RECENSIONI NUSSBAUM MARTHA C., Capacità personale e democrazia sociale, a cura di Gf. Zanetti, Diabasis, Reggio Emilia 2003. Recensione a cura di Nicoletta Ghigi OTTOBRE 2006



Suddiviso in tre saggi, il testo della Nussbaum, una delle più celebri filosofe della politica del nostro tempo, ha la finalità di ipotizzare la costituzione di una democrazia sociale sulla base di una rivisitazione del concetto aristotelico di “capacità”. Il primo saggio, intitolato “Quattro modelli di filosofia politica” inizia con il rilevare come nel mondo antico la filosofia non fosse «una mera disciplina accademica, ma piuttosto l’arte del vivere» (p. 1). Questo significa che lo scopo principale dello studio filosofico era non soltanto la contemplazione del bene, ma altresì il miglioramento delle condizioni di vita e quindi incideva sulla prassi politica. Secondo Nussbaum, nella storia della filosofia politica classica, si sono alternati quattro modelli teorici: quello elaborato da Socrate che fa perno sulla maieutica, quello platonico che pone i filosofi a capo del governo, quello prospettato da Aristotele, per il quale il filosofo deve prefigurasi come precettore dei politici e, infine, un ultimo modello, quello proposto dagli stoici, che ipotizza la filosofia come cura per accrescere la propria persona tanto da provocare conseguenze nella vita politica. Il modello elaborato da Socrate muove dal presupposto che tutti gli uomini sono in grado di fare filosofia e che lo sviluppo di questa attitudine, porti necessariamente al progresso morale dell’individuo. Con la maieutica infatti si prediligono le capacità raziocinanti mediante le quali le argomentazioni a favore del bene raggiungono un giustificazione; inoltre ci si rende più aperti all’accettazione di nuove possibilità rispetto a quelle proposte inizialmente dell’interlocutore. Tuttavia, secondo la Nussbaum, poiché Socrate, nella concezione della democrazia e, più in generale, della politica, non tiene affatto conto del ruolo che hanno le passioni (le “passioni degenerate”), il modello teorico che ne scaturisce risulta lacunoso. Dato, infatti, che il contesto in cui avviene la confutazione socratica è normalmente corrotto, è necessario prendere consapevolezza delle possibili “fonti di distorsione” presenti nei giudizi di valore e nelle passioni da cui si generano. Soltanto lasciandosi coinvolgere direttamente dai problemi “in corso” della vita politica e non solo “preparando” gli individui alla democrazia, è possibile correggere il modello socratico e riattualizzarlo in tutta la sua grandezza. Il modello ipotizzato nella Repubblica di Platone è di ben altra natura rispetto a quello elaborato nella Apologia da Socrate. Secondo il primo infatti soltanto i filosofi sono in grado di governare, poiché solo il filosofo sa distinguere le vere virtù e la giustizia. Di conseguenza solo i filosofi hanno accesso alla vita politica. L’addestramento necessario a tale scopo è quello secondo cui la contemplazione dell’idea del bene, dell’idea somma, sia la guida di ogni agire pratico e di ogni virtù. Al contrario, ciò che allontana l’essere umano da questo principio, come le emozioni di varia natura dettate dalla letteratura e dalla poesia, va “censurato”. Ciò vale anche per la famiglia che è causa di “passioni traviate” e quindi potrebbe distogliere il cittadino dal perseguire la saggezza che gli viene insegnata da coloro che lo governano. Ora la forma di governo proposta da Platone, fa rilevare la Nussbaum, è stata fatta oggetto di molte critiche sia per il ruolo egemone che assegna ai filosofi sia per le idee utopistiche a cui si ispira. Resta valida tuttavia l’idea di aver impostato la democrazia su un ideale di saggezza costante, nonostante il mutare dei tempi. Il terzo modello teorico preso in esame da Nussbaum è quello proposto da Aristotele. Egli stesso mise in pratica, come precettore di Alessandro Magno, l’applicazione pratica dei precetti filosofici. Alla maniera di Socrate, anche Aristotele pensa che l’addestramento dei discepoli alla virtù sia di primaria importanza al fine di costruire una società basata su valori democratici. Sono necessarie a tale scopo proposte teoriche e argomenti addotti a favore di queste, che debbono essere discussi ed argomentati dagli stessi discepoli. Questa proposta, secondo la Nussbaum, rappresenta un modello che ha avuto una larga applicazione nella storia della filosofia politica e, per certi versi, ha una sua attualità che lo rende tuttora degno di essere ripreso in considerazione in tutti i suoi aspetti. Il quarto modello è quello profilatosi nel pensiero degli stoici secondo i quali le passioni possono causare errori nella formulazione dei giudizi. Tali errori tuttavia possono essere prevenuti con particolari esercizi, come quelli che venivano insegnati nella scuola ellenistica. Il contributo maggiore fornito da questo modello consiste nel ritenere che l’esercizio delle virtù morali educa di per sé ad un comportamento moralmente corretto, che ha immediate ripercussioni sulla vita politica. La interiorizzazione dei principi fondamentali dell’educazione alla virtù storica agisce così nel sistema politico in maniera indiretta ma decisamente fondativa. Questo modello, per tali sue caratteristiche, secondo la Nussbaum, è applicabile anche al sistema politico della modernità e provoca immediati effetti sull’educazione morale del cittadino. Alla luce di quanto sono andati profilando questi modelli, il testo propone un recupero della dimensione aristotelica nei riguardi del contributo che la filosofia offre nell’educazione dei futuri uomini politici e, più in generale, della vita pubblica, tenendo tuttavia conto di quanto lo stoicismo ha saputo offrire nella sua proposta di elaborazione delle passioni. Il punto di partenza del secondo saggio intitolato “Natura, funzione e capacità: la concezione aristotelica della ridistribuzione politica” è chiarificare innanzitutto il significato e l’origine del termine “ridistribuzione”. Prendendo spunto dalla Politica di Aristotele, la Nussbaum delinea la concezione di distribuzione come quella situazione in cui la costituzione di uno stato permette ai singoli di vivere nella migliore delle condizioni. Questo significa che l’ordinamento, secondo Aristotele, è il garante delle condizioni di benessere dei “consociati”, dando ad essi la possibilità di scegliere il miglior tipo di vita per essi possibile. Contrariamente a questa impostazione, quella di Rawls intende prima chiarire quale sia il bene da perseguire per la comunità per poi passare alla distribuzione. È necessaria allora previamente una teoria del bene, a premessa di quanto dovrà essere distribuito. Le due teorie, analizzate nei dettagli, presentano anche delle affinità di base quali quella che entrambi rifiuterebbero la concezione della vita buona che non dia spazio alla libertà di scelta e al ragionamento pratico. Un’altra interpretazione che invece sembra più vicina a quella di Aristotele è quella di Sen che sostiene che non è possibile determinare il valore dei beni da distribuire fino a che non si conoscano le capacità che ne permettano il corretto utilizzo. In entrambi i casi lo scopo della ridistribuzione deve essere quello di mettere le persone in condizione di vivere in maniera concreta. Contro l’utilitarismo, e contro l’atteggiamento di prevenzione riguardo alla distribuzione dei beni la teoria aristotelica si ripropone come un lavoro di consapevolezza delle proprie necessità e dei propri bisogni, che parte dalla conoscenza delle proprie capacità e, quindi, dei propri desideri. Tuttavia lo stesso Aristotele, nota la Nussbaum, propone due diverse varianti di questa concezione che in alcuni casi non sembrano sempre coerenti tra loro. Le due altre teorie (chiamate dalla Nussbaum “concezione olistica” e quella “del tutto e della parte”) sono comunque in minima parte presenti nell’opera aristotelica e sono perlopiù destinate a contrastare o a confermare la posizione platonica del problema. La concezione distributiva resta pertanto la posizione predominante nei confronti della quale Aristotele teorizza i ruoli di ogni singolo componente. Il legislatore, per esempio, deve fare in modo che le singole capacità dei rispettivi individui siano realizzate e che, dove possibile, nei casi cioè in cui queste capacità siano solo potenziali, essi vengano educati alla propria possibilità espressiva. Nei giovani dunque la capacità deve essere educata in relazione alle capacità personali, negli adulti, invece, dove già le capacità sono state sviluppate, vanno educate al mantenimento. È tutto ciò compito del legislatore, che deve distribuire i beni come “mezzi funzionali” alla possibilità di realizzare le capacità ed il loro esercizio. Naturalmente in questo approccio il concetto di capacità è fondamentale. Fornire i beni a seconda delle capacità implica infatti necessariamente una preliminare discussione che stabilisce quali capacità hanno i singoli destinatari di tali beni. Tuttavia, nella vita moderna, l’applicazione pratica di questo sistema presenta delle difficoltà. La Nussbaum le elenca e trova nella determinazione delle capacità funzionali, che l’ordinamento politico dovrebbe tenere in considerazione, la possibilità di poter dare una struttura effettiva alla concezione distributiva di Aristotele. Il primo fattore difficilmente “controllabile” è la cultura di ogni singolo popolo. Dalla realtà culturale in cui gli individui si sono formati è difficile poter giungere ad una individuazione delle singole potenzialità, proprio perché le capacità individuali sono nascoste dai pregiudizi culturali. Aristotele offre anche in questo caso una possibile soluzione: l’affidabilità consegnata al ragionamento pratico. Nel riconoscimento delle proprie capacità, condotto secondo un ragionamento pratico svolto al fine di riscoprire la propria autentica natura, l’individuo è portato a prendere coscienza dei propri mezzi e, da qui, a poter costruire i propri obiettivi sulla base dei propri desideri e delle proprie attitudini. Il terzo saggio (“Una concezione aristotelica della socialdemocrazia”) prosegue su questa linea impartendo al legislatore, secondo il modello distributivo di Aristotele, i compiti della progettazione di istituzioni politiche e la realizzazione, per quanto detto nel precedente saggio, dell’essere umano. Per far ciò, osserva a proposito la Nussbaum, il legislatore aristotelico deve compiere una riflessione sui compiti della pianificazione politica «nel mettere a disposizione di tutti i cittadini le condizioni materiali, istituzionali ed educative che permettano loro di realizzarsi compiutamente in quanto esseri umani e nel garantire loro una serie di capacità tali da metterli in grado di scegliere il loro ideale di vita buona e realizzarsi pienamente» (p. 103). Questo è il fulcro della concezione distributiva di Aristotele che la Nussbaum vuole mettere in comparazione per una sua possibile applicazione alla modernità prospettandosi in un una forma di socialdemocrazia. A tale fine, si propone di precisare come la realizzazione personale mediante una certa forma di governo possa dar luogo ad una determinata prospettiva politica. Il primo punto (quello della realizzazione personale) è basato su una precisa concezione dell’essere umano che viene da lei chiamata: “concezione astratta e spessa del bene”. A tale scopo occorre comprendere che cosa significhi propriamente la parola “bene”. Partendo dalle teorie antagoniste liberaliste a quella qui proposta, la Nussbaum rintraccia nella “teoria sottile” del bene di Rawls una possibile definizione del bene. In tale proposta i beni primari coincidono con i beni a cui un individuo, indipendentemente dai propri desideri, aspira in quanto essere razionale. Ma questa impostazione, a suo avviso, non tiene effettivamente conto di cosa gli individui realmente sono in grado di fare e, quindi, di poter realizzare in relazione alle proprie capacità. Allo stesso modo la posizione utilitaristica si oppone alla concezione distributiva di Aristotele per il fatto che pur sostenendo che le risorse debbono essere considerate in relazione ai vantaggi che producono agli individui, si pone in un’ottica “quasi-liberale” nel consegnare a ciascun individuo la decisione finale sul bene da perseguire. Per l’utilitarismo infatti il bene è corrispondente alla soddisfazione del desiderio e, quindi, si allontana da una posizione che permetta una definizione dell’essere umano in termini più oggettivi. Queste posizioni che mirano al soddisfacimento del bene a seconda del bisogno dell’individuo, non tengono in debito conto del fattore culturale che impedisce ai singoli consociati di comprendere i reali propri bisogni in relazione alle proprie capacità. La “teoria sottile” del bene di Rawls, prescindendo da questi fattori, non consente di rendersi pienamente conto della natura del bene in relazione all’individuo, soprattutto perché non permette al legislatore di poter sviluppare coerentemente alla propria natura le singole capacità dei consociati. Tuttavia, se si intende riconoscere la preminenza alla situazione benefica svolta dal vivere bene, occorre chiarire che cosa significhi preliminarmente la parola “bene”. I teorici liberali sostengono che la posizione aristotelica, fin qui sostenuta dalla Nussbaum, abbia un carattere paternalistico e che non riesce a chiarire fino in fondo il carattere del bene che ipotizza proprio di una società di esseri umani che si realizzano nella loro propria capacità. A loro avviso questa teoria è “metafisica”, ovvero idealistica o astratta. A tal proposito, tuttavia, la Nussbaum replica che il concetto di bene a cui ci si riferisce in tal caso è frutto di una nozione “spessa” di bene che si diversifica da quella “sottile”, «elencazione dei mezzi suscettibili di essere utilizzati per qualsiasi scopo e funzionali alla vita “buona”», perché «si riferisce agli scopi da perseguire nelle varie sfere della vita umana» (p. 128). Ora, la nozione “spessa” ha vari livelli: 1. Quello che si riferisce agli elementi costitutivi dell’essere umano. Innanzitutto rientra in questo campo la mortalità: l’uomo vive la sua esistenza mortale in un corpo che avverte dei distinti bisogni (fame, sete, ecc.). Egli inoltre possiede facoltà cognitive, percezione, immaginazione e pensiero che lo rendono affine agli altri esseri umani. Vive in un mondo a contatto con altri esseri e con la natura e la sua posizione in questo contesto lo rende un individuo autonomo. 2. Il secondo livello concerne più propriamente la capacità funzionali, ossia l’essere in possesso di condizioni che permettano il mantenimento della salute e della vita dell’individuo all’interno di un contesto sociale, nella pienezza delle sue capacità, di realizzare i propri desideri. Alla luce di questi livelli la concezione “spessa e astratta” in relazione a ciascuna delle capacità funzionali analizzate, prevede che i cittadini debbano ricevere i sostegni istituzionali, materiali ed educativi affinché possano essere in grado di realizzare le proprie capacità. L’educazione alla competenza ed alla coscienza dei propri mezzi è quindi il suo punto di partenza. In questo senso, sostiene la Nussbaum, il modello aristotelico mira a fornire due generi di capacità: interne ed esterne. Le capacità interne permettono a loro volta di strutturare il lavoro in base non soltanto al profitto ma, soprattutto, in base alla soddisfazione dei propri bisogni e capacità. Le capacità esterne permettono invece all’individuo di vivere in società. Tuttavia, nei riguardi del concetto di uguaglianza sociale che si riferisce alla proprietà privata la posizione aristotelica è sfavorevole, come già sosteneva Platone. Nel modello aristotelico fatto proprio dalla Nussbaum viene trattata anche la questione della partecipazione diretta dei consociati alla vita politica, poiché nell’esercizio della ragion pratica essi possono influire sulla pianificazione legislativa dello stato. Tuttavia per poter assurgere ad un tale progetto è essenziale il fattore istruttivo sul quale il modello aristotelico è imperniato. Senza una debita istruzione e senza coltivare la ragion pratica non è neppure pensabile la libertà di scelta e quindi la capacità di realizzarsi in una società di liberi cittadini. Esempio di applicazione di questo modello, secondo Nussbaum, si riscontra nei paesi scandinavi, laddove la qualità della vita può essere misurata sulla base dei fattori precedentemente elencati. Il punto di partenza è la realizzazione delle proprie capacità e dei propri bisogni, così come elaborato dal modello aristotelico. La conclusione del lavoro che fin dall’inizio mira a porre una linea netta di demarcazione tra la visione del liberalismo (che si preoccupa, secondo Nussbaum, soprattutto “di fornire risorse”) e quella socialdemocratica (che invece intende “garantire ai consociati uguali capacità di realizzarsi” pienamente) spinge ad una riflessione molto profonda sulla possibilità che la posizione aristotelica, rivalutata da tutti i suoi punti di vista, potrebbe offrire come alternativa alla visione liberalista. La Nussbaum mette in luce molto chiaramente i punti salienti del pensiero aristotelico che potrebbero essere rivalutati e posti a fondamento di una nuova struttura sociale, decisamente più umana e democratica. Il suo importante studio, pertanto, non fa che rendere effettivamente possibile una concreta attuazione di quei principi che stanno alla base del vivere bene, vale a dire della realizzazione dei propri bisogni alla luce delle proprie capacità e secondo principi che ci riconoscono umanamente tutti uguali.

Nicoletta Ghigi



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