ARTICOLI E SAGGI 17/05/2007 Luigi Alfieri - La guerra indicibile e il Terrore
1. La criminalizzazione della guerra e la fine dello Stato.
Il necessario punto di partenza di ogni
considerazione sulla guerra nel mondo contemporaneo, è che l’esperienza della
prima e, soprattutto, della seconda guerra mondiale ha cambiato in maniera irreversibile
la struttura stessa del fenomeno. Ciò sotto due profili, strettamente collegati
tra loro. In primo luogo, il livello di distruttività delle nuove tecnologie
belliche ha fatto saltare tutti i precedenti parametri d’inquadramento della
guerra, qualificandola come atto intrinsecamente
criminale non più suscettibile di alcuna legittimazione giuridica e morale,
non più rapportabile alle forme di estetica della morte comunemente accettate
in precedenza. Le trincee del ‘14-‘18 sono state un vero e proprio campo di
reciproco sterminio, con le stesse proporzioni e in gran parte le stesse
tecniche di Auschwitz, che ha direttamente lì le
proprie radici. La carne umana illimitatamente esposta ai gas, al filo spinato,
alle mitragliatrici, non è più altro che carne da macello offerta in alimento
ad un Moloc che non ha nulla di razionale, che non segue una logica
politico-giuridica, per quanto violenta e cinica la si voglia immaginare.
Sebbene oscenamente ipocrita, la criminalizzazione dei vinti operata dai vincitori
al termine della prima guerra mondiale esprimeva un dato difficilmente
revocabile in dubbio, e cioè che i responsabili di simili distruzioni non
potevano in nessun modo essere qualificati come iusti hostes. La cosa certo era a senso unico,
e sotto questo profilo è eticamente inaccettabile;
però mostrava una consapevolezza rispetto alla quale il tentativo di un Carl Schmitt di «salvare»
giuridicamente la guerra dopo la prima – e persino dopo la seconda – guerra
mondiale appare caratterizzato da una sorta di perversa ottusità[1]. La
cosa è ancora più ovvia dopo la seconda guerra mondiale – e questa volta la
criminalizzazione dei vinti, malgrado il perdurare dell’ipocrisia dei
vincitori, è divenuta addirittura una delle basi etico-politiche
del mondo contemporaneo: siamo tutti figli di Norimberga.
In secondo luogo,
l’apparizione dell’arma nucleare non ha comportato solo un ulteriore immane
aumento di distruttività bellica, ma è stata un salto in una direzione fino
allora ignota ed impensata: l’acquisizione da parte dell’umanità della
possibilità tecnica di autodistruggersi. L’uomo è
diventato l’unico essere vivente che possa suicidarsi come specie, e con ciò ha
smesso per sempre e senza rimedio di essere una componente del mondo naturale,
entrando in una preternaturalità che è una sorta di
soprannaturalità pervertita[2].
Siamo, di fatto, oggi, dei demoni. E la speranza che possiamo diventare dèi o
angeli è assai scarsa, sebbene ormai non esista più, alla lettera, altra via
d’uscita concepibile.
S’intende che un
evento che cambia la natura della specie cambia, a maggior ragione, le forme
dell’umana convivenza. Lo Stato come lo conoscevamo non esiste più, sebbene i
giuristi, conservatori oggi come non lo sono stati mai nella storia, rifiutino
per lo più di prenderne atto. Certo, possiamo coltivare quanto ci pare la fictio iuris che San
Marino sia uno Stato sovrano esattamente come gli USA, ma questo non può velare
l’evidenza fattuale che San Marino è un parco a tema[3] in
provincia di Rimini, e quindi mille miglia lontano dalla forma-Stato, mentre
gli USA ne sono altrettanto lontani in ben altra direzione, essendo i massimi
depositari del potere autodistruttivo dell’umanità, e perciò – non in maniera
esclusiva ma in maniera assolutamente preponderante – i signori del mondo: non
solo molto più di uno Stato, ma addirittura molto più di un impero come lo
intendevamo[4].
Sia chiaro che non è
questione di estensione territoriale. L’isola di Malta, nel 1565, ha potuto
resistere vittoriosamente ad un assedio turco di dimensioni imponenti: non solo
era uno Stato, ma era una media potenza marittima con ambizioni egemoniche su
scala locale del tutto sostenibili[5]. La
minuscola città-Stato di Ragusa ha potuto resistere, al riparo delle sue mura e
dei suoi cannoni oltre che dei tributi saggiamente pagati ai turchi per secoli,
fino a Napoleone, durando qualche anno più di Venezia: era veramente uno Stato[6]. Ma
oggi non soltanto le mura e i cannoni servono giusto per le cartoline dei
turisti: anche centinaia di carri armati e decine di cacciabombardieri non sono
che giocattoli da parata, per chi non ha la Bomba. E chiunque non abbia la
Bomba dipende, per la sua sopravvivenza, dal benvolere altrui: situazione
tecnicamente definibile solo come protettorato. Non abbiamo più Stati al mondo,
ma solo fictiones iuris da
cartolina, protettorati e superpotenze nucleari: un concetto nuovo quest’ultimo, perché in qualche modo si è pur dovuto
prendere atto che parlare di Stati, oggi, o è troppo o è troppo poco[7].
2. «Impossibilità» della guerra.
Ne consegue, come ho
sostenuto altrove, che la guerra come tale è diventata «impossibile»[8].
Riguardo ai finti Stati, la cosa è sin troppo ovvia: al di sotto di certe
dimensioni gli eserciti sono monumenti del passato, resti archeologici viventi,
figuranti in costume che recitano uno spettacolo un po’ patetico per turisti di
bocca buona (e questo anche parecchio più su del livello San Marino). Se
parliamo degli Stati «veri» come sono oggi, cioè di protettorati, la guerra può
avvenire solo su autorizzazione o delega (o per assoluto disinteresse) della
potenza protettrice, e quindi non sarà comunque espressione di sovranità: tanto
più che esiste un oligopolio internazionale delle armi che renderebbe difficile
se non impossibile l’approvvigionamento a chi non agisca all’interno
dell’ordine mondiale dato (anzitutto sotto il profilo economico). La guerra
come esercizio di sovranità, a questo livello, è morta e sepolta[9]. Per
le superpotenze nucleari, poi, la guerra è evidentemente da escludere, perché
il rischio di perdere il controllo della situazione e di arrivare ad un punto
in cui o si usa l’atomica o ci si riconosce sconfitti è tremendamente reale. Le
guerre tra superpotenze si fanno, beninteso, ma sono guerre economiche,
diplomatiche, simboliche (per esempio, competizioni sportive), oppure guerre
per interposti clientes[10]. A
tutti i livelli, inoltre, agisce la fondamentale e universale criminalizzazione
della guerra, per cui nessuno Stato può affermare che la sta facendo o che la
vuole fare – perché si autoqualificherebbe come
aggressore, e perciò come autore di un crimine – e se la fa deve affermare di
non farla, adducendo che si tratta di legittime operazioni di autodifesa,
d’interventi umanitari, di operazioni di polizia a tutela dell’ordine
internazionale o di un alleato vittima d’ingiusta aggressione, ecc. La fantasia
diplomatica è notevolmente vasta a questo proposito.
Di guerra si parla
apertamente, non a caso, solo quando l’avversario è talmente criminalizzato in
partenza da dare alla cosa un intenso sapore morale: si può, si deve, fare
guerra al crimine, al terrorismo, alla tirannide. Estremamente interessante, a
questo proposito, la delineazione di un’inedita categoria di «Stati-canaglia» (rough States), a cui evidentemente non si riconosce sovranità
e nei cui confronti ci si ritiene liberi di fare qualsiasi cosa (o almeno di dire qualsiasi cosa). In nessun caso si
afferma di fare la guerra ad una nazione, ad un popolo; anzi, s’invade e si
bombarda sempre per il bene degli invasi e bombardati, che avranno in
ricompensa libertà e democrazia. Va da sé che la dichiarazione di guerra è
completamente scomparsa: un’istituzione plurimillenaria
di diritto delle genti, risalente quanto meno all’Età del Ferro, è stata del
tutto estirpata senza che la cosa abbia suscitato opposizione, e neanche
particolare meraviglia.
Fatta la debita tara
della nauseante ipocrisia di tutto ciò, resta il fatto che il cambiamento è
reale ed enorme. E comprende almeno i seguenti punti fermi: a) l’assunzione
della guerra come valore in sé (assolutamente
dominante dalla protostoria al ‘14-‘18 compreso) è
diventata una totale impossibilità etico-politica[11]; b)
la stessa parola «guerra» è diventata un nomen criminis che non deve essere usato se
non in senso generico e astratto o in sede storica, e mai per designare ciò che
il proprio Stato sta effettivamente facendo (se non in contesti del tipo
«guerra al terrore»); la guerra si può ancora fare, però non si può dire che la
si sta facendo, ma allora, c) la si fa davvero in maniera diversa rispetto al
passato. Deve durare poco, deve costare poco, deve fare poche vittime (almeno
tra i «nostri», dei «loro» non importa), non dev'essere
troppo appariscente, non può essere troppo a lungo la prima notizia del
telegiornale. Se va male, bisogna chiuderla alla svelta in qualche modo, e il
vantaggio di una guerra «indicibile» è che la si può anche perdere senza dirlo
– se non c’è guerra non c’è sconfitta. Ma il punto fermo di gran lunga al di
sopra di tutti è: d) niente guerra tra potenze nucleari, perché nessuno ha
dubbi sul fatto che si perde comunque. Qui il non-detto non basta, ci vuole
proprio il non-fatto, anche per quanto riguarda la guerra «convenzionale». Ci
si potrà andare più o meno vicino: minacciarla (sempre secondo la retorica
dell’indicibilità, naturalmente, a maggior ragione in questo caso), prepararla,
farla fare ad un proprio cliente contro un cliente dell’avversario, finanziare
qualche movimento guerrigliero rivoluzionario o separatista, ecc. Ma il tabù
supremo non dev’essere mai violato.
3. La pace sotto la Bomba.
A questo punto, però, la Bomba è diventata il vero e
proprio fondamento dell’ordine internazionale, e persino l’unico strumento per
assicurare qualcosa che, essendo una non-guerra, è più o meno una pace. Non l’Onu: la Bomba, ed è chiaro che senza la Bomba anche l’Onu avrebbe fatto la stessa fine ingloriosa della Società
delle Nazioni.
Questo però la rende
spaventosamente indispensabile. È impensabile che chi ce l’ha se ne privi,
perché questo lo declasserebbe da superpotenza a protettorato, e creerebbe
anche reali rischi per la sicurezza (col consenso delle superpotenze rimaste
tali, si potrebbe essere candidati a subire il prossimo «intervento
umanitario»). C’è una fortissima convenienza ad averla, perché si passa al
grado superiore, si acquista l’unica forma di sovranità che oggi sopravviva, ci
si libera dalla dipendenza dal benvolere altrui, e questo può essere l’unico
modo di sopravvivere per governi che non riescono o non vogliono appoggiarsi ad
una potenza protettrice e sono quindi per questo solo fatto esposti ad un
intervento umanitario concentrico (com’è accaduto alla Serbia, come Corea del
Nord o Iran non vogliono – e francamente non si capisce perché ciò sarebbe
folle e irrazionale come quasi sempre si legge – che accada anche a loro).
Una facile
previsione, a questo punto, è che il mondo futuro sarà fatto tutto di potenze
nucleari, o di confederazioni di Stati alcuni dei quali sono potenze nucleari
(tale è, tutto sommato, l’Unione europea) – più un buon numero di piccole o
grandi Repubbliche di San Marino, che avranno venduto la propria sovranità al
miglior offerente, e ci sono casi in cui non si può fare niente di più saggio.
La guerra sarà allora impossibile non solo come parola, ma anche come fatto: il che però non sarà molto
allegro, perché il prezzo da pagare sarà la progressiva intensificazione del
rischio di una catastrofe nucleare scatenata da un incidente tecnico o da un
occasionale atto di stupidità o follia, eventualità che, in un tempo
sufficientemente lungo, diviene praticamente certezza. Ma la guerra come atto
politico, come decisione più o meno razionale, sarà davvero definitivamente
scomparsa, e non si vede perché ciò non dovrebbe essere visto come
un’importante conquista. Ad essere straordinariamente, stravagantemente
ottimisti, si potrebbe addirittura ipotizzare che, alla lunga, la disabitudine alla guerra porti al non saperla più concepire
come possibilità, e allora forse la Bomba potrebbe diventare un pezzo da museo.
4. La Bomba e i kamikaze.
Sennonché, c’è un
fatto nuovo che mette seriamente in crisi questo scenario: ed è il terrorismo,
nella forma suicida che ormai è divenuta abituale.
Il suicidio ha un
forte rapporto con la Bomba, e non solo nel senso che l’uso della Bomba sarebbe
appunto un suicidio collettivo. C’è un rapporto più sottile e tragicamente
interessante tra le due cose, e questo proprio riguardo al primo (e per ora
unico) caso di uso bellico della Bomba. La strategia del Giappone negli ultimi
mesi di guerra è appunto consapevolmente suicida, e non per follia o fanatismo,
ma come scelta a suo modo «razionale». Il contendente più debole, ormai avviato
a sconfitta certa e privo di risorse che possano consentirgli di rafforzarsi,
mentre il tempo lavora contro di lui, ha un solo modo di evitare la sconfitta:
renderla troppo costosa per l’avversario, accettando da parte sua di pagare
qualsiasi prezzo. Si possono subire perdite spaventose, affrontare le più
terribili devastazioni, sopportare le sofferenze più atroci, purché questo
possa condurre l’avversario oltre il punto a cui può permettersi di arrivare.
Si dà per certo, infatti, che l’avversario possa accettare solo perdite,
devastazioni e sofferenze notevolmente inferiori, sia perché la sua mentalità,
la sua cultura, la sua religione non contemplano il sacrificio estremo, sia
perché il suo sistema politico è pluralistico e l’unità del volere politico
s’infrangerebbe di fronte ad una prospettiva di distruzione troppo vasta, sia
perché chi si sente già vincitore e alla vigilia della pace è sempre meno
disponibile a continuare a soffrire: come si suol
dire, nessuno vuole rischiare di essere l’ultimo morto in una guerra. Il
calcolo era spietato, ma perfettamente sensato: gli americani non avrebbero
potuto sopportare un’Iwo Jima
moltiplicata per mille, come sarebbe stata l’invasione del Giappone. A quel
punto, avrebbero dovuto accettare una pace di compromesso, che il Giappone
avrebbe potuto iscrivere nella propria storia come una sostanziale, anche se
sofferta, vittoria. Solo che fuori del calcolo era rimasta la Bomba, di cui i
giapponesi non sapevano nulla. Ed ecco che la carta del suicidio controllato
strategico si rivolta contro di loro: rifiutare la sconfitta e continuare la
guerra significa suicidarsi proprio, essere distrutti, non esistere più come
nazione, e tutto questo senza poter infliggere all’avversario nessuna anche
piccola ritorsione. La Bomba vince sul suicidio, perché lo priva di senso
strategico e di onore.
Però l’idea del suicidio come arma, nata allora, non
è più davvero morta. Resta un’idea potenzialmente vincente, un altro aspetto
centrale del panorama di guerra-non guerra in cui viviamo. La Bomba può
annichilire il suicidio, ma, appunto, ci vuole la Bomba. In un teatro di
operazioni in cui la Bomba non è adoperabile, il suicidio torna ad essere
l’arma assoluta: chi si uccide trasformandosi in arma, colpendo tramite la
propria stessa morte, è tecnicamente invincibile. Certo, non potrà realizzare
una forza d’urto tale da poter sconfiggere l’esercito nemico in campo aperto,
ma può creargli intorno un clima d’insicurezza, paura e frustrazione tale da
metterlo in condizione di assedio permanente. Dal punto di vista strategico, il
terrorismo suicida ricostituisce appunto la struttura della guerra di assedio:
diventa decisivo il fattore tempo, vince chi resiste di più, chi sopporta più a
lungo una situazione di privazioni e sofferenze. Ma i due avversari non sono
comunque sullo stesso piano: è chiaro che chi fin dall’inizio è disposto a
volere la propria morte parte avvantaggiato. È sufficiente avere alle spalle
una collettività sufficientemente disperata e fanatizzata – la prima cosa rende
estremamente facile la seconda – da produrre con regolarità un numero di
«martiri» sufficiente a non dar tregua all’avversario per un lasso di tempo abbastanza
lungo da spezzare la sua volontà di combattere. E in un tempo sufficiente, non
c’è il minimo dubbio su chi vince tra un esercito di suicidi ed uno di non
suicidi. Il calcolo «giapponese» è perfettamente giusto, senza la Bomba. E ha
fatto scuola (non dimentichiamo che c’è stato un contatto storico tra
terrorismo giapponese di estrema sinistra – antiamericano e antioccidentale, e
in questo in perfetta continuità con la generazione della guerra – e terrorismo
nazionalista palestinese, una sorta d’ideale passaggio di testimone).
E qui assistiamo ad
una delle tante ciniche ironie della storia. È come se il Giappone vinto abbia
lasciato un’eredità di vendetta ad un popolo che gli è sotto ogni profilo
lontano, ma ha accumulato nel tempo un’analoga carica di frustrazioni,
arretratezze ed ansie di riscatto. Oggi non è certo a giapponesi che si pensa,
quando si usa la parola kamikaze[12]…
E questa volta
la strategia del suicidio rischia di essere vincente, perché la Bomba non c’è.
È un’arma scomoda, la Bomba: troppo ingombrante, troppo mastodontica, troppo a
misura di superpotenza. E qui incontriamo un altro interessante e disperante
paradosso. Sulla scala che le è propria, quella appunto delle superpotenze, la
Bomba incontra un’altra Bomba uguale e contraria e ne è come annullata, se non
si vuole la distruzione totale reciproca: è un’arma paralizzata, immobilizzata,
che non serve a fare la guerra, ma a fare la pace. Dove dall’altra parte non
incontra un’altra Bomba, ma incontra il Terrore suicida, la Bomba è ugualmente
impotente. Distruggerebbe troppo, non saprebbe distinguere tra amico e nemico,
ed anzi rischierebbe di distruggere tutti tranne appunto i nemici: i gangli
vitali della loro organizzazione sono altrove, magari nelle capitali di Stati
amici ed alleati, o in qualche paradiso fiscale o banca svizzera. Il suo uso
risponderebbe al terrorismo suicida con un terrorismo omicida che darebbe
all’avversario la vittoria morale e farebbe crollare qualsiasi base di
consenso.
5. Giganti impotenti e nani feroci.
Di questo è urgente
prendere atto: il terrorismo suicida non è una forma di astratto furore
fanatico o un’espressione di barbarie. È una spietata, ma lucida ed efficace
scelta strategica: è la sola arma che possa essere opposta con successo a chi
possiede la Bomba, l’unica che possa ridurre all’impotenza chi è onnipotente.
Altra decisiva conferma che nel panorama politico internazionale attuale esiste
di tutto, tranne che Stati: megaimperi sempre più simili a giganti incatenati
ed organizzazioni piccole ma transnazionali, simili a nani disperati e feroci,
mobili, mimetici e pressoché invisibili. In questa guerra tra giganti e nani,
il vantaggio è chiaramente di questi ultimi, purché siano disposti a lasciarsi
schiacciare in gran numero, mentre i giganti sopportano male anche le più
piccole ferite e, non sentendosi realmente in pericolo di essere annientati,
tendono a risparmiare le forze e a non impegnarsi a fondo. Per sottrarsi al
morso dei nani, in effetti, piuttosto che insistere fino ad ucciderli tutti, è più
facile andarsene e lasciarli perdere, magari gettando nella lotta al proprio
posto dei nani amici contro i nani nemici.
Ma anche questa è una scelta razionale e non
perdente, ed è un problema per i nani. In effetti, il gigante può essere
facilmente ferito, e grida forte anche per le ferite più piccole. Ma appunto,
non è possibile infliggergli che ferite piccole: lo si può forse far scappare,
ma ucciderlo è del tutto impossibile. E non basta farlo scappare, perché il
gigante, anche fuggendo a casa sua, continua a dominare l’economia mondiale e a
monopolizzare lo spazio comunicativo. Anche se i nani feroci avessero la
possibilità di istituire la loro repubblichetta pura
e dura, islamica o no che la si chiami, non potrebbero resistere a lungo alla
forza di attrazione mimetica del loro avversario, alla sua capacità di
affermarsi come modello in forza di una supremazia economica e di un’opulenza
di stile di vita che ancora a lungo non avranno uguali[13]. In
un sistema di comunicazione globalizzata, una società
pluralista, che offre almeno in linea di principio uguaglianza di fronte alla
legge, possibilità di orientare autonomamente la propria vita ed opportunità di
successo ed autorealizzazione aperte, sebbene certo
non in ugual misura, a tutti, senza gerarchie sociali fisse e immutabili, non
può che esercitare una potentissima forza d’attrazione sui propri stessi
avversari, una volta che sia stato superato o attenuato l’odio vissuto durante
la lotta. È l’immensa forza di «corruzione» del «grande Satana»: le cittadelle
del Bene assoluto, della purezza, della virtù, dell’autenticità, della
giustizia perfetta sotto l’occhio onniveggente di non importa quale Dio, non
reggono a lungo all’evidenza che essere ricchi è meglio che essere poveri,
poter scegliere è meglio che dover obbedire, poter cambiare è meglio che dover
restare identici, realizzare i desideri è meglio che essere costretti a
reprimerli. Per un po’, la propaganda sull’ingiustizia e sull’immoralità
ipocrita dell’avversario funziona, perché ha un discreto fondamento nei fatti e
finché è vivo il ricordo dei colpi alla cieca inferti dal gigante e delle
distruzioni da lui provocate, spesso per pura goffaggine; ma alla lunga, la
sproporzione tra l’altrui rutilante inferno di vizi e il proprio squallido e
desertico paradiso di virtù sarà schiacciante. La guerra fredda lo insegna: la
vittoria finale avviene sul fronte del desiderio. E l’Occidente dovrebbe capire
di essere odiato non per le sue molte e realissime colpe storiche, ma per il
suo evidentissimo monopolio del futuro, per il fatto che a tutti gli sguardi
ostili esso appare come l’unica forma di vita che potrà allignare nel mondo di
domani, quando tutte le tradizioni ataviche, le identità eroiche, le virtù
millenarie, gli esclusivismi tribali, le parentele claniche,
le immolazioni sacrificali a leggi divine ed eterne verità saranno ridotte in
polvere – o a cartoline per turisti. Si odia nell’avversario il fatto che un
giorno si dovrà essere come lui, perché non ci sarà altro modo di essere. Per
questo non basta vincere, mettere in fuga il gigante, come è perfettamente
possibile ed è realmente successo (in Vietnam ad esempio): no, il gigante
dovrebbe morire, se no comunque vincerà lui. Ma come possono i nani uccidere il
gigante? Non possono, evidentemente: però, purtroppo, possono trovare un valido
surrogato della sua morte – precisamente nella morte propria.
6. L’incubo e la
speranza.
Nessuno potrebbe sconfiggere un nemico
invulnerabile. Ma non ci sono nemici invulnerabili. Per questo gli uomini sono
per natura uguali, insegna Hobbes: perché tutti possono ugualmente uccidere ed
essere uccisi[14].
Perciò ogni guerra è incerta, malgrado ogni pur grande sproporzione di forze:
nessuno può essere certo di non essere ucciso, nessuno può dare per sicuro che
vincerà. È proprio questa la ragione per cui in generale è preferibile la pace,
e per cui la pace, almeno la non-guerra, si afferma necessariamente in una
situazione in cui tutti sono
ugualmente certi che sarebbero uccisi, che non ci sarebbero vincitori. È
appunto l’attuale paralisi nucleare della guerra. Ma che accadrebbe se
scendesse in lizza appunto un invulnerabile, un immortale?
Sembra facile respingere questa terrorizzante
prospettiva: per fortuna siamo mortali, e non sembra che abbiamo motivo di
preoccuparci di quel che farebbe in guerra un immortale, di cosa mai potrebbe
trattenerlo dall’uccidere tutti i
mortali…[15].
Ma qui purtroppo non conta il fatto
della morte: conta la sua anticipazione conoscitiva. Non siamo mortali perché
moriremo, ma perché lo sappiamo e ci pensiamo sempre. Come ci comporteremmo,
però, se non lo sapessimo? Se rifiutassimo il concetto stesso di morte, e
pensassimo che quello che gli altri chiamano morte è invece ancora vita, vita
migliore, vita beata, vita pura, vita eterna? Se pensassimo non alla tomba, ma
al paradiso?
Di fatto, la guerra stessa, in tutte le sue forme, è
tecnicamente possibile solo grazie alla facilità, alla frequenza,
all’intensità, alla diffusione di rappresentazioni culturali che depotenziano
il morire. Si potrebbe persino scrivere una storia della guerra sotto questo
particolare angolo di visuale. Non si muore davvero, perché c’è la Gloria,
perché si è cantati dai poeti e commemorati dai concittadini, perché la propria
morte alimenta la vita dei discendenti, perché si raggiungono gli antenati,
perché si ascende al Walhalla, perché si merita il
paradiso, o semplicemente perché si era perso già da prima il senso di esistere
come individui, immergendosi sino ad annegarvi in un «noi» che vivrà tanto più
intensamente quanti più «io» vi muoiono dentro[16]. E
c’è, a depotenziare il sentimento del morire, soprattutto l’enorme senso di
potere che dà la pubblica autorizzazione ad uccidere impunemente,
innocentemente, gloriosamente[17]. La
guerra finisce quando i sopravvissuti reimparano di essere
mortali, quando si convincono che moriranno davvero,
che non diventeranno statue, ma cadaveri[18]. È
dai morti che s’impara cosa significa morire: bisogna vederne tanti, troppi,
riempirsene gli occhi, le narici, introiettarli,
quasi mangiarli, finché a poco a poco rinasce il salutare sentimento
dell’orrore, della ripulsa verso il cadavere che si diventerà, e s’impara a
fuggire dall’immagine della propria morte verso il rifugio della pace, con la
sua promessa modesta, ingloriosa, fatta quasi sottovoce: «se smetti di
uccidere, per adesso non morirai»[19].
Ma per questo, per ricondurre verso la pace, la
guerra ha bisogno di tempo. Finché non ne è passato abbastanza, finché non
abbastanza cadaveri sono scorsi giù nella clessidra, il vantaggio è tutto dei
meno mortali, degli uccisori più entusiasti, dei morituri più suicidi. Non c’è
che fare: il kamikaze è il guerriero perfetto. Tanto che per fargli paura non
occorre nulla di meno che una morte iperbolica, ipertrofica, assurdamente
totale, oscenamente assoluta, trionfante e priapesca:
il fungo di Hiroshima. Ma se fosse il kamikaze ad avere la Bomba? Non è questo
l’incubo che incontriamo ogni notte?
La Bomba paralizza la guerra perché, e finché, di
fronte alla semplice possibilità del suo uso non abbiamo bisogno di vedere il
nostro cadavere – nei cadaveri degli altri – per sapere di essere mortali. Non
possiamo immaginarci trionfanti dopo la guerra, perché non c’è dopo. Non possiamo immaginarci
vittoriosi sui nemici uccisi, perché non c’è vittoria, non ci sono vittoriosi,
non c’è sopravvivenza[20]. Ma
che accadrebbe, se ottenessimo il perverso «successo» di restituire alla morte
atomica la rappresentazione di un dopo?
Attenuandola, riportandola alla misura del tecnicamente controllabile,
restituendole l’idea di un limite, di un confine tra morti e non morti: non la
Bomba, ma una piccola graziosa Bombetta che non fa tanto rumore e tanto danno,
che elimina «chirurgicamente» i cattivi insieme ad una quantità accettabile di
buoni e consente di pensare alla guerra nucleare come una guerra «normale», che
finisce con le statue ai caduti e le medaglie ai generali, proprio come si
deve. Esistono già, in tante versioni diverse, queste bombette atomiche
«intelligenti», magari le bombe ai neutroni, che ammazzano le persone senza distruggere
le cose, realizzando un’apoteosi della Merce che non dovrebbe dispiacere ai
tanti sacerdoti del Dio Mercato. E questo sarebbe lo scacciamosche perfetto che
consente al gigante incatenato di sbarazzarsi una volta per tutte dei nani
molesti e ringhiosi che lo mordicchiano. Aspettiamoci che venga usato, questo
scacciamosche: avverrà nell’istante preciso in cui l’idea consolante della
Bombetta buona riuscirà ad esorcizzare il fantasma della Morte totale e ci avrà
convinti di nuovo che possiamo uccidere senza morire, che dobbiamo uccidere per
non morire.
Ma la Bombetta
esiste anche – almeno come idea – anche in una comoda versione mignon per nani:
la bomba «sporca» di cui tutti da qualche anno aspettiamo l’esplosione in una
qualsiasi delle nostre grandi città. Un bel botto, e poi forse diecimila,
ventimila, centomila morti: non tantissimi, in passato si è fatto assai di
meglio con normali fuciletti e baionette, però il
morso farebbe davvero male, il gigante griderebbe proprio forte... E dopo?
Scapperebbe? Si arrenderebbe? Si convertirebbe? Pagherebbe il tributo al nuovo
califfo trionfante sotto verdi bandiere? Speriamo che non siano in troppi a
pensarlo, perché non andrebbe così. Il gigante darebbe di piglio allo
scacciamosche, e puff! Via un paio di «Stati
canaglia», via un po’ di «aree tribali», via qualche governicchio
doppiogiochista. La faccenda andrebbe avanti per un certo tempo, tra ritorsioni
e controritorsioni, ma probabilmente non ci vorrebbe
molto per far cambiare idea a tutti i protettori, finanziatori, ospiti più o
meno conniventi di nani feroci. E allora, tra molte cerimonie, molti discorsi,
moltissime statue, medaglie e bandiere, proclameremmo di avere vinto l’ultima
guerra, la guerra che pone fine a tutte le guerre, la guerra al Terrore. Cerchiamo
di non distogliere lo sguardo da questo scenario: è di gran lunga il più
probabile. E non il peggiore.
Finché i nuovi kamikaze sono nani, il pericolo è
grave ma limitato: si può sperare di non rischiare la distruzione totale – e
questa stessa speranza è un rischio non da poco, dovremmo saperlo –; ma i
kamikaze potrebbero crescere di statura, e la Bomba di dimensioni. Conviene
averla, lo sappiamo già, è un calcolo del tutto razionale. Finché non la si
usa, finché si pensa di non poterla usare. Finché la si vuole proprio per non usarla, come tutte le potenze
nucleari finora. Ma se nascessero potenze nucleari di nuovo tipo, capaci di
volere la Bomba per usarla, e non
perché pensano di non poter essere distrutte, ma perché sono del tutto
indifferenti alla propria distruzione, o addirittura la cercano? Una cosa del
genere sembrava tanto inverosimile, sino a poco tempo fa, che nessuno ci aveva
seriamente pensato. Ma ora la cosa è diventata tragicamente pensabile, è
diventata il nuovo volto del Terrore atomico. Perché l’Iran non dovrebbe avere
la Bomba, ora che ce l’ha persino il Pakistan? Non c’è purtroppo nessuna buona
ragione da opporre. C’è solo una ragione decisamente «cattiva»: che cioè questa
prospettiva ci fa più paura, perché l’attuale regime iraniano è il solo al
mondo da cui si possa temere la riproposizione della
strategia del suicidio sino al punto di sussumervi la
guerra nucleare stessa. Perché non è detto che l’obiettivo di una guerra debba
essere per forza la vittoria. La vittoria intesa come sopravvivenza del vincitore al vinto. Se per sconfiggere la guerra
bisogna rovesciare la logica della sopravvivenza[21], il
pericolo massimo potrebbe però essere quello di abbandonarla del tutto: la
guerra fatta per non sopravvivere,
perché la vittoria non è mediante la
morte ma nella morte, perché la
vittoria è il martirio, perché solo
morendo si sopravvive davvero. Se ci sono religioni della guerra, l’eventualità
più spaventevole e che esse possano sovrapporsi alle religioni del lamento[22],
fino a fare del lutto, del rito funebre l’autentica celebrazione della
vittoria. Se nulla è più glorioso che morire santamente nella guerra per Dio,
se non c’è vita più autentica che l’eternità nel paradiso dei martiri, se il
pianto funebre diventa persino elemento indispensabile della beatitudine
nell’al di là[23],
perché non cercare proprio nella Bomba il martirio perfetto? Morire tutti, un
popolo intero, dopo aver distrutto Israele. Che l’attuale presidente iraniano
pensi qualcosa del genere è purtroppo probabile, se dobbiamo credere che pensi
quel che dice; e ci sarebbe del resto molto metodo in questa follia: avrebbe
anzi una sua perfezione logica, dati i presupposti.
Non resta che sperare nell’illogicità.
Nell’incoerenza di tutte le fedi. Nella pluralità nascosta dietro gli
unanimismi obbligatori. Nell’amore delle donne per la vita, nell’amore delle
donne per l’amore, anche quando si deve indossare il chador.
Nel buon senso un po’ cinico che i preti hanno sempre saputo opporre ai santi.
Nel fatto che tutte le folle prima o poi si stancano di acclamare. Nell’inerzia
che la pesante complessità della vita oppone alla semplicità pura, rigorosa,
risolutiva del morire. Negli sprazzi di dialogo che ogni tanto spezzano la
continuità del delirio. Nel fatto che governi e popoli tendono a mantenere un
fondo di ragionevolezza anche quando l’ideologia ufficiale e il depositario
ufficiale del potere sono puri e duri e suicidi.
Ma certo, ora che persino la pace sotto la Bomba
scricchiola, è di vitale urgenza chiederci se non sia venuto il momento di fare
ancora un passo oltre in quella tabuizzazione della
guerra che abbiamo costruito inopinatamente dopo millenni che l’adoravamo:
ancora debole, cinica, ipocrita, ma salutare, rivoluzionaria, potenzialmente
redentrice. Tornare ad avere paura, non sentirci più sicuri, potrebbe essere un
buon segno: potrebbe darci la spinta per procedere dalla guerra che non può
essere detta alla guerra che, per non essere fatta, non deve più neppure essere
pensata. Non è probabile, ma chissà…
[1] Cfr. C. schmitt, Il nomos della terra nel diritto
internazionale dello jus publicum
europaeum, trad. e postfazione di E. Castrucci, a cura di F. Volpi,
Milano 1991, sp. pp. 335-67. Schmitt coglie peraltro
acutamente come i nuovi mezzi di distruzione di massa modifichino la natura
della guerra: cfr. ivi, pp. 410-31.
[2] Il punto di
riferimento classico sul tema della scomparsa dell’uomo dopo Auschwitz ed Hiroshima è G. anders, L’uomo è
antiquato, a cura di C. Preve, 2 voll., Torino 2003. Anders però
non vede l’aspetto «positivo» di tale scomparsa, e cioè che potrebbe essere il
primo atroce gradino di un processo di autosuperamento.
Si tratta in ogni caso di un punto di non ritorno, dopo il quale non resta che
l’annientamento o la nascita di una nuova specie. Certo è ormai diventata
risibile la prospettazione di una «natura umana»,
specie quando si nutre la pia intenzione di invocare tale «natura» come
argomento a favore della virtù e contro il vizio, come accade sin troppo spesso
di questi tempi.
[3] Pregherei di
prendere tale affermazione alla lettera e di non considerarla un paradosso. Si
tratta precisamente di una struttura turistica, molto ben amministrata, la cui
dimensione «politica» è parte dell’offerta turistica medesima: il medioevo per
turisti, le libertà comunali per turisti, la città-Stato per turisti. Non è
l’unico caso al mondo, e forse varrebbe la pena di elaborare una categoria
giuridica apposita. Turistizzazione della sovranità?
[4] Il concetto
d’Impero sta ritornando prepotentemente nel pensiero politico contemporaneo.
Per un testo che ha avuto grande fortuna, cfr. m. hardt – a. Negri,
Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione,
a cura di A. Pandolfi, Milano 20022, testo la cui originalità è
inficiata peraltro dall’applicazione di categorie marxiste-leniniste del tutto
inadeguate al problema.
[5] Cfr.
[6] Ragusa
(odierna Dubrovnik) perde la propria indipendenza nel
1808, la sua grande rivale e antica dominatrice Venezia nel 1797.
[7] Rinvio al mio
saggio Sovranità, morte e politica,
in aa. vv., Politica della vita,
a cura di L. Bazzicalupo e
R. Esposito, Roma-Bari 2003, sp. pp. 17-20.
[8] Cfr. il mio saggio La
guerra impossibile. Dalla deterrenza alla pace?,
in aa. vv., Il nuovo volto di Ares, o il simbolico nella
guerra post moderna. Profili di simbolica politico-giuridica, a cura di C. Bonvecchio, Padova 1999, sp. pp. 58-9.
[9] Cfr. il mio Sovranità,
morte e politica, cit., pp. 16-19.
[10] La simbolizzazione della guerra nel mondo contemporaneo, nel
contesto della «guerra fredda», è colta genialmente da Canetti
in conclusione del suo capolavoro. Cfr. e. canetti, Massa e potere, trad. di F. Jesi, Milano 200613, pp. 566-7.
[11] Sul radicamento delle «categorie per la
guerra» in tutta la storia del pensiero occidentale, cfr.
i. mancini, Il pensiero negativo e la nuova destra, Milano 1983, pp. 115-73.
[12] Cfr. k. f. allam,
Lettera a un kamikaze, Milano 2004.
[13] Sul successo
«mimetico» della democrazia occidentale, americana in specie, cfr. r. girard, Quando queste cose cominceranno.
Conversazioni con Michel Treguer,
a cura di A. Beretta Anguissola,
Roma 2005, pp. 117-22.
[14] Cfr. TH. hobbes, Leviatano, o la materia, la forma e il potere di uno
Stato ecclesiastico e civile, a cura di A. Pacchi con la collaborazione di
A. Lupoli, Roma-Bari 2000,
cap. XIII, pp. 99-104.
[15] È accaduto per
pochi anni che vi fosse al mondo un soggetto politico «immortale», nel breve
periodo in cui gli USA furono gli unici a possedere l’arma nucleare. Non averne
immediatamente approfittato è probabilmente il loro massimo titolo di gloria
storico. Ma ci si può chiedere cosa sarebbe accaduto durante la guerra di
Corea, se anche l’URSS nel frattempo non avesse costruito la Bomba…
[16] Cfr. r. escobar, Il silenzio dei persecutori, ovvero il
Coraggio di Shahrazàd, Bologna 2001, sp. pp.
91-6.
[17] Cfr. E. canetti, Massa e potere, cit.,
pp. 85-7; cfr. anche il mio La stanchezza di Marte.
[18] Cfr. ivi, 19-20.
[19] Canetti nota come la «massa aizzata» possa esaurire di
colpo la sua furia omicida e disgregarsi velocemente di fronte al nemico appena
ucciso, perché il suo cadavere, la sua testa recisa, riportano ciascuno alla
coscienza della propria mortalità. Cfr. e. canetti, Massa e potere, cit., pp. 61-2.
[20] Sulla
«sopravvivenza», cfr. ivi, sp. pp. 273-5.
[21] Cfr. ivi, sp. pp. 569-71.
[22] Su questi due
aspetti dell’Islam – che peraltro possono benissimo allignare in altri contesti
– cfr. ivi, pp. 171-86.
[23] Come accade
appunto nell’Islam sciita: cfr. ivi, pp. 178-9.