese il tentativo di replicare gli schemi
della ierocrazia ebraica, riciclandone il notabilato[23].
L’approdo paolino doveva essere l’innesto nell’Impero.
Praticamente, la via cattolica, linea vincente al Concilio di Gerusalemme, in
cui il nuovo venuto, proclamatosi apostolo “postumo”, osò sfidare le incertezze
di Pietro e Giacomo, perorando la incirconcisione dei battezzati[24].
Nei confronti del primo, addirittura, in pubblico e senza alcuna remora, si
esibì in una sonora paternale, accusandolo di ipocrisia: che guida poteva
essere, se si vergognava d’essere visto desinare coi gentili convertiti?![25]
Per la Torah, fraternizzare coi
“canaanei” era un abominio; adesso, invece, bisognava odiare la legge, cioè
travalicare i confini mosaici: questa doveva essere la nuova disciplina, «[…] poiché se la giustizia viene per la legge,
certo Cristo è morto invano»[26].
Solo un Romano avrebbe potuto concepire la
resurrezione come il foedus di una
società ecumenica[27],
al di là dei requisiti razziali della “nazione eletta”, giacché a Israele si
appartiene genealogicamente. Diversamente, alla discendenza carnale di Abramo,
egli ne contrappose una di tipo spirituale[28].
Come nel mito della fondazione, così il racconto evangelico avrebbe tracciato
lo schema di una nuova alleanza, con la croce quale ennesimo simbolo ombelicale.
L’omphalos, il centro attorno a cui
“fare civitas”. Sicuro, il braccio
verticale avrebbe congiunto la terra all’eone celeste; tuttavia, quello
orizzontale poteva abbracciare una cittadinanza suscettibile di un’espansione
realmente globale.
Se si voleva realizzare ciò, bisognava passare dallo stadio
fluido-movimentistico a quello organico-istituzionale. Col De re publica alla mano, si nota come, per i Quiriti, il gregge
fosse l’antitesi di popolo (sociatus,
anziché con-gregatus); al contrario, stando agli evangelisti, esso esprimeva
l’immagine del consesso cristiano, “pascolato dal Buon Pastore”. Ebbene, Paolo
rettificò certe implicazioni disarticolatamente egualitaristiche, accentuando
nei carismi, ancorché derivati (doni “pentecostali”), i fattori coordinativi
delle comunità[29]. Non sfugga
neppure che, al modo in cui un Cicerone, per esempio, veniva scelto da Nervi,
Reatini, Lanuvini e Siciliani come loro patronus,
Paolo si qualificò tutore delle chiese di Efeso, Corinto, Colosse, Galazia,
Filippi, Tessalonica e… Roma. Cosicché ebbe la possibilità di esercitare il
magistero dettando regole comportamentali, per censurare le condotte
antisociali di quanti bramavano la sovversione dell’ordine costituito, in vista
della prossimità parusiaca[30].
Solo smorzando la carica immediatamente eversiva, la cristianità (“nel mondo”)
sarebbe penetrata nella struttura augustea (“del mondo”).
Al tempo stesso, per porsi come alternativa, occorreva
“tradire” anche Roma. Concretamente, l’Apostolo raccomandò l’autarchia giurisdizionale,
diffidando dal ricorrere, per le liti, ai tribunali dell’Impero: una maniera
per disporre un’avanguardia che, preservata dalle “ingerenze” del diritto,
potesse gradualmente, senza clamori, svuotare l’apparato delle sue funzioni[31].
Il che, più in generale, doveva passare per una progressiva dedivinizzazione
del nesso analogico tra anima individuale, Città e cosmo: al makros anthropos platonico, che
descriveva la cittadinanza come un uomo scritto in grande, Paolo sostituì un
Cristo “tutto in tutti”. Lo Spirito sarebbe stato vivente nell’ekklesia, trasformata, da insieme dei
“chiamati” (ekkletoi), con-vocati
nell’assemblea civile, a bacino santuarizzato: l’incarnazione del Logos bastò a spiegare la corrispondenza
tra messaggio e messaggero, per raccogliere le membra del corpo mistico. Il kairos del prudente fu stravolto,
venendo a significare l’intervallo tra la Pasqua e il Giudizio. Un tempo, la
consapevolezza della propria natura dava il senso del limite – oltre il quale,
per i Greci, la hybris – ottimizzando
le possibilità di crescita in equilibrio col resto del mondo[32];
ora, per il battezzato, tutto ciò si ribaltava in accettazione della croce. Di
conseguenza, il demonico fu ridotto al demoniaco; la charis ascendente venne dipinta come ribellione luciferina, non più
volontà erotico-demiurgica di approssimarsi, in contatto generativo, all’idea
del bene (en-theou-siasmos). A essa
fu opposto l’arbitrio di una grazia discendente e sovranaturalizzante,
certificata dall’amministrazione clericale.
I frutti maturarono posteriormente, quando
Costantino, uxoricida e carnefice del figlio Crispo, temendo un trono
traballante, iniziò col fare della “verità galilea” un sostegno per
ri-omogeneizzare la rappresentanza esistenziale dell’Impero. Salvo, poi,
ricevere l’acqua battesimale appena moribondo e febbricitante. Gli successe
Costanzo, il quale, uccisi zii e cugini, si attorniò di luogotenenti
episcopali, magari sfruttando gli equivoci della teurgia popolare, da tempo in
atto nelle province. Bastarono pochi anni
per giungere al punto di non ritorno, allorquando Teodosio proclamò il
cristianesimo religione di Stato. Di lì a poco, l’apologetica per mezzo della
quale Agostino (altro civis),
cavalcando il trauma del sacco di Alarico, avrebbe sferrato l’affondo alla
concorrenza della chiesa “neopagana”, eretta da Giuliano. Ma, soprattutto,
avrebbe spuntato le armi del millenarismo apocalittico, tacciato di eresia
post-ebraica già da Origene, allievo di Ammonio Sacca insieme con Plotino, il
più noto tra i filosofi dell’ultima paganità. Ciò facendo, gettò le basi del
Sacro Romano Impero medioevale: «Sin da
adesso – scrisse il prelato di Ippona – la
Chiesa è il Regno di Dio e il Regno dei Cieli»[33].
Nondimeno, deformando le definizioni ciceroniane, salutò la nascita di un
popolo unito dall’identità di fede[34],
suggellata da una religio che religat, consentendo di religere: tenere insieme, per tornare al
vero Signore[35]. Un popolo,
ancora, che, sino alla lotta per le investiture del XII secolo, si sarebbe
eletto i propri sacerdoti e vescovi, con l’avallo del potere civile, invece che
papale. Per scampare agli editti di persecuzione, al ludibrio e ai saccheggi,
gli antichi culti si rifugiarono nella remota ruralità del pagus. Pagano divenne allora sinonimo di amorale, lascivo, uomo
senza scrupoli. Per farsi un’idea, proprio come l’infedele per la jihad islamica.
Eppure, il rigetto non fu totale. La strategia di
assimilazione riadattiva colonizzò i lasciti politico-sacrali degli “empi”,
rimescolati nella teologia del Gesù pantocratore. Guai ai vinti! Le nuove
festività scalzarono le precedenti, cadendo nei medesimi giorni; le formule
linguistiche (fides, devotio etc.) vennero spogliate del
senso originario; i titoli cesarei (dominus,
pontifex maximus, rex regum) furono
liberamente espropriati, assieme al diritto, alla filosofia, alla retorica etc.
Col tempo, dall’assetto senatorio scaturì quel che conosciamo come collegio
cardinalizio, all’interno del quale il papa emerse al modo del principe
cesareo. Nella liturgia trovò ospitalità il sacrifico sull’ara, fondendo
simboli matriarcali col corredo apollineo-solare. Lentamente, la venerazione
dei santi – ciascuno dei quali propiziatore di specifiche guarigioni o attività
– rielaborò l’eredità politeistica, rendendo il credo digeribile persino ai
barbari. Sì, perché dove fallì Attila, trionfò Paolo: bisognava entrare
dall’ingresso principale, e questo avvenne. Nell’ora della crisi, la res publica christiana seppe offrire
alle masse un’alternativa ordinamentale, stavolta garantita dal rimando metafisico,
persuasiva quanto la promessa di vita eterna. Una nuova autorità che si scelse,
come lingua, non l’aramaico o l’ebraico, ma il latino; come sede, non
Gerusalemme, ma Roma. «Quella Roma –
scrisse Dante – onde Cristo è Romano».
[1] De
natura deorum II, 72; De legibus I, 19.
[2] De re
publica I, 25: «Est igitur – inquit Africanus – res publica res populi; populus
autem non omnis hominum coetus quoquo modo congregatus, sed coetus multitudinis
iuris consensu et utilitatis communione sociatus».
[3]
Concordiamo pienamente con V. Arangio Ruiz, quando afferma che «La religione
non rappresenta, nel più antico diritto romano, una causa minoratrice della
capacità giuridica. Il politeismo dei popoli classici fa sì che con gli dèi
conosciuti ed adorati da ciascuna città o popolo possano coesisterne infiniti
altri, propri di altre città e di altri popoli, e che i culti siano
comunicabili da paese a paese» (Istituzioni di diritto romano, Napoli, 1974,
cit. p. 61).
[4] Per approfondire l’aspetto
storico-giuridico, si ricorra a P. Catalano, Aspetti spaziali del sistema
giuridico-religioso romano, in Aufstieg
und Niedergang der Römischen Welt, II. 16, 1, Berlin – New York, 1978, pp.
543 ss.
[5] In De re publica fr. 18 si tenta di precisarne l’etimo, corrispondente
al “fare quel che si dice”: «Fides enim
nomen ipsum mihi videtur habere cum fit quod dicitur».
[6] Usando le parole
di D. Sabbatucci, diciamo che l’operazione era volta a «fondare l’assoluto, che
è, di volta in volta, assoluto espresso come legge e mos maiorum, assoluto espresso
nella concezione della res publica come cosmo, assoluto espresso nella
rappresentazione di un equilibrio cosmico sotto forma di pax deorum, assoluto
come procedura rituale e giudiziaria sottratta alle circostanze sulle quali è
chiamato ad agire» (Lo Stato come conquista culturale – saggio sulla religione
romana, Roma, 1975, cit. p. 107).
[7] Si consideri la tripartizione alla
quale Platone fece ricorso nell’elaborare la sua Politeia.
[8] Vale la pena ricordare che il tempio
della Concordia venne edificato nel 366 a. C., per volere del dittatore Furio
Camillo, a celebrare la fine della secessione plebea. Secoli dopo, illustrando
il cosiddetto programma della “concordia
ordinum”, il console Cicerone vi convocò il Senato, nei giorni in cui
patrizi ed equiti, in conflitto per beghe tributarie, rischiarono di favorire
Catilina e il suo partito della sovversione.
[9] Tra i passi più significativi,
quelli in De legibus I, 58-62, che sembrano quasi sviluppare il celebre De re
publica III fr. 6: «Est quidem vera lex recta ratio naturae congruens, diffusa
in omnes, constans, sempiterna, quae vocet ad officium subendo […]».
[10] De
senectute II, 4.
[11] Cfr. De oratore II, 212-229.
[12] De officiis I, 22.
[13] A proposito della magnanimitas richiesta al governante,
cfr. De officiis I, 61-92, ove, tra
l’altro, è contenuto il famoso motto: «Cedant
arma togae, concedat laurea laudi».
[14]De legibus
II, 29.
[15] Ordine
e storia. Vol I. Israele e rivelazione, a cura di G.F. Lami, Roma, 2003,
cit. p. 401. L’opera, tenendo il passo delle indagini filologiche del ‘900,
risulta di capitale importanza per chi voglia affrontare i temi della filosofia
dell’ordine. Dopo lo studio di Mesopotamia ed Egitto, essa segue il percorso
che, da Abramo, conduce al profetismo, dedicando un intero capitolo alle
(a)tipicità del Mosè egizianizzato. Ai fini del nostro discorso, rilevano
specialmente le comparazioni tra le scritture ebraiche e le teologie degli
imperi cosmologici. A ben vedere, le influenze si riflettono nell’iconografia
del potere trasmesso – o, comunque, prospettato – da Yahweh alla famiglia
regnante (“tronco di Iesse”). Egli, nei cosiddetti Salmi imperiali (cfr., in particolare, 24, 72, 93, 99, 104), appare
come il sovrano del mondo, re della gloria che riordina il genere umano
attraverso la stirpe di Davide. Ai “figli di Dio” si fanno grandi promesse (II Samuele VII, 12 ss.), proprio nel
modo in cui, nei Testi della Piramide,
la divinità dice del faraone: «Questi è
mio figlio, il mio primogenito… Questi è il mio diletto, del quale sono stato
soddisfatto» (1a-b); e: «Questi è il
mio figlio diletto; a lui ho dato gli orizzonti, perché possa essere potente su
di essi come Harachte» (4a-b). Ma attenzione: trattare di simili affinità
significa parlare non di “intrusioni”, bensì della ricettività tramite la quale
rimediare alle carenze civilizzazionali della rivelazione sinaitica. La mania
di distinguere tra genuinità ebraica e fattori spuri, infatti, risponderebbe
ancora alle preoccupazioni del modernismo confessionale, convinto di poter
trattare la Bibbia indipendentemente dalle costanti esperienziali delle
società.
[16] Su Elia, v. I Re XVIII, 27 e II Re I,
1-18; su Saul, I Sam XXVIII, 3-25; i
passi deuteronomici in questione corrispondono a Dt VI, 4 e VII, 1-16. In particolare, riguardo alla caratterizzazione
divina degli elohim, cfr. il Salmo 8 e I Sam XXVIII, 13. Di essi si ha traccia anche nella mitologia
babilonese, in cui figurano come creatori. Con l’assimilazione nella Genesi ebraica (VI sec. a.C.), essi
furono declassati al rango di divinità minori. Per quanto comoda, la traduzione
con “angeli” risulta impropria. Infine, per esaurire l’argomento, si rammenti
che le incongruenze dei racconti pentateucali, come da noi conosciuti, sono
altresì dovute alla reciproca competitività delle versioni giudaiche e
israelitiche, ovvero, più in generale, all’intersecarsi delle scuole
storiografiche. Ne possiamo contare almeno tre: yahwidica (J), elohista (E) e
sacerdotale (P). A queste si può aggiungere la deuteronomica (D), attiva quasi
esclusivamente per l’omonimo testo.
[17] Ep. Galati
I, 15 – II, 2. Soltanto dopo tre anni decise di presentarsi a Cefa. Ancora
quattordici anni e fece ritorno a Gerusalemme, al fine di cautelarsi da
un’eventuale scomunica. Si osservi come, insistendo sulla lontananza dalla
Palestina, Paolo rivendicasse l’originalità della sua predicazione, mostrandosi
alquanto autonomo rispetto alla cerchia dei sinottici (per i titoli di
apostolato, contro l’accusa di ambizione, cfr. II Ep. Corinti X, 11 – XII, 13).
[18]Apol. I,
54.
[19]Oltre l’Epistola ai Romani, rilevanti i passaggi di I Ep. Corinti XV, 44-49; II, 23 ss.; XI, 30; X, 16 ss. Si noti,
inoltre, l’uso di un formulario tipicamente orfico, a proposito della parola
“tenda”, impiegata per indicare l’edificio carnale. Lo stesso valga per “veste”
(“vestirsi di Cristo”, “rivestirsi di immortalità”), da cambiare e deporre
simbolicamente: nella iniziazione, l’accostamento al dio veniva concepito per
gradi, ciascuno dei quali rappresentato da una tunica (bianca per i neofiti).
Cfr. V. Macchioro, Zagreus, Firenze,
1930.
[20] Atti
XVII, 22 ss.
[21] Sulla tattica retorica, I Ep. Corinti IX, 20 ss.
[22]Ep. Filippesi III,
2 ss. Per “corrente giudeizzante”, gli storici della Chiesa paleocristiana
intendono il partito di quanti contemplavano, entro il percorso catecumenale,
la previa adesione ai costumi e ai precetti dell’ebraismo. Secondo alcuni, essa
faceva idealmente capo alla comunità di Gerusalemme, dove numerosi erano i
fanatici della “continuità”. Nei loro riguardi, in Ep. Galati II, 4 si parla di “delatori” e “intrusi”. Tuttavia, in
occasione del Concilio, quantunque avesse vinto le resistenze alla
deliberazione cattolica, Paolo, a mo’ di contropartita, si impegnò a riscuotere
dai gentili la famosa colletta (il cosiddetto “servizio ai santi di
Gerusalemme”). Cfr. Ep. Romani XV,
26-28; Ep. Galati II, 10; I Ep. Corinti XVI, 1-3; II Ep. Corinti VIII-IX.
[23]Ep. Galati II,
6. Un fenomeno affine si sarebbe verificato all’indomani della distruzione del
Tempio, allorquando in molti, come Giuseppe Flavio, scelsero un proprio “cavallo
di Troia” per penetrare negli organigrammi imperiali. Tempo dopo, dai “fatti”
di Ponte Milvio in poi, il potere iniziò ad avvalersi del crocifisso, e così il
cristianesimo divenne, diffusamente, il vettore privilegiato: “in hoc signo vinces”.
[24] Atti
XV, 1 ss.; I Ep. Corinti XII,12-13; Ep. Colossesi
III, 11
[25] L’incidente, accaduto ad Antiochia,
è narrato in Ep. Galati II, 11 ss.
[26]Ibidem II,21.
In realtà, a dispetto dell’esclusivismo biblico, le ricerche storiche e
archeologiche mostrano come la confederazione dei clan ebraici, già prima della
conquista del Regno d’Israele da parte della casata giudea – da sempre estranea
alla confederazione stessa –, metabolizzò la simbologia religiosa dell’area
siriaca, a seconda delle esigenze di espansione e assestamento. Nel crogiolo di
Canaan, lo Yahweh per cui optò Abramo si presentò, sin dalle origini, come una
tra le divinità etniche della zona.A tal proposito, si pensi alle politiche
matrimoniali, ovvero alla reciproca ricezione dei culti in garanzia dei patti,
come nel caso del dio Baal di Tiro, introdotto da Omri nel quadro dell’alleanza
contro Egitto e Assiria. Paradigmatica, poi, è l’annessione della Gerusalemme
dei Gebusei: fissata la nuova capitale, lo yahwehismo si arricchì dei tratti di
El Elyon, associato a Zedek e Shalem – da cui la zedakah, virtù dei profeti, e lo shalom del regno di pace. Peraltro, essi furono già conosciuti da
Abramo per mezzo del re-sacerdote Melchizedek (Melchi-Zedek: “Zedek è il mio
re”; JeruShalem: “creazione di Shalem”). Su questa scia, non stupisca neppure
che Salomone avesse concesso santuari ad Astarte, Milcom e Chemosh, venerati da
molte donne del suo harem (II Re XXIII, 13). Né che egli, sposata
la figlia del faraone Psusennes II, avesse eretto il Tempio secondo canoni architettonici
rispondenti alle descrizioni degli Inni
ad Amon, “il Nascosto avente il volto di Ra” (I Re VI, 4-36 e VIII, 12-13). Cfr. Voegelin pp. 363 ss., 411-415;
W. Foxwell Albright, Archaeology and
Religion of Israel, Baltimora, 1953, cap. 5; H. Schrade, Der Verborgene Gott, Stoccarda, 1949,
pp. 46 ss.
[27] Ep.
Romani VI, 3 ss.; Ep. Colossesi
I, 21; II, 11 ss.; II Ep. Corinti IV,
10; Ep. Galati III, 23-29.
[28] Ep.
Romani IV, 1 ss.; Ep. Galati III,
3-17; II Ep. Corinti III, 6-16.
[29] I
Ep. Corinti XII, 4-31; Ep. Romani
XII, 3-8.
[30] I
Ep. Corinti VII, 20; II Ep.
Tessalonicesi III, 11. Cfr. J. Taubes, Escatologia
occidentale, Milano, 1997.
[31] I Ep. Corinti VI, 1-6.
[32] Cfr. De senectute II, 5.
[33] De civ. Dei XX, 9.
[34] Ibidem XIX, 24: «…coetus multitudinis rationalis, rerum quas
diligit concordi ratione sociati».
[35] Retratactiones I, 13; De vera religione 25.
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