ARTICOLI E SAGGI 16/11/2005 Maria Chiara Pievatolo - Tradurre Kant liberamente
1. Introduzione
Nel corso dell'anno accademico 2003-2004 ho avuto l'incarico di fare da supplente per il corso di filosofia politica di cui era titolare Giuliano Marini. In questo lavoro mi sono stati molto utili alcune versioni italiane in commercio degli scritti politici di Kant, da lui fittamente annotate e modificate per l'uso degli studenti. Dopo la sua morte, ho pensato di offrire per lo stesso corso, ora tenuto da me, una nuova traduzione di alcuni testi kantiani, che tenesse conto delle sue correzioni e osservazioni, in modo che la sua opera interrotta non andasse perduta.
Le traduzioni, ancora in corso di elaborazione, sono
tuttavia pubblicamente disponibili sul sito del “Bollettino telematico di
filosofia politica”[1],
e sono soggette a una licenza Creative commons che permette di
riprodurle, distribuirle e modificarle liberamente a scopo non commerciale,
purché se ne riconosca l'autrice.
E' particolarmente
importante che le traduzioni dei classici siano libere. Chi verrà dopo di me,
in luogo di ritradurre tutto da capo, come ho dovuto fare io, potrà
semplicemente correggere i miei errori: la condivisione dei testi facilita la
ricerca perché rende possibile un progresso cumulativo. Anche per questo ho
scelto di mettere subito a disposizione del pubblico i testi, sebbene ancora in
fase di elaborazione, in modo tale che sia possibile a tutti non solo farne uso
ma soprattutto, se è il caso, emendarli. Il diritto d'autore ha prodotto una
mentalità per la quale una correzione a un lavoro altrui viene interpretata
come un attacco personale, perché anche opere di uso e di significato
collettivo – come appunto le traduzioni dei classici – vengono trattate come un
patrimonio privato, sulla base del quale si misura il valore dell'autore. In
questo modo, ogni generazione deve ricominciare da capo. Secondo i criteri
suggeriti da Kant nella prefazione del 1787 alla Critica della ragion pura:
la scientificità di una disciplina si misura dai suoi risultati, e cioè dalla
continuità del suo progresso e dall'accordo fra coloro che la praticano.[2]
Per quanto concerne le traduzioni, l'attuale regime proprietario le condanna ad
invecchiare fino a settant'anni dalla morte dell'autore senza che sia possibile
correggerle, ed è causa di conflitti personali fra gli studiosi perché nessuna
critica, nel periodo in cui vige il copyright, ha la possibilità di
essere praticamente costruttiva. Di contro, una traduzione libera può
permettersi di essere intesa come un patrimonio collettivo e di ricevere le
correzioni come dei miglioramenti.
Ci sono dei vantaggi a lavorare in rete – vantaggi che
potrebbero essere estesi anche agli studi kantiani, se la forma di pubblicità
connessa all'uso di licenze libere fosse attuata in maniera consapevole e
sistematica e l'accessibilità dei testi in rete fosse considerata una questione
comunicativa – quindi di interesse diretto degli autori – e non meramente
tecnica. Illustrerò questa tesi con un esempio, legato a una piccola scoperta
fatta nel corso di questa traduzione.
2. Il V articolo preliminare di Zum ewigen Frieden:
scandalum acceptum e scandalum datum
Il V articolo preliminare del progetto kantiano per la pace
perpetua è, in questi ultimi anni, di singolare attualità. Esso recita:
Nessuno stato deve
interferire con la forza nella costituzione e nel governo di un altro stato.
Kant chiarisce l'articolo nel seguente modo:
Infatti che cosa può dargliene
diritto? Forse lo scandalo che dà ai sudditi di un altro stato? Esso può anzi
servire da ammonimento con l'esempio dei grandi mali che un popolo si è
attirato per il suo essere senza legge: e il cattivo esempio che una persona
libera dà all'altra (come scandalum acceptum) non è in generale una
lesione nei suoi confronti. - In ciò non sarebbe certo da far rientrare la
situazione in cui uno stato, per interiore discordia, si spaccasse in due
parti, ciascuna delle quali rappresenta di per sé uno stato particolare che
avanza pretese sull'intero: in tal caso, il prestare assistenza a uno dei due
non potrebbe essere imputato a uno stato esterno come interferenza nella
costituzione dell'altro (perché allora si tratta di anarchia). Ma finché questo
conflitto interno non è ancora deciso, questa interferenza di una potenza
esterna sarebbe una violazione del diritto di un popolo che non
dipende da nessun altro e lotta soltanto con la sua malattia interna, quindi
uno scandalo dato [ein gegebenes Skandal] essa stessa, e renderebbe
insicura l'autonomia di tutti gli stati.[3]
Kant afferma che il cattivo esempio dato da una
costituzione deteriore ai sudditi di altri stati non giustifica un intervento
correttivo esterno: “il cattivo esempio che una persona libera dà all'altra
(come scandalum acceptum) non è in generale una lesione nei suoi
confronti”. Secondo il traduttore della versione più diffusa della Pace
perpetua, quella di Laterza,[4] scandalum
acceptum significa “scandalo gradito”: Kant, pensando alle costituzioni
prodotte dalla rivoluzione francese, vorrebbe suggerire che, per quanto
scandalose, sono, in qualche modo, una colpa felice.[5] Ma
perché egli adotta questa espressione latina, in un modo tale da far pensare
che stia facendo ricorso a un termine tecnico?
Perché di termine tecnico, appunto, si tratta: esso deriva
dal linguaggio della teologia morale. Questo concetto merita qualche
spiegazione, perché comporta un uso della parola “scandalo” diverso da quello
comune.
Nella sistematica teologica, per scandalo diretto si
intende lo sforzo premeditato e intenzionale per indurre qualcuno al peccato;
si ha uno scandalo indiretto quando detta azione è condotta senza intenzione.
Si parla di scandalo attivo quando ci si riferisce all'azione
di chi scandalizza; di scandalo passivo quando ci si riferisce all'azione
conseguente di chi viene scandalizzato, nel senso – diverso dall'accezione
ordinaria della parola - che soccombe a uno scandalo, lasciandosi indurre al
peccato. Lo scandalo passivo, infine, può essere datum et acceptum quando
lo scandalizzato ha ceduto all'influenza di una azione colpevole; e più essere
mere acceptum quando lo scandalizzato ha tratto occasione di scandalo da
una azione buona o almeno soggettivamente retta. Si veda questo schema:[6]
Se si dice che il cattivo esempio dato dalla costituzione
di un altro stato, in quanto scandalum acceptum, non è una lesione
(giuridica), si intende:
–
che
il popolo di quello stato non ha il proposito di traviare gli altri, dato che
si occupa solo della sua organizzazione interna;
–
che
gli altri possono seguirne o meno l'esempio sulla base delle loro scelte e
valutazioni libere;
–
e
che dunque nessuna responsabilità giuridica per il comportamento altrui
può ricadere su quel popolo.
La costituzione di cui si parla può essere, di per sé,
buona o cattiva; ma in ogni caso essa è solo l'organizzazione interna di un
popolo; l'imitazione da parte di altri non è frutto di una coazione ingiusta,
bensì di una loro scelta libera. Questo argomento non è suscettibile di
difendere soltanto la libertà della Francia rivoluzionaria di darsi il regime
che preferisce, ma anche quella dei popoli sotto monarchie assolute di
conservare il loro. Può infatti essere adoperato anche per condannare la guerra
cominciata dalla Francia stessa contro l'Austria, la Prussia e il regno di Sardegna allo scopo di estendere la
rivoluzione. Vale la pena ricordare che, nel 1792, fu la Francia a cominciare
formalmente il conflitto con le monarchie, e non viceversa. Lo stesso
Robespierre, all'epoca, era contrario alla guerra:
L'idea più stravagante che possa nascere nella testa di un politico è
credere che a un popolo basti entrare a mano armata presso un popolo straniero
per fargli adottare le sue leggi e la sua costituzione. Nessuno ama i
missionari armati; e il primo consiglio dato dalla natura e dalla prudenza è di
respingerli come dei nemici.[7]
Uno scandalum datum, rispetto a una scandalum
acceptum, è moralmente più grave, perché comporta, in chi dà scandalo,
l'intenzione consapevole di indurre gli altri al peccato. Nel nostro testo,
Kant chiama ein gegebenes Skandal, cioè uno scandalo dato,[8]
l'interferenza armata nella costituzione di uno stato unitario. Perché, in
questo caso, il cattivo esempio è tale da comportare una corresponsabilità da
parte di chi dà scandalo nel comportamento altrui?
La costituzione di uno stato singolo, per quanto cattiva, è
solo un principio di ordinamento interno; di contro, la guerra per cambiare la
costituzione di un altro stato viene giustificata da chi la fa sulla base di un
principio di diritto internazionale. Non dobbiamo dimenticare che il trattato
ideale che è oggetto della Pace perpetua riguarda i rapporti fra stati:
in questa sfera, solo la proclamazione di un principio di diritto
internazionale “interventista” è suscettibile di dare un cattivo esempio, cioè
indurre altri stati a dichiarare guerre adducendo la medesima giustificazione.
Nella Vorlesung über Moralphilosophie la differenza
fra scandalum datum e acceptum viene, del resto, chiaramente spiegata
secondo la sistematica della teologia morale, in questi termini:
Tutti gli scandala sono o
data o accepta. Scandalum datum è ciò che è inevitabilmente
fondamento necessario di conseguenze malvage sull'eticità altrui; scandalum
acceptum è ciò che è solo un fondamento contingente di conseguenze malvage
nell'eticità altrui.[9]
La tesi di Kant nel V articolo preliminare è dunque la
seguente: nella sfera internazionale l'interferenza armata nella costituzione
di un altro stato – almeno finché questo stato sussiste nella sua integrità - è
assai più riprovevole della permanenza di una costituzione presunta cattiva.
L'individuazione dei termini teologico-morali usati da Kant
è una minuzia filologica, ma può essere utile per mettere in luce una
peculiarità del cosmopolitismo di Kant: nessun popolo ha il diritto di mettersi
in cattedra per dare agli altri lezioni di “democrazia”. Una dimensione
cosmopolitica si raggiungerà solo quando si riconoscerà l'uguaglianza dei
popoli – che comprende anche la libertà di ciascuno popolo già costituito in
società civile di darsi una costituzione repubblicana solo se la sceglie
spontaneamente.
3. Non esistono guerre giuste
Questa lettura del quinto articolo preliminare corrobora la
tesi che per Kant, nella prospettiva morale, non può mai darsi una
guerra giusta. Nel secondo articolo definitivo di Zum ewigen Frieden, i
giusnaturalisti teorici dello jus belli vengono chiamati leidige
Tröster, fastidiosi consolatori, proprio come gli amici di Giobbe (15-16) i
quali, dal fatto che egli aveva tante disgrazie inferivano che doveva
anche essersele meritate.[10]
Dal fatto della forza non può seguire in generale nessun diritto: il diritto,
in quanto parte della morale, è la legittimità delle azioni esterne dal punto
di vista delle leggi della ragion pura pratica, e non il risultato di un
giudizio di Dio. L'annotazione al sesto articolo preliminare lo spiega
chiaramente:
...poiché la guerra è però il
triste strumento imposto dalla necessità nello stato di natura (ove non esiste
nessun tribunale che possa giudicare in modo giuridicamente valido), per
affermare il proprio diritto con la violenza e in questo caso nessuna delle due
parti può essere interpretata come un nemico ingiusto (perché questo presuppone
già una sentenza giudiziaria), bensì solo l'esito della guerra stessa (proprio
come in un cosiddetto giudizio di Dio) decide da che lato è il diritto, fra
stati non si può pensare una guerra punitiva (bellum punitivum) (perché
fra loro non ha luogo una relazione di sovraordinato e subordinato).[11]
Non è casuale che
Kant si pronunci così sulla guerra proprio negli articoli preliminari. La Pace
perpetua è scritta nella forma di un trattato fra stati; ed è
pregiudiziale, perché questo trattato possa essere stipulato, che gli stati
rinuncino a pensare la violenza bellica come una crociata. Il progetto
kantiano, in altre parole, serve ad eliminare la guerra come mezzo legittimo di
soluzione delle controversie, non a distinguere fra conflitti “giusti” e
“ingiusti”. In questa prospettiva, bisogna anche distinguere con la massima
attenzione i livelli dell'argomentazione di Kant: le considerazioni di
filosofia della storia contenute nella Garanzia per la pace perpetua, per
le quali la guerra, nelle mani della natura daedala rerum, ha un ruolo
significativo per lo sviluppo culturale dell'umanità,[12]
non possono avere rilevanza morale.
Questo risulta già chiaro dal carattere della figura giuridica della garanzia.[13]
La natura, dice Kant, si fa garante dell'adempimento
dell'obbligazione umana alla pace perpetua.
Tuttora, in un Garantievertrag[14]
l'obbligazione del garante è intesa come differente e indipendente rispetto
all'obbligazione della persona la cui prestazione viene assicurata. Tale
obbligazione, a sua volta, non viene meno per la presenza dell'obbligazione del
garante. E così era anche nel diritto naturale che Kant conosceva:
Ma per la sicurezza del patto ha
luogo la prestazione di garanzia (guaranda, guarantia), la quale è una
promessa entrata nella lega da ambo i lati, ma anche fatta soltanto a uno, che
quanto convenuto deve essere mantenuto; di conseguenza il garante (guarandus),
che ha dato l'assicurazione, è tenuto a prestare un ausilio, di cui si è reso
promettente, contro colui il quale non vuole mantenere quanto convenuto, se
l'altro ne ha bisogno, e perciò non è colpevole se tale aiuto non viene
richiesto. [...] Inoltre, poiché una prestazione di garanzia ha come ambito di
attenzione solo il beneficio di coloro per i quali avviene, essa può aver luogo
anche senza la consapevolezza o la consultazione di coloro nei confronti dei
quali è stata stabilita. [...] Infine poiché a nessuno è lecito togliere
all'altro il suo diritto, allora la prestazione di garanzia non può essere
compresa altrimenti che come il fatto che in essa il diritto del terzo rimane
non offeso.[15]
La presenza della
natura, in altri termini, non esime l'uomo dai suoi impegni morali; il modus
operandi della natura e quello dell'uomo non sono intercambiabili. Il
garante interviene con i suoi mezzi in caso di inadempienza da parte di chi è
tenuto alla prima obbligazione, ma senza bisogno di interpellarlo o di
ottenerne la collaborazione. Fuor di metafora: le azioni delle natura e quelle
dell'uomo, nel perseguimento della pace perpetua, sono completamente
eterogenee: la natura può usare la guerra in senso provvidenziale. L'uomo non
può farlo: se lo facesse, infatti, verrebbe meno alla sua obbligazione primaria,
che è quella di perseguire la pace attraverso il diritto. Per il politico
morale devono valere le pregiudiziali imposte già dagli articoli preliminari: non
esistono guerre giuste, e anzi la stessa convinzione che una guerra sia
qualcosa di più di una triste necessità imposta dallo stato di natura
rappresenta un ostacolo sulla via della pace. In casi come questi, rimane,
certamente, la speranza che intervenga la natura come garante, ma si tratta di
una soddisfazione ben magra: quando gli uomini non fanno il loro dovere, la
natura interviene con i suoi strumenti sanguinosi, di cui non vi sarebbe
necessità se l'obbligazione primaria venisse adempita.
Per quanto le letture contestualistiche, per le quali
ciascun pensatore è figlio del proprio tempo, possano essere utili, esse hanno
il limite di confinare anche i grandi filosofi nell'orizzonte ristretto della
propria epoca, di modo che il loro interesse per noi può avere tutt'al più un
carattere evolutivo. Di contro, una interpretazione del testo che cerchi, in
luogo di ridurlo al contesto, di trattarlo come un interlocutore da comprendere direttamente,
rende possibile produrre una prospettiva critica anche sull'epoca
dell'interprete. Rende cioè possibile leggere Kant non tanto come un
opinionista che si occupa della rivoluzione francese e delle sue guerre – se la
Pace perpetua si riducesse a uno scritto d'occasione per celebrare la
pace di Basilea avrebbe per noi un interesse soltanto storiografico – quanto
come un filosofo che critica la guerra, anche quando è condotta sulla base di
giustificazioni “umanitarie” e pedagogiche. In questo caso particolare, è
difficile negare che una tale interpretazione di Kant produca tesi di una
attualità quasi cronistica. Ma non c'è da esserne sorpresi; prendere i testi sul
serio, liberandoli dai vincoli dell'individualità, significa farli uscire dalla
lettera e farli rientrare nella vita di quella comunità di sapere condiviso che
potrebbe essere la filosofia nel suo Weltbegriff.[16]
4. Lo strumento della ricerca
L'apparato bibliografico dei paragrafi precedenti è
composto quasi interamente di pagine web. Non è un caso, bensì una
scelta che voglio rendere esplicita allo scopo di affrontare una questione
metodologica che ritengo, in questo momento, decisiva per gli studi umanistici.
Gli studiosi del '700 avevano una cultura amplissima. Non
stupisce, pertanto, che Kant sia familiare con termini propri della sistematica
giuridica e teologico-morale. Non stupisce nemmeno che i traduttori
contemporanei – in un'epoca di maggiore specializzazione e settorializzazione,
perfino all'interno degli stessi studi kantiani - non si siano resi conto del
tecnicismo delle parole di Kant. Io stessa, pur incuriosita da una espressione
che mi sembrava bizzarra, non ne sapevo niente. E tuttavia, una volta accesasi
questa curiosità, mi sono state sufficienti un paio d'ore di ricerca per
risolvere il problema, tramite tre diversi search engine cui ho
sottoposto una serie di parole chiave rilevanti. Nel corso di questa indagine,
il primo risultato che ho ottenuto è stato l'ambito tecnico – la teologia
morale – in cui si collocava il termine.[17]
Tutto il resto è venuto da sé.
L'esito della ricerca, peraltro, è dipeso anche da elementi
fortunosi. La trattazione sistematica di
B. Häring di cui alla nota 6 è
infatti in rete in un sito spagnolo che raccoglie risorse per parroci e
predicatori, i cui curatori, in perfetta buona fede, hanno messo on-line
opere ancora sotto copyright. La Vorlesung über Moralphilosophie,
la cui trascrizione è stata pur meritoriamente messa on-line dalla
Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften, è stata tuttavia di
importanza soltanto secondaria per la ricerca, perché i curatori hanno scelto
un formato non indicizzabile da parte dei search engine. Ma perfino in
circostanze come queste, la rete mi ha aiutato a risolvere velocemente una
annosa crux. Se tutti gli studiosi adottassero la strategia della
pubblicazione on-line e si ponessero il problema dell'accessibilità dei
loro testi, il loro lavoro diventerebbe molto più facile, molto più
interconnesso, e, infine, molto più vicino allo spirito di Kant.
[1]Si veda <http://bfp.sp.unipi.it/hj/index.php?viewPage=14>
e
[2]I. Kant, Kritik der reinen Vernuft, B VII.
[3]Il testo
citato è parte dalla mia traduzione in corso d'opera reperibile presso: <http://bfp.sp.unipi.it/classici/kantzef.html>;
I. Kant, Zum ewigen Frieden, BA 9,10.
[4]F. Gonnelli,
in I. Kant, Scritti di storia, politica e diritto, Roma-Bari, Laterza,
1995, p. 205, n.8.
[5]Similmente anche D. Losurdo, Autocensura
e compromesso nel pensiero politico di Kant, Napoli, Bibliopolis, 1983, p.
174 ss. Losurdo pensa che l'eccezione al principio del non-intervento, prevista
da Kant nel caso di stati non più unitari, sia stata fatta ad hoc per
giustificare l'annessione francese del Belgio del 1794; lo stesso argomento,
tuttavia, potrebbe giustificare anche la ri-occupazione del Belgio stesso nel
1790, da parte delle truppe austriache, dopo che lo stato unitario proclamato a
gennaio, in seguito alla rivoluzione del Brabante, era caduto in preda a
discordie intestine a causa della rivalità fra cattolici e liberali. Del resto,
come Losurdo stesso ricorda (op. cit. p. 175), Kant non riteneva
legittima la rivolta del Brabante in seguito alla violazione della Joyeuse
Entrée da parte di Giuseppe II; il combinato disposto con Über den Gemeinspruch; Das mag in
der Theorie richtig sein, taugt aber nicht für die Praxis, A 259-260
farebbe pensare che il filosofo avesse per lo meno in mente anche questa
vicenda: “Infatti di solito la riuscita si intromette nel nostro giudizio sui
fondamenti giuridici, per quanto quella sia incerta ma questi certi. E' chiaro
però che, per quanto riguarda questi ultimi, anche se si concede che tramite
una tale ribellione al principe del paese (che avesse eventualmente violato una
joyeuse entrée come contratto che stia effettivamente a fondamento nel
suo rapporto col popolo) non avvenga nessuna ingiustizia - il popolo tuttavia
con questo modo di perseguire il suo diritto ha compiuto in sommo grado
ingiustizia: perché tale modo (accolto come massima) rende insicura ogni costituzione
giuridica e introduce lo stato [Zustand] di una completa mancanza di
legge (status naturalis), ove ogni diritto smette, come minimo, di avere
effetto.”
[6]Si veda,
esemplare per la sua chiarezza, B. Häring, Das Gesetz Christi. Moraltheologie. Dargestellt für Priester und Laien. Freiburg i. B., Wewel, 1961 ss, libro II,
sezione II, parte 1.2, cap. II; trad. it. La legge di Cristo,
Brescia, Morcelliana, 1969, pp. 518-519. Una versione spagnola è disponibile
on-line presso
[7]“La plus extravagante idée qui puisse naître dans la
tête d'un politique est de croire qu'il suffise à un peuple d'entrer à main
armée chez un peuple étranger, pour lui faire adopter ses lois et sa
constitution. Personne n'aime les missionnaires armés ; et le premier conseil
que donnent la nature et la prudence, c'est de les repousser comme des ennemis”
(M. de Robespierre, Discours
prononcé au club des Jacobins le 2 janvier 1792, <http://membres.lycos.fr/discours/guerre.htm>).
[8]Nelle
traduzioni che ho consultato, comprensibilmente, sembra mancare la
consapevolezza del senso tecnico di ein gegebenes Skandal: J.F. Poirer e F. Proust traducono
semplicemente “elle constituerait un scandal” (E. Kant, Vers la paix
perpetuelle, Que signifie s'orienter dans la pensée? Qu'est-ce que les Lumiéres?, Paris, Flammarion, 1991, p. 79). J. Gibelin traduce “ce serait bien là
donner lieu à un scandale” (E. Kant, Projet de paix perpétuelle, Paris,
Vrin, 1990, p. 8); W. Hastle traduce “It would, therefore, itself be a cause of
offence” (Kant's Principles of Politics, including his essay on Perpetual
Peace. A Contribution to Political
Science, Edinburgh, Clark, 1891,
[9]I. Kant, Vorlesung
über Moralphilosophie, hrsg. v. W.
Stark; Berlin, De Gruyter, 2004; la trascrizione critica del manoscritto
Kaehler aggiornata al 2005, da cui cito, è disponibile on-line qui; <http://www.bbaw.de/forschung/kant/moral/moral.htm>,
purtroppo in un formato compresso che rende difficile rintracciare il testo con
un motore di ricerca: “Alle Scandala sind entweder Scandala data
oder accepta. Scandalum datum ist was nothwendigerweise ein nothwendiger Grund ist
von bösen Folgen auf die Sittlichkeit anderer; scandalum acceptum ist
was nur ein zufälliger Grund von bösen Folgen auf die Sittlichkeit anderer ist”
(p.204).
[10]I. Kant. Zum ewigen Frieden, BA 33, 34.
[11]I. Kant. Zum ewigen Frieden, BA, 14.
[12]I. Kant. Zum ewigen Frieden, BA 52 ss.
[13]I. Kant. Zum ewigen Frieden,
BA 48: Kant usa il termine Gewähr, specificando fra parentesi Garantie.
[14]Si veda
[15]C. Wolff, Grundsätze des Natur- und Völckerrecht (1754),
§1149, in Id. Gesammelte Werke, Bd. 19, Hildesheim-New York Georg Olms
Verlag, 1980, traduzione mia.
[16]Si veda su
questo importante tema della Critica della ragion pura l'ipertesto di F.
Di Donato, Conoscenza e pubblicità del sapere. Le condizioni della
repubblica scientifica a partire dall'Architettonica della ragion pura di Kant,
2004-2005, in “Bollettino telematico di filosofia politica” <http://bfp.sp.unipi.it/dida/arch/index.html>,
in particolare a
[17]L'occorrenza
che mi ha dato questa indicazione è stata precisamente il cap. XVI di G.
Gillespie, A Treatise of Miscellany Questions, pp. 85-88 in The Works
of George Gillespie volume 2, Still Waters Revival Books reprint: “If an
ordinance, imposing the taking of the covenant under a considerable penalty, be
to the army scandalum acceptum, the not passing of such an ordinance
will be scandalum datum to the city of London”.